secondo giovanni
Detesto il fanatismo,la faziosità e le mode pseudo culturali. Amo la ragionevolezza, il buon senso e la vera profondità di pensiero.
lunedì 9 febbraio 2026
SI NO E COSTITUZIONE
IL RICHIAMO DELLA FORESTA
sabato 7 febbraio 2026
LA TECNICA DEL RINVIO
sabato 3 gennaio 2026
MADURO
lunedì 24 novembre 2025
sesso e consenso
Chiunque compie o fa compiere o subire atti sessuali ad un’altra
persona senza il consenso libero e attuale di quest’ultima è
punito con la reclusione da sei a dodici anni.
Questo
dico il primo comma dell’articolo 609 del codice penale dopo la
riforma approvata all’unanimità dalla camera.
A livello di
valutazione di principio non c’è nulla da eccepire: è evidente,
addirittura banale, che l’atto sessuale deve basarsi sul consenso
libero e attuale delle parti. Il problema vero relativo alla nuova
formulazione della legge riguarda non lo stupro, reato odioso da
punire con la massima severità, ma il modo in cui questo può
essere provato. Se c’è violenza, o ci sono minacce, o se un
brutto abusa di una donna in stato di incoscienza perché sotto
l’effetto di sostanze stupefacenti è evidente che il consenso
manca e l’atto sessuale può ragionevolmente essere definito
stupro, con tutte le conseguenze del caso. Ma… in altri casi? In
che modo il mancato consenso può essere provato? Questo è il punto, importantissimo.
Proviamo a immaginare una
situazione. Tizio e Tizia entrano in un albergo. Affittano una
stanza, cenano insieme, poi si ritirano nel loro alloggio. La
mattina dopo fanno colazione, sono puliti, ordinati e sorridenti, si
scambiano dolci parole. Pagano il conto e si allontano mano nella
mano. Una settimana dopo Tizia denuncia Tizio affermando di non aver
dato il consenso all’atto sessuale consumato durante la notte.
Nulla nel comportamento della coppia può far pensare a uno stupro,
con tutta evidenza non c’è stata violenza alcuna, né minacce, non
sono state consumate bevande alcooliche, Tizia non era drogata.
Eppure, stando alla formulazione della legge tutto questo non conta,
l’unica cosa che conta è il consenso che Tizia avrebbe negato. E’
possibile provare questo mancato consenso? Con tutta evidenza no,
eppure la dichiarazione di Tizia può bastare per fare incriminare,
forse addirittura condannare Tizio. Emerge qui un aspetto
particolarmente pericoloso della nuova formulazione della legge:
l’inversione dell’onere della prova. In tutti i paesi civili
esiste la presunzione di innocenza: è l’accusa a dover provare la
colpevolezza del sospettato, non lui la sua innocenza. La presunzione
di innocenza è alla base della civiltà giuridica, è prevista
dall’articolo 27 della costituzione e dall’articolo 48 della
carta europea dei diritti.
La nuova formulazione della legge
rischia di entrare in rotta di collisione con questo fondamentale
principio: basta che Tizia affermi di non aver dato il consenso
perché Tizio possa vedersi costretto a cercare le prove della sua
innocenza. E’ un aspetto molto grave della nuova formulazione,
stupisce che in molti sembrano non rendersene conto.
Qualcuno
potrebbe dire che la nuova formulazione della legge consente di
perseguire i casi di violenza psicologica. Questo in effetti è un
buon argomento a favore della legge: la violenza psicologica a volte
può essere altrettanto grave di quella fisica, ma anche in questo
caso sorge una difficoltà, molto grave.
La legge penale
sancisce, o dovrebbe sancire, i comportamenti chiaramente definibili,
identificabili, capaci di essere verificati con testimonianze, prove
materiali, documenti. La stessa violenza psicologica, per essere
oggetto di sanzione penale dovrebbe tradursi in atti controllabili
intersoggettivamente, in caso contrario tutto resta nel vago e può
avere conseguenze aberranti. Se Tizio afferma che io voglio ucciderlo
perché lo odio ma non è in grado di produrre alcuna prova materiale
o testimonianza che confermi il mio odio e la mia intenzione omicida,
posso essere non dico condannato ma anche solo seriamente indagato?
Direi proprio di no. La nuova formulazione della legge sullo stupro
lascia invece tutto nel vago. E’ estremamente vago lo stesso
concetto di “consenso”. Cosa vuol dire in concreto dare il
consenso all’atto amoroso? Il consenso all’atto amoroso è nella
quasi totalità dei casi implicito, non esplicito, la legge però non
dice nulla a questo riguardo. Tizio e Tizia passeggiano al chiaro di
luna, a un tratto si fermano e si baciano. Esiste in questo caso il
consenso? A parere di ogni persona normale si, ma se si segue alla
lettera il testo della legge sembra che il consenso non ci sia.
Qualcuno ha mai chiesto al o alla partner il permesso di baciare? E
se dal bacio si passa a qualcosa di piu’ piacevole, occorre a ogni
passo avanti chiedere il consenso? “Posso toccarti il seno,
accarezzarti una gamba... Non vado oltre. Nessuno credo si è mai
comportato in questo modo. La legge sembra pretenderlo, sia dai
maschi che dalle femmine.
Più in generale mi sembra che
dietro alla legge ci sia una concezione “filosofica”, per usare
una parola grossa, assolutamente non condivisibile. Si tratta della
pretesa, oggi abbastanza diffusa, di formalizzare ogni rapporto
umano, di sottoporre tutto alla legge togliendo sempre più spazio ai
comportamenti spontanei, non formalizzati.
Nessuno di noi
chiede consensi e permessi per fare una serie enorme di atti, né si
comporta in un certo modo perché questo gli viene imposto dalla
legge. Non chiedo a Tizio che incontro per strada il permesso di
salutarlo, non so quale sia né cosa dica con precisione l’articolo
del codice che punisce il furto, posso addirittura ignorare che un
articolo simile esista, ma quando vado in un super mercato NON rubo,
so che non devo farlo e mi vergognerei da morire se qualcuno mi
scoprisse a rubare anche solo una mela. Non occorre chiedere a una
ragazza, o a un ragazzo, il permesso di fare l’amore, questo è
implicito nella situazione che si sta vivendo. Esiste una differenza
abissale fra un atto sessuale che si compie insieme, volontariamente,
senza chiedere consenso alcuno, e uno imposto con la forza o anche
solo con minacce o ricatti. Pretendere che tutto sia esplicito,
formalizzato vuol dire distruggere l’umana spontaneità,
trasformare gli esseri umani in ridicole caricature di loro
stessi.
Mi permetto di concludere con una considerazione
polemica. Alcuni di coloro che con più determinazione sostengono la
nuova formulazione della legge sono gli stessi, e le stesse, che
hanno spalancato le porte del paese all’immigrazione clandestina,
quella che ha fatto entrare illegalmente in Italia moltissime persone
che considerano più o meno una prostituta degna di essere stuprata
qualsiasi donna che indossi una minigonna o un vestito anche solo
vagamente sexy. Sembra incredibile ma ci sono esponenti della nostra
classe politica che considerano il burka compatibile con la richiesta
di espliciti consensi per ogni sorta di atto amoroso. Miracoli della
sottocultura woke.
lunedì 9 gennaio 2023
LA FOLLIA DELLA "DISCRIMINAZIONE POSITIVA"
E’ una delle tante follie dell’occidente in crisi, e di certo non
la meno grave.
Si chiama “azione positiva” e si presenta
come tentativo di “riparare” le ingiustizie di cui l’occidente
si è reso responsabile nel corso della sua storia. I gruppi etnici,
razziali, sessuali o di altro tipo che in passato hanno dovuto
subire o ancora subiscono ingiustizie e discriminazioni andrebbero
compensati con discriminazioni positive a loro favore. Un certo
numero di posti nelle università, nelle istituzioni, nelle
assunzioni andrebbe riservato ai membri di tali gruppi,
indipendentemente da ogni valutazione su professionalità e merito.
In questo modo non solo si consentirebbe di rimediare, in ritardo, a
vecchie ingiustizie, ma si ristabilirebbe, oggi, una certa
uguaglianza fra i membri della società.
Ma la filosofia dei
teorici dell’azione, meglio, della discriminazione positiva va
oltre. Alle richieste di “azioni positive” si affiancano
richieste di risarcimenti che andrebbero riconosciuti ai lontani
discendenti di chi decenni o secoli fa ha dovuto subire ingiuste
discriminazioni. Si assiste oggi alla continua richiesta di “scuse”
avanzate da rappresentanti di popoli e gruppi etnici che in passato
hanno dovuto subire l’egemonia occidentale. E, va da se,
l’occidente in crisi risponde spesso in maniera affermativa a tali
richieste, Per farla breve: scuse, risarcimenti e, soprattutto,
discriminazioni positive messe in atto oggi dovrebbero compensare discriminazioni
ingiuste di decenni o secoli fa. Solo così l’equilibrio potrebbe
essere ricostituito. Ha un senso, un senso positivo, una simile
politica? La risposta è NO.
Dovrebbe essere intuitivo,
addirittura scontato, che, se ci sono state, o, peggio, ci sono
ingiuste discriminazioni ai danni di singoli e gruppi la via maestra
per uscirne è una sola: cercare di costruire società il più giuste
ed il meno discriminatorie possibile. Non si tratta di punire i
lontani discendenti dei mercanti di schiavi, ma di porre a base della
società il rispetto per la dignità che spetta incondizionatamente
ad ogni essere umano. Un simile approccio al problema appare però
troppo “semplice” ai sostenitori della “discriminazione
positiva”. Val la pena quindi di sottoporre a critica il più
possibile esaustiva la loro dottrina.
Anche limitando
l’analisi al solo loro aspetto utilitaristico le varie teorie della
“discriminazione positiva” appaiono insostenibili. E’ intuitivo
che simili teorie sono quanto di più lontano si possa immaginare dal
concetto di merito. I posti di responsabilità andrebbero assegnati
non in base alle competenze che i singoli dimostrano di avere, ma al
loro sesso, al colore della loro pelle o ad altre loro
caratteristiche accidentali. Se devo farmi operare al cuore in base a
quale criterio scelgo il chirurgo? Mi interessa la sua
professionalità o il suo sesso, o il colore della sua pelle? Mi
sento sicuro se volo su un aereo il cui pilota è stato scelto non
perché ha superato brillantemente difficili esami ma perché ha
determinati gusti sessuali? Basta fare queste domande per avere la
risposta. Anche prescindendo da ogni considerazione sulla palese
ingiustizia che deve subire chi in un pubblico concorso si vede
superato da persone che hanno meno metriti di lui ma che appartengono
a categorie protette, anche prescindendo da questo e limitando
l’analisi a puri concetti utilitaristici, appare del tutto evidente
che se applicate con un minimo di coerenza ed ampiezza le teorie
della discriminazione positiva contribuiscono a creare qualcosa di
inaccettabile: società in cui il merito è negletto, con conseguente
abbassamento del tenore di vita e della sicurezza di tutti,
indipendentemente da sesso, colore della pelle o credo religioso.
Quello utilitaristico è però solo uno degli aspetti
negativi della “discriminazione positiva”.
Questa teoria si
caratterizza per la costante ricerca di “risarcimenti” che
spetterebbero ai membri di determinasti gruppi per le discriminazioni
ed ingiustizie, spesso assai lontane nel tempo, che questi hanno
dovuto subire. Però anche ad un esame superficiale emerge
chiaramente una cosa: coloro che dovrebbero risarcire appartengono
tutti ad una determinata civiltà o sesso, o credo religioso, i
risarciti invece appartengono ad altre civiltà, sesso, credo
religiosi. Chi deve risarcire è di norma maschio, bianco,
occidentale, eterosessuale, cristiano. I risarciti sono non
occidentali, non bianchi, non cristiani, femmine od omosessuali. Ma,
ha un minimo di senso una simile ripartizione? I colonialisti
occidentali hanno ridotto a protettorati molti stati islamici, è
vero, ma in precedenza l’Islam aveva conquistato mezza Europa. Se
l’occidente deve “risarcire” l’Islam questo deve a sua volta
“risarcire” l’occidente. E che dire delle donne o degli
omosessuali che di certo non se la passano troppo bene in paesi come
l’Iran? Sono alleati di chi impone loro il velo, li tortura o li
impicca contro il maschio bianco occidentale ed eterosessuale?
La
logica “risarcitoria”, se non vuole essere una mera forma di odio
dell’occidente nei confronti di se stesso, dovrebbe riguardare
tutti: gli imperialisti occidentali come quelli orientali o medio
orientali, i maschi come le femmine, gli omo come gli eterosessuali.
E non dovrebbe essere limitata nel tempo. Se ha senso chiedere
“discriminazioni positive” per riparare ingiustizie di un paio di
secoli fa dovrebbe aver senso chiederne per riparare altre
ingiustizie, probabilmente più gravi, di un paio di millenni fa. I
discendenti degli antichi Galli e Britanni, conquistati armi alla
mano dalle legioni romane, dovrebbero chiedere “discriminazioni
positive” ai danni degli italiani, questi le dovrebbero chiedere ai
tedeschi per le invasioni del Barbarossa, i polacchi dovrebbero
chiederle ai russi, questi ai mongoli; gli ebrei dovrebbero chiedere
risarcimenti a mezzo mondo però anche loro, millenni fa, qualche
ingiustizia nei confronti di altri popoli la hanno commessa. Tutti
nella storia hanno commesso o subito ingiustizie, non esistono
singoli o gruppi senza peccato. La logica della “discriminazione
positiva”, se applicata in maniera non faziosa, aprirebbe la via ad
un rimando infinito di “discriminazioni positive” e richieste di
scuse e risarcimenti.
E questo rimando all’infinito non
riguarda solo il passato, si proietta nel futuro. Per “riparare”
ad ingiustizie di 20 o 200 anni fa bisognerebbe discriminare i
discendenti di coloro che hanno commesso in passato tali ingiustizie,
solo così si potrebbe creare una situazione giusta, si dice. Però
in questo modo non si fa altro che aggiungere ingiustizia ad
ingiustizia: nulla è infatti tanto palesemente ingiusto quanto far
pagare a figli, nipoti e pronipoti le colpe dei padri, nonni e
bisnonni. Né l’ingiustizia di oggi serve a ricostituire una
situazione più giusta od equa. Il danno che deve subire chi è
vittima oggi della “discriminazione positiva” è infatti molto
maggiore delle conseguenze negative che sempre oggi devono subire i
discendenti di coloro che hanno subito ingiustizie due o tre secoli
fa. Seguendo la logica dei teorici della “discriminazione
positiva” queste nuove ingiustizie andrebbero riparate con nuove
“discriminazioni positive” e così via, di nuovo all’infinito.
La ricerca di sempre nuove ingiustizie passate cui occorre metter
riparo si combina in questo modo col continuo ricrearsi nel futuro di
situazioni ingiuste cui occorre metter riparo. Una follia.
C’è
però anche un altro aspetto di queste tematiche che occorre
approfondire.
Certi usi e costumi, certe istituzioni dei nostro
antenati ci appaiono oggi ripugnanti. E sono davvero tali. Lo
schiavismo era moralmente orripilante ai tempi dell’antica Roma
come lo è oggi. E’ del tutto inaccettabile il relativismo di chi
ritiene che lo schiavismo fosse “giusto” un tempo o che
l’oppressione della donna sia “giusta “ oggi in certe
situazioni socio culturali mentre l’uno e l’altra sarebbero state
ingiuste in altri tempi e lo sono in altre situazioni culturali. Da
questo però non segue che chi visse in tempi in cui certe pratiche
erano ritenute “normali” sia assimilabile ad un criminale; in
realtà si trattava solo di persone che condividevano usi, costumi e
norme etiche dei loro tempi e delle loro civiltà. Il fatto che si
trattasse di usi, costumi e norme inaccettabili non trasforma in
mostri chi le seguiva, meno che mai trasforma i loro discendenti in
mostri o criminali da punire. E’ proprio questa invece la logica
profonda, anche se non sempre chiaramente espressa, di chi teorizza
la “discriminazione positiva”. L’occidentale bianco,
discretamente benestante, di oggi sarebbe in qualche modo
responsabile del comportamento di persone vissute spesso molto tempo
fa e che si comportavano conformemente a quelli che erano gli usi ed
i costumi del loro tempo. L’economista austriaco Von Mises,
parlando dell’origine della proprietà privata ammette senza
esitazioni che l’acquisizione delle prime proprietà è stata in
molti casi violenta ed illegale. La cosa non deve stupire, aggiunge,
perché tale acquisizione è stata in moltissimi casi anteriore allo
stabilirsi della legge. Pretendere di riparare a tali violenze
originarie è quanto mai stupido non solo per l’impossibilità
empirica di tale riparazione, ma anche perché non si può pretendere
una legalità anteriore alla legge. Oggi i teorici della
“discriminazione positiva” sembrano voler incolpare chi discende
da persone che ai loro tempi agivano in maniera conforme ad usi,
costumi e norme condivise. Io sarei da discriminare perché il mio
tris nonno non si comportava come una persona che vive nel
ventunesimo secolo. Si tratta di qualcosa ancora peggiore della
pretesa illiberale di incolpare i figli per le colpe dei padri. Di
nuovo, una follia.
Finora abbiamo dato per scontato che i
discendenti di coloro che hanno subito ingiuste discriminazioni siano
oggi danneggiati per ciò che è successo ai loro avi, ma stanno
davvero, sempre e comunque, così le cose? Per i teorici della
“discriminazione positiva” non ci sono dubbi in proposito, la
loro risposta è sempre SI. Ma sbagliano. Il loro errore deriva da
una sorta di illusione ottica: esaminano la situazione, ad esempio,
dei neri americani, vedono che spesso, anche se ormai molto meno che
in passato, questa è peggiore di quella di molti bianchi e
concludono che la causa di una tale situazione deriva dalle orribili
ingiustizie che i neri hanno dovuto subire quando altro non erano che
schiavi. Ma un simile modo di affrontare il problema è sbagliato per
il semplice motivo che i discendenti di coloro che furono schiavi
usufruiscono anch’essi, sia pure in misura minore e grazie anche
alle loro lotte, dei benefici della società che rese schiavi i loro
avi. Chi venne ridotto in schiavitù ha subito una orribile
ingiustizia, un nero campione di basket che guadagna milioni di
dollari all’anno, o un musicista jazz che guadagna altrettanto, o
un nero che diventa presidente degli Stati Uniti godono anch’essi
di quanto ha saputo edificare di positivo una società che pure si è
macchiata del crimine dello schiavismo. La storia è davvero
complessa, una volta tanto val la pena di usare questa parola. Nella
storia ci sono crimini ed ingiustizie ma anche miglioramenti
economici, conquiste democratiche, affermazioni della libertà.
L’antichità ci lascia grandi conquiste culturali, anche se è
stata caratterizzata dallo schiavismo, e di tali conquiste oggi
godono tutti, compresi i discendenti di chi è stato schiavo. Con
questo non si vuol dire, dovrebbe essere ovvio, che non si debba oggi
lottare per migliorare la situazione di singoli o gruppi sociali
ancora svantaggiati, si vuol dire però che questa lotta non può
essere vista come “risarcimento” per quanto hanno dovuto subire
di ingiusto gli antenati di chi oggi è socialmente svantaggiato. La
gran maggioranza dei poveri statunitensi è “ricca” se paragonata
ai poveri dell’Uganda o dell’Angola. I benefici di società
opulente e democratiche hanno interessato, sia pure non a
sufficienza, i loro membri meno fortunati. Quando cercano,
giustamente, di migliorare le loro condizioni questi si rapportano ai
problemi del presente, non alle ingiustizie del passato per cui loro
dovrebbero essere “risarciti”. Gli unici che avrebbero diritto di
avanzare richieste di “risarcimento” non sono più fra noi. Da
molto, moltissimo tempo.
Val la pena a questo punto di
fare una breve precisazione. Sinora si è spesso usata la parola
“risarcimento” per descrivere le proposte dei sostenitori
dell’azione, o della discriminazione “positive”. Questa parola
però può indurre in inganno. In effetti, se io mio padre mi lascia
in eredità una abitazione e in un secondo momento si scopre che la
stessa è stata acquisita illegalmente dal mio genitore, io sono
tenuto a restituire la casa al legittimo proprietario o a risarcirlo
adeguatamente. La figura giuridica del risarcimento non contrasta con
la giustizia ed è riconosciuta dalla legge, a condizione che le
azioni illegali per riparare alle quali il risarcimento è richiesto
non siano troppo lontane nel tempo. In fin dei conti la acquisizione
legale non è il criterio assolutamente unico per stabilire a chi
spetti una certa proprietà. E’ importante anche stabilire chi ha
curato una certa proprietà, per quanto tempo lo ha fatto, se la ha
fatta crescere e valorizzare. Non a caso quasi tutti gli ordinamenti
giuridici prevedono l’istituto dell’usucapione. Il risarcimento
in ogni caso è spesso del tutto giusto e legittimo, ma le pretese
dei sostenitori della “discriminazione positiva” vanno ben oltre
la rivendicazione di questo tipo di risarcimento. Vanno addirittura
oltre il concetto stesso di risarcimento. Ad essere intaccati dalle
pretese di “discriminazione positiva” sono i diritti fondamentali
di certi soggetti prima che la loro proprietà. Se Tizio partecipa ad
un concorso, dimostra di essere il migliore ma si vede superato da
Caio solo perché questi appartiene ad un determinato gruppo
protetto, ad essere menomati sono i diritti fondamentali di Tizio,
non la sua proprietà. La “discriminazione positiva” lede il
principio fondamentale di ogni società libera: quello della pari
dignità di tutti gli esseri umani indipendentemente da colore della
pelle, sesso, convinzioni politiche o religiose. Nessuna richiesta di
risarcimento, giusta o sbagliata che sia, riguardi fatti vicini o
lontani nel tempo, può essere soddisfatta riducendo i diritti
fondamentali di determinati esseri umani. Se devo risarcire Tizio
dovrò dargli del denaro, non perdere i miei fondamentali diritti di
cittadino. La discriminazione positiva fa invece proprio questo: in
nome di ingiustizie a volte vecchie di secoli subite da persone ormai
scomparse da tempo pretende che vengano intaccati, spesso più che
intaccati, fondamentali diritti dei cittadini. Un certo numero di
posti in parlamento deve essere riservato ai maschi, o alle femmine,
ai bianchi o ai neri, agli etero o agli omosessuali. Tutto questo
lede profondamente il diritto di voto: puoi votare ma devi votare
candidati di un certo sesso, con la pelle di un certo colore, con
determinati gusti sessuali, ed il discorso non si ferma al diritto di
voto. E’ dubbio che la democrazia possa sopravvivere a simili
follie.
Val la pena di affrontare, per concludere, il
punto fondamentale. Quale è la filosofia, la visione dell’uomo che
sta dietro e sostiene le varie politiche di azione o discriminazione
positiva? Ogni proposta politica importante si basa, ne siano
consapevoli o meno i suoi sostenitori, su determinate teorizzazioni
che con giusta ragione possono definirsi filosofiche; quali sono
quelle che sostengono la discriminazione positiva? Per cercare di
comprenderle appieno va la pena di allargare un po’ il discorso.
Ognuno di noi ha sentito qualche volta, penso, affermazioni di
questo tipo: “il tale non ha meriti né colpe per esser nato bello
o brutto simpatico od antipatico, intelligente o stupido”. E’
facile partire da simili ovvie banalità per arrivare a conclusioni
che da un punto di vista astrattamente logico sono coerenti. La
“società”, si conclude, avrebbe il compito di riparare le
“ingiustizie” che madre natura ha commesso nel distribuire ad
ognuno di noi i suoi “doni”. Ad essere degne di critica sono,
come al solito, le premesse. Chi fa simili ragionamenti pensa che si
possano separare gli esseri umani dalle loro caratteristiche.
Ritiene che gli esseri umani siano pure essenze disincarnate, enti
asettici, privi di qualità e particolarità che dovrebbero esser
attribuite loro, in maniera “equa” da una non meglio specificata
“società” (come se la “società non fosse composta da esseri
umani). E se, per evidenti motivi empirici, la “società” non è
in grado di mettere in atto questa “equa distribuzione”, dovrebbe
far si che le differenze fra tali caratteristiche fossero in qualche
modo compensate. Tizio, non troppo intelligente dovrebbe esser
“risarcito” e reso più o meno uguale a Caio cui la “natura”
ha regalato una intelligenza fuori dal comune. Eguaglianza e pari
dignità non riguardano più gli esseri umani empiricamente dati,
insiemi sostanziali unitari di qualità e caratteristiche. No,
eguaglianza e dignità riguardano esseri disincarnati, entità
assolutamente astratte beneficiarie dei processi di azione e
discriminazione positiva. Tali teorie, se applicate coerentemente,
porterebbero a risultati mostruosi. Un individuo sano, per fare solo
un esempio, dovrebbe esser obbligato a donare un rene ad uno malato
per compensarlo del fatto che “la natura” è stata “ingiusta”
con lui. Forse non a caso nessuno sostiene simili posizioni fino in
fondo, questa però è la logica che che sta dietro a tutte.
I
sostenitori della azione o discriminazione positiva allargano il
discorso dalle caratteristiche naturali degli esseri umani a quelle
economiche e socio culturali. Ognuno di noi è dato, si trova nel
mondo. Nasce in una certa epoca storica, dentro una certa classe
sociale, famiglia, nazione, cultura, civiltà. Ognuno di noi è
l’insieme unitario delle sue caratteristiche naturali e socio
culturali. Io sono io perché ho un certo aspetto fisico, un certo
carattere, parlo una certa lingua, vivo in un certo periodo storico
dentro determinati rapporti sociali e culturali. Visto che le
caratteristiche socio culturali degli esseri umani non sono, come
quelle naturali, “distribuite” equamente fra loro i sostenitori
delle varie azioni o discriminazioni positive vorrebbero annullarle
mettendo in atto varie politiche “compensatrici”. Teorizzano
persone separate dalla propria datità socio culturale oltre che
naturale. Io sarei io indipendentemente dal periodo storico, dalla
cultura e dalla società in cui sono nato e vivo e, visto che non
posso esser separato da queste mie caratteristiche essenziali, i
generosi riformatori del mondo vorrebbero mettere in atto politiche
“compensatrici”. Ad essere preso di mira è, come al solito, il
dato del nostro esistere: si vorrebbero ricostruire gli esseri umani
mettendo riparo a quanto nel loro esser dati sembra non essere
sufficientemente equo o giusto.
L’uguaglianza democratica e
liberale è di tipo radicalmente diverso. Riguarda non esseri umani
disincarnati, ma le persone in carne ed ossa con tutte le loro
caratteristiche naturali e storico sociali. Sono queste persone ad
essere titolari dei fondamentali diritti umani, a queste viene
riconosciuta la pari dignità.
Certo, è giusto, è sacrosanto
lavorare per società in cui questi diritti e questa dignità siano
goduti da tutti, ma questa è cosa radicalmente diversa dal tentativo
di annullare la datità naturale e socio culturale di ognuno di noi.
Io ho certi diritti e la mia dignità, pari a quella di ogni essere
umano, in quanto sono IO, con le mie caratteristiche naturali, la mia
cultura, il dato del mio vivere in una certa epoca storica, entro
determinate coordinate culturali. Non ho diritto ad alcun “compenso”
né dovere di “compensare” qualcuno perché sono ciò che sono,
al contrario, ho il diritto al rispetto per ciò che sono ed ho il
dovere di rispettare gli altri per quello che gli altri sono.
Qualcuno potrebbe obbiettare che tutto questo non ci rende
davvero uguali. Avrebbe ragione, il vivere in società in cui i
nostri diritti fondamentali e la nostra dignità vengano tutelati ed
in cui ognuno abbia possibilità economiche reali per cercar di
realizzare i propri progetti non ci rende uguali, e con questo? Gli
esseri umani non possono essere uguali perché hanno ognuno
caratteristiche naturali e socio culturali diverse e diseguali.
Cercare di superare questa situazione per realizzare una radicale
uguaglianza sostanziale distrugge la libertà, da vita a sempre nuove
ingiustizie e a forme di disuguaglianza queste si assolutamente
intollerabili. La storia ha dato a questo proposito lezioni che solo
i fanatici o gli sciocchi possono ignorare.
La politica
della azione o discriminazione positiva non fa altro, in fondo che
riproporre il vecchio mito marxista dell’uomo nuovo, con la
differenza che in Marx l’uomo nuovo sarebbe il prodotto spontaneo
della affermazione su scala planetaria della società perfetta
comunista, per i politicamente corretti di oggi sarebbe invece la
risultante di accorte politiche “riparatrici”.
C’è
un’ultima considerazione da fare. Tutte le varie politiche
“compensatrici” sono rivolte contro l’occidente. Lo si è già
detto: il nemico è l’uomo bianco, occidentale eterosessuale,
discretamente benestante, spesso cristiano. E’ lui che sarebbe
obbligato a vivere scusandosi con mezzo mondo ed a compensare mezzo
mondo per i crimini, veri o presunti, commessi in passato dalla sua
civiltà (le altre invece sono generosamente assolte da ogni
addebito). Se analizzate da questo punto di vista le politiche della
azione o discriminazione positiva altro non sono che una forma
particolare che assume la più generale politica della cancel
culture. L’occidente è responsabile di tutti i mali del mondo. La
sua storia è riducibile ad un insieme di abomini, anche se in quella
storia ci sono Platone ed Aristotele, Newton e Kant, Dante e
Shakespeare, Leonardo e Michelangelo, Mozart e Beethoven ed insieme a
questi la scoperta dei diritti umani, l’abolizione dello
schiavismo, la democrazia, la laicità dello stato, il principio di
tolleranza, la razionalità scientifica, l’economia di mercato ed
il benessere che questa ha assicurato a masse sterminate di esseri
umani, di tutte le civiltà.
Ai teorici delle azioni e delle
discriminazioni positive tutto questo interessa a poco. Sono i nuovi
nemici della nostra civiltà. E’ bene rendersene conto, senza
pericolose illusioni.
sabato 19 marzo 2022
IL NUOVO RASPUTIN

“Questa non è una guerra con l’Ucraina. È un confronto con il
globalismo come fenomeno planetario integrale. È un confronto a
tutti i livelli – geopolitico e ideologico. La Russia rifiuta tutto
nel globalismo – unipolarismo, atlantismo, da un lato, e
liberalismo, anti-tradizione, tecnocrazia, Grande Reset in una
parola, dall’altro. È chiaro che tutti i leader europei fanno
parte dell’élite liberale atlantista”.
Chi scrive
queste parole? Le scrive in un articolo rinvenibile nella sua pagina
facebook, Alexandr Dugin, il filosofo ufficiale della Russia di
Putin. E dalle sua parole si evince immediatamente