martedì 15 ottobre 2019

DENARO

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Il denaro è un po’ come il sesso. Tutti o quasi ne sono attirati ma tutti o quasi mostrano una certa repulsione nei suoi confronti. Come il sesso il denaro è, dicono i moralisti, intrinsecamente un po’ sporco: è qualcosa che si desidera, che è bene avere, ma è anche corruttore, spinge l’uomo ad azioni spregevoli ed è esso stesso, in fondo, abbastanza spregevole. Il denaro appartiene alla dimensione dell’avere, anzi, ad una forma particolarmente alienante di questa dimensione. Grazie al denaro l’avere prevale sull’essere. Col denaro l’uomo può acquistare ciò che non ha e grazie a questa acquisizione diventa ciò che non è. Parafrasando Shakespeare e Goethe Marx afferma, nei Manoscritti economico filosofici: “Ciò che posso pagare, ciò che il mio denaro può comprare quello sono io stesso, il possessore del denaro medesimo. (…) le caratteristiche del denaro sono le mie stesse caratteristiche (..) ciò che io sono e posso non è quindi affatto determinato dalla mia individualità. Io sono brutto ma posso comprarmi la più bella fra le donne. E quindi non sono brutto (..) io, considerato come individuo, sono storpio ma il denaro mi procura ventiquattro gambe; quindi non sono storpio”.  
Il denaro fa di me ciò che io non sono, c’è del vero in questa affermazione, ma cosa significa realmente? Una cosa molto semplice ed importante: l'essere dell'uomo non è determinato unicamente dalle sue caratteristiche psicofisiche. Una fondamentale caratteristica dell’uomo è la sua capacità di modificare a propri fini il mondo circostante e questo influisce sulla sua stessa natura. Un tempo se un uomo nasceva privo di un arto era per sempre condannato ad una vita molto difficile, a volte invivibile. Oggi grazie alla tecnologia si possono costruire arti artificiali che permettono ai loro portatori una esistenza quasi normale. Questo significa che l’uomo odierno ha alienato da se la sua essenza autentica? Che l’avere ha prevalso sull’essere? No, significa che nell’essere dell’uomo è presente la dimensione dell’avere. Io sono ciò che sono anche grazie a ciò che ho, così come ho ciò che ho anche grazie a ciò che sono. L’avere non si identifica con l’essere ma non è neppure assolutamente contrapposto a questo. Il fatto di poter leggere, viaggiare, ascoltare musica, quindi avere dei libri, dei CD, dei mezzi di trasporto contribuisce a sviluppare le mie potenzialità, a bloccarne altre magari, quindi a fare di me ciò che sono.
Il denaro spinge l’uomo ad azioni spregevoli, è vero. Si uccide per denaro, ma si uccide anche per amore, passione, sesso. Si uccide per ideologia, religione, addirittura per noia. Si uccide perché si odia ma anche perché si ama, si ammazzano i nostri simili per freddo e lucido interesse ma anche per spassionato disinteresse. L’uomo compie azioni spregevoli quando egoisticamente antepone in maniera assoluta sé stesso agli altri e non obbedisce all’imperativo che ci obbliga a rispettare i nostri simili, ma compie azioni altrettanto se non ancora più spregevoli quando, spinto da idealistico e nobile altruismo, vorrebbe rendere felici tutti gli esseri umani. Alcuni fra i peggiori delitti della storia sono stati compiuti da uomini assolutamente disinteressati, pronti a sacrificare la propria vita, insieme a quella di milioni di altri, per quello che consideravano il bene dell’umanità.
L’uomo è capace di fare il male, è molto bravo a farlo. Pensare che sia la diabolica forza del denaro a spingere l’uomo al male significa scambiare l’effetto con la causa. L’uomo compie delitti (anche) per impossessarsi di denaro ma non è il denaro la causa dei delitti, la causa è la nostra capacità di compiere azioni malvagie. Addossare le nostre colpe allo “sterco del demonio” è solo un ingegnoso tentativo di auto assolverci.


Nessuno ha inventato il denaro. Secondo molti autorevoli studiosi il denaro è sorto spontaneamente dall’interagire degli uomini; nessun governo ne ha programmato la comparsa. Forse per questo è tanto antipatico a chi crede nella assoluta superiorità della pianificazione sul mercato.
Gli esseri umani sono passati gradualmente dall’economia di auto consumo a quella di scambio (il che tra l’altro ha prodotto una considerevole diminuzione della violenza) e successivamente dal baratto all’uso di certi beni in funzione di denaro. Il processo che porta dal baratto al denaro è spontaneo: esistono dei beni che servono a tutti o quasi gli individui e che hanno caratteristiche che ne rendono particolarmente agevole la trasferibilità. Poniamo che A e B posseggano rispettivamente conigli e galline da scambiare e che sia A che B posseggano e desiderino avere pelli di castoro. Prima o poi A e B inizieranno a scambiare non galline con conigli ma galline e conigli con pelli di castoro. Un bene di largo consumo che tutti accettano diventa in questo modo gradualmente denaro. Nessuno ha deciso che le pelli di castoro diventino denaro, nessuno obbliga A e B ad accettarle come strumenti di pagamento, eppure gradualmente le normali transazioni fra gli esseri umani portano a questo risultato in partenza non voluto né programmato da nessuno. Un bene diventa denaro se è accettato come tale dalla grande maggioranza delle persone interessate agli scambi. E non si tratta di un processo che riguarda solo tempi antichissimi, avviene spesso sotto i nostri occhi ai giorni nostri. Un tempo non troppo lontano divennero nei fatti denaro i gettoni telefonici, oggi potrebbero diventarlo i ticket restourant che molte aziende distribuiscono ai loro dipendenti. Per andare su strumenti di pagamento più usati: assegni, bancomat, carte di credito sono ormai a pieno titolo sostituiti del denaro. Fino a quando non è consegnato per l’incasso e fino a che viene accettato come strumento di pagamento un assegno libero è a qualcosa di molto simile ad una banconota. Il fenomeno è tanto accentuato che le banconote legali ormai più che da strumento di pagamento assolvono al ruolo di riserva a garanzia della moneta bancaria in circolazione. E’ stata la graduale espansione del credito e dei depositi bancari a condurre a questo risultato.


Questo carattere spontaneo è stata la caratteristica di tutte le più importanti trasformazioni del denaro. Il passaggio dalla moneta aurea alla carta moneta è avvenuto in diverse fasi, non decise in anticipo da alcun governo. Ricchi mercanti depositavano nelle banche grosse quantità di monete auree e le banche rilasciavano loro dei biglietti che ne attestavano la proprietà. Lentamente i mercanti iniziarono ad usare questi biglietti per regolare le loro transazioni. Tizio vendeva certi beni a Caio per 100 monete d’oro e Caio dava a Tizio non 100 monete ma un biglietto attestante che nella banca X egli aveva in deposito 100 monete; presentandosi alla banca Tizio esibiva il biglietto e poteva ottenere il rilascio delle monete. In questo modo, lentamente, la circolazione dei biglietti affiancò quella delle monete. Il passo veramente decisivo però fu un altro. I banchieri si resero conto che le monete che dovevano effettivamente restituire ai loro legittimi proprietari erano solo una piccola parte di quelle conservate nei loro forzieri. Iniziarono allora a dare in prestito il denaro dei loro depositanti. X, Y e Z depositavano monete per 100 e la banca concedeva prestiti a W, K ed R per un importo pari a 80. Il 20 che restava era sufficiente per far fronte alle eventuali domande di rimborso dell’oro da parte dei depositanti. Inoltre anche coloro che avevano ottenuto credito non portavano con se l’oro ma lo lasciavano depositato ed avevano biglietti che attestavano la loro proprietà di certe quantità di monete auree. Era iniziato quello che in gergo tecnico si chiama effetto leva: l’attività di intermediazione creditizia moltiplica la liquidità che circola in un paese, gli strumenti di pagamento hanno un valore facciale superiore al valore dell’oro che essi rappresentano. Questo processo non ha fatto che ampliarsi fino ai nostri giorni. Oggi la funzione che fu ieri dall’oro è svolta in parte dalla carta moneta. La moneta bancaria in circolazione (assegni, carte di credito ecc) supera il valore delle banconote depositate presso le banche. Se per ipotesi tutti i depositanti dovessero presentarsi agli sportelli per ritirare il loro denaro le banche non potrebbero far fronte alle loro richieste, la porta sarebbe aperta al fallimento e fallendo le banche trascinerebbero nella rovina molte altre imprese.


E’ quasi un luogo comune legare il denaro al più crasso materialismo eppure nulla è più immateriale del denaro, se si escludono, naturalmente, le anime di noi poveri peccatori. Un tempo facevano funzione di denaro i più svariati oggetti: pelli, pesci essiccati, conchiglie, balle di tabacco. Poi questo ruolo è stato svolto dai metalli preziosi, poi dalle banconote cartacee e poi ancora dagli assegni e dalle varie forme di moneta bancaria. Oggi il denaro quasi non esiste, o meglio, esiste assai spesso nella forma eterea di un segnale elettronico, di una cifra che compare nel monitor di un computer. Una cifra, un numero bianco o azzurrino e davanti a quel numero una D o una A, un segno + o un segno – e quel segno, quella lettera, stanno ad indicare se sei ricco o sei povero, se hai un debito o un credito. Cosa potrebbe esserci di meno materiale? Cosa di più genuinamente spirituale? Il denaro è l’essenza pura della ricchezza, la sua anima; è ricchezza che non ha forma alcuna perché nello scambio può assumere ogni forma. Non solo, questa ricchezza spiritualizzata è molto vicina all’anima di ognuno di noi, alla nostra psiche. I nostri stati mentali influiscono profondamente sul valore del denaro, nel denaro si riflettono molte nostre paure, molte nostre speranze, progetti, aspettative. Si pensi alla borsa: se tutti o molti pensano che si sia alla vigilia di una fase espansiva il valore dei titoli sale, se invece prevale la sensazione che una crisi sia alle porte possono verificarsi disastrosi crolli. La stabilità del sistema bancario, quindi delle borse, quindi dell’economia nel suo complesso è intimamente legata ad un fattore psicologico, ad una propensione dell’animo umano e questa si chiama fiducia. Se per un qualsiasi motivo una banca perde la fiducia dei suoi depositanti la via al fallimento è aperta. E il fallimento di una banca, o almeno di una grande banca, è qualcosa di molto pericoloso. La sfiducia determina la corsa al prelievo: i depositanti temono che la banca non possa far fronte ai propri debiti e ritirano il denaro che hanno depositato. Ma nessuna banca può far fronte all’assalto ai propri sportelli, non esiste in nessuna banca una liquidità che le permetta di restituire tutti i depositi. Per cercare di far fronte all’assalto agli sportelli la banca deve chiedere la restituzione delle somme date in prestito agli investitori. Neppure questi però possono disporre di tali somme: esse sono state investite, con quelle somme si sono acquistati macchinari, materie prime, si sono pagarti operai e impiegati. Il fallimento della banca porta con se il fallimento di altre imprese e questo contagia altre banche e così via. Può scatenarsi un incontrollabile effetto domino dalle conseguenze imprevedibili. Le autorità monetarie naturalmente (e giustamente) non lasciano che le cose vadano in questo modo, intervengono iniettando liquidità nel sistema, si accollano una parte delle perdite, contribuiscono a ricreare un clima di fiducia.

Le considerazioni appena fatte gettano luce sulle recenti proposte relative al controllo, ed in prospettiva alla abolizione, del contante. Una economia in cui il contante fosse abolito, o comunque ridotto ai minimi termini, sarebbe immune dalla corsa agli sportelli, le banche, almeno teoricamente, non potrebbero fallire e si eviterebbero tutte le drammatiche conseguenze dei fallimenti bancari. Apparentemente questo sembra un bene, ma lo è davvero?

Dietro alle varie proposte di abolizione del contante si nasconde, in primo luogo, una mentalità forcaiola che fa paura. Chi usa il contante è, per definizione, un evasore, quindi tassiamo il contante o addirittura eliminiamolo, questo il succo di tante elucubrazioni Un po' come dire: chi compra un'automobile lo fa per rapinare una banca, non lo posso provare ma intanto tasso la vendita delle auto, o magari abolisco le stesse. Che trovata!
Evitiamo, in secondo luogo, di dilungarci troppo sulle conseguenze politiche e sociali della abolizione o della riduzione ai minimi termini del contante, sulla possibilità che questa darebbe ad organismi occulti di controllare la totalità della vita dei cittadini. Nulla più delle spese che faccio mostra ciò che sono. Abolire il contante vuol dire dare a dei burocrati che non conosco e di cui non so nulla la possibilità di sapere, contro il mio volere, moltissimo di me, su tutti o quasi gli aspetti della mia vita. E questo rappresenta una limitazione enorme della mia libertà.
Ma... lasciamo perdere: solo chi ama la libertà può capire quanto negativi siano vincoli eccessivi alla stessa. Limitiamoci ad accennare alle conseguenze economiche di una presunta, ma non troppo, abolizione del contante.
Il fatto che i correntisti possano prelevare il loro denaro espone le banche, lo si è già detto, al pericolo della corsa agli sportelli, ma ne limita nel contempo il potere. Le banche non possono avventurarsi in speculazioni troppo rischiose perché una crisi scatenerebbe una corsa agli sportelli di cui nessuna banca può reggere l'impatto.
Se il contante venisse del tutto abolito questo limite e questo pericolo sparirebbero. Il “moltiplicatore dei depositi” potrebbe agire all'infinito, la moneta bancaria espandersi sino a livelli siderali. Si realizzerebbe il sogno della finanza che in quanto tale crea ricchezza. Ma si tratterebbe di vera ricchezza? NO, ovviamente. L'espansione del credito sarebbe slegata dallo sviluppo della economia reale. La presenza di una riserva dietro alla moneta creditizia costituisce un legame fra finanza ed economia reale. Eliminata questa riserva il legame si allenta fino a scomparire.
In linea di principio non ci sarebbero limiti alle politiche inflattive. L'inflazione non sarebbe più rappresentata da carrette piene di banconote ma da numeri spropositati scritti sui monitor dei computer.
Sarebbero le autorità monetarie a tenerla sotto controllo, si potrebbe dire. Alla fiducia come base del sistema si sostituirebbe la politica di questo o quel leader.
Sappiamo come vanno a finire le cose in casi simili....

Solo le economie di mercato sono in senso proprio economie monetarie.
L’economia sovietica, o quella della Cina di Mao, non erano economie monetarie. Quando una autorità centrale decide cosa, quanto e come produrre il denaro non è strumento di scambio e misura del valore, è solo un mezzo per rendere più agevole la distribuzione dei prodotti. Il pianificatore decide di produrre tot beni e decide di distribuirli in un certo modo alla popolazione; potrebbe effettuare direttamente la distribuzione ma ciò è troppo complesso, dà allora ai cittadini dei buoni merce (impropriamente in questo caso chiamati denaro) con cui questi possono ottenere ciò che il pianificatore ha deciso che deve spettare loro.
In una economia libera il mercato seleziona gli investimenti indirizzandoli verso i settori in cui essi si riveleranno più produttivi. Chi investe in beni e servizi che non incontrano i gusti dei consumatori vedrà inesorabilmente svalorizzarsi il suo capitale. Nel caso di un’economia pianificata centralmente le cose sono ben diverse. Qui lo stato è padrone di tutto e non teme le scelte dei consumatori, non può andare incontro a fallimenti o crisi. Lo stato pianificatore non ha bisogno di vendere ciò che produce e neppure ha bisogno di fare degli utili: ha già in mano tutto, nessun imprenditore concorrente lo insidia, il suo capitale non può essere svalorizzato perché il valore riguarda gli scambi e lo stato centralizzato non deve scambiare nulla con nessuno. Se lo stato decide di produrre beni che non piacciono ai consumatori a star male saranno solo loro. E’ capitato nella Russia staliniana che alcune fabbriche di scarpe producessero paia di scarpe entrambe sinistre o destre. Per un imprenditore privato questo sarebbe stata una tragedia, nella Russia staliniana la tragedia c’è stata solo per i consumatori: questi potevano scegliere solo se calzare scarpe destre nei piedi sinistri o non avere scarpe.
Dotato di un potere enorme lo stato pianificatore non è in grado di sapere quali sono le effettive preferenze dei consumatori, non esiste il meccanismo del mercato che lo indirizza in questo senso. E anche se fosse in grado di conoscere queste preferenze allo stato pianificatore ciò non interesserebbe più di tanto. Ciò che è avvenuto nella vecchia Unione sovietica, in Cina e in pressoché tutti i paesi comunisti è a questo proposito indicativo. Scelte economiche che hanno di fatto condannato a morte milioni di persone sono state prese nelle stanze del politboureau, con assoluta nonchalance. Stalin decide che tot milioni di tonnellate di grano devono essere trasferite dalle campagne alle città e questo viene fatto. E se i contadini non intendono trasferire il loro grano? Se chiedono che venga pagato loro ad un certo prezzo? Peggio per loro. L’economia centralmente e totalmente pianificata è una economia di comando, slegata da ogni considerazione sui gusti e le preferenze del pubblico. Non conosce, è vero, fallimenti, squilibri, crisi, ma questo solo perché è totalmente indifferente ai bisogni dei consumatori. Le sofferenze che una siffatta economia riserva agli esseri umani si sono dimostrate enormemente più gravi di quelle che può provocare la peggiore delle crisi capitalistiche.
Forse il denaro è davvero lo sterco del demonio. Ma, pur dando il giusto peso ai problemi spesso molto gravi cui vanno incontro le economie monetarie, possiamo dire: ben vanga un tale sterco.

giovedì 26 settembre 2019

CONTRO IL MISTICISMO ECOLOGICO


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Una nuova ideologia

Insieme al mondialismo ed alla filosofia gender il misticismo ecologico è la grande ideologia del nostro tempo.
Onnipresente su tutti i media, al centro della pubblicità, il misticismo ecologico è l'oggetto privilegiato di una campagna martellante, continua, che copre un po' tutti gli aspetti della nostra vita.
E' bene chiarire subito una cosa: il misticismo ecologico ha poco o nulla a che vedere con la preoccupazione per l'ambiente, l'amore per la natura. E' piuttosto il risultato di una ideologizzazione della natura. Nessuno è tanto lontano dalla natura vera quanto il mistico dell'ecologia. La natura del mistico è una natura umanizzata, premurosa, armonica. Tutto ciò che è “naturale” è bello e dolce, unica eccezione in questo quadretto edificante: l'uomo. Spinto dalla sua perversa volontà di potenza l'uomo distrugge la natura e così facendo distrugge se stesso.
Non occorre un grande acume logico per scoprire le incongruenze di simili concezioni. L'uomo è il prodotto di una selezione naturale durata milioni di anni, è esso stesso un ente naturale. Non ha molto senso ridurre l'uomo a mera naturalità e poi lamentarsi perché l'uomo distruggerebbe la natura. Se la integrale naturalizzazione dell'uomo ha un senso l'uomo che distrugge la natura altro non è in fondo che la natura che distrugge se stessa.

Il misticismo ecologico è, insieme, una ideologia della catastrofe e della assoluta rigenerazione dell'umanità. Da un lato, se l'umana superbia non viene sconfitta, c'è la catastrofe. La terra diventerà una landa desolata, o una distesa di acque putride e prive di vita. Dall'altro, se vinceranno gli angeli dell'ecologia si aprirà un'era di profonda felicità. Tutti saremo rigenerati, vivremo in armonia con l'ambiente e tutte le specie viventi. Il nostro stile di vita sarà radicalmente rinnovato, non saremo più tormentati da desideri insani, non cercheremo di avere cose inutili e dannose. Saremo radicalmente “altri” rispetto a ciò che ora siamo. Come si vede il misticismo ecologico non si differenzia affatto da altre ideologie. Suo fine non è tanto la soddisfazione di bisogni, desideri, aspirazioni dell'uomo empirico, di colui che vive qui ed ora nel mondo, quanto la sua integrale rigenerazione. L'uomo nuovo, l'uomo ecologico è il suo fine, come ieri era fine dei comunisti l'uomo comunista in cui si realizza la piena integrazione di io e tu, individuo e genere. O come era fine dei nazisti il dominatore ariano, la bestia bionda che si lascia alle spalle mollezze e sentimentalismi per adempire al suo destino storico di predominio razziale. Obiettivi diversi, a volte addirittura opposti, ma tutti caratterizzati dalla alterità radicale, assoluta, nei confronti del mondo dato, della natura e dell'uomo reali.
Non a caso, si tratta di obiettivi ideologici e nulla quanto l'ideologia detesta il reale.

Non è mia intenzione fare un discorso compiuto che copra tutti i molteplici aspetti del misticismo ecologico. Mi limito ad analizzare alcune idee guida di questa ideologia, le principali mistificazioni che la sostengono.

La mistificazione antropomorfica. Il pianeta è una buona persona
 

“La terra è malata”, esclama la piccola Greta, leader mondiale del misticismo ecologico. “Dobbiamo salvare il pianeta” le fa eco papa Bergoglio, altro sostenitore senza riserve della stessa ideologia. E tutti i media non fanno che ripetere costantemente simili espressioni.
Il pianeta è “malato”, “sporco”, “inquinato”, “soffre”, “subisce offese ed abusi”, “potrebbe vendicarsi”. E' un coro che unisce tutti o quasi. Il pianeta è una super persona, un essere vivente, e, ovviamente, si tratta di un essere vivente
buono. Una madre affettuosa che si prende cura di tutti i suoi figli. 


Si tratta di scemenze.
Parole come sano o malato, sporco o pulito, limpido o inquinato hanno senso solo in una prospettiva umana. Su Marte pare sia esistita un tempo una qualche forma di vita. Ora Marte, per quel che se ne sa, è un deserto privo di vita. Questo ci autorizza a dire che un tempo Marte era “sano” ed ora si è “ammalato”? Per l'uomo l'acqua limpida è bella, ma lo è altrettanto per il “pianeta”? Petrolio e carbone sono “naturali” quanto il ghiaccio. E' l'uomo a definire “sporca” o “inquinata” una distesa di neve su cui sia stato versato del petrolio. Per il pianeta si tratta in ogni caso solo di petrolio e neve. Un pianeta senza atmosfera, o con una atmosfera velenosa (velenosa per
noi umani) è “naturale” come uno in cui l'aria sia salubre (sempre per noi umani) e tersa.
La terra non è una super persona. Per “lei” non esistono il bello ed il brutto, lo sporco ed il pulito, il limpido e l'inquinato. Si tratta solo di valori e concetti
umani, come è qualcosa di profondamente umano la preoccupazione non tanto di “salvare il pianeta” quanto di conservare sullo stesso condizioni di vita buone, o almeno accettabili. Mari e monti puliti, fiumi ricchi di acque, foreste e boschi rigogliosi.

Quanto alla presunta “bontà” di quella super persona che sarebbe la terra, e più in generale della natura tutta... c'è solo da sorridere.
La malattia è naturale come la salute, e nulla è tanto naturale come la
morte. Se diamo un'occhiata all'universo siamo costretti a concludere che è la vita ad essere una piccola eccezione, che la vita senziente è molto meno diffusa di quella non senziente e che la vita intelligente costituisce una eccezione nella natura, importantissima per noi, ma praticamente priva di importanza nella totalità dell'essere.
In pagine bellissime del “
mondo come volontà e rappresentazione” Shopenhauer descrive la natura come un enorme campo di battaglia in cui la vita si afferma costantemente tramite la morte. Esagera probabilmente. La sua concezione generale dell'essere lo porta ad accentuare gli aspetti tragici dell'esistenza, di ogni esistenza, ma la sua posizione è di certo molto più realistica della indigeribile melassa pseudo ecologica di moda ai nostri giorni. Però... pretendere che i mistici dell'ecologismo radicale conoscano Shopenhauer è davvero una esagerazione.
La terra non è una super persona, meno che mai una super persona giusta e buona. E noi non siamo i medici del pianeta. Non possiamo esserlo perché il pianeta non è mai, per definizione, sano o ammalato. I medici riguardano gli umani, al massimo quegli animali di cui gli umani si prendono cura, non i pianeti.

Qualcuno potrebbe dire che le espressioni di cui stiamo parlando sono solo metaforiche. Certo, sono metaforiche, ma solo in certi casi, ed hanno comunque un forte impatto su modi di pensare assai diffusi.
L'antico mito di Gaia, il pianeta vivente, è oggi tornato di moda e, malgrado sia in totale contrasto con la fede cristiana, c'è chi guarda ad esso con benevolenza anche negli ambienti cattolici.
Negli Stati uniti esiste un movimento per l'estinzione volontaria della specie umana. Sempre negli stati uniti è stato fondato nel 1992 il “movimento per la liberazione della terra”. I suoi militanti, gli “ecoguerrieri”, hanno stilato nientemeno che una “
dichiarazione dei diritti del pianeta” in cui i “diritti” di animali, piante, monti e fiumi vengono equiparati a quelli dell'uomo.
Ma, a parte quelli che possono essere definiti estremismi minoritari, anche se diffusi, è l'equiparazione dell'uomo a “cancro del pianeta” che sta quasi diventando un luogo comune . Città e strade, navi, treni ed aerei, allevamento ed agricoltura sono messi costantemente sotto processo, perché “attentano alla salute del pianeta”. Forse molte sciocchezze che i media diffondono in continuazione sono solo metafore. Ma si tratta di metafore molto, molto dannose.
 


La mistificazione dello stato finale ed ottimale.
 

La terra non è sempre stata come è adesso. Dove oggi si innalzano le vette dolomitiche un tempo c'era il mare. Più di una volta i ghiacci polari si sono estesi fin quasi all'equatore per poi ritirarsi. I continenti erano un tempo uniti fra loro. Monti e fiumi, mari e pianure si sono formati nel corso di un lunghissimo processo caratterizzato da eventi catastrofici. Ed innumerevoli specie viventi si sono estinte nel corso di questo processo.
Su queste cose sono d'accordo anche i fanatici del misticismo ecologico, loro però ritengono che, chissà perché, il processo di modifiche naturali del pianeta si sia ormai concluso. La terra ha attraversato un lungo periodo di modifiche, a volte catastrofiche, ma questo è ormai definitivamente alle nostre spalle.
Lo stato attuale del pianeta è quello finale, definitivo. Da ora in poi qualsiasi evento catastrofico, o brutto, o anche solo fastidioso che avverrà sul pianeta terra avrà un solo responsabile: l'uomo.
Cicloni ed uragani, alluvioni e siccità, terremoti, maremoti ed eruzioni vulcaniche un tempo erano fenomeni naturali, ora sono diventati risultati della insana “volontà di potenza” che caratterizza la specie umana. Anche quando il carattere naturale di certi fenomeni, come terremoti, maremoti ed eruzioni vulcaniche, è difficilmente contestabile ad essere sotto accusa è sempre l'uomo. Quando lo tzunami del 2004 ha fatto centinaia di migliaia di vittime ci sono stati giornali che hanno minimizzato il carattere naturale di una simile catastrofe. Non si sono limitati a criticare ritardi ed inefficienze dei preavvisi e dei soccorsi, no, hanno messo in discussione l'eccesso di popolazione in zone potenzialmente pericolose. Questo sarebbe stato la causa di tante vittime. Insomma, se l'Etna eruttasse e facesse migliaia di vittime a Catania la colpa sarebbe dei... catanesi. In effetti se nessuno nascesse nessuno potrebbe morire...
Per i mistici dell'ecologia la storia del pianeta, e forse dell'intero universo, si snoda quindi in linea retta. Parte da una condizione iniziale di disordine ed approda, dopo alcuni milioni di anni, ad una situazione di ordine ed equilibrio. Si tratta di concezioni che con la scienza non hanno nulla a che vedere, ovviamente. Quali che siano le ipotesi scientifiche sul futuro dell'universo nessuno scienziato degno di questo nome osa affermare che lo stato attuale del pianeta, non parliamo poi dell'intero cosmo, sia quello di un definitivo equilibrio. Un brutto giorno il sole collasserà ed allora per la terra e tutti i pianeti del sistema solare saranno guai leggermente più seri di quelli causati dall'effetto serra... altro che “equilibrio finale”!

Ma non solo di questo si tratta. Il pianeta non si muoverebbe solo verso uno stato di equilibrio finale: questo sarebbe anche
ottimale per l'uomo. Lo ripete di continuo papa Bergoglio: il buon Dio ci ha dato una casa accogliente in cui vivere, di questa casa noi siamo ospiti, non padroni. Se rinunceremo alle nostre insensate pretese vivremo felici in un mondo dolce ed accogliente.
In quest'ottica i tentativi dell'uomo per modificare il mondo, adattarlo alle sue esigenze, altro non sono che manifestazioni di perversa volontà di potenza. A ben vedere tutta la storia umana altro non sarebbe che una insana sfida agli equilibri del creato, sfida che avrebbe raggiunto livelli parossistici a partire dalla rivoluzione industriale.
Siamo come si vede in piena ideologia. Per avere case e vestiti, mezzi di trasporto e calore, carne e pesce, frutta e verdura, medicinali ed ospedali, libri, cinema e concerti occorre modificare in qualche modo il mondo, ristrutturare radicalmente la nostra “casa accogliente”. Provino, ma provino
sul serio, gli ecologisti mistici a vivere senza questi frutti della “umana superbia” e poi vedremo cosa hanno da dire.
Particolarmente ideologica appare poi la critica alla rivoluzione industriale ed alle sue conseguenze. Il lasso di tempo in cui si è alzata la vita media degli esseri umani, si sono sconfitte malattie che facevano vittime a milioni, si è ridotta considerevolmente l'area della miseria e della fame è visto come il più tragico nella storia dell'umanità. Eppure si tratta del periodo caratterizzato, oltre che dallo sviluppo economico, dalla affermazione delle idee liberali, democratiche, socialiste. Certo, non tutto in quel periodo è oro che luccica, al contrario. Basti pensare, oltre al sorgere dei problemi ambientali o allo sfruttamento minorile, ai grandi totalitarismi del '900.Tuttavia bollarlo come il trionfo di una insana e distruttiva superbia non è solo un errore, è francamente una grossa, colossale scemenza ideologica. 


La mistificazione catastrofista 

Gli ecologisti mistici non vanno tanto per il sottile. La rivoluzionaria polacca Rosa Luxembrug lanciò a suo tempo lo slogan “socialismo o barbarie”, i teorici dell'ecologia formato Greta contrappongono il paradiso ecologico alla fine del mondo. Non ci sono mezze misure, soluzioni intermedie, compromessi possibili. O l'uomo torna a vivere in amorosa armonia col “creato”, rinunciando alle diaboliche lusinghe del consumismo capitalista, o il mondo finirà. Ed anche molto presto. La piccola Greta non concede sconti: ci mancano, al massimo, una decina d'anni, forse meno. Poi sarà catastrofe.
Di fronte a simili previsioni occorre essere seri. Non serve a molto negare a priori tutto ciò che può non piacerci. Proprio chi non considera la natura una “madre benigna” ha meno ragioni di altri per cercare di non vedere la realtà. Il mondo finirà, fra un po' di milioni di anni; non potrebbe darsi che, senza aspettare tanto tempo, l'ambiente che ci circonda si riveli incompatibile con ogni tipo di sviluppo economico? L'alternativa sarebbe in questo caso non quella fra catastrofe e dolce integrazione di uomo e ambiente, ma l'altra, molto meno rassicurante, fra catastrofe climatica e catastrofe economica. Certo, i mistici continuerebbero ad avere torto, ma la cosa non consolerebbe nessuno, credo.
Ma stanno davvero così le cose? Ciò che risulta insopportabile, nella analisi dei mistici dell'ecologismo è la maniera superficiale, mistificante, in ultima analisi piattamente propagandistica con cui affrontano simili temi.

Il clima sulla terra è sempre mutato, seguendo grosso modo un andamento ciclico. A cicli di riscaldamento millenari sono seguito cicli di raffreddamento di durata simile. All'interno di questi cicli di enorme durata ci sono cicli di durata più breve, secolare o addirittura decennale. L'ultima grande glaciazione terminò 10.000 anni fa. Da allora il pianeta è entrato in una fase di graduale riscaldamento, inframezzata però da nuovi periodi di “piccola glaciazione”. L'ultima piccola glaciazione è terminata nel quindicesimo secolo, da allora si è avuto un aumento delle temperature inframezzato però da più brevi fasi di raffreddamento e successivo riscaldamento.
Insomma, cicli di riscaldamento - raffreddamento millenari, secolari e decennali si alternano da sempre. Questo dovrebbe far pensare tutti coloro che parlano ad ogni piè sospinto di “enorme accelerazione” del processo di riscaldamento. Quando si parla di “accelerazione” cosa si confronta? Un ciclo decennale con uno secolare o addirittura millenario? Non è affatto una domanda di poco conto.
Tempo fa ho sentito un TG, quindi una fonte assolutamente insospettabile, in cui si affermava che la temperatura media del pianeta negli ultimi 5 anni è più alta di
0,9 gradi rispetto a quella di 50 anni fa. Veramente ho letto che nell'ultimo secolo la temperatura media del pianeta è cresciuta di 0,8 gradi, ma... diamo pure per buona la cifra fornita dal TG. Un aumento di 0,9 gradi in mezzo secolo può essere un problema serio ma non tragico, visto che le escursioni termiche del pianeta sfiorano i 100 gradi e che, anche nelle stesse località, ci possono essere differenze di 40 o 50 gradi fra i periodi più freddi e quelli più caldi dell'anno.
Le mie sono banalità di una persona con scarse conoscenze specifiche? Può essere, però scienziati eminenti come Antonio Zichichi e Carlo Rubbia hanno più volte espresso i loro dubbi sul riscaldamento globale. Qualcuno ha obbiettato che il loro parere conta poco visto che si tratta di fisici e non di climatologi. Come se fenomeni fisici come le tempeste solari e i movimenti dell'asse terrestre non influenzassero il clima! E come se la fisica non fosse la “regina delle scienze” che influenza in profondità tutte le altre! Del resto, fa davvero ridere vedere che la autorevolezza scientifica di voci come quelle di Zichichi e Rubbia viene messa in dubbio da chi ha eletto a suo leader una “scienziata” del peso di Greta Thunberg!

Rubbia e Zichichi del resto non sono di certo i soli a non accodarsi al coro di urla allarmate contro la catastrofe climatica incombente. In occasione del recente vertice ONU sul clima, quello caratterizzato dallo show mondiale di Greta Thunberg, 500 eminenti scienziati di tutto il mondo hanno indirizzato al segretario delle Nazioni unite un appello contro l'allarmismo climatico. In tale appello, completamente ignorato dai media, si può leggere:
Non c’è emergenza climatica (…) I modelli di divulgazione generale sul clima su cui si basa attualmente la politica internazionale sono inadeguati. È pertanto crudele nonché imprudente sostenere la perdita di trilioni di dollari sulla base dei risultati di modelli così imperfetti. Le attuali politiche climatiche indeboliscono inutilmente il sistema economico, mettendo a rischio la vita nei paesi a cui è negato l’accesso all’elettricità permanente a basso costo. Vi invitiamo a seguire una politica climatica basata su solida scienza, realismo economico e reale attenzione a coloro che sono colpiti da costose e inutili politiche di mitigazione”.
Nessuna propaganda come si vede. Parole moderate che non negano l'importanza delle politiche climatiche ma invitano tutti ad uscire dai falsi allarmismi. Quasi nessuno però le ha ascoltate, l'attenzione di tutti era rivolta alle farneticazioni di una adolescente fanatica.

Lasciamo gli scienziati al loro importante lavoro ed occupiamoci di cose più frivole.
Siamo sull'orlo del baratro ripetono tutti. Lo ripetono da oltre 30, quasi 40, anni. Ebbene sia, diamolo pure per scontato, siamo sull'orlo del baratro, la catastrofe è alle porte, anzi, non siamo neppure sull'orlo del baratro, stiamo già precipitando. Le cose stanno proprio così, la piccola Greta ha ragione e fior di scienziati torto, torto marcio.
Ma... se le cose stanno così che senso ha agitarsi, strillare, chiedere misure straordinarie, invitare la gente a non prendere auto, treni ed aerei, invocare città fredde e buie? Se siamo sull'orlo del baratro non possiamo far altro che cascarci dentro, quali che siano le misure che possiamo prendere. Perché? Semplice, perché basteranno normali fenomeni naturali come le eruzioni vulcaniche a farci precipitare nell'abisso. Neppure la piccola Greta può bloccare l'attività vulcanica ed i vulcani immettono ogni anno nell'atmosfera centinaia di milioni di Co2 e di altri gas velenosi. Anche dando per scontato che l'uomo ne immetta molti di più, è fin troppo chiaro che se siamo ormai ad un passo, anzi, ad un centimetro dal baratro nulla ci può più salvare. Insomma, se Greta Thunberg ha ragione i suoi deliri sono solo lamentazioni inutili e leggermente fastidiose. Il fatto che, malgrado si sia “sull'orlo dell'abisso” da ormai quasi 40 anni, ci sia sempre gente che strilla costituisce invece un forte indizio che simili deliri non siano del tutto fondati. 



La mistificazione estrapolazionista 


Molto spesso i mistici dell'ecologia fanno ricorso, per difendere le loro tesi catastrofiste, a ragionamenti di tipo estrapolazionistico.
Cosa è l'estrapolazionismo? Chi è estrapolazionista?
Estrapolazionista, meglio, estrapolazionista
mistico, non è, ovviamente, chi fa estrapolazioni. Tutti facciamo estrapolazioni, continuamente. L'inferenza induttiva è in fondo una forma di estrapolazione, e l'importanza dell'inferenza induttiva, sia nella scienza che nella vita di tutti i giorni, è talmente grande che è praticamente impossibile sopravalutala. E' estrapolazionista (sottintendo il mistico, ma di questo si tratta) non chi fa estrapolazioni ma chi le proietta all'infinito, o per periodi di tempo indefiniti o comunque di lunghezza del tutto sproporzionata alla natura dei fenomeni esaminati. I fenomeni oggetto di estrapolazione non sono infatti leggi naturali  che si presume debbano avere durata infinita o comunque lunghissima, no, oggetto delle estrapolazioni sono tendenze legate a comportamenti umani o comunque fenomeni naturali variabili e transitori.
Gli estrapolazionisti mistici prendono una tendenza, non una legge di natura, una semplice tendenza, la isolano dalle altre, danno per scontato che prosegua immutata per un periodo indefinito di tempo e traggono da tutto questo delle conclusioni il più delle volte sconvolgenti. L'estrapolazionista “estrapola”, appunto, il futuro dal presente partendo dal presupposto che tutto ciò che avviene nel presente continuerà ad avvenire in futuro, senza variazioni sostanziali, rallentamenti o accelerazioni né limiti temporali. E' fin troppo chiaro come, così estrapolando, si possa arrivare a conclusioni catastrofiche. Se verso manciate di sabbia nel mare per un periodo infinito di tempo il mare alla fine si trasformerà in una immensa distesa di sabbia. Il pianeta sarà anche grande ma se continuiamo a lordarlo con sostanze inquinanti si trasformerà, prima o poi, in una palla di immondizia, le risorse saranno anche abbondanti, me se continuiamo ad usarle prima o poi finiranno e così via. Non sono argomenti nuovi, si tratta più o meno della riproposizione delle tesi del vecchio Malthus che i nuovi mistici hanno riesumato, probabilmente senza neppur rendersene conto.

Fermo restando che è assolutamente doveroso usare con oculatezza le risorse disponibili e fermare l'inquinamento ben prima che il pianeta assomigli ad una palla di immondizia, si tratta però di tesi teoricamente insostenibili, per vari motivi.
In primo luogo esistono in natura dei processi ciclici che impediscono a certi elementi di esaurirsi o di crescere indefinitamente. Il ciclo dell'acqua ad esempio fa si che la quantità di H2O presente sulla terra resti la stessa nel corso dei secoli; solo un cataclisma cosmico potrebbe distruggere l'acqua sulla terra. Ci sarà questo cataclisma, quando il sole collasserà, ma per fortuna si tratta di un evento che si colloca in un futuro abbastanza remoto. Considerazioni simili possono farsi per la tanto bistrattata CO2, che è invece essenziale alla vita e che viene emessa, ma anche riassorbita dagli oceani e dalla vegetazione. E non è detto che questo processo di emissione - assorbimento sia a somma zero, che cioè una parte della CO2 di origine antropica non possa venire riassorbita naturalmente.
A parte il discorso sui cicli, che andrebbe approfondito da chi ha conoscenze scientifiche ben superiori a quelle, modeste, in possesso di chi scrive, a parte questo, è fin troppo evidente che nessun processo di inquinamento può procedere indefinitamente o anche per periodi di tempo troppo lunghi.
Anche le sostanze inquinanti sono limitate. Se verso manciate di sabbia nel mare, per quanto a lungo proceda con questa azione insensata non riuscirò mai a trasformare il mare in una distesa di sabbia perché la sabbia a mia disposizione è limitata e la sua quantità è molto inferiore a quella dell'acqua marina. Per quanta CO2 possiamo introdurre nell'atmosfera non riusciremo mai ad elevare in maniera considerevole la percentuale di CO2 presente nell'aria che respiriamo e questo per il semplice motivo che le sostanze che bruciando producono CO2 non sono affatto illimitate. Questo NON vuol dire, val la pena di ripeterlo, che si possa inquinare allegramente il pianeta, vuol solo mostrare l'inconsistenza teorica e logica dell'estrapolazionismo. L'estrapolazionista ragiona come se certe sostanze fossero illimitate ed altre invece rigorosamente limitate. Questo però è solo un errore piuttosto stupido.

Si possono fare considerazioni simili riguardo all'uso delle risorse naturali.  L'estrapolazionista sembra convinto che l'uso di certe risorse debba continuare fino al loro esaurimento, a meno che non si rinunci a certi manufatti. Si usa legno per costruire navi? Alla fine, se non la piantiamo di costruire navi il legno finirà. O legno o navi, così, in estrema sintesi, ragiona l'estrapolazionista.
Ma le cose stanno ben diversamente. L'uomo abbatte oggi molto meno alberi che in passato (e ne pianta quasi altrettanti) ma continua a costruire navi. La tecnologia ha risolto il problema che ai malthusiani appariva insolubile. Non solo, sempre grazie alla tecnologia oggi si possono costruire navi più grandi, sicure, veloci e confortevoli usando una quantità globale di materie prime molto inferiore a quella occorrente ieri. Si risparmia sul legno e molti materiali con cui sono costruite navi, auto ed aerei sono fabbricati in laboratorio (si pensi alle plastiche o alle resine in fibrovetro) con impatto ambientale nettamente inferiore che in passato.
La tecnologia anticipa, non segue, l'esaurimento di determinate materie prime. L'età della pietra è finita ben prima che le pietre si esaurissero; grazie al nucleare l'uso di combustibili fossili può essere fortemente limitato ben prima che questi si esauriscano. Se la tecnologia cambiasse solo quando una certa risorsa si esaurisce saremmo ancora all'età della pietra.


Non sono casuali, in fondo,  gli errori e le mistificazioni dell'estrapolazionismo. Dietro a questi errori e a queste mistificazioni c'è qualcosa di profondo, quella che potremmo chiamare fame di infinito.  L'estrapolazionista parla come se dovessimo durare in eterno, e con noi dovesse durare in eterno il pianeta che ci ospita. Se continuiamo a fare X per dieci, cento, mille o più anni prima o poi si arriverà inevitabilmente ad Y, afferma. E non si chiede chi ci sarà fra 10 o cento anni, e chi ci sarà fra mille, e se qualcuno ci sarà fra più di mille anni. Il “prima o poi” dell'estrapolazionista non conosce limiti, così come non conoscono limiti le sue estrapolazioni. Proietta all'infinito le tendenze in atto perché, più o meno consciamente, rifiuta il dato della nostra finitezza.
Non solo gli individui ma l'umanità intera prima o poi cesserà di esistere e cesserà di esistere il pianeta su cui viviamo, ed il sistema di cui questo fa parte. E cesseranno, di conseguenza, i processi che l'estrapolazionista fa tendere all'infinito.
Forse l'universo è infinito, ma non lo siamo noi, e non lo è quella infinitesima parte dell'universo con cui abbiamo a che fare. Tutto questo sgomenta, sgomenta tutti. Ma l'estrapolazionista non si limita allo sgomento, passa da questo al rifiuto della finitezza. E contrappone al duro, faticoso lavoro di chi cerca di costruire società finite e decenti le sue proposte per edificare il paradiso in terra.
Ma, ormai dovremmo saperlo molto bene, chi cerca di costruire il paradiso in terra riesce solo ad edificare, sempre in terra, il peggiore degli inferni.

La mistificazione epistemologica 


Lo ha detto prima di altri Karl Raimund Popper, ma ormai si tratta di un principio metodologico universalmente accettato: una teoria scientifica non può essere vera qualsiasi cosa accada.
Una teoria scientifica deve
proibire certi fenomeni, nel senso che se certi fenomeni accadono la teoria viene ad essere falsificata, o deve essere rivista, o si devono cercare le cause di un simile scostamento fra teoria ed osservazione, cause da sottoporre, ovviamente, a nuovi stringenti controlli empirici. Una teoria che trovi sempre e solo conferme non è una teoria scientifica, si tratta nel migliore dei casi di metafisica, spesso di scadente qualità, nel peggiore di ideologia se non di volgare propaganda.
Le teorie che sono vere sempre e comunque possono essere definite tautologiche, ricordano la celebre tautologia di Wittgenstein: “piove o non piove”. Se dico “piove o non piove” ho sempre ragione, qualsiasi cosa accada, ma perché ho sempre ragione? Per il semplice fatto che non ho detto nulla di determinato. La mia proposizione fa riferimento a tutti i fenomeni empirici, quindi tutti la possono confermare.
La tautologia è sempre vera, proprio per questo non ha nulla di scientifico.

Ora, parlando di riscaldamento globale, il punto è proprio questo. Non so come le varie teorie su questo fenomeno siano formulate negli ambienti scientifici seri, ma è certo che a livello mediatico e politico tutti i discorsi su questo riscaldamento, vero o presunto che sia, sono fin troppo chiaramente di tipo tautologico.
Basta ascoltare i vari TG per scoprire una casa davvero strana:
qualsiasi evento climatico “conferma” la teoria del riscaldamento globale. Piova o non piova tiri vento o non ci sia un soffio d'aria la causa è sempre il riscaldamento globale. Se un fiume è in secca la causa è il riscaldamento globale, ed è sempre il riscaldamento globale la causa del gonfiarsi e dell'uscire dagli argini di quello stesso fiume. Il riscaldamento globale causa, ovviamente, il gran caldo, ma causa, paradossalmente, anche il freddo gelido e fuori dalla norma. Chi è scettico sul riscaldamento globale ha davvero un bel darsi da fare: non riuscirà mai a trovare un fenomeno che confuti le teorie che non lo convincono.
E' possibile che una teoria spieghi fenomeni anche contrastanti fra loro. Ad esempio, a qualcuno può sembrare assai strano che il riscaldamento globale causi un gran freddo. Ma un sostenitore del riscaldamento globale può dire che il gran caldo scioglie le calotte polari, questo provoca una deviazione delle correnti marine che in certe località può provocare un gran freddo. Però è proprio qui che la teoria del “global warming”, per lo meno per come viene presentata dai media, mostra le sue caratteristiche tautologiche e non scientifiche. Questi discorsi infatti non si traducono in
previsioni controllabili che li possono confermare o confutare. I ghiacci si stanno sciogliendo davvero? sciogliendosi provocano davvero una deviazione delle correnti marine? Di quali correnti si tratta? Quale sarà il loro nuovo corso? Dove provocheranno caldo e dove freddo? Quali forme di controllo vengono proposte per controllare la validità degli asserti di partenza? In assenza di domande e previsioni di questo tipo i tentativi di attribuire al riscaldamento globale tutto ed il contrario di tutto si rivelano solo come un facile espediente per immunizzare una teoria da qualsiasi forma di controllo empirico. L'esatto contrario della scienza.

E' da molto tempo del resto che le teorie del “global warming” sfuggono ad ogni controllo empirico o non tengono conto di quanto potrebbe falsificarle. Nel 1972 venne pubblicato il libro “
i limiti dello sviluppo”, una delle prime opere dedicate al riscaldamento globale. In questa si facevano previsioni abbastanza terrificanti: entro il 2000 si sarebbero esaurite tutte le risorse petrolifere e le principali materie prime del pianeta. Sappiamo tutti come sono andate le cose. E sappiamo anche che le smentite clamorose che simili previsioni hanno dovuto subire non hanno spinto nessuno ad alcuna riconsiderazione delle proprie posizioni, queste anzi si sono fatte sempre più estremiste e catastrofiste.
E oggi? Oggi, a quanto ne sanno i comuni mortali, nessuno dei sostenitori mediatici dei mutamenti climatici (non so gli scienziati seri) fa previsioni minimamente controllabili. Si stabilisce che fra 50 o 100 anni intere città saranno sommerse dalle acque, che Piazza Duomo a Milano sarà un lago di acqua salmastra ma non si dice che ne sarà, fra uno o due anni, di Piazza De Ferrari a Genova. Il motivo di tutto questo è facilmente intuibile: fra 50 o 100 anni nessuno controllerà le previsioni (meglio sarebbe dire le profezie) di oggi, fra uno o due anni qualcuno potrebbe farlo.

Il carattere tautologico di moltissime teorie sul riscaldamento climatico risulta anche dall'evoluzione dei termini.
Inizialmente si parlava di
effetto serra, un nome che fa venir caldo solo a pronunciarlo. Se dici “effetto serra” pensi subito al caldo, ad un caldo diffuso ovunque, senza refrigerio alcuno.
Poi l'effetto serra si è trasformato in “
riscaldamento globale”. Il richiamo al caldo c'è sempre, ma è più attenuato. Si tratta di un caldo che ammette eccezioni, globalmente il pianeta si riscalda ma qua e là il freddo permane. E in qualche modo lo si può giustificare senza intaccare la teoria.
Infine il “riscaldamento globale” si è trasformato nei “
mutamenti climatici”. Il caldo scompare, resta il mutamento del clima. In questo modo però si cade in piena tautologia. Il clima muta costantemente, quindi una teoria che affermi la mutevolezza del clima è, per definizione, sempre vera. Rifacendoci a Kant possiamo dire che la proposizione: “il clima muta” è analitica, non sintetica. Dire “il clima muta” è come dire: “gli scapoli non sono sposati”. Un asserto che esplicita il significato di un termine ma non dice nulla sul mondo.
Che ci viene costantemente ripetuto da tutti i media, tutti i giorni, ad ogni ora del giorno.
 

Misticismo ecologico contro ambientalismo
 

Correttamente inteso l'ambientalismo è del tutto accettabile. Si tratta della più che legittima attenzione per l'ambiente che ci circonda, attenzione che parte da presupposti che tutto sono tranne che ideologici.
Il franco riconoscimento della limitatezza dell'uomo in primo luogo, la consapevolezza della nostra dipendenza dall'ambiente circostante e, di conseguenza, del carattere sempre ambivalente dei risultati dell'agire umano. Tutte le nostre conquiste hanno, o possono avere, anche conseguenze negative, che si tratta di valutare e, se possibile, prevenire.
Inteso in questo senso l'ambientalismo costituisce un ottimo antidoto nei confronti delle ideologie produttivistiche, dominanti sino agli anni 70 dello scorso secolo. Si tratta di ideologie che vedono nella attività produttiva qualcosa che può risolvere tutti i problemi del genere umano.
Da molti punti di vista il marxismo è una di queste ideologie. Per Marx lo sviluppo delle forze produttive, liberato dalle pastoie dei rapporti di produzione borghesi, può regalarci una sorta di paradiso in terra. La società perfetta, priva di problemi, caratterizzata da una totale, assoluta armonia.
Non ci vuole molto per rendersi conto che il misticismo ecologico costituisce l'altra faccia della medaglia rispetto a questa ideologia. Entrambe mirano alla assoluta armonia, sognano una società perfetta, in cui tutti i problemi siano risolti, nessun problema nuovo possa sorgere ed in cui regni una generalizzata, totale felicità. Per il marxismo e, più ingenerale, per le ideologie produttivistiche, questa perfezione è resa possibile dal prodigioso sviluppo delle forze produttive sociali, per il misticismo ecologico dall'abbandono della insana volontà di potenza e dal ritorno dell'uomo al posto che gli compete nell'insieme degli ecosistemi. Per onestà occorre aggiungere che il marxismo si colloca ad un livello di profondità filosofica distante anni luce dalle idiozie dell'ecologismo mistico.
Tutte le filosofie politiche non ideologiche rifiutano comunque simili utopie. Non esiste la società perfetta in cui tutti i problemi siano definitivamente risolti perché è lo stesso vivere sociale degli esseri umani che crea, di continuo, problemi nuovi. Ogni conquista positiva ha, o può avere, anche conseguenze negative. Il progresso, quando c'è, non è mai privo di rischi. L'ambientalismo mette in risalto i rischi che derivano dall'impatto delle attività umane sull'ambiente in cui viviamo. In maniera del tutto non ideologica l'ambientalismo ci ricorda che il mondo che ci circonda
non è fatto a nostra misura, che abbiamo quindi la necessità di modificarlo, se vogliamo assicurarci un livello di vita decente, o anche solo sopravvivere. Ma ci ricorda anche che, proprio per lo stesso motivo, ogni modifica dell'ambiente comporta rischi, difficoltà, crea problemi che è compito della umana ragione cercare di risolvere. L'esatto opposto di ogni ideologia, a partire da quella oggi dominante: il misticismo ecologico.

Non a caso l'ambientalismo correttamente inteso rifiuta il catastrofismo insensato proprio del misticismo ecologico. Se davvero la catastrofe fosse alle porte ogni discorso sull'ambiente sarebbe inutile. Il solo fatto che si parli di ambiente e di tutela dell'ambiente dimostra invece che non stiamo precipitando nel baratro, che i problemi che sorgono di continuo possono trovare soluzioni, parziali e non definitive, ma efficaci, che è possibile non rinunciare ai vantaggi di millenni di civilizzazione senza esser costretti a vivere in un mondo trasformato in latrina.

Per gli stessi motivi l'ambientalismo non ideologico rifiuta le “soluzioni” demenziali che i mistici dell'ecologia avanzano per “risolvere" i problemi ambientali. Azzerare in dieci anni le emissioni di CO2 è una di queste. Una “soluzione finale” che porterebbe alla barbarie ed alla morte per fame di decine, forse centinaia, di milioni di esseri umani, qualcosa che ricorda sinistramente, altre “soluzioni finali”.
E' inutile dilungarsi ancora. Il senso del discorso dovrebbe essere fin troppo chiaro: l'ambientalismo non ideologico non ha nulla a che vedere col misticismo ecologico, esattamente come l'analisi economica scientifica non ha niente a che fare con il produttivismo ideologico.
La scelta in fondo è sempre la stessa: ideologia contro scienza, tendenza all'assoluto da realizzare nel mondo contro azione faticosa per cercare di creare società imperfette ma decenti. Lasciando l'assoluto all'altro mondo, se esiste.

venerdì 2 agosto 2019

UNIVERSALISMO E NON DIFFERENZA

L'universale. E' uno degli argomenti più discussi nella storia del pensiero occidentale. Dalle idee di Platone alla forma aristotelica, dalla disputa medioevale fra realisti e nominalisti fino alle categorie kantiane si tratta di un tema ricorrente, sempre affrontato, da numerosi e mutevoli punti di vista. Trattare con un minimo, solo un minimo, di profondità di un simile percorso storico è impresa nettamente superiore alle forze di chi scrive. Mi limiterò quindi a discutere non degli universali ma dell'universalismo, cioè di una specifica dottrina socio-politica e filosofica, e lo farò in maniera molto limitata, con riferimento al dibattito politico attuale, nulla di più.

Il vero dell'universalismo. 


Da un certo punto di vista un liberale democratico non può che essere universalista.
Per universalismo possiamo intendere quella concezione secondo cui esistono alcune norme razionali, alcuni valori etici e, forse, alcuni criteri di giudizio estetico che valgono per gli esseri umani in quanto tali, indipendentemente dal loro sesso, dalla loro razza od etnia, dalla cultura o civiltà di appartenenza e dal periodo storico in cui vivono o sono vissuti.
Se non esistessero norme razionali interculturali, valide per gli esseri umani
in quanto tali, non potremmo capire nulla che vada oltre il nostro tempo e la nostra cultura. Ci sarebbe inesorabilmente preclusa la comprensione delle filosofie di Aristotele o di Confucio, espressioni di epoche storiche e civiltà lontanissime da noi nel tempo e nello spazio. Non potremmo neppure paragonare differenti civiltà e periodi storici; al limite non potremmo neppure dire che la attuale civiltà occidentale è diversa dalla civiltà cinese classica. Posso dire che il Monte bianco è più alto del Cervino solo se applico ad entrambi lo stesso strumento di misura. Posso affermare che la civiltà occidentale è diversa da quella cinese solo se per lo meno termini come “civiltà” o “diverso” hanno lo stesso significato in entrambe. Se “civiltà” significasse in occidente ciò che noi attribuiamo in maniera immediata a questo termine e significasse invece “torta alla crema” nella civiltà cinese qualsiasi paragone fra le due sarebbe impossibile compreso il semplice stabilirne la diversità.
Se non esistessero alcuni, pochi, valori etici
potenzialmente in grado di interessare gli esseri umani in quanto tali noi non potremmo, letteralmente, dare alcun giudizio etico su nulla.
Tutto ciò che gli esseri umani fanno è interno a qualche cultura. Se questo rendesse impossibile ogni giudizio etico dovremmo accettare tutto, ma proprio tutto.
Una società schiavista dovrebbe essere giudicata non “peggiore” ma solo “diversa” da una in cui lo schiavismo sia stato abolito. La lapidazione delle adultere sarebbe sullo stesso piano di una pratica di divorzio. Gli stessi crimini nazisti perderebbero il loro carattere mostruoso. In fondo il nazismo è stato, a modo suo, una cultura e, nel suo ambito, il genocidio del popolo ebraico era considerato non un crimine orrendo ma una positiva misura di igiene razziale.
Val la pena su questo punto di fare una rapida precisazione. Il fatto che noi oggi possiamo condannare usi e costumi di civiltà lontane nel tempo
non implica che siamo autorizzati a considerare “criminali” gli esseri umani che vissero in epoche storiche remote e che quelle pratiche invece le accettavano. Proprio perché in possesso di norme razionali sovra culturali possiamo capire le ragioni di questa accettazione, i motivi che potevano spingere gli esseri umani a rendersi schiavi a vicenda. Lo schiavismo è eticamente sbagliato, oggi come ai tempi di Aristotele, questo però non può spingerci a considerare “criminale” lo stagirita perché giustifica filosoficamente la schiavitù. Farlo vuol dire ignorare completamente i condizionamenti che l'ambiente socio economico e culturale pone al pensiero umano. Il discorso è, ovviamente, radicalmente diverso nel caso dei crimini di un Hitler, di uno Stalin o di un Mao, vissuti in epoche successive alla universale affermazione dei diritti dell'uomo. Loro possono, anzi, devono essere considerati criminali a tutti gli effetti, senza sconti o giustificazioni.
Infine, anche se è difficile giustificare teoricamente la cosa, sembra che esistano criteri sovraculturali di valutazione estetica. I poemi omerici sono espressione di una cultura definitivamente tramontata, eppure sono incredibilmente belli, conservano intatto il loro fascino anche a secoli, millenni di distanza. Considerazioni simili possono farsi per la poesia di Dante o le tragedie di Shakespeare.

Esistono quindi una razionalità genericamente umana, alcuni, pochi, valori etici che, almeno potenzialmente, possono interessare gli esseri umani in quanto tali ed alcuni criteri di valutazione estetica semplicemente umani. Negare cose simili vuol dire cadere in un relativismo nichilista che distrugge alla radice ogni possibilità di confronto ed intesa fra gli uomini, trasformare ogni civiltà, cultura, nazione, al limite ogni individuo, in una monade senza finestre sul mondo. Ben lungi dal rendere possibili il confronto ed il dialogo col diverso il relativismo “forte” li rende impossibili. In questo senso ben venga l'universalismo.
 


L'eliminazione del particolare.  

Non è questo però il senso di ciò che oggi molti chiamano, con una certa approssimazione, “universalismo”.
L'universalismo vero non distrugge il particolare e l'individuale, non elimina le differenze fra gli esseri umani, meno che mai li rende intercambiabili
. Correttamente inteso l'universalismo consente il relazionamento delle differenze, che è cosa completamente diversa dalla loro scomparsa.
Mai, in nessuna epoca storica, in nessuna parte del mondo qualcosa è stata fatta “
dall'uomo”. Ogni cosa, sempre, ovunque è stata fatta da quel certo uomo o da quei certi uomini. Nel concreto l'uomo non esiste, esiste quel certo uomo, con determinate caratteristiche fisiche e biologiche, nato in una certa parte del mondo, in un determinato periodo storico, dentro determinati rapporti sociali, in una certa nazione, cultura, civiltà. Si eliminino l'individuale ed il particolare e l'uomo scompare.

Il vero universale non nega, non può negare, l'individuale ed il particolare perché l'esistenza di individuale e particolare ed è il presupposto stesso della universalità. Semplicemente li trascende. Di me si può dire che sono nato in un certo posto, in una certa epoca storica, in una certa famiglia, dentro determinati rapporti sociali, collocati a loro volta in una certa nazione, cultura, civiltà. E,
in più, si può dire che sono un uomo.
Si possono fare considerazioni analoghe trattando delle realizzazioni della umana creatività. La filosofia greca è, appunto,
greca. Perderemmo molto della sua comprensione se cercassimo di trascurare questo particolare essenziale. Ma i dialoghi di Platone o la metafisica di Aristotele non sono solo qualcosa di greco. Parlano anche all'uomo di oggi. Sono greci, ma vanno oltre il loro essere greci, sono universali, universali di un universalismo correttamente inteso, quello che va oltre il particolare senza pretendere di negarlo. Nulla è più stupido, a ben vedere le cose, di una simile negazione. Visto che la filosofia di Platone parla anche all'uomo di oggi, potrebbe dire qualcuno, allora il suo appartenere alla cultura greca è solo un dettaglio privo di importanza. E' vero esattamente il contrario: il fatto che la cultura greca abbia prodotto una filosofia capace di parlare anche all'uomo di oggi dimostra la grandezza di quella cultura. Una cultura che riesce ad andare oltre se stessa non nega ma esalta la propria particolarità.

E' proprio questa invece la caratteristica dello pseudo universalismo in voga ai nostri giorni nell'occidente in crisi.
L'universale elimina il particolare. Visto che esistono norme razionali, valori etici, criteri di giudizio estetici genericamente umani, visto che la morale ci impone di considerare tutte egualmente degne di rispetto le persone, “allora” ciò che ci fa diversi è privo di qualsiasi importanza. Culture, civiltà, etnie, razze, nazioni o non esistono o diventano dettagli insignificanti.
L'Europa è in crisi demografica? Nessun problema, si fanno entrare nel nostro continente alcune decine (o centinaia) di milioni di africani e tutto si risolve. Il fatto che questi africani abbiano culture, tradizioni, sensi di appartenenza del tutto diversi dai nostri non ha rilevanza alcuna. Sono uomini no? Il resto non conta.
E non finisce qui. La smania di eliminare le differenze si estende oltre l'ambito socio-culturale. Le differenze fra i sessi non esistono. Il sesso non è una caratteristica essenziale degli esseri umani ma una scelta fra le tante. Si può decidere del proprio sesso più o meno come si decide se comprare o meno una certa merce al supermercato. Visto che maschi e femmine hanno la stessa dignità morale, “allora” (
ALLORA!!!) non esiste differenza alcuna fra l'essere maschi e l'essere femmine. Il ruolo diverso e complementare dei sessi nella riproduzione della specie è negato, diventa un “costrutto sociale”. In rete appaiono spesso foto di uomini barbuti con un bel pancione ed il volto sorridente tipico delle madri in dolce attesa. L'uomo non può partorire... e chi lo dice? Solo dei sessiti omofobi e reazionari possono sostenere una simile menzogna!
La famiglia segue la stessa sorte. La famiglia detta “tradizionale” formata da un uomo, da una donna e da un certo numero di figli è messa sullo stesso piano di qualsiasi altra forma di convivenza. Il padre e la madre sono sostituiti dai genitori uno e due, domani potrebbero aggiungersi i genitori tre, quattro, cinque. Già... perché attribuire tanta importanza al numero due? Alla
coppia? Se tutte le forme di convivenza fra esseri umani sono sullo stesso piano della famiglia perché non dovrebbero esistere famiglie composte da tre uomini e quattro donne? Qualcuno, un deputato del Movimento 5 stelle mi pare (ma guarda un po'), è addirittura arrivato a teorizzare il matrimonio fra uomini ed animali, ovviamente “consenzienti”. Ma si... perché no?
Già, gli animali. La distinzione fra uomo ed animale segue la stessa sorte delle altre. L'uomo non ha alcuno status etico particolare, è sullo stesso piano non solo di cani e gatti ma anche di lombrichi e sardine. Tutti gli esseri senzienti sono sullo stesso piano. Mangiare un pollo è un crimine orrendo come mangiare un bambino.
E c'è, ovviamente, chi si spinge addirittura oltre. Non solo tutti gli esseri
senzienti ma tutti gli esseri viventi sono da mettere sullo stesso piano. Per qualcuno l'eguaglianza deve estendersi ancora. Tutti gli enti esistenti hanno dignità etica, umani, animali, vegetali o minerali che siano. C'è una logica folle in questi deliri. Se non esiste differenza etica fra un uomo ed un topo perché dovrebbe esisterne una fra un topo ed un abete secolare? O fra un abete e la montagna su cui questo pianta le sue radici? E' superfluo ricordare che simili follie non hanno nulla a che vedere con la condivisibile, umana esigenza di salvaguardare mari, monti e fiumi, fauna e flora. Ovviamente.

Possiamo chiamare quella dominante oggi in occidente la
ideologia della non differenza.
Si tratta di una autentica perversione del vero universalismo. Tutto è uguagliato. Stati nazioni, culture civiltà, salute e malattia, sessi, uomini ed animali non esistono più. O meglio, esistono privi del loro spessore ontologico. La disabilità perde il suo carattere dolorosamente tragico, si trasforma in “diversa abilità”. I sessi esistono solo come strumenti del gioco erotico, privi di rilevanza in quel fatto enorme che è la riproduzione della specie. Le culture esistono solo quale fatto folcloristico. E' divertente incrociare, passeggiando, una donna in burka, un po' come ammirare un bel vestito in una elegante vetrina del centro cittadino. Gli animali esistono solo come oggetto di cinguettante ammirazione. In montagna ho visto un orso! Ma che bello! Gli ho dato da mangiare un panino... che emozione! Nella generale imbecillità si dimentica un piccolo, insignificante, particolare:
l'orso non è un uomo e forse non ama i panini. E' un formidabile predatore capace di staccare la testa ad un uomo con una zampata, fregandosene della generale, indistinta non differenza fra gli enti...
E, ovviamente, la ideologia della non differenza ha nella difesa delle migrazioni il suo centro nevralgico. Stati e nazioni non esistono, quindi non esistono, non devono esistere, confini e frontiere. “Ponti, non muri”. “L'Italia è di chi ne calpesta il suolo”. “Siamo tutti italiani”. “Nessuno è straniero”. Sono solo alcuni degli slogan strillati da baldi giovanotti nella varie manifestazioni “antirazziste”. Baldi giovanotti cui sfugge l'elementare verità logica secondo cui se “tutti siamo italiani” o se “nessuno è straniero” gli italiani, e con loro gli stranieri, semplicemente cessano di esistere. E non esiste l'Italia se questa è di chi ne calpesta il suolo. Una simile “Italia” non ha un territorio delimitato da frontiere, un popolo diverso dagli altri, un centro di comando e di governo, una tradizione, per dirla in una parola, una identità. Esiste anche qui una tragica, allucinante coerenza. Le differenze sono scomparse quindi non esistono gli stati e con loro le tradizioni, le nazioni. Le identità scompaiono, tutto è eguagliato, il mondo è una enorme area grigia in cui ognuno può andare dove gli pare. E, dove, proprio per questo, parlare ancora di stati con i loro confini, le loro leggi, le loro frontiere è solo un intollerabile anacronismo razzista.
 


Un nuovo totalitarismo. 

Per i suoi teorici l'eliminazione della differenza è, insieme, un fatto ed un valore.
Il mondo va inesorabilmente incontro al suo destino e questo è rappresentato dalla fine delle differenze. Stati e nazioni, culture e civiltà, sessi e differenze sessuali sono inesorabilmente destinati a sparire. Il futuro ci prospetta una felice mistura di tutto, un grande, universale cocktail. E' vano opporsi a questo processo storico ineluttabile, chi lo fa è un bieco reazionario che cerca vanamente di fermare la “ruota della storia”.
E questo fatto scientificamente rilevabile è anche, nel contempo, un valore. La fine delle differenze, il mondo della grande, universale mistura è quanto di più bello si possa augurare al genere umano. Come i loro predecessori marxisti, e come tutti i millenaristi, i filosofi della non differenza credono di essere, nel contempo, scienziati e riformatori radicali del mondo. Fino a ieri era il comunismo la tappa conclusiva della storia. Oggi, crollato il comunismo, la fine della storia cambia aspetto: si identifica col mondialismo, la filosofia gender, l'ecologismo mistico. Ma, dietro al cambiamento di bandiere l'ideologia resta sempre la stessa. La confusione fra fatti e valori, l'idea di una conclusione definitiva della storia, con la creazione di una mitica società perfetta, soprattutto l'idea di una trasformazione totale dell'uomo e della società che, grazie all'azione di illuminati riformatori radicali (o rivoluzionari) del mondo perderanno quelle che per millenni sono state le loro caratteristiche essenziali.

Naturalmente tutte le teorizzazioni dei fanatici della non differenza sono teoricamente risibili. Che si debba considerare positivamente la scomparsa di tradizioni culturali vecchie di secoli o millenni è quanto meno assai discutibile. Quanto alla “ruota della storia” che marcerebbe ineluttabilmente verso un mondo privo di nazioni, stati e frontiere, si può solo dire è che questa “ruota” molto semplicemente non esiste. Nella storia non agiscono leggi necessarie, al massimo tendenze che possono essere favorite o contrastate. E l'analisi empirica dimostra che le tendenze principali non vanno affatto nel senso di una generale unificazione del mondo. I grandi imperi sono una caratteristica dell'antichità più che della modernità. Il crollo dell'ultimo impero, quello comunista, è stato seguito dal proliferare di rivendicazioni nazionali, non da superiori livelli di mondializzazione. Gli attuali processi migratori di cui è fatta oggetto l'Europa occidentale vengono guardati con sempre crescente ostilità dalle popolazioni dei paesi interessati. E gli stessi migranti, una volta giunti a destinazione, non mirano affatto alla mistura indifferenziata coi locali. Soprattutto quelli, la gran maggioranza, di religione islamica tendono a costruire, nei paesi europei, delle isole etniche parzialmente o totalmente separate dall'ambiente circostante. Il mondialismo è tutto meno che una scienza, è una ideologia, la nuova grande ideologia che ha preso posto dei vecchi miti ideologici. E i suoi sostenitori non sono i popoli, ma, più che altro, ristrette elites economiche ed intellettuali, o pseudo tali.

Queste elites tentano con tutti i mezzi di imporre la loro visione del mondo a popoli sempre più riluttanti. In tutto l'occidente, ma soprattutto in quello Europeo, è in atto un attacco frontale alle fondamentali libertà dei cittadini ed alla democrazia e questo attacco ha un obiettivo preciso: imporre la non differenza e la mondializzazione, criminalizzare chi non le accetta.
La non differenza viene automaticamente identificata con la virtù e chi si oppone ad essa non è considerato un essere umano con idee, interessi, valori diversi. No, si tratta nel migliore dei casi di un crasso ignorante che “ragiona con la pancia”, nel peggiore di un razzista omofobo, di un fascista, addirittura di un nazista.
Ad essere nel mirino è in primo luogo la libertà di espressione del pensiero. Qualsiasi critica a certi soggetti (migranti, omosessuali, musulmani) è ipso facto qualificata come “razzismo”, “omofobia”, “islamofobia” e chi la esprime rischia addirittura conseguenze penali. Si arriva al tentativo di criminalizzare i sentimenti: l'odio deve essere punito come un crimine: per qualcuno amare è legalmente obbligatorio, evidentemente. E la cosa è tanto più risibile se si pensa che i fanatici della non differenza sprizzano, letteralmente, odio da tutti i pori. Loro però possono odiare perché gli angeli della virtù possono odiare i biechi sostenitori del vizio. Chi incita la gente a sparare a Salvini ha diritto di farlo, ma se chi ha votato Salvini dice a questi personaggi ciò che pensa di loro rischia una incriminazione per “istigazione all'odio”.
E, insieme alla libertà di espressione, è nel mirino la memoria storica dell'occidente. Personaggi come Cristoforo Colombo o Thomas Jefferson vengono presentati come criminali solo perché non pensavano né agivano come un liberal dei nostri giorni. Su Dante pende l'accusa di “islamofobia”, per non parlare di un Tasso o di un Ariosto. E su tutti i media la propaganda a favore della non differenza è continua, martellante. Non è egemone solo negli ormai inguardabili TG: si insinua nei film, negli spettacoli di varietà, nella pubblicità, ovunque; ed investe tutti gli aspetti della vita umana. Coinvolge il linguaggio, i rapporti fra i sessi, fra genitori e figli, insegnanti e studenti. Pretende di stabilire quale debba essere il comportamento corretto di ognuno di noi nei confronti del dolore e della morte.
Ad altri livelli l'attacco alla democrazia è più diretto. La non differenza mondialista trova un formidabile ostacolo nel fatto che i vari parlamenti sono eletti su base nazionale. Le massicce migrazioni di cui l'Europa occidentale è fatta oggetto stanno modificando la base sociale di molti paesi europei, ma questo non ha ancora effetti decisivi sull'esito delle competizioni elettorali, anche per lo scarso interesse di moltissimi immigrati per la competizione democratica. Per aggirare l'ostacolo costituito dai parlamenti si cerca così di trasferire dosi sempre maggiori di sovranità a vari organismi, spesso internazionali, non eletti da nessuno. Le varie commissioni ONU, la commissione Europea, la conferenza episcopale, le ONG, il WTO, il fondo monetario sottraggono giorno dopo giorno potere ai parlamenti liberamente eletti. Visto che non è possibile, al momento, una abolizione violenta della democrazia si cerca di svuotarla gradualmente di ogni potere.
La non differenza si presenta in questo modo per quello che è: una nuova forma di totalitarismo. Meno violento, più “morbido”, per ora, dei totalitarismi classici ma comunque estremamente pericoloso.
 


L'ideologia e la realtà. 

L'ideologia della non differenza non è contraddetta solo dai fatti. Questi non ci mettono molto a smentire chi teorizza la non esistenza dei sessi o delle nazioni. E' contraddetta dalle stesse azioni dei suoi teorici.
Non esistono le nazioni e le culture, il mondo è una enorme area grigia priva di confini, in cui ognuno può andare dove vuole, affermano questi signori, e si prodigano con ogni mezzo, lecito ed illecito, per riempire l'Europa di migranti. Però, lo abbiamo già osservato, questi massicci trasferimenti di popolazioni non creano affatto situazioni di generale mistura fra culture. In generale la gran maggioranza dei nuovi arrivati, specie quelli di religione musulmana, preferiscono formare nei paesi che li hanno accolti comunità separate. In Francia ed in Belgio queste si configurano sempre più come stati negli stati, zone franche in cui valori, usi e costumi, spesso addirittura le leggi dei paesi accoglienti non hanno alcun valore.
I teorici della non differenza allora abbandonano, semplicemente, l'ideale del “superamento” di etnie e culture per proporre provvedimenti che hanno come referente proprio i gruppi etnici e culturali.
Razze e nazioni, sessi, religioni e culture esistono, ma ci sono campi in cui si deve operare come se non esistessero. Se si deve decidere chi sarà il primario del reparto di cardiologia di un grande ospedale contano, devono contare, solo le competenze mediche. Per essere premiati col nobel per la letteratura devono contare solo le qualità nello scrivere, deve andare in parlamento chi ottiene il maggior numero di voti. Colore della pelle, sesso, credo religioso non devono contare in simili circostanze,
mai.
I teorici della non differenza diventano invece in questi casi attentissimi proprio alle differenze. I sessi non esistono, ma alle donne
devono essere assegnati un certo numero di posti in parlamento. Le razze non esistono, ma chi ha la pelle nera deve avere assicurato un certo numero di accessi alle università. La religione è solo un fatto privato, ma si mettono in atto provvedimenti che riguardano solo gli appartenenti ad un certo credo, e si tratta di provvedimenti che spesso contrastano con le leggi in vigore nei vari stati. In nome della non differenza si instaura il separatismo. La società si frammenta lungo linee etnico tribali, cessa di essere un insieme di liberi cittadini, diversi ma tutti con eguale dignità, per diventare un aggregato informe di collettivi non uniti da nulla, spesso fieramente nemici fra loro.

Se fossero persone serie i teorici della non differenza si renderebbero conto del carattere distruttivo di simili contraddizioni, ma persone serie non sono. Molti di loro sono dei post marxisti che, come tali, non amano troppo il principio di non contraddizione, ed hanno inoltre una formidabile capacità di mistificazione ed auto mistificazione. Per arrivare alla effettiva non differenza occorre attraversare fasi intermedie di cui la più importante è costituita dalla distruzione dei valori dell'occidente. Quando erano comunisti questi signori pensavano che si sarebbe arrivati alla società senza classi e senza stato passando per la dittatura del proletariato e la costruzione del più imponente e tirannico apparato statale di tutti i tempi. Oggi probabilmente pensano che si possa arrivare alla scomparsa di sessi, nazioni e culture passando attraverso la affermazione su scala mondiale di una cultura intollerante, che i sessi li tiene ben separati ed impone alle donne forme di oppressione mostruose. Punti di vista.
Punti di vista che svelano però cosa sta dietro la filosofia della non differenza. Il mondo unificato, armonico, arcobaleno, è solo una ridicola finzione ideologica. Non so se personaggi come Saviano od Emma Bonino ci credano davvero, la cosa del resto non ha nessuna importanza.
La filosofia della non differenza altro non è che una forma di
odio dell'occidente nei confronti di se stesso.
Non si vuole la fine delle culture ma della cultura
occidentale. Il superamento dei sessi altro non è che il superamento del legame fra eterosessualità e riproduzione. La fine degli stati e delle nazioni altro non è che la fine di certi stati e certe nazioni, quelle dell'occidente, ovviamente. Le migrazioni che si sostengono a spada tratta sono, tutte, migrazioni verso l'occidente. Le società multiculturali di cui si teorizza la ineluttabile affermazione riguardano Francia o Italia, Stati Uniti o Gran Bretagna, non l'Iran o la Nigeria. L'indistinta, illimitata tolleranza è, sempre qualcosa di cui siamo noi occidentali a doverci fare carico. Gli altri sono liberi di praticare la più assoluta intolleranza. “E' la loro cultura” cinguettano i filosofi della non differenza. Quando si recano in medio oriente donne italiane come Emma Bonino e Federica Mogherini si velano. Non chiedono di poter girare a capo scoperto in nome della tolleranza. Siamo noi a dover tollerare le donne col velo integrale.

Nessuno sostiene, ovviamente, che le varie culture siano qualcosa di immodificabile, prive di contatti fra loro. Nazioni, culture e civiltà si modificano, così come si modificano gli usi ed i costumi sessuali o i rapporti fra uomo e natura.
Ma una cosa è il modificarsi delle culture in conseguenza di scambi commerciali, processi normali e regolati di immigrazione ed emigrazione, scambi culturali, viaggi, turismo, matrimoni misti. Cosa completamente diversa è subire una immigrazione incontrollata che ci impone convivenze forzate con chi non ha, nella gran maggioranza dei casi, desiderio alcuno di rapportarsi positivamente con noi. Questo non è modifica della nostra civiltà, è la sua distruzione.
Non è il caso di dilungarsi ancora. La ideologia della non differenza favorisce lo spostamento in occidente di popolazioni che vengono da culture lontanissime dalla nostra. Sono portatrici di valori, idee ed interessi incompatibili con quelli che stanno alla base del nostro vivere civile. Per questo tale ideologia contribuisce potentemente alla crisi irreversibile della nostra civiltà. Sconfiggerla, ed in tempi brevi, è assolutamente necessario. Per la nostra sopravvivenza.

mercoledì 26 giugno 2019

CONVENZIONI INTERNAZIONALI

E' una delle palle più spesso ripetute dai media e dagli “esperti”.
Al vertice della piramide legislativa ci sarebbero gli accordi e le convenzioni internazionali. Poi verrebbero le costituzioni degli stati sovrani, le leggi costituzionali, le leggi ordinarie, i regolamenti eccetera.
Tutti gli stati sarebbero insomma a “sovranità limitata” perché qualsiasi legge contraria ad accordi e convenzioni internazionali non sarebbe vincolante per i loro cittadini. Una situazione che ricorda tempi lontani, quando la scomunica papale scioglieva i sudditi dall'obbligo di obbedienza al loro signore. Non solo, a decidere sulla conformità o meno delle legge nazionali con i trattati e le convenzioni internazionali dovrebbe essere la magistratura dei vari paesi. Lo si è visto nel caso “Salvini - Diciotti”, quando molti sostenitori dei magistrati che volevano accusare il ministro dell'interno di “sequestro di persona” rincaravano la dose ed affermavano che lo stesso ministro andava accusato di violazione degli accordi e delle convenzioni internazionali.
Tuttavia basta ragionare un attimo per capire l'implausibilità di simili posizioni. Tra l'altro, se queste avessero un minimo di fondamento tutti, ma proprio tutti, i presidenti del consiglio, i ministri dell'economia, delle finanze di tutti i governi degli ultimi decenni dovrebbero essere sotto processo. Perché nessuno, ma proprio nessuno, ha osservato i famosi parametri derivanti dalla adesione dell'Italia alla UE. Non solo, qualche magistrato americano dovrebbe mettere sotto processo il presidente Trump, visto che questi non intende osservare il trattato sul nucleare iraniano firmato dal suo predecessore.
In realtà trattati e convenzioni internazionali diventano vincolanti solo e quando le leggi ordinarie dei vari stati le recepiscono e le trasformano in leggi nazionali. Sono queste, non i trattati e le convenzioni in quanto tali d essere vincolanti. E val la pena di aggiungere che i vari stati recepiscono ognuno a modo suo le convenzioni internazionali. Moltissimi stati ad esempio accettano la dichiarazione ONU sui diritti dell'uomo, ma ciò non impedisce a questi stati di avere legislazioni penali profondamente diverse. Ci sono stati che accettano la dichiarazione ONU e mantengono nel loro ordinamento giuridico la pena di morte, altri che non prevedono neppure l'ergastolo. Se davvero trattati e convenzioni fossero al vertice della legislazione di vari stati una simile difformità non sarebbe neppure concepibile. Al vertice dell'ordinamento giuridico italiano sta la Costituzione della repubblica italiana, non gli accordi e le convenzioni internazionali. Questi sono vincolanti se, nella misura e nel modo in cui vengono fatti propri dal legislatore italiano. Soprattutto sono vincolanti fino a che l'Italia, o qualsiasi altro stato, decidono di aderire a trattati, accordi e convenzioni.
Questo è il punto davvero decisivo, su cui volutamente sorvolano i propagandisti della priorità delle convenzioni internazionali.
Per comprenderlo fino in fondo facciamo un piccolo esperimento mentale. In Italia la legislazione ordinaria considera reato l'omicidio e prevede pene detentive gravi per chi commette tale reato. Poniamo che un bel giorno Tizio faccia questo discorso: “fra me ed il governo italiano esiste una convenzione in base alla quale entrambi consideriamo reato l'omicidio. Ho cambiato idea. Ho deciso di non considerare più l'omicidio un reato, quindi mi dichiaro sciolto dall'obbligo di non uccidere. La mia famiglia ed i miei amici sono d'accordo con me, quindo da oggi io, la mia famiglia ed i miei amici ci riteniamo autorizzati a far fuori chi ci pare”.
Avrebbe un minimo di senso un simile discorso? NO, ovviamente. Le leggi dei vari stati non sono in alcun modo equiparabili ad accordi di diritto privato da cui una delle parti può recedere. Si tratta di imposizioni di una volontà originaria e sovrana nei confronti dei cittadini. Il fatto che questa volontà decida democraticamente non trasforma in alcun modo le sue delibere in accordi fra privati. Concluso l'iter democratico che porta alla sua approvazione una legge è valida per tutti e nessuno può chiamarsene fuori. Al massimo chi non è d'accordo può operare perché una nuova maggioranza parlamentare sostituisca la legge a lui sgradita con un'altra.

Nel campo degli accordi e delle convenzioni internazionali la situazione è esattamente opposta. Qui qualsiasi stato può quando vuole tirarsi fuori dall'accordo e questo per lui cessa di essere valido nel momento stesso della recessione. La Gran Bretagna aderiva alla UE. Il popolo (si, il popolo, piaccia o non piaccia questa parola) britannico ha deciso che vuole che il suo paese esca dalla UE e la Gran Bretagna sta uscendo dalla amatissima Unione Europea. Lo può fare in maniera soft, contrattando le modalità dell'abbandono o, se la cosa fallisce, può andarsene sbattendo la porta. Quale che sia il giudizio sulla sua decisione nessuno può dire che non sia in suo diritto prenderla. Nessuno oppone alla decisione britannica un presunto obbligo di obbedire ad un trattato che sarebbe al vertice della piramide legislativa.
Trattati, accordi e convenzioni obbligano gli stati uno nei confronti dell'altro, non li sottopongono ad una potestà d'imperio originale e sovrana da cui sia loro impossibile sottrarsi, ricordano più gli accordi fra privati che le leggi vincolanti per tutti. Proprio per questo motivo non sono al vertice della piramide legislativa, non vengono prima delle costituzioni, delle leggi costituzionali e delle stesse leggi ordinarie.
Dietro ad accordi e convenzioni non c'è una potestà d'imperio originale e sovrana, c'è solo la volontà dei vari stati di osservarle e c'è la autorità di varie organizzazioni internazionali, ONU in testa. Ma queste funzionano se e fino a quando gli stati le fanno funzionare. L'ONU non è un super stato che metta in secondo piano USA, Russia o Cina. Al contrario, l'ONU funziona se e fino a quando USA, Russia e Cina, e tanti altri, decidono di farla funzionare.
Accordi e convenzioni internazionali sarebbero davvero delle super leggi se esistesse un super stato mondiale, ma in questo caso non si tratterebbe, a rigore, di accordi o convenzioni ma solo di leggi, le leggi del super stato mondiale.
Non è però un caso che questo super stato, che tanti vagheggiano, non esista. Un simile super stato non può esistere oggi e non esisterà nel futuro prevedibile per molte ragioni, di cui però una è assolutamente fondamentale.
Uno stato mondiale è privo delle basi di consenso minime senza le quali nessuno stato può esistere.
Qualsiasi stato per esistere deve disporre di una base di consenso. Anche la più sanguinosa delle tirannidi non può fare a meno di un certo consenso popolare. Nessun tiranno può agire ed operare nel vuoto: quanto meno le forze della repressione devono appoggiarlo. E l'esigenza di consenso è molto maggiore per gli stati democratici, ovviamente. Non solo, per questi stati tale consenso deve avere anche precise caratteristiche qualitative. In una democrazia liberale nessun parlamento può approvare leggi che privino i partiti rimasti in minoranza alle elezioni del diritto di criticare il governo, o mettano in pericolo i diritti fondamentali delle persone.
E il consenso  non si basa a sua volta sul nulla. Dietro al consenso ci sono quanto meno alcuni valori condivisi, legami con tradizioni, storia, linguaggi, religioni, modi di vedere il mondo, interessi. Nulla di tutto questo è, oggi e nel futuro prevedibile, pensabile come fondamento di un super stato mondiale e neppure di super stati di dimensioni nettamente più modeste. Che cristiani, islamici e buddisti, laici e sostenitori della teocrazia, democratici liberali e fanatici del totalitarismo, possano, tutti insieme, fornire una qualsiasi base di consenso ad un super stato è semplicemente impensabile. Che interi popoli rinuncino al legane con le loro tradizioni e la loro storia per mettersi sotto la potestà di un mega organismo burocratico sovranazionale lo è ancora meno.

Alcuni organismi internazionali, a partire dall'ONU, hanno svolto in passato una funzione utile al mantenimento della pace, ma mai, in nessun caso, si sono trasformati in qualcosa di anche vagamente simile ad un super stato. Non solo, ai giorni nostri la stessa utilità di questi organismi è quasi interamente venuta meno. L'ONU non solo si dimostra sempre meno capace di garantire la pace, ma si caratterizza oggi per atteggiamenti di totale acquiescenza nei confronti di regimi che possono a giusta ragione esser definiti indecenti.
La assemblea generale dell'ONU è controllata da stati islamici o amici degli stessi e così molte delle commissioni ONU. Siamo così costretti ad assistere allo spettacolo di una organizzazione “garante del diritto internazionale” che sforna quasi tutti i giorni risoluzioni di condanna nei confronti di Israele ma non dice una parola sul terrorismo islamico che lo tormenta. Condanna la politica del governo italiano nei confronti dei migranti, ma non proferisce verbo sulle adultere lapidate, gli apostati decapitati, i gay impiccati in tante parti del mondo islamico. La assemblea generale dell'ONU ricorda il paradosso della democrazia: è possibile che una maggioranza voti leggi liberticide e profondamente antidemocratiche. Le democrazie liberali cercano di immunizzarsi da tale paradosso col sapiente dosaggio di principio di maggioranza e presenza di organismi di garanzia istituzionale. Nulla di tutto questo è in qualche modo presente all'assemblea generale dell'ONU. Questa vota allegramente risoluzioni che fanno a pugni con qualsiasi principio democratico e liberale. E non a caso. Moltissimi stati che fanno parte di tale consesso molto semplicemente disprezzano la democrazia liberale. Motivo in più per respingere qualsiasi pretesa ONU a diventare anche solo qualcosa di simile ad un super stato.

Non esistono oggi dei veri super stati e le organizzazioni che cercano di diventare tali sono strutture burocratiche prive di qualsiasi base di consenso reale. Nessun tedesco, nessun cileno, nessun cinese considera l'ONU il suo stato, nessun francese, nessun italiano, nessun polacco considera davvero la UE come il suo stato. Nessun europeo vorrebbe che i decreti della onnipotente commissione europea sostituissero le leggi emanate dai parlamenti democraticamente eletti dai popoli d'Europa. Non a caso gli amici dei super stati mostrano un crescente disprezzo nei confronti della volontà popolare, contrappongono ai parlamenti l'onnipotenza di burocrati non eletti né controllati da nessuno.
La pretesa che trattati e convenzioni internazionali siano al vertice della piramide legislativa altro non è, in definitiva, che una aspetto della più generale pretesa di sostituire gli organi di governo democratico - liberali con il super potere di organizzazioni burocratiche prive di ogni base di consenso.
Ottimo motivo per rifiutare una simile pretesa.