secondo giovanni
Detesto il fanatismo,la faziosità e le mode pseudo culturali. Amo la ragionevolezza, il buon senso e la vera profondità di pensiero.
sabato 3 gennaio 2026
MADURO
lunedì 24 novembre 2025
sesso e consenso
Chiunque compie o fa compiere o subire atti sessuali ad un’altra
persona senza il consenso libero e attuale di quest’ultima è
punito con la reclusione da sei a dodici anni.
Questo
dico il primo comma dell’articolo 609 del codice penale dopo la
riforma approvata all’unanimità dalla camera.
A livello di
valutazione di principio non c’è nulla da eccepire: è evidente,
addirittura banale, che l’atto sessuale deve basarsi sul consenso
libero e attuale delle parti. Il problema vero relativo alla nuova
formulazione della legge riguarda non lo stupro, reato odioso da
punire con la massima severità, ma il modo in cui questo può
essere provato. Se c’è violenza, o ci sono minacce, o se un
brutto abusa di una donna in stato di incoscienza perché sotto
l’effetto di sostanze stupefacenti è evidente che il consenso
manca e l’atto sessuale può ragionevolmente essere definito
stupro, con tutte le conseguenze del caso. Ma… in altri casi? In
che modo il mancato consenso può essere provato? Questo è il punto, importantissimo.
Proviamo a immaginare una
situazione. Tizio e Tizia entrano in un albergo. Affittano una
stanza, cenano insieme, poi si ritirano nel loro alloggio. La
mattina dopo fanno colazione, sono puliti, ordinati e sorridenti, si
scambiano dolci parole. Pagano il conto e si allontano mano nella
mano. Una settimana dopo Tizia denuncia Tizio affermando di non aver
dato il consenso all’atto sessuale consumato durante la notte.
Nulla nel comportamento della coppia può far pensare a uno stupro,
con tutta evidenza non c’è stata violenza alcuna, né minacce, non
sono state consumate bevande alcooliche, Tizia non era drogata.
Eppure, stando alla formulazione della legge tutto questo non conta,
l’unica cosa che conta è il consenso che Tizia avrebbe negato. E’
possibile provare questo mancato consenso? Con tutta evidenza no,
eppure la dichiarazione di Tizia può bastare per fare incriminare,
forse addirittura condannare Tizio. Emerge qui un aspetto
particolarmente pericoloso della nuova formulazione della legge:
l’inversione dell’onere della prova. In tutti i paesi civili
esiste la presunzione di innocenza: è l’accusa a dover provare la
colpevolezza del sospettato, non lui la sua innocenza. La presunzione
di innocenza è alla base della civiltà giuridica, è prevista
dall’articolo 27 della costituzione e dall’articolo 48 della
carta europea dei diritti.
La nuova formulazione della legge
rischia di entrare in rotta di collisione con questo fondamentale
principio: basta che Tizia affermi di non aver dato il consenso
perché Tizio possa vedersi costretto a cercare le prove della sua
innocenza. E’ un aspetto molto grave della nuova formulazione,
stupisce che in molti sembrano non rendersene conto.
Qualcuno
potrebbe dire che la nuova formulazione della legge consente di
perseguire i casi di violenza psicologica. Questo in effetti è un
buon argomento a favore della legge: la violenza psicologica a volte
può essere altrettanto grave di quella fisica, ma anche in questo
caso sorge una difficoltà, molto grave.
La legge penale
sancisce, o dovrebbe sancire, i comportamenti chiaramente definibili,
identificabili, capaci di essere verificati con testimonianze, prove
materiali, documenti. La stessa violenza psicologica, per essere
oggetto di sanzione penale dovrebbe tradursi in atti controllabili
intersoggettivamente, in caso contrario tutto resta nel vago e può
avere conseguenze aberranti. Se Tizio afferma che io voglio ucciderlo
perché lo odio ma non è in grado di produrre alcuna prova materiale
o testimonianza che confermi il mio odio e la mia intenzione omicida,
posso essere non dico condannato ma anche solo seriamente indagato?
Direi proprio di no. La nuova formulazione della legge sullo stupro
lascia invece tutto nel vago. E’ estremamente vago lo stesso
concetto di “consenso”. Cosa vuol dire in concreto dare il
consenso all’atto amoroso? Il consenso all’atto amoroso è nella
quasi totalità dei casi implicito, non esplicito, la legge però non
dice nulla a questo riguardo. Tizio e Tizia passeggiano al chiaro di
luna, a un tratto si fermano e si baciano. Esiste in questo caso il
consenso? A parere di ogni persona normale si, ma se si segue alla
lettera il testo della legge sembra che il consenso non ci sia.
Qualcuno ha mai chiesto al o alla partner il permesso di baciare? E
se dal bacio si passa a qualcosa di piu’ piacevole, occorre a ogni
passo avanti chiedere il consenso? “Posso toccarti il seno,
accarezzarti una gamba... Non vado oltre. Nessuno credo si è mai
comportato in questo modo. La legge sembra pretenderlo, sia dai
maschi che dalle femmine.
Più in generale mi sembra che
dietro alla legge ci sia una concezione “filosofica”, per usare
una parola grossa, assolutamente non condivisibile. Si tratta della
pretesa, oggi abbastanza diffusa, di formalizzare ogni rapporto
umano, di sottoporre tutto alla legge togliendo sempre più spazio ai
comportamenti spontanei, non formalizzati.
Nessuno di noi
chiede consensi e permessi per fare una serie enorme di atti, né si
comporta in un certo modo perché questo gli viene imposto dalla
legge. Non chiedo a Tizio che incontro per strada il permesso di
salutarlo, non so quale sia né cosa dica con precisione l’articolo
del codice che punisce il furto, posso addirittura ignorare che un
articolo simile esista, ma quando vado in un super mercato NON rubo,
so che non devo farlo e mi vergognerei da morire se qualcuno mi
scoprisse a rubare anche solo una mela. Non occorre chiedere a una
ragazza, o a un ragazzo, il permesso di fare l’amore, questo è
implicito nella situazione che si sta vivendo. Esiste una differenza
abissale fra un atto sessuale che si compie insieme, volontariamente,
senza chiedere consenso alcuno, e uno imposto con la forza o anche
solo con minacce o ricatti. Pretendere che tutto sia esplicito,
formalizzato vuol dire distruggere l’umana spontaneità,
trasformare gli esseri umani in ridicole caricature di loro
stessi.
Mi permetto di concludere con una considerazione
polemica. Alcuni di coloro che con più determinazione sostengono la
nuova formulazione della legge sono gli stessi, e le stesse, che
hanno spalancato le porte del paese all’immigrazione clandestina,
quella che ha fatto entrare illegalmente in Italia moltissime persone
che considerano più o meno una prostituta degna di essere stuprata
qualsiasi donna che indossi una minigonna o un vestito anche solo
vagamente sexy. Sembra incredibile ma ci sono esponenti della nostra
classe politica che considerano il burka compatibile con la richiesta
di espliciti consensi per ogni sorta di atto amoroso. Miracoli della
sottocultura woke.
lunedì 9 gennaio 2023
LA FOLLIA DELLA "DISCRIMINAZIONE POSITIVA"
E’ una delle tante follie dell’occidente in crisi, e di certo non
la meno grave.
Si chiama “azione positiva” e si presenta
come tentativo di “riparare” le ingiustizie di cui l’occidente
si è reso responsabile nel corso della sua storia. I gruppi etnici,
razziali, sessuali o di altro tipo che in passato hanno dovuto
subire o ancora subiscono ingiustizie e discriminazioni andrebbero
compensati con discriminazioni positive a loro favore. Un certo
numero di posti nelle università, nelle istituzioni, nelle
assunzioni andrebbe riservato ai membri di tali gruppi,
indipendentemente da ogni valutazione su professionalità e merito.
In questo modo non solo si consentirebbe di rimediare, in ritardo, a
vecchie ingiustizie, ma si ristabilirebbe, oggi, una certa
uguaglianza fra i membri della società.
Ma la filosofia dei
teorici dell’azione, meglio, della discriminazione positiva va
oltre. Alle richieste di “azioni positive” si affiancano
richieste di risarcimenti che andrebbero riconosciuti ai lontani
discendenti di chi decenni o secoli fa ha dovuto subire ingiuste
discriminazioni. Si assiste oggi alla continua richiesta di “scuse”
avanzate da rappresentanti di popoli e gruppi etnici che in passato
hanno dovuto subire l’egemonia occidentale. E, va da se,
l’occidente in crisi risponde spesso in maniera affermativa a tali
richieste, Per farla breve: scuse, risarcimenti e, soprattutto,
discriminazioni positive messe in atto oggi dovrebbero compensare discriminazioni
ingiuste di decenni o secoli fa. Solo così l’equilibrio potrebbe
essere ricostituito. Ha un senso, un senso positivo, una simile
politica? La risposta è NO.
Dovrebbe essere intuitivo,
addirittura scontato, che, se ci sono state, o, peggio, ci sono
ingiuste discriminazioni ai danni di singoli e gruppi la via maestra
per uscirne è una sola: cercare di costruire società il più giuste
ed il meno discriminatorie possibile. Non si tratta di punire i
lontani discendenti dei mercanti di schiavi, ma di porre a base della
società il rispetto per la dignità che spetta incondizionatamente
ad ogni essere umano. Un simile approccio al problema appare però
troppo “semplice” ai sostenitori della “discriminazione
positiva”. Val la pena quindi di sottoporre a critica il più
possibile esaustiva la loro dottrina.
Anche limitando
l’analisi al solo loro aspetto utilitaristico le varie teorie della
“discriminazione positiva” appaiono insostenibili. E’ intuitivo
che simili teorie sono quanto di più lontano si possa immaginare dal
concetto di merito. I posti di responsabilità andrebbero assegnati
non in base alle competenze che i singoli dimostrano di avere, ma al
loro sesso, al colore della loro pelle o ad altre loro
caratteristiche accidentali. Se devo farmi operare al cuore in base a
quale criterio scelgo il chirurgo? Mi interessa la sua
professionalità o il suo sesso, o il colore della sua pelle? Mi
sento sicuro se volo su un aereo il cui pilota è stato scelto non
perché ha superato brillantemente difficili esami ma perché ha
determinati gusti sessuali? Basta fare queste domande per avere la
risposta. Anche prescindendo da ogni considerazione sulla palese
ingiustizia che deve subire chi in un pubblico concorso si vede
superato da persone che hanno meno metriti di lui ma che appartengono
a categorie protette, anche prescindendo da questo e limitando
l’analisi a puri concetti utilitaristici, appare del tutto evidente
che se applicate con un minimo di coerenza ed ampiezza le teorie
della discriminazione positiva contribuiscono a creare qualcosa di
inaccettabile: società in cui il merito è negletto, con conseguente
abbassamento del tenore di vita e della sicurezza di tutti,
indipendentemente da sesso, colore della pelle o credo religioso.
Quello utilitaristico è però solo uno degli aspetti
negativi della “discriminazione positiva”.
Questa teoria si
caratterizza per la costante ricerca di “risarcimenti” che
spetterebbero ai membri di determinasti gruppi per le discriminazioni
ed ingiustizie, spesso assai lontane nel tempo, che questi hanno
dovuto subire. Però anche ad un esame superficiale emerge
chiaramente una cosa: coloro che dovrebbero risarcire appartengono
tutti ad una determinata civiltà o sesso, o credo religioso, i
risarciti invece appartengono ad altre civiltà, sesso, credo
religiosi. Chi deve risarcire è di norma maschio, bianco,
occidentale, eterosessuale, cristiano. I risarciti sono non
occidentali, non bianchi, non cristiani, femmine od omosessuali. Ma,
ha un minimo di senso una simile ripartizione? I colonialisti
occidentali hanno ridotto a protettorati molti stati islamici, è
vero, ma in precedenza l’Islam aveva conquistato mezza Europa. Se
l’occidente deve “risarcire” l’Islam questo deve a sua volta
“risarcire” l’occidente. E che dire delle donne o degli
omosessuali che di certo non se la passano troppo bene in paesi come
l’Iran? Sono alleati di chi impone loro il velo, li tortura o li
impicca contro il maschio bianco occidentale ed eterosessuale?
La
logica “risarcitoria”, se non vuole essere una mera forma di odio
dell’occidente nei confronti di se stesso, dovrebbe riguardare
tutti: gli imperialisti occidentali come quelli orientali o medio
orientali, i maschi come le femmine, gli omo come gli eterosessuali.
E non dovrebbe essere limitata nel tempo. Se ha senso chiedere
“discriminazioni positive” per riparare ingiustizie di un paio di
secoli fa dovrebbe aver senso chiederne per riparare altre
ingiustizie, probabilmente più gravi, di un paio di millenni fa. I
discendenti degli antichi Galli e Britanni, conquistati armi alla
mano dalle legioni romane, dovrebbero chiedere “discriminazioni
positive” ai danni degli italiani, questi le dovrebbero chiedere ai
tedeschi per le invasioni del Barbarossa, i polacchi dovrebbero
chiederle ai russi, questi ai mongoli; gli ebrei dovrebbero chiedere
risarcimenti a mezzo mondo però anche loro, millenni fa, qualche
ingiustizia nei confronti di altri popoli la hanno commessa. Tutti
nella storia hanno commesso o subito ingiustizie, non esistono
singoli o gruppi senza peccato. La logica della “discriminazione
positiva”, se applicata in maniera non faziosa, aprirebbe la via ad
un rimando infinito di “discriminazioni positive” e richieste di
scuse e risarcimenti.
E questo rimando all’infinito non
riguarda solo il passato, si proietta nel futuro. Per “riparare”
ad ingiustizie di 20 o 200 anni fa bisognerebbe discriminare i
discendenti di coloro che hanno commesso in passato tali ingiustizie,
solo così si potrebbe creare una situazione giusta, si dice. Però
in questo modo non si fa altro che aggiungere ingiustizia ad
ingiustizia: nulla è infatti tanto palesemente ingiusto quanto far
pagare a figli, nipoti e pronipoti le colpe dei padri, nonni e
bisnonni. Né l’ingiustizia di oggi serve a ricostituire una
situazione più giusta od equa. Il danno che deve subire chi è
vittima oggi della “discriminazione positiva” è infatti molto
maggiore delle conseguenze negative che sempre oggi devono subire i
discendenti di coloro che hanno subito ingiustizie due o tre secoli
fa. Seguendo la logica dei teorici della “discriminazione
positiva” queste nuove ingiustizie andrebbero riparate con nuove
“discriminazioni positive” e così via, di nuovo all’infinito.
La ricerca di sempre nuove ingiustizie passate cui occorre metter
riparo si combina in questo modo col continuo ricrearsi nel futuro di
situazioni ingiuste cui occorre metter riparo. Una follia.
C’è
però anche un altro aspetto di queste tematiche che occorre
approfondire.
Certi usi e costumi, certe istituzioni dei nostro
antenati ci appaiono oggi ripugnanti. E sono davvero tali. Lo
schiavismo era moralmente orripilante ai tempi dell’antica Roma
come lo è oggi. E’ del tutto inaccettabile il relativismo di chi
ritiene che lo schiavismo fosse “giusto” un tempo o che
l’oppressione della donna sia “giusta “ oggi in certe
situazioni socio culturali mentre l’uno e l’altra sarebbero state
ingiuste in altri tempi e lo sono in altre situazioni culturali. Da
questo però non segue che chi visse in tempi in cui certe pratiche
erano ritenute “normali” sia assimilabile ad un criminale; in
realtà si trattava solo di persone che condividevano usi, costumi e
norme etiche dei loro tempi e delle loro civiltà. Il fatto che si
trattasse di usi, costumi e norme inaccettabili non trasforma in
mostri chi le seguiva, meno che mai trasforma i loro discendenti in
mostri o criminali da punire. E’ proprio questa invece la logica
profonda, anche se non sempre chiaramente espressa, di chi teorizza
la “discriminazione positiva”. L’occidentale bianco,
discretamente benestante, di oggi sarebbe in qualche modo
responsabile del comportamento di persone vissute spesso molto tempo
fa e che si comportavano conformemente a quelli che erano gli usi ed
i costumi del loro tempo. L’economista austriaco Von Mises,
parlando dell’origine della proprietà privata ammette senza
esitazioni che l’acquisizione delle prime proprietà è stata in
molti casi violenta ed illegale. La cosa non deve stupire, aggiunge,
perché tale acquisizione è stata in moltissimi casi anteriore allo
stabilirsi della legge. Pretendere di riparare a tali violenze
originarie è quanto mai stupido non solo per l’impossibilità
empirica di tale riparazione, ma anche perché non si può pretendere
una legalità anteriore alla legge. Oggi i teorici della
“discriminazione positiva” sembrano voler incolpare chi discende
da persone che ai loro tempi agivano in maniera conforme ad usi,
costumi e norme condivise. Io sarei da discriminare perché il mio
tris nonno non si comportava come una persona che vive nel
ventunesimo secolo. Si tratta di qualcosa ancora peggiore della
pretesa illiberale di incolpare i figli per le colpe dei padri. Di
nuovo, una follia.
Finora abbiamo dato per scontato che i
discendenti di coloro che hanno subito ingiuste discriminazioni siano
oggi danneggiati per ciò che è successo ai loro avi, ma stanno
davvero, sempre e comunque, così le cose? Per i teorici della
“discriminazione positiva” non ci sono dubbi in proposito, la
loro risposta è sempre SI. Ma sbagliano. Il loro errore deriva da
una sorta di illusione ottica: esaminano la situazione, ad esempio,
dei neri americani, vedono che spesso, anche se ormai molto meno che
in passato, questa è peggiore di quella di molti bianchi e
concludono che la causa di una tale situazione deriva dalle orribili
ingiustizie che i neri hanno dovuto subire quando altro non erano che
schiavi. Ma un simile modo di affrontare il problema è sbagliato per
il semplice motivo che i discendenti di coloro che furono schiavi
usufruiscono anch’essi, sia pure in misura minore e grazie anche
alle loro lotte, dei benefici della società che rese schiavi i loro
avi. Chi venne ridotto in schiavitù ha subito una orribile
ingiustizia, un nero campione di basket che guadagna milioni di
dollari all’anno, o un musicista jazz che guadagna altrettanto, o
un nero che diventa presidente degli Stati Uniti godono anch’essi
di quanto ha saputo edificare di positivo una società che pure si è
macchiata del crimine dello schiavismo. La storia è davvero
complessa, una volta tanto val la pena di usare questa parola. Nella
storia ci sono crimini ed ingiustizie ma anche miglioramenti
economici, conquiste democratiche, affermazioni della libertà.
L’antichità ci lascia grandi conquiste culturali, anche se è
stata caratterizzata dallo schiavismo, e di tali conquiste oggi
godono tutti, compresi i discendenti di chi è stato schiavo. Con
questo non si vuol dire, dovrebbe essere ovvio, che non si debba oggi
lottare per migliorare la situazione di singoli o gruppi sociali
ancora svantaggiati, si vuol dire però che questa lotta non può
essere vista come “risarcimento” per quanto hanno dovuto subire
di ingiusto gli antenati di chi oggi è socialmente svantaggiato. La
gran maggioranza dei poveri statunitensi è “ricca” se paragonata
ai poveri dell’Uganda o dell’Angola. I benefici di società
opulente e democratiche hanno interessato, sia pure non a
sufficienza, i loro membri meno fortunati. Quando cercano,
giustamente, di migliorare le loro condizioni questi si rapportano ai
problemi del presente, non alle ingiustizie del passato per cui loro
dovrebbero essere “risarciti”. Gli unici che avrebbero diritto di
avanzare richieste di “risarcimento” non sono più fra noi. Da
molto, moltissimo tempo.
Val la pena a questo punto di
fare una breve precisazione. Sinora si è spesso usata la parola
“risarcimento” per descrivere le proposte dei sostenitori
dell’azione, o della discriminazione “positive”. Questa parola
però può indurre in inganno. In effetti, se io mio padre mi lascia
in eredità una abitazione e in un secondo momento si scopre che la
stessa è stata acquisita illegalmente dal mio genitore, io sono
tenuto a restituire la casa al legittimo proprietario o a risarcirlo
adeguatamente. La figura giuridica del risarcimento non contrasta con
la giustizia ed è riconosciuta dalla legge, a condizione che le
azioni illegali per riparare alle quali il risarcimento è richiesto
non siano troppo lontane nel tempo. In fin dei conti la acquisizione
legale non è il criterio assolutamente unico per stabilire a chi
spetti una certa proprietà. E’ importante anche stabilire chi ha
curato una certa proprietà, per quanto tempo lo ha fatto, se la ha
fatta crescere e valorizzare. Non a caso quasi tutti gli ordinamenti
giuridici prevedono l’istituto dell’usucapione. Il risarcimento
in ogni caso è spesso del tutto giusto e legittimo, ma le pretese
dei sostenitori della “discriminazione positiva” vanno ben oltre
la rivendicazione di questo tipo di risarcimento. Vanno addirittura
oltre il concetto stesso di risarcimento. Ad essere intaccati dalle
pretese di “discriminazione positiva” sono i diritti fondamentali
di certi soggetti prima che la loro proprietà. Se Tizio partecipa ad
un concorso, dimostra di essere il migliore ma si vede superato da
Caio solo perché questi appartiene ad un determinato gruppo
protetto, ad essere menomati sono i diritti fondamentali di Tizio,
non la sua proprietà. La “discriminazione positiva” lede il
principio fondamentale di ogni società libera: quello della pari
dignità di tutti gli esseri umani indipendentemente da colore della
pelle, sesso, convinzioni politiche o religiose. Nessuna richiesta di
risarcimento, giusta o sbagliata che sia, riguardi fatti vicini o
lontani nel tempo, può essere soddisfatta riducendo i diritti
fondamentali di determinati esseri umani. Se devo risarcire Tizio
dovrò dargli del denaro, non perdere i miei fondamentali diritti di
cittadino. La discriminazione positiva fa invece proprio questo: in
nome di ingiustizie a volte vecchie di secoli subite da persone ormai
scomparse da tempo pretende che vengano intaccati, spesso più che
intaccati, fondamentali diritti dei cittadini. Un certo numero di
posti in parlamento deve essere riservato ai maschi, o alle femmine,
ai bianchi o ai neri, agli etero o agli omosessuali. Tutto questo
lede profondamente il diritto di voto: puoi votare ma devi votare
candidati di un certo sesso, con la pelle di un certo colore, con
determinati gusti sessuali, ed il discorso non si ferma al diritto di
voto. E’ dubbio che la democrazia possa sopravvivere a simili
follie.
Val la pena di affrontare, per concludere, il
punto fondamentale. Quale è la filosofia, la visione dell’uomo che
sta dietro e sostiene le varie politiche di azione o discriminazione
positiva? Ogni proposta politica importante si basa, ne siano
consapevoli o meno i suoi sostenitori, su determinate teorizzazioni
che con giusta ragione possono definirsi filosofiche; quali sono
quelle che sostengono la discriminazione positiva? Per cercare di
comprenderle appieno va la pena di allargare un po’ il discorso.
Ognuno di noi ha sentito qualche volta, penso, affermazioni di
questo tipo: “il tale non ha meriti né colpe per esser nato bello
o brutto simpatico od antipatico, intelligente o stupido”. E’
facile partire da simili ovvie banalità per arrivare a conclusioni
che da un punto di vista astrattamente logico sono coerenti. La
“società”, si conclude, avrebbe il compito di riparare le
“ingiustizie” che madre natura ha commesso nel distribuire ad
ognuno di noi i suoi “doni”. Ad essere degne di critica sono,
come al solito, le premesse. Chi fa simili ragionamenti pensa che si
possano separare gli esseri umani dalle loro caratteristiche.
Ritiene che gli esseri umani siano pure essenze disincarnate, enti
asettici, privi di qualità e particolarità che dovrebbero esser
attribuite loro, in maniera “equa” da una non meglio specificata
“società” (come se la “società non fosse composta da esseri
umani). E se, per evidenti motivi empirici, la “società” non è
in grado di mettere in atto questa “equa distribuzione”, dovrebbe
far si che le differenze fra tali caratteristiche fossero in qualche
modo compensate. Tizio, non troppo intelligente dovrebbe esser
“risarcito” e reso più o meno uguale a Caio cui la “natura”
ha regalato una intelligenza fuori dal comune. Eguaglianza e pari
dignità non riguardano più gli esseri umani empiricamente dati,
insiemi sostanziali unitari di qualità e caratteristiche. No,
eguaglianza e dignità riguardano esseri disincarnati, entità
assolutamente astratte beneficiarie dei processi di azione e
discriminazione positiva. Tali teorie, se applicate coerentemente,
porterebbero a risultati mostruosi. Un individuo sano, per fare solo
un esempio, dovrebbe esser obbligato a donare un rene ad uno malato
per compensarlo del fatto che “la natura” è stata “ingiusta”
con lui. Forse non a caso nessuno sostiene simili posizioni fino in
fondo, questa però è la logica che che sta dietro a tutte.
I
sostenitori della azione o discriminazione positiva allargano il
discorso dalle caratteristiche naturali degli esseri umani a quelle
economiche e socio culturali. Ognuno di noi è dato, si trova nel
mondo. Nasce in una certa epoca storica, dentro una certa classe
sociale, famiglia, nazione, cultura, civiltà. Ognuno di noi è
l’insieme unitario delle sue caratteristiche naturali e socio
culturali. Io sono io perché ho un certo aspetto fisico, un certo
carattere, parlo una certa lingua, vivo in un certo periodo storico
dentro determinati rapporti sociali e culturali. Visto che le
caratteristiche socio culturali degli esseri umani non sono, come
quelle naturali, “distribuite” equamente fra loro i sostenitori
delle varie azioni o discriminazioni positive vorrebbero annullarle
mettendo in atto varie politiche “compensatrici”. Teorizzano
persone separate dalla propria datità socio culturale oltre che
naturale. Io sarei io indipendentemente dal periodo storico, dalla
cultura e dalla società in cui sono nato e vivo e, visto che non
posso esser separato da queste mie caratteristiche essenziali, i
generosi riformatori del mondo vorrebbero mettere in atto politiche
“compensatrici”. Ad essere preso di mira è, come al solito, il
dato del nostro esistere: si vorrebbero ricostruire gli esseri umani
mettendo riparo a quanto nel loro esser dati sembra non essere
sufficientemente equo o giusto.
L’uguaglianza democratica e
liberale è di tipo radicalmente diverso. Riguarda non esseri umani
disincarnati, ma le persone in carne ed ossa con tutte le loro
caratteristiche naturali e storico sociali. Sono queste persone ad
essere titolari dei fondamentali diritti umani, a queste viene
riconosciuta la pari dignità.
Certo, è giusto, è sacrosanto
lavorare per società in cui questi diritti e questa dignità siano
goduti da tutti, ma questa è cosa radicalmente diversa dal tentativo
di annullare la datità naturale e socio culturale di ognuno di noi.
Io ho certi diritti e la mia dignità, pari a quella di ogni essere
umano, in quanto sono IO, con le mie caratteristiche naturali, la mia
cultura, il dato del mio vivere in una certa epoca storica, entro
determinate coordinate culturali. Non ho diritto ad alcun “compenso”
né dovere di “compensare” qualcuno perché sono ciò che sono,
al contrario, ho il diritto al rispetto per ciò che sono ed ho il
dovere di rispettare gli altri per quello che gli altri sono.
Qualcuno potrebbe obbiettare che tutto questo non ci rende
davvero uguali. Avrebbe ragione, il vivere in società in cui i
nostri diritti fondamentali e la nostra dignità vengano tutelati ed
in cui ognuno abbia possibilità economiche reali per cercar di
realizzare i propri progetti non ci rende uguali, e con questo? Gli
esseri umani non possono essere uguali perché hanno ognuno
caratteristiche naturali e socio culturali diverse e diseguali.
Cercare di superare questa situazione per realizzare una radicale
uguaglianza sostanziale distrugge la libertà, da vita a sempre nuove
ingiustizie e a forme di disuguaglianza queste si assolutamente
intollerabili. La storia ha dato a questo proposito lezioni che solo
i fanatici o gli sciocchi possono ignorare.
La politica
della azione o discriminazione positiva non fa altro, in fondo che
riproporre il vecchio mito marxista dell’uomo nuovo, con la
differenza che in Marx l’uomo nuovo sarebbe il prodotto spontaneo
della affermazione su scala planetaria della società perfetta
comunista, per i politicamente corretti di oggi sarebbe invece la
risultante di accorte politiche “riparatrici”.
C’è
un’ultima considerazione da fare. Tutte le varie politiche
“compensatrici” sono rivolte contro l’occidente. Lo si è già
detto: il nemico è l’uomo bianco, occidentale eterosessuale,
discretamente benestante, spesso cristiano. E’ lui che sarebbe
obbligato a vivere scusandosi con mezzo mondo ed a compensare mezzo
mondo per i crimini, veri o presunti, commessi in passato dalla sua
civiltà (le altre invece sono generosamente assolte da ogni
addebito). Se analizzate da questo punto di vista le politiche della
azione o discriminazione positiva altro non sono che una forma
particolare che assume la più generale politica della cancel
culture. L’occidente è responsabile di tutti i mali del mondo. La
sua storia è riducibile ad un insieme di abomini, anche se in quella
storia ci sono Platone ed Aristotele, Newton e Kant, Dante e
Shakespeare, Leonardo e Michelangelo, Mozart e Beethoven ed insieme a
questi la scoperta dei diritti umani, l’abolizione dello
schiavismo, la democrazia, la laicità dello stato, il principio di
tolleranza, la razionalità scientifica, l’economia di mercato ed
il benessere che questa ha assicurato a masse sterminate di esseri
umani, di tutte le civiltà.
Ai teorici delle azioni e delle
discriminazioni positive tutto questo interessa a poco. Sono i nuovi
nemici della nostra civiltà. E’ bene rendersene conto, senza
pericolose illusioni.
sabato 19 marzo 2022
IL NUOVO RASPUTIN

“Questa non è una guerra con l’Ucraina. È un confronto con il
globalismo come fenomeno planetario integrale. È un confronto a
tutti i livelli – geopolitico e ideologico. La Russia rifiuta tutto
nel globalismo – unipolarismo, atlantismo, da un lato, e
liberalismo, anti-tradizione, tecnocrazia, Grande Reset in una
parola, dall’altro. È chiaro che tutti i leader europei fanno
parte dell’élite liberale atlantista”.
Chi scrive
queste parole? Le scrive in un articolo rinvenibile nella sua pagina
facebook, Alexandr Dugin, il filosofo ufficiale della Russia di
Putin. E dalle sua parole si evince immediatamente cosa sia in gioco
nel periodo tragico che stiamo attraversando. Il problema non è,
cosa evidente sin dal primo momento, il Donbas, o l’ingresso nella
Nato dell’Ucraina, o l’Ucraina stessa. Il problema è
l’occidente, soprattutto il problema è il liberalismo
dell’occidente che questo novello Rasputin identifica con l’anti
tradizione, la tecnocrazia, il grande reset eccetera eccetera.
“L’Occidente moderno”, prosegue il filosofo “è la cosa più
disgustosa della storia del mondo. Non è più l’Occidente della
cultura mediterranea greco-romana, né il Medioevo cristiano, e
nemmeno il ventesimo secolo violento e contraddittorio. È un
cimitero di rifiuti tossici della civiltà, è
anti-civilizzazione”.
L’occidente è la non civiltà dei
Rothschild, Soros, Schwab, Bill Gates e Zuckerberg, notare le origini
ebraiche. L’occidente si identifica con gli Zuckerberg e questi
con il marciume, la degenerazione, la non civiltà. A parte le scarse
simpatie che ognuno di noi, compreso chi scrive, può avere per
Zuckerberg e Soros, è semplicemente incredibile che siano queste
persone ad essere indicate quale simbolo di ciò che di peggio esiste
nella storia dell’occidente. Mentre identifica con l’anti
civilizzazione il globalismo degli Zuckerberg, Dugin guarda con
malcelata simpatia al ventesimo secolo, “violento e
contraddittorio”. Dimentica che le figure centrali di questo secolo
sono Adolf Hitler e Giuseppe Stalin, due simpaticoni che hanno sulla
coscienza alcune decine di milioni di morti. E nel momento stesso in
cui condanna il globalismo mercatista ed il libero scambio Dugin non
ha nulla da dire sulle società chiuse e su ciò che le caratterizza:
la soppressione delle libertà personali, il declino economico,
l’eliminazione del dissenso politico, le persecuzioni di artisti,
filosofi ed intellettuali. Inorridisce di fronte a McDonald’s ma
non dice una parola sui lager e sui gulag. E dimentica quel fenomeno
secondario del nostro tempo che si chiama fondamentalismo islamico.
Le adultere lapidate e gli omosessuali impiccati sono poca cosa se
paragonati ad Amazon e Facebook. Dulcis in fundo, la fiera condanna
del mercato globalista non lo spinge a pronunciare alcuna parola non
dico di condanna, ma di critica nei confronti di quella strana
mistura di capitalismo e gangsterismo che prospera nella santa
Russia. Il denaro è sterco del demonio solo se appartiene a qualche
cattivone ebreo…
Dugin contrappone a quella non civiltà
che sarebbe l’occidente l’occidente vero, l’occidente
cristiano, greco-romano, mediterraneo, europeo. La Russia si collega
a questo occidente, un occidente premoderno, spirituale, nemico del
materialismo e della tecnologia. Nemico, soprattutto, del
liberalismo. Perché è lì l’origine di ogni male: il liberalismo,
con la sua esaltazione dell’individuo e dei suoi diritti, dello
scambio, del mercato. Per fortuna, sospira Dugin, la Russia non è
contaminata da questo mostro: “il liberalismo in Russia sta
perdendo il terreno sotto i piedi” afferma, e prosegue: “La
Russia è sorta per difendere i valori della Tradizione contro il
mondo moderno. È proprio quella rivolta contro il mondo
moderno”.
Dunque il “vero occidente” non ha nulla a che
fare con tradizione liberale, molto interessante. Peccato che sia una
tradizione che va da Kant a Ralws, da Locke ad Hayek, da Spinoza a
Mill, da Adam Smith ad ad Isaiah Berlin, da Hume a Popper. Tutta
robaccia, anti cultura.
Ne prendiamo attoatto. Però… però
alcuni aspetti centrali del pensiero liberale, alcuni valori
di quella anti cultura che sarebbe il liberalismo, sono presenti in
un po’ tutta la storia del pensiero, attraversano come un fiume
carsico la storia della filosofia anche in periodi ben antecedenti al
sorgere del liberalismo vero e proprio.
Il dialogo socratico, la
ricerca razionale della verità che avanza nel libero confronto delle
idee, cosa è se non un’anticipazione della moderna libertà di
pensiero e ricerca? L’evangelico “non fare agli altri ciò che
non vorresti fosse fatto a te” anticipa l’imperativo categorico
kantiano, così come il “date a Cesare ciò che è di Cesare e a
Dio ciò che è di Dio” è in fondo una prima teorizzazione della
divisione dei poteri fra autorità politiche e religiose.
“Noi
riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti
gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di
certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la
Libertà, e il perseguimento della Felicità” . Questo recita la
dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America, un paese
che Dugin detesta. Ma questa dichiarazione è stata in qualche modo
anticipata da un’altra, secondo cui tutti gli esserti umani sono
figli di Dio e, proprio per questo, dotati di pari dignità (anche se
non, allora, di pari diritti e doveri fondamentali).
Tutto
l’appello di Dugin alla tradizione è in realtà un appello monco,
si rifà ad un occidente privo delle sue migliori caratteristiche, un
occidente caratterizzato da uno spiritualismo nemico dell’autonomia
della ragione. Nella migliore delle ipotesi l’occidente dei
tribunali della Santa Inquisizione, nella peggiore l’occidente
della deriva irrazionalista da cui sono nati i grandi totalitarismi
dello scorso secolo.
In realtà il cupo misticismo di Dugin
contrasta anche con quanto di meglio la grande cultura russa ha
saputo creare.
Dostoevskij è un critico radicale
dell’occidente, ma la sua parabola del grande inquisitore in quel
capolavoro assoluto che è “i fratelli Karamazov” è una
splendida esaltazione della libertà. Ed un grandissimo russo come
Solzenicyn, anch’egli critico di molti aspetti della civiltà
occidentale, nel primo libro di “Arcipelago Gulag” (a
proposito, lo si trova nelle librerie russe?) sottopone a critica
spietata il codice penale staliniano, e lo fa riferendosi alle tanto
disprezzate libertà formali del decadente occidente.
Si
potrebbe continuare ma non ne vale troppo la pena. I richiami di
Dugin al “miglior occidente” altro non sono che riproposizione
degli aspetti meno condivisibili, comunque più discutibili, della
cultura occidentale. E si basano tutti su un volgare equivoco. Dugin
altro non fa che sostituire all’occidente la sua attuale
degenerazione politicamente corretta. Confonde la malattia col corpo
che la malattia sta infettando. Poi contrappone a questo occidente,
identificato col male che lo corrode, una civiltà alternativa che
altro non è che la vecchia, secolare autocrazia negatrice dei diritti
personali e della democrazia, della libera ricerca come dello
sviluppo economico e tecnologico.
Dugin mette tutto nello
stesso sacco: il globalismo che nega la rilevanza delle differenze e
l’universalismo democratico e liberale, la pari dignità delle le
persone indipendentemente dal sesso e dalle preferenze sessuali e
l’utero in affitto, l’economia di mercato e gli eccessi di una
finanza priva di limiti. In questo modo si trova paradossalmente ad
essere assai vicino ai peggiori sostenitori del politicamente
corretto. L’occidente è nemico della natura, la sua storia è
riconducibile a razzismo e prevaricazione, la sua politica è
biecamente imperialista. Forse non c’è troppa differenza fra
Dugin ed i fanatici del BLM.
Sono però le conseguenze
politiche dei suoi filosofemi ad apparire particolarmente
gravi.
Riferendosi alla guerra in Ucraina Dugin afferma:
“...tutti capiranno il significato della moderna guerra in
Ucraina. Molte persone in
Ucraina lo capivano. Ma la terribile propaganda rabbiosa
liberal-nazista non ha lasciato nulla di intentato nella mente degli
ucraini. Torneranno in sé e combatteranno insieme a noi per il regno
della luce, per la tradizione e una vera identità cristiana europea.
Gli ucraini sono nostri fratelli. Lo erano, lo sono e lo
saranno”. Gli ucraini erano vicino alla luce, ma la propaganda
liberal nazista (si, proprio così, il liberalismo è equiparato al
nazismo) li ha spinti verso il buio. Per fortuna arrivano i loro
fratelli russi che, aiutandosi con missili, bombe e carri armati, li
riportano verso la luce. E la guerra in Ucraina non è qualcosa di
isolato, un mero accidente passeggero, no. A fronte della
aggressività del liberal nazismo afferma Dugin, “La Russia sta
creando un campo di resistenza globale. La sua vittoria sarebbe una
vittoria per tutte le forze alternative, sia di destra che di
sinistra, e per tutti i popoli. Stiamo, come sempre, iniziando i
processi più difficili e pericolosi”. Insomma, la guerra in
Ucraina è la prima tappa di uno scontro di civiltà. Luce contro
tenebre, spirito contro materia, angeli contro demoni. Da tempo non
si vedeva nella cultura europea un tale revival di gnosticismo
manicheo.
Dugin piace a molti occidentali non troppo forti di
mente. La sua critica all’occidente trova adepti fra quanti non ne
possono più del gender e del misticismo ecologico,
dell’immigrazionismo senza limiti e della negazione delle
differenze. Proprio per questo va contrastato in maniera netta,
radicale, senza concessione alcuna.
Dugin non è il rimedio,
è il male. Il suo volto ascetico, la barba che ricorda quella si
Solzenicyn possono far presa ma espressione ascetica e barba fluente
non sono in quanto tali segno di saggezza. In “Reparto C”
proprio Solgenicyn scrive che una fluente capigliatura bianca può
cingere la testa dei geni come quella degli imbecilli. Dugion non è
di certo un imbecille, probabilmente conosce la filosofia, di certo
non è un esempio da seguire. Le sue farneticazioni non ricordano i
grandi della cultura russa. Piuttosto un monaco malefico: Grigorij
Rasputin.
lunedì 12 luglio 2021
SESSO O GENERE?
Diritti umani?
Per il signor Alessandro Zan e per
il suo amico Federico Leonardo Lucia, in arte Fedez, cambiare sesso è
un “diritto umano”.
“Tutti noi abbiamo un'identità di
genere, la percezione del nostro genere, ma qualcuno già da bambino
lo percepisce diverso da quello biologico. E' un diritto umano”.
Così parlò Alessandro Zan, e Fedez è ovviamente d’accordo.
Da
una parte c’è il genere, dall’altra il “sesso biologico”,
quella cosuccia che differenzia fisicamente, e non solo, i maschi
dalle femmine, che fa si che le donne, a differenza degli uomini,
restino incinte e partoriscano, abbiano il ciclo mestruale, allattino
i figli. Si tratta di particolari di scarsa rilevanza, a parere del
signor Zan e del suo amico Fedez. A contare davvero non è il “sesso
biologico”, è il “genere” cioè il sesso percepito. Il
“genere” è costrutto culturale, scelta, ma è soprattutto un
sentire, un percepire la propria sessualità. E’ possibile essere
maschi ma vivere male questo essere, quindi si deve avere il diritto
di modificare il proprio sesso “biologico”. Si tratta di un
diritto, meglio, di un diritto fondamentale, un diritto umano, come
quelli alla vita, alla liberà, alla sicurezza.
Lo dico subito,
onde evitare fraintendimenti. Penso che se una persona si trova male
nel suo sesso abbia diritto di cercare di cambiarlo. Chi si sente
diverso ha diritto di esserlo senza dover per questo subire violenze,
insulti o ingiuste discriminazioni. Se questo fosse il senso delle
affermazioni del signor Zan non si potrebbe che essere d’accordo
con lui. Ma il senso è ben diverso, e del tutto inaccettabile.
La
prima domanda da porsi è la seguente: il diritto di cercare di
cambiare il proprio sesso può esser definito diritto umano?
Non
tutti i diritti si possono infatti definire “umani”. Si
definiscono umani solo i diritti fondamentali, quelli da cui
gli altri derivano, che informano di se gli ordinamenti giuridici ed
influenzano nel profondo la vita di uomini e donne, in tutti i suoi
aspetti. Il diritto alla libertà o alla sicurezza sono di questo
tipo, lo è il diritto a cercare di modificate il proprio sesso? Con
tutta evidenza NO. Se lo fosse dovremmo definire umani, cioè
basilari, diritti come quello di scegliersi il lavoro ed il luogo di
residenza, di frequentare una palestra o fare escursioni in montagna.
Tutti questi sono diritti derivati, particolarizzazioni del diritto
fondamentale alla libertà, definirli “diritti umani” è una mera
sciocchezza. Se il diritto di cui parla Zan fosse solo quello di
cercare di cambiar sesso quando non si è “soddisfatti” della
propria sessualità ci troveremmo di fronte ad un diritto derivato
non troppo diverso da quelli che si sono appena elencati, da tutelare
ma che solo persone incredibilmente sciocche potrebbero definire
“diritto umano”.
Infatti ciò di cui parla Zan NON è
un diritto di questo genere. Zan e con lui i teorici del gender non
mirano a tutelare i diritti di minoranze sessuali, mirano a
ridefinire il concetto stesso di sesso. Non a caso non usano
questa parola o se la usano le affiancano sempre l’aggettivo
“biologico”, ad indicare che si tratta solo di una variante
inessenziale della sessualità. Al posto della parola “sesso” che
potrebbe domani fare la stessa fine di altre parole che i guru del
politicamente corretto hanno espulso dal vocabolario, usano la parola
“genere”. E il genere, lo si è visto, è il sesso percepito, la
sensazione del sesso. Il sesso non è “quella cosa li”: una
caratteristica naturale fondamentale degli esseri umani e degli
animali superiori, non è collegato alla riproduzione della specie,
non è componente essenziale del fisico ed in parte anche della
psicologia di uomini e donne. No, il sesso è un sentire transitorio,
una scelta fra le altre e, come molte altre, reversibile. Oggi sono
maschio, domani femmina, dopo domani qualche altra cosa. Il sesso
staccato dalla identità, dalla personalità, mero fluire eracliteo.
Non si tratta di riconoscere e tutelare chi intende in questo modo
la propria sessualità, si tratta di abbandonare la concezione del
sesso che caratterizza da millenni il genere umano e, cosa se
possibile ancora più grave, di trasformare in reato qualsiasi
critica a questo concetto di sessualità. I teorici del gender si
sono infatti inventati un nuovo tipo di reato: l’omofobia, in base
al quale pretendono di condannare penalmente chi non condivide le
loro idee. Non chi aggredisce o insulta qualcuno per le sue
preferenze sessuali, questo è fuori discussione, chi ritiene che il
sesso vero sia quello “biologico” e che il “genere” sia solo
un costrutto culturale.
E’ chiaro che se di una
ridefinizione di questo tipo si tratta, questa implica una
trasformazione profonda dell’ordinamento giuridico, di usi,
costumi, linguaggio, modi di rapportarsi fra loro delle persone. Non
occorre trasformare il mondo per tutelare i diritti degli omosessuali
e di quanti intendono modificare il proprio sesso, ma una
ridefinizione del sesso nel senso indicato dai teorici del gender
implica modifiche profonde e onnicomprensive.
Per fare solo
alcuni esempi, i teorici del gender staccano la sessualità dalla
riproduzione della specie, questo implica non solo il matrimonio e le
adozioni omosessuali ma anche la legalizzazione di una pratica
obbrobriosa e degradante per le donne come quella dell’utero in
affitto. A sua volta questa porta a degenerazioni che è lecito
definire eugenetiche. Si sceglie che tipo di bambino si intende
avere: Tizio inietta il suo seme in una donna che abbia certe
caratteristiche fisiche perché vuole che suo figlio abbia quelle
caratteristiche e non altre. Molto spesso un’altra donna ancora
porterà a termine la gravidanza. Il nascituro avrà in questo modo
un padre e due madri, ma non c’è da preoccuparsi: appena nato sarà
strappato a chi lo ha partorito e consegnato ai suoi felici
“genitori” gender. I bambini vengono ad essere “costruiti”
per assecondare i gusti degli adulti, la riproduzione diventa assai
simile alla produzione; gli esseri umani diventano il risultato di
una attività non troppo diversa da quella con cui si costruiscono
case, automobili o televisori.
Continuiamo: se il sesso viene
sostituito dal genere che fine farà mai lo sport, quello femminile
soprattutto? Oggi le gare sportive si dividono in maschili e
femminili e il criterio di distinzione fra queste è il sesso
“biologico”, per usare la sprezzante terminologia gender. Ma se
il sesso viene sostituito dalla percezione soggettiva del sesso come
distinguere le competizioni maschili da quelle femminili? Sta già
avvenendo: molti transgender che hanno conservato una struttura
muscolare maschile partecipano a competizioni femminili e, guarda
caso, vincono. Non ci vuole molto per comprendere che un simile stato
di cose porterà alla fine dello sport femminile. Situazioni
analoghe, a volte ridicole, altre drammatiche si presentano in
molteplici aspetti della vita sociale. Carcerati maschi che “si
sentono” femmine chiedono di poter scontar la pena in carceri
femminili, con le conseguenze che è facile immaginare...
Conseguenze non meno gravi si hanno sul linguaggio. Oggi questo
è strutturato per lo più in maschile e femminile. In una monarchia
si avrà un re o una regina, a seconda del sesso di chi siede al
trono. Ma questo uso del linguaggio fa riferimento al detestato
“sesso biologico”. Se questo viene sostituito dal genere, cioè
dalla percezione soggettiva del sesso, le cose cambiano radicalmente.
Il sesso è fluido, cangiante. Oggi sono maschio, domani femmina,
dopodomani… chissà… Parlare di re e di regine diventa in questo
modo “discriminatorio”, “sessista”. I nomi devono diventare
asessuati e per farlo li si fa terminare con un bell’asterisco. Il
re diventa r* e stessa cosa capita alla regina. Il maestro diventa
maestr*, la maestra idem. Qualcuno crede che con un simile linguaggio
potrà continuare ad esistere una letteratura? Non scherziamo…
Infine
la cosa forse più importante di tutte. Il reato di “omofobia”
trasforma di fatto in crimine un sentimento, la paura, e fa si che la
legge punisca con maggior severità le aggressioni di cui sono
vittime le persone che hanno certe preferenze sessuali. In questo
modo si viola il principio dell’uguaglianza dei cittadini di fronte
alla legge, con conseguenze potenzialmente gravissime.
Non
dilunghiamoci oltre: la sostituzione del genere al sesso ha
conseguenze di enorme portata non solo sugli ordinamenti giuridici ma
su molti e basilari aspetti della vita umana, in questo senso è
simile ai fondamentali diritti umani, ma non di diritto umano si
tratta. Si tratta dell’imposizione di una nuova concezione del
sesso che si cerca di spacciare come difesa di un diritto. E mentre è
sbagliato, non democratico ed illiberale opporsi ad un diritto è del
tutto lecito, oserei dire doveroso, opporsi alla concezione del sesso
che i teorici del gender cercano di imporre alle società
occidentali.
Tizio ha diritto, se crede, di cercare di cambiar
sesso, ma non ha il diritto di trasformare la società per adeguarla
al suo modo di vivere la sessualità. Non ha diritto all’utero in
affitto, né di negare ai bambini il diritto di avere un padre ed una
madre e meno ancora ha il diritto di imporre ai bambini dei genitori
il cui sesso varia da un anno o, chissà, da un mese all’altro.
Meno che mai può spacciare per “diritto” la intollerabile
violenza consistente nel bloccare lo sviluppo sessuale dei bambini di
modo che questi, giunti alla maggiore età, possano “scegliere”
il proprio sesso. Non ha il diritto di gareggiare in competizioni
femminili pur conservando una struttura muscolare maschile, né di
distruggere il linguaggio e con questo la possibilità stessa di una
letteratura. Non ha il diritto di censurare o addirittura di sbattere
in galera chi non concorda con la sua scelta. In una parola, non ha
diritto al nichilismo, per il semplice motivo che il nichilismo non è
un diritto. E’ invece un diritto, e forse anche un dovere, opporsi
al nichilismo, con tutte le forze, senza se e senza ma.
Il
rifiuto del dato, uomo e natura
La
pretesa di contrapporre il genere a quello che si definisce “sesso
biologico”, in realtà il sesso tout court, l’idea cioè
che il sesso, ridenominato “genere”, sia qualcosa di fluido,
malleabile all’infinito altro non è che la riproposizione in
chiave politicamente corretta di una aspirazione da tempo presente
nel pensiero occidentale: il rifiuto del dato.
Il
dato è ciò di cui si può solo dire: è così e così. Non lo si
può dimostrare perché è il presupposto di ogni dimostrazione, non
è il risultato della nostra azione, non si adegua al nostro volere.
C’è, esiste ed esistendo ci condiziona profondamente, e basta.
Noi
tutti siamo esseri dati. Io sono nato in un certo paese, in una certa
epoca storica, con certe caratteristiche, sono un essere dato.
Ed è dato il mondo che mi
circonda e le leggi che lo regolano. Certo,
posso cambiare alcuni aspetti dati
del mondo ed anche
di me stesso, ma solo partendo da altri, che devo accettare come
dati. Non mi auto costruisco, non sono causa di me stesso, non posso
esserlo.
L’idea
di un ente che crea se
stesso
prima
ancora di essere
di
impossibile applicazione empirica
si rivela logicamente contraddittoria.
Per
poter essere causa di se stesso un ente dove già esistere, ma la sua
esistenza dipende dalla capacità di autocrearsi; il concetto di
esistenza rimanda a quello di causa e questo rimanda a quello: il
tipico circolo vizioso.
Non a caso di un solo ente si dice che è “causa sui”: Dio, ma è
proprio questa caratteristica della divinità a risultare
incomprensibile per l’umana ragione. Si può credere per fede, non
comprendere razionalmente che Dio sia “causa sui”. In ogni caso
una simile caratteristica riguarda solo
Dio.
L’uomo di
certo non si crea da solo, è, inesorabilmente, un essere dato.
I
riformatori radicali del mondo però non amano il dato, lo
considerano un limite insopportabile alla libertà. Non
alla libertà liberale, alla libertà assoluta, priva di
condizionamenti cui gli
ultra radicali
aspirano.
La
libertà liberale non
ha nulla a che vedere con la l’idea faustiana dell’uomo che crea
se stesso. Per il liberalismo la libertà è sempre libertà di
uomini empirici, dati, che vivono in un mondo dato che li limita.
Proprio per questo i riformatori radicali, i rivoluzionari,
disprezzano la libertà liberale, sognano una trasfigurazione totale
del mondo e dell’uomo, l’assolutamente nuovo che faccia piazza
pulita di tutto il passato. Questa
aspirazione alla
palingenesi rivoluzionaria, l’evento traumatico che creerà l’uomo
nuovo e la società perfetta è
precisamente una rivolta contro il dato. Il dato ci ricorda che la
perfezione è fuori dalla nostra portata, che il nostro potere di
modificare noi stessi ed il mondo è sempre limitato, parziale,
spesso molto parziale. Tanto basta ai fanatici dell’assoluto per
odiarlo.
Malgrado
gli strilli e le proteste dei fanatici tener conto del dato è
l’unico modo concesso all’uomo per agire in maniera positiva,
progredire sul serio. L’uomo non può creare la natura, meno che
mai può
creare
se stesso. Può modificare la natura, compresa, in piccola parte, la
propria, solo obbedendo alle leggi che la regolano.
Solo
per esemplificare, l’uomo
per vivere deve mangiare, questo è vero oggi come tremila anni fa.
La
differenza fra la situazione di oggi e quella di tremila anni fa sta
nella abbondanza di cibo oggi a disposizione di una parte consistente
del genere umano, nella sua qualità, nel fatto che le diete di oggi
sono molto più salubri, equilibrate e gustose di quelle di tre
millenni fa. In questo c’è stato un grande progresso nel campo
dell’alimentazione. A nessuno è però mai venuta in mente l’idea
di modificare la natura umana in maniera tale che gli uomini non
siano più condizionati dall’istinto della fame. Quello che accade
per il cibo accade in tutti
i campi dello sviluppo. Per millenni gli uomini non hanno potuto
volare, oggi possono farlo non perché siano stati capaci di
modificare la loro natura, “autocostruirsi” e munirsi di ali, ma
perché sfruttando le leggi naturali hanno
costruito
macchine in
grado
di levarsi in volo. Considerazioni simili possono farsi per
un numero elevatissimo di attività umane. Sempre, in tutti i campi
quando agisce positivamente e modifica in positivo il mondo l’uomo
tiene conto del dato, rispetta ed
usa
le leggi di natura. Quando cerca di ignorarle,
o peggio di rivoltarglisi contro, provoca solo disastri.
Nulla
del nostro essere dati è tanto importante quanto la nostra identità
sessuale. Quando nasciamo possiamo essere o
non essere
sani, belli o
robusti, ma di certo, a parte un numero minimo di eccezioni che
restano tali, nasciamo maschi o femmine. Se non affetti da gravi
patologie nasciamo col nostro sesso, l’apparato riproduttivo è
parte integrante de nostro corpo, come lo sono quello respiratorio o
digerente. Piaccia
o non piaccia ai teorici del gender non esiste la “sessualità
biologica”, esiste
la sessualità e
basta.
E
basta guardare il corpo di un uomo e quello di una donna per
constatare quanto questa
sia rilevante nel determinare la nostra identità.
I
filosofi del gender cercano di svalorizzare quella che definiscono
“sessualità biologica”, cioè la sessualità reale degli esseri
umani, quella caratterizzata dalla polarità “maschio – femmina”,
e cercano di contrapporre a questa la fluidità del “genere”, la
sessualità percepita. Però... però anche gli omosessuali, i trans
ed i cosiddetti “non binari”, coloro cioè che oscillano di
continuo fra un sesso e l’altro, non escono da quello che i gender
definiscono “sesso biologico”. Un omosessuale è una persona che
prova attrazione per persone del suo stesso sesso, un
trans o un “non binario” sono persone che, non soddisfatte del
proprio sesso, vorrebbero cambiarlo; tutte restano di fatto
all’interno della polarità “maschio – femmina”,
semplicemente assumono nei confronti di questa polarità una
posizione diversa da quella largamente maggioritaria fra gli esseri
umani. Dalla sessualità non si esce, non si può uscire perché su
tratta di un dato naturale originario. Non esiste il genere, il sesso
come “percezione”, esiste il sesso che alcuni di noi possono
percepire diversamente da altri.
I teorici del gender invece
ritengono che il sesso, da loro definito “biologico” sia qualcosa
di inessenziale, un mero momento del fluire del sesso percepito. Per
loro una eventuale tensione fra la fisicità del sesso e il modo in
cui questa viene vissuta non è sintomo
di un conflitto interno
da cercare di superare, magari,
al limite, con procedure di cambiamento di sesso, no, per loro questa
è la sessualità “normale”, autentica, talmente normale ed
autentica che si può cercare di “spiegarla”, di fatto ad
imporla, anche ai bambini; c’è chi giunge addirittura a proporre
che lo sviluppo sessuale di questi venga bloccato in attesa che,
divenuti maggiorenni, possano scegliere il proprio sesso. Qui, con
tutta evidenza, non siamo di fronte al riconoscimento di rispettabili
tensioni e differenze nella sessualità, siamo di fronte a qualcosa
di radicalmente diverso: al tentativo di eliminare
il dato
della
sessualità,
a fare del sesso un momento dell’autocrearsi dell’uomo. La
solita, vecchia, tragica distopia faustiana.
Dal
dato non si può uscire, e non solo per evidenti ragioni logiche. Non
lo si può fare perché la natura, natura umana compresa, non è
plastilina plasmabile all’infinito, è qualcosa di solido, retto da
leggi che non è in nostro potere modificare. C’è chi ha cercato
di eliminare il dato dal mondo, non c’è riuscito, ovviamente, ma
non per questo la sua azione è stata priva di conseguenze, si è
limitata ad un innocuo vaneggiamento utopico. I riformatori radicali
del mondo non hanno costruito la società e l’uomo perfetti,
l’assolutamente nuovo è rimasto fuori dalla loro portata, ma
qualcosa di radicalmente nuovo la hanno costruita: le più mostruose
tirannidi totalitarie della storia e montagne di cadaveri, un nuovo,
terrificante “dato” nel mondo.
I filosofi del “gender”
non sembrano in grado di arrivare a tanto, ma di certo la loro
pretesa di eliminare dal mondo il dato della sessualita è gravida
di conseguenze. Ben lungi dal limitarsi a chiedere tutele e rispetto
nei confronti delle forme diverse di sessualità, cosa del tutto
giusta, costoro pretendono, val
la pena di ripeterlo,
di ridefinire il sesso e di trasformare la società intera per
adeguarla a questa ridefinizione. Le conseguenze di una simile
pretesa toccano un po’ tutto:
gli ordinamenti legislativi, la scuola, lo
sport,
i rapporti genitori - figli, il ruolo della scienza, la religione, il
linguaggio. E sono tutte conseguenze gravemente negative. La scuola
si trasforma in strumento di propaganda gender, la famiglia viene di
fatto esautorata da funzioni che in ogni democrazia devono restare di
sua competenza, la follia del blocco dello sviluppo sessuale dei
bambini colpisce, oltre agli innocenti pargoli, i genitori in quanto
questi hanno di più importante. Lo
sport femminile di fatto scompare.
Il
linguaggio viene pervertito in maniera talmente profonda da eliminare
la possibilità stessa di una letteratura. Parti
fondamentali della dottrina cattolica vengono criminalizzate come
“omofobe”. Viene
abbandonato
il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini di
fronte alla legge.
La
scienza viene
spinta ad impegnarsi in imprese che ricordano più le distopie di
Huxley che il serio, paziente, lavoro di ricerca. In fondo l’unico
modo per mondare il mondo dal dato della sessualità sarebbe quello
di “costruire” integralmente,
facendo leva su alcuni dati della natura, i bambini in laboratorio,
magari liberi dall’infamia originaria del sesso. Chissà, forse un
giorno qualcosa
di
simile potrebbe essere possibile, ma dovrebbe fare i conti con un
altro dato, non naturale stavolta. Con quel dato della ragion pratica
che Kant chiamava legge morale. Non so se questo interessi ai teorici
del gender, di certo riguarda, e molto da vicino, gli esseri
umani.
Al di la delle fantasie fantascientifiche, la filosofia
gender contribuisce
oggi ad aggravare la crisi di identità dell’occidente, E’ un
momento, e certo non di secondaria importanza, della perdita di
coesione della nostra civiltà, del trasformarsi dell’occidente in
civiltà gassosa, priva di un centro unificante, di valori davvero
condivisi. In una parola è il sintomo del crescere del nichilismo.
Per questo occorre combatterla, senza
il timore di esser considerati “sessisti”. E’ sessista chi
incentra sul sesso tutta la propria esistenza, esattamente
come è razzista chi fa del colore della pelle la discriminante fra
il bene ed il male. In questo senso nessuno è tanto sessista
quanto i teorici del gender. Motivo in più per contrastarli, con
serietà,
senza insulti e violenze, ma con la massima determinazione.
domenica 14 febbraio 2021
SCIENZA E MISTICISMO ECOLOGICO
Dalla critica
ideologica alla esaltazione acritica
Chi è, come chi
scrive, “diversamente giovane” lo ricorda abbastanza bene. Per
almeno un paio di decenni dello scorso secolo la scienza è stata
costantemente sul banco degli imputati. Lo era in realtà da molto
più tempo: la reazione irrazionalistica contro la scienza inizia
col romanticismo e caratterizza, con alcune importanti eccezioni, la
filosofia dell’Europa continentale sino ai giorni nostri. Col
movimento del ‘68 però quella che era una disputa colta,
relativamente lontana dagli interessi delle persone comuni, diventa
movimento di massa. Il valore euristico della ricerca scientifica
viene contestato non in ristrette dispute filosofiche ma in affollate
assemblee studentesche. La scienza non è ricerca del vero ma
espressione teorica della alienazione umana. Il capitalismo riduce
tutto a quantità, numero, rapporto di scambio. La scienza moderna,
la fisica matematica soprattutto, fa la stessa cosa. Costringe la
multicolore realtà del mondo in un universo di freddi numeri,
aliena la natura da se stessa, esattamente come l’economia di
mercato aliena da se stessi gli esseri umani. Tutto è quantità, rapporto di equivalenti. Un mondo a testa in giù
caratterizzato, per dirla con Marx, da rapporti “cosali” fra gli
uomini e rapporti sociali fra cose.
Marx, a dire il vero, aveva
conservato un atteggiamento positivo verso la scienza. Lo sviluppo
delle forze produttive che la applicazione della scienza alla
tecnica rende possibile dovrebbe assicurare alla futura, perfetta,
società comunista la sua indispensabile base materiale. I
contestatori degli anni 70 dello scorso secolo rifiutarono simili
concezioni. La tecnologia e la scienza su cui questa si basa sono un
aspetto del mondo alienato. Dietro agli slogan dei contestatori
stavano le teorizzazioni della scuola di Francoforte e quelle di
colui che di molti francofortesi fu maestro: Martin Heidegger,
che, ironia della sorte, avrebbe aderito al nazismo dal 1933 al
1945. La scienza è alienazione, allontanamento dall’essere,
deiezione, tutto meno che cosa positiva, almeno
potenzialmente liberatoria.
Gran parte degli attacchi
irrazionalistici alla scienza non erano, in realtà, che
mistificazioni o svolazzi retorici. L’accusa di ridurre tutto a
rapporto quantitativo si basa sulla incomprensione della natura
della ricerca scientifica, o sulla confusione fra scienza e
scientismo, che è filosofia, non scienza. A parte il fatto che non
tutte le scienze sono matematizzate come la fisica, non lo è la
medicina, ad esempio, a parte questo “dettaglio”, la scienza
matematica getta sul mondo una griglia di relazioni numeriche che ci
consentono di meglio comprenderlo, senza annullare per questo il
valore, umano prima di tutto, delle qualità sensibili. Il fatto che
il suono sia costituito da onde non riduce la “nona” di
Beethoven ad insieme di formule matematiche esattamente come la
teoria newtoniana dei colori non riduce a corpuscoli
la “gioconda”. Allo stesso modo le relazioni quantitative in
essere sul mercato non danno vita a “rapporti sociali fra cose e
cosali fra uomini”. Dietro alla relazione quantitativa che si
esprime nel prezzo stanno i bisogni degli esseri umani. Se Tizio
scambia due paia di scarpe con un abito non per questo trasforma
abito e scarpe nel numero “due”. Dietro a quel “due”
c’è il grado marginale di utilità che per Tizio hanno scarpe ed
abito, e questo, il grado marginale di utilità, è un fatto
squisitamente umano, riguarda Tizio, i suoi bisogni, la soggettiva
scala di valore che egli attribuisce alle cose.
Alla base
dell’attacco alla scienza stava quindi il rifiuto romantico di
quantità, rigore logico, verifica sperimentale, e stava la pretesa
di cogliere l’essenza ultima della realtà col strumenti che poco
hanno a che vedere con la faticosa, e sempre soggetta ad errore,
ricerca razionale ed empirica. Un’illusione.
Col
passare del tempo questa illusione doveva subire un accentuato
processo di interna involuzione. La scienza smetteva di essere
espressione teorica di un mondo rovesciato per diventare, più
prosaicamente, arma ideologica nelle mani della borghesia, poi, in
un crescendo di banalizzazione propagandistica, strumento di
profitto non tanto della borghesia genericamente intesa quanto delle
grandi case farmaceutiche o dell’industria bellica. Nelle
teorizzazioni di Beppe Grillo e dei suoi poco intelligenti seguaci
gli scienziati diventano i complici di coloro che non esitano a
rovinare ambiente e salute degli esseri umani pur di conseguire
illimitati profitti. La critica alla scienza perdeva ogni dignità
filosofica per diventare propaganda del peggior tipo, se non pura e
semplice sequela di idiozie.
Eppure, paradosso dei paradossi,
le stesse persone che ieri dicevano simili idiozie, o i figli ed i
nipotini teorici di queste, cercano di presentarsi oggi come i più
strenui difensori della scienza. Gli stessi che vedevano fino a poco
tempo fa nel farmacista un potenziale avvelenatore ora si inchinano
di fronte a faraonici comitati tecnico-scientifici. L’oggettività
scientifica, fino a ieri irrisa e negata, si trasforma oggi in
ridicola certezza.
Nulla di male, si potrebbe dire: è lecito
cambiare idea. Certo, è lecito cambiare idea, a condizione che si
sottopongano le idee di ieri ad una critica teorica onesta e senza
reticenze. Esattamente ciò che certi personaggi si guardano bene
dal fare. Fanno invece il contrario. Nel momento stesso in cui
confondono verità scientifica e certezza si prostrano di fronte a
personaggi che con la scienza non hanno nulla a che vedere. La
piccola Greta diventa l’icona di tanti nuovi sedicenti “amici
della scienza”. Dietro all’apparente entusiasmo per la scienza
si nascondono nuove fughe ideologiche. Per cercare di smascherarne
le fallacie val la pena di fare qualche considerazione, ovviamente
di modesta portata, su ciò che realmente è la scienza.
La
scienza non è democratica… ma è libera
Lo
dice spesso e volentieri il professor Roberto Burioni: la scienza
non è democratica.
Non dubito della competenza scientifica del
professor Burioni e non
mi permetterei mai di discutere con lui di argomenti medico
scientifici. La affermazione della non democraticità della scienza non è però essa stessa una affermazione scientifica. I discorsi
sulla scienza, il suo status e lo status delle sue
teorie non sono a loro volta discorsi scientifici. Li può quindi
affrontare anche chi, come
me, ha conoscenze
scientifiche modeste.
La
scienza in effetti non è democratica: non si può che concordare
con quanto dice il professor Burioni. Peccato però che si tratti di una affermazione abbastanza ovvia, quasi
banale. La scienza non è
democratica come non sono democratiche arte e filosofia, tecnologia,
musica e letteratura. La scienza non è democratica per il semplice
motivo che le teorie scientifiche non si mettono ai voti, mai.
Riusciamo ad immaginare una votazione che debba decidere quale fra
la teoria della gravitazione di Newton e quella di Einstein sia
corretta? O se il sistema di Platone sia
da preferire
a quello di Aristotele? O se Mozart sia
meglio o peggio di Beethoven? Le teorie scientifiche si affermano
nelle discussioni razionali e nelle verifiche sperimentali, non
nelle campagne elettorali. Volere
una scienza “democratica” vuol dire non aver capito cosa sia la
scienza e,
parimenti, vuol dire non aver capito cosa sia la democrazia. Nelle
campagne elettorali si
dicono alcune verità e, spesso, molte menzogne, ma
non sono in gioco la verità o la falsità, i torti e
le ragioni. Non è detto che chi vince le elezioni abbia ragione o
che
le sue concezioni
politiche, la sua visione del mondo siano vere. Le elezioni devono
decidere solo chi ha
diritto di governare, per un certo periodo di tempo e secondo
determinate modalità. Obiettivo di grande importanza, certo, ma che
con il vero ed il falso di cui la scienza si occupa non ha
praticamente relazione alcuna.
Eppure,
nuovo paradosso, i tardivi scopritori del valore della scienza,
quelli che
ripetono spesso e
volentieri che questa “non è democratica”, sono gli stessi che
hanno organizzato a suo tempo , e sarebbero pronti ad organizzare
ancora, un bel referendum sul nucleare, che partecipano a marce e
scioperi contro “l’ingiustizia climatica” o a veglie di
preghiera per la
salute del ghiacciaio di Planpincieux. Insomma, la scienza non è
democratica ma si può decidere ai voti se le centrali nucleari
sono sicure o se i problemi ambientali hanno “ingiuste” cause
antropiche…
La
scienza non è democratica, non può esserlo ed è bene che
non lo sia, ma la scienza è libera.
Le verità scientifiche si affermano dentro e grazie alla libera
discussione razionale, priva di veti, proibizioni e censure.
Chiunque ha diritto di elaborare una teoria, anche in netta
contraddizione con altre più affermate e nessuno ha diritto di
impedire
che una simile teoria venga esposta e discussa. Questo non vuol
dire, ovviamente, che tutte le teorie scientifiche o presunte tali
siano sullo stesso piano, non dà a nessuno il diritto di dire: “c’è
libertà di ricerca quindi ciò che dico io, dilettante allo
sbaraglio, ha lo stesso valore di ciò che dici tu, nobel per la
fisica”. Chi elabora una nuova teoria non può difenderla con lo
pseudo argomento secondo
cui, siccome c’è libertà
di ricerca ogni teoria vale quanto le altre. Deve al contrario
portare a sostegno della sua teoria argomentazioni razionali e
verifiche sperimentali. Allo stesso modo però chi difende una
teoria vecchia ed affermata non può limitarsi a dire: “la mia
teoria è vecchia di anni ed ha alle spalle l’approvazione di fior
di scienziati, quindi è giusta”. No, chi
difende da
nuove contestazioni una
teoria già affermata deve
usare argomenti
razionali e, se occorre,
nuove verifiche sperimentali per
neutralizzarle. Nella
scienza il principio di autorità ha la sua importanza ovviamente:
non a caso, ad esempio, è
vietato l’esercizio abusivo la professione medica,
ma non è mai il criterio decisivo
per valutare la validità di ipotesi e teorie.
Nella scienza non tutto è sullo stesso piano, ma non è l’autorità
a stabilire cosa, in ultima istanza, sia accettabile e cosa no.
L’ultima
parola spetta sempre,
per dirla con Galileo, alle
“sensate esperienze ed ai
corretti ragionamenti”. Né
anarchia né dogmatismo quindi, solo libera discussione
razionale.
Il
principio di autorità, val
la pena di ripeterlo, è
importante ma non decisivo
nella scienza, una teoria non può essere difesa esclusivamente
con l’argomento che la comunità scientifica la accetta. Questo
però avviene oggi con la teoria del riscaldamento globale di origine antropica. La
totalità degli scienziati è d’accordo con questa teoria, affermano spesso molti.
Questo argomento però non è corretto. In primo
luogo non è vero che tutta o quasi la comunità scientifica accetti
la teoria del riscaldamento globale. Praticamente tutti gli
scienziati concordano sul fatto che le attività umane
hanno, o possono avere, conseguenze negative sull’ambiente, ma
questo non vuol dire che concordino con la teoria del riscaldamento
globale. L’inquinamento è cosa grave indipendentemente dal fatto
che provochi un aumento insostenibile delle temperature. Molti scienziati, per
l’Italia valgano i nomi di Zicchicci e Rubbia, non sono affatto
d’accordo con i teorici del riscaldamento globale, ma le loro
obiezioni non sono quasi mai propagandate dai media. In occasione di
un vertice ONU sul clima 500 scienziati hanno inviato una lettera
in cui mettevano in guardia dai pericoli del catastrofismo
climatico, ma i media non hanno dedicato loro una parola. Inoltre, anche
fra i favorevoli alle teorie del riscaldamento globale antropico le posizioni
non sono affatto univoche. Quasi nessuno scienziato condivide ad
esempio l’ isterismo climatico della piccola Greta, di fronte a
cui si prostrano invece
i politici; molti ammettono che le attività umane hanno effetti
negativi sul clima ma si dividono sulla quantificazione degli
stessi. Il quadro insomma è assai più complesso di quanto si
cerchi di fare apparire.
Indipendentemente da tutto questo il
fatto che la comunità scientifica accetti o meno una teoria non
costituisce, in se, una dimostrazione della sua
correttezza. Quando Galileo scrisse il “dialogo sopra i
due massimi sistemi del mondo”
la maggior parte della comunità scientifica di allora accettava la
fisica aristotelica ed il sistema tolemaico. Alcuni, come il grande
astronomo danese Tycho
Brahe cercavano un compromesso fra geocentrismo ed eliocentrismo,
altri, come l’accusatore di Galileo, il cardinale Bellarmino,
erano disposti ad accettare l’eliocentrismo solo quale utile
espediente per far quadrare i calcoli. Non erano affatto persone
rozze ed ignoranti: si trattava di fior di intellettuali amanti
della scienza e della filosofia. Erano loro
la comunità scientifica. Ma avevano torto.
Scienza
e misticismo ecologico
Possiamo
provare, tenendo conto di quanto sinora si è detto, a riassumere in
maniera ultra telegrafica quelle che devono essere le
caratteristiche basilari di una teoria scientifica.
Per essere
considerata scientifica una teoria deve:
1) Essere
logicamente coerente, non
deve cioè contenere contraddizioni.
2) Essere empiricamente
controllabile.
3) Fare
previsioni che la possano confermare o falsificare. Una
teoria scientifica deve dire quali fenomeni devono verificarsi e
quali no se essa è vera. Una teoria che risulti vera
qualsiasi cosa accada non è scientifica.
4)
Essere
relativamente semplice. Deve cioè spiegare il maggior numero
possibile di fenomeni partendo dal minor numero possibile di
presupposti.
La
scienza, questo è il senso di quanto appena detto,
non arriva mai a conclusioni assolutamente certe. Le verità
scientifiche sono tali sino a prova contraria.
Nuovi
dati empirici, razionalmente discussi ed esaminati, possono mettere
in crisi teorie apparentemente “a prova di bomba” o riabilitarne
altre che sembravano irrimediabilmente obsolete. La
scienza ha a che fare col dato,
qualcosa che sta oltre il pensiero e con cui il pensiero deve
misurarsi. E ciò che è
dato può contraddire qualsiasi raffinatissima costruzione teorica.
Se la cosa dispiace a qualcuno non possiamo che dolerci del suo
dispiacere.
Val
la pena, penso, di usare i 4 punti telegraficamente sopra esposti
per valutare la scientificità di alcune
mode dei nostri giorni. Tengo a sottolineare la parola mode.
Non intendo negare la
validità delle problematiche ambientaliste. Nessuna persona
ragionevole può essere contraria alla difesa di un bene prezioso
come l’ambiente, ciò che è inaccettabile è il misticismo
ecologico, cioè
la degenerazione ideologica
del sano ambientalismo.
Ed ancora, parlando
di
misticismo ecologico non intendo riferirmi alle argomentazioni che
gli scienziati fanno sulle
problematiche ambientali,
ma al modo in cui queste
vengono propagandate dai media. Non
si tratta un lavoro inutile o di una polemica contro avversari
“facili”: il tema principe
del misticismo ecologico, quello
dei mutamenti climatici di
origine antropica, è oggi
al centro di una propaganda martellante e su di esso si giocano
fondamentali battaglie economiche e politiche. Vedere se il modo in
cui questo tema viene presentato alla pubblica opinione ha un
qualche legame con la scienza non è perciò una perdita di tempo,
al contrario.
Veniamo
al punto uno.
E’
assai difficile trovare contraddizioni nelle varie teorie del
riscaldamento globale per il semplice motivo che tali teorie, quando
vengono presentate alla pubblica opinione, non vengono mai
formulate in termini scientificamente rigorosi. Non esiste una legge
del riscaldamento globale formulata come la legge di Galileo sulla
caduta dei gravi o quella della gravitazione di Newton. Non esistono
contraddizioni, o per lo meno io non ne conosco, nelle formulazioni
scientifiche relative al riscaldamento globale di origine antropica,
ma ne esistono molte nel modo in cui questo viene presentato alla
pubblica opinione. Faccio
solo un esempio. “Siamo sull’orlo del baratro”, si sente
strillare di continuo dai teleschermi. La piccola Greta, sommersa
dagli applausi dei politici, ci ha detto che stiamo ormai
precipitando nell’abisso. La casa brucia, siamo rovinati. Questo
il senso di tanti, continui appelli catastrofistici. E poi, dopo gli
strilli, l’indicazione della cura: “dobbiamo a azzerare le
emissioni di CO2
in meno di 10 anni”. Che bello! Che sublime coerenza!
Se
viaggio in auto a 100 chilometri orari e mi trovo a dieci metri da
un burrone, posso dire che eviterò il pericolo fermandomi fra 100
metri? O riducendo la velocità da 100 a 40 chilometri orari? No
ovviamente, eppure proprio questo affermano i seguaci della piccola
Greta (e si tratta di leader di partito, capi di stato). Se davvero
siamo ad un centimetro dall’abisso dobbiamo azzerare le emissioni
subito, dall’oggi al domani,
ogni altra soluzione è del tutto inutile! Anzi, se davvero stessero
così le cose nulla, ma proprio nulla ci
salverebbe: anche se azzerassimo le emissioni dall’oggi al domani
basterebbe l’attività vulcanica a rovinarci. E non pare che la
piccola Greta sia in grado di bloccarla...
La
coerenza logica manca del tutto in tante idiozie
catastrofiste.
Passiamo
ai punti due e tre.
La
teoria del riscaldamento globale di origine antropica è
sottoposta a numerose verifiche empiriche. I media non fanno altro
che portare all’attenzione del grande pubblico fenomeni che
confermano, tutti, tale teoria. Ma… che
validità hanno queste “conferme”? Decisamente poca. Il trucco
sta nel presentare come “conferma” della, o delle, teorie del
riscaldamento globale antropico fenomeni che sono sempre esistiti e
che vengono oggi, tutti, attribuiti a tale riscaldamento. Da
sempre esistono uragani, siccità, alluvioni,
oggi tutti questi fenomeni vengono invariabilmente attribuiti dai
media al “riscaldamento globale”. I più accorti ricordano al
popolo bue che il riscaldamento sarebbe non tanto la causa di questi
fenomeni quanto di una loro intensificazione geometrica, ma le cifre portate
dai media
a sostegno di tali ipotesi sono quanto meno assai discutibili. Ad esempio,
è scorretto parlare di intensificazione di fenomeni estremi come
gli uragani facendo riferimento all’ammontare delle distruzioni
che questi arrecano alle popolazioni. Un uragano che colpisce oggi
zone densamente popolate è più distruttivo di uno che colpiva ieri
zone semi desertiche... se nessuno nascesse nessuno morirebbe…
La
conseguenza di tanta superficialità è che le varie teorie del
riscaldamento globale antropico hanno la curiosa caratteristica di
esser vere qualsiasi cosa accada. La
teoria del riscaldamento
globale antropico è confermata dalle alluvioni come dalla siccità,
dal
gran caldo come dal freddo gelido. In questo modo decade a mera
tautologia: esattamente ciò che Popper, e non solo lui ritenevano
inaccettabile in una teoria scientifica.
Non a caso i teorici del riscaldamento globale antropico
sono piuttosto restii a fare previsioni precise, empiricamente
controllabili. Prevedono come saranno le temperature fra un secolo
ma non fra sei mesi. E quando le fanno, le previsioni, quasi mai c'è qualcuno che si
preoccupa di verificarne l’esattezza, e se, raramente, la verifica c’è, ed
è negativa, nessuno si permette di dire che la teoria forse
andrebbe rivista. La piccola Greta ha stabilito anno, mese, giorno
ed ora della fine del mondo, ma dubito che fra otto, nove anni (mi
scuso, non ricordo la data precisa della nostra fine) qualcuno si
darà la pena di verificare la correttezza della sua profezia.
Beppe Grillo un po’ di anni fa aveva predetto che il livello
degli oceani si sarebbe alzato di una decina di metri in seguito
allo scioglimento dei ghiacci artici. Lo sa questo buffone che i
ghiacci artici sono in larga misura marini e che lo scioglimento dei
ghiacci marini non provoca aumento alcuno del livello del mare?
Lasciamo perdere… in ogni caso nessuno gli ha rinfacciato il fatto
empiricamente controllabile da tutti che un simile disastroso
aumento non c’è stato e che Venezia, data per spacciata dal
comico, è ancora al suo posto.
Parlando di cose serie, il club
di Roma, una associazione
di scienziati, gente seria, non dei Grillo e delle Greta qualsiasi,
pubblicò nel 1972 il libro “i limiti dello sviluppo”.
In quest’opera si prevedeva che entro il 2000 si sarebbero
esaurite tutte le principali materie prime del pianeta, a cominciare
dal petrolio. Non sembra che la previsione, formulata stavolta in
termini scientificamente seri, sia stata confermata. Qualsiasi
teoria scientifica che si fosse vista contraddetta in maniera tanto
clamorosa dai fatti sarebbe stata quanto meno riesaminata, corretta.
Non so se gli scienziati abbiano fatto qualcosa di simile a
proposito della teoria del riscaldamento antropico, di certo i media
nulla hanno detto in proposito. Tutti hanno continuato a parlare
della fine del mondo prossima ventura come se niente fosse.
Il riscaldamento globale antropico è un dato che si deve accettare,
qualsiasi cosa accada, quale che sia l’esito di verifiche e
controlli. Un “dato” simile
in realtà non è un dato,
è una proclamazione
di fede, un dogma.
L’esatto contrario delle scienza.
Per
concludere passiamo al punto 4.
E’
bene che una teoria scientifica sia relativamente semplice, spieghi
cioè il maggior numero possibile di fenomeni partendo dal minor
numero possibile di presupposti. Rispettano le varie teorie del
riscaldamento antropico un simile requisito? NO.
Queste
teorie in effetti cercano di spiegare un numero enorme di fenomeni
climatici partendo da un unico presupposto: quello del riscaldamento
globale antropico.
Però, per ottenere questa spiegazione sono costrette ad aumentare a
dismisura le ipotesi di partenza. Cerco di spiegarmi con
un esempio. Il
riscaldamento globale, lo dice lo stesso nome, dovrebbe portare
ovunque un gran caldo. Però, spesso e volentieri ci sono zone del
mondo oppresse non dal caldo equatoriale ma dal gelo polare. Anche
il gelo però
è spiegabile con il riscaldamento globale ci
ammoniscono dai teleschermi valenti giornalisti.
Come? Semplice: i ghiacci si sciolgono, questo provoca negli oceani
un aumento delle correnti fredde, queste a
loro volta fanno deviare le
correnti calde e da tutto ciò deriva in
certe zone del mondo un
gran freddo. Altro che semplicità! L’ipotesi di partenza si “arricchisce” di sempre nuove
ipotesi supplementari senza
naturalmente che queste
vengano accompagnate dallo
straccio di una previsione, per
lo meno, senza che lo straccio di una previsione sia comunicato al
popolo bue, oggetto di una propaganda martellante. Nessuno
ci viene a dire, prima,
che la corrente del golfo sarà deviata da correnti fredde di
origine artica e questo porterà in Europa un gran freddo nella
prossima estate. Al
massimo qualcuno ci ammonisce di non confondere il clima con il
meteo, come se non fossero proprio i seguaci della piccola Greta a
trasformare ogni evento meteorologico in una “prova” della
prossima fine del mondo. Soprattutto, senza chiarire dove finisce
il meteo e comincia il clima, senza fare previsione alcuna,
climatica, non meteorologica, su
come sarà il clima non fra un secolo ma fra un anno.
Ricordava
sempre Popper che la scienza deve fare un uso oculato delle ipotesi
ad hoc, quelle che possono
salvare una teoria dalla falsificazione empirica.
I teorici del
riscaldamento di origine antropica ne fanno invece un uso smodato.
Basterebbe questo per dubitare dello status scientifico di molte
loro affermazioni.
La
attendibilità scientifica di varie teorizzazioni sul riscaldamento
globale antropico può essere facilmente verificata confrontandole
con l’atteggiamento della comunità scientifica riguardo ai
vaccini.
La validità dei vaccini ha ricevuto innumerevoli
conferme empiriche. I vaccini hanno contribuito in maniera decisiva
a debellare malattie che fino a ieri
mietevano vittime a
milioni. Gli effetti collaterali , quasi sempre previsti, sono stati
contenuti, quelli davvero gravi rappresentano percentuali
statistiche minime. Soprattutto, chi ha scoperto vaccini di vario
tipo non ha mai presentato le sue teorie sugli stessi in maniera
tale da immunizzarle dalle verifiche empiriche. Nessun
vaccino è valido qualsiasi cosa accada, se non è efficace viene
semplicemente ritirato dalla circolazione. Non occorre fare troppe
elucubrazioni per capire che tutto questo non
avviene con le teorie del riscaldamento globale antropico. Se la
previsione del valore
terapeutico di un qualsiasi
vaccino avesse ricevuto smentite empiriche anche lontanamente
paragonabili a quelle subite dalle previsioni del club di Roma lo
scopritore sarebbe stato radiato dall’ordine dei medici. E tanto
basta, direi.
Transizione? E di che
tipo?
Vorrei fare
una precisazione, per non essere frainteso. Considero di vitale
importanza la difesa dell’ambiente e sono sinceramente convinto
della importanza delle tematiche ecologiche. Non credo, come i
mistici ecologici sembrano credere, che esista una sorta di armonia
prestabilita fra uomo e natura, un paradiso perduto che
basta ritrovare per vivere felici. L’uomo non può essere semplice
componete di qualche ecosistema, deve modificare l’ambiente
circostante anche solo per sopravvivere, questa è la sua
natura. Ma le modifiche che
l’uomo apporta all’ambiente sono sempre, almeno potenzialmente,
gravide di pericoli. Dobbiamo
modificare l’ambiente,
ma questa modifica si
rivela spesso un’arma a doppio taglio.
Abbiamo bisogno di case,
auto ed aerei, ma anche di aria pulita e mare limpido. Queste
diverse esigenze non sono destinate ad armonizzarsi automaticamente,
spetta a noi, alla nostra intelligenza operare per armonizzarle, non
una volta per tutte, ma di volta in volta,
con sano realismo pragmatico.
La difesa dell’ambiente
può anche essere una ottima occasione di sviluppo economico.
Costruire termovalorizzatori
e rigasificatori, provvedere alla raccolta differenziata dei rifiuti
ed la loro smaltimento il meno inquinante possibile, mettere in
sicurezza il territorio non
solo preserva l’ambiente ma favorisce occupazione e sviluppo, con
buona pace dei teorici della decrescita felice. Non dobbiamo però
commettere l’errore di credere che se intorno a tematiche
ambientali si sviluppa un notevole giro d’affari queste tematiche
sono
necessariamente corrette. Il
fatto che la produzione e la vendita di una certa merce
costituiscano un buon affare dice poco o nulla sulla qualità o
sulla bontà delle merce stessa. Quando si entra in una libreria si
notano sugli scaffali principali molti libri spazzatura.
Probabilmente è grazie a questi che editori e, a volte, librai
conseguono degli utili, ma sempre di libri spazzatura si tratta. I
pannelli fotovoltaici rappresentano oggi un buon affare, ma questo
non dimostra che siano davvero utili per produrre energia, meno che
mai che possano sostituire in misura significativa altre forme di produzione energetica.
Questo è ancora più vero se si pensa che i pannelli sono
convenienti anche e
soprattutto grazie ad
incentivi statali pagati anche da chi non li compra. Se tutti
munissero le loro case di
pannelli solari la loro pretesa convenienza verrebbe meno...
Nel
mondo la quasi totalità dell’energia è prodotta con petrolio,
carbone e
nucleare. Il peso delle cosiddette “rinnovabili” è puramente
residuale . Questi sono
i dati che contano per valutare se abbiano o meno ragione coloro che
sostengono certe non meglio
definite “transizioni
ecologiche”. Anche dando
per scontato che le
politiche di “transizione ecologica” incrementino,
per un certo periodo di tempo, determinate aree di business
non è da questo che va
giudicata la loro convenienza economica. L’economicità di certe
scelte produttive si misura in ultima istanza non
coi temporanei profitti monetari che permettono di conseguire ma con
la loro capacità di produrre beni e servizi, quindi di incrementare stabilmente il PIL. Se
si decide di produrre energia con il solare occorre vedere quanta, e
di che qualità, energia si produce con una simile tecnologia. Se
l’energia prodotta è scarsa e di cattiva qualità i profitti
inizialmente conseguiti si riveleranno puramente nominali, una mera
illusione monetaria.
Le
rivoluzioni economiche ed industriali sono state finora la conseguenza di innovazioni
tecnologiche, scoperte geografiche, scoperta di nuove fonti di
energia o della composizione di questi tre fattori. La
“transizione ecologica” di cui oggi parlano in tanti sembra
invece essere, insieme, la conseguenza di una deriva ideologica,
delle aspirazioni mondialiste di enormi gruppi multinazionali e del
tentativo di alcuni stati, la Cina in primo luogo, di assurgere al
rango di incontrastate super potenze mondiali. Tutte cose che, come si vede, hanno
poco a che vedere con la tutela dell’ambiente e con uno sviluppo
economico insieme sostenuto ed attento alle ricadute ecologiche.
A
differenza di precedenti rivoluzioni industriali la attuale
“transizione ecologica” contrasta inoltre con lo sviluppo
tecnologico, non a caso i suoi più convinti sostenitori sono i
teorici della “decrescita felice”, i figli ed i nipotini di
coloro che una trentina di anni fa bollavano scienza e tecnologia
come “strumenti del potere borghese” e che oggi, superata la
vulgata marxista, le
definiscono risultato di una insana “volontà di potenza”
dell’uomo.
I seguaci di Beppe Grillo quelli che hanno fatto
della “transazione ecologica” la loro bandiera, sono contrari
alle acciaierie, all’alta velocità, ai termovalorizzatori ed ai
rigasificatori, alle auto ed alle autostrade, contrastano tutte le
opere pubbliche, dai ponti alle tratte ferroviarie. Sono coloro che
tengono bloccati da decenni i lavori della TAV e da anni quelli del
terzo valico. Soprattutto, sono contrari alla plastica, al nucleare,
al carbone ed al petrolio. Basta guardarsi intorno per rendersi
conto
di quanto simili programmi siano demenziali. Si elimini dal mondo la
plastica e tutte le economie collassano nel giro di pochi mesi,
forse poche settimane. Si cerchi di produrre con le sole
“rinnovabili” non dico tutta, ma una porzione significativa
dell’energia di cui abbiamo bisogno ed il mondo piomba nella più
assoluta povertà e nel caos,
con centinaia di milioni di
disoccupati e, probabilmente, nuove guerre.
Non
solo, simili demenziali proposte sono anche profondamente
antiecologiche. Per produrre quantità appena discrete di energia
con eolico e solare occorrerebbe riempire di pale e pannelli aree
sterminate, con conseguenze disastrose su ambiente, fauna e flora
selvatiche, e ci sarebbe sempre il problema enorme dello smaltimento
di questi “ecologici” strumenti di produzione di energia una
volta giunti al termine del loro ciclo produttivo. Non a caso la
proposta vera dei
mistici dell’ecologia è la drastica riduzione dei consumi: meno
consumi, meno produzione, meno energia: il ritorno al “buon tempo
antico”, quando la vita media non superava i 30, al massimo i 40 anni e gran parte
della energia di cui comunque si aveva bisogno era costituita dalla forza muscolare animale e umana. L’epoca in cui esistevano lo
schiavismo e la servitù della gleba. Una meraviglia!
Qualcuno
potrebbe obbiettare
che queste sono solo farneticazioni di pochi fanatici, ma, a parte
il fatto che questi fanatici oggi governano l’Italia, non solo di
loro si tratta. La piccola
Greta fa
proposte ancora più
radicali di quelle di
Grillo e di fronte a lei si
prosternano fior di uomini di stato. L’obiettivo dell’azzeramento
delle emissioni di CO2 in meno di 10 anni non è del solo Grillo ma
anche dei principali Leader del PD e della UE. Nella sua enciclica
“Laudato si”
Bergoglio ha fatto discorsi del tutto simili. Insomma, non vorrei
essere troppo pessimista, ma non siamo di fronte a poche
farneticazioni ma ad una ideologia molto diffusa, intrecciata con
interessi economici e politici molto potenti.
Il
misticismo ecologico è una
pericolosissima forma di nichilismo, particolarmente insidiosa
perché riguarda tematiche che non possono non interessare ogni
persona ragionevole. E che spesso inibiscono alle persone
ragionevoli la capacità di sottoporre a critica severa le idiozie.
Perché sotto sotto hanno paura, le persone ragionevoli, di apparire
contrarie
ad una giusta causa come quella delle difesa ambientale.
Occorre
invece superare ogni timidezza. Il nichilismo antiscientifico va
combattuto, senza se e senza ma, anche se riveste i panni
rassicuranti dell’amico della scienza, e si fa bello con amorevoli
richiami a vette immacolate e mari cristallini.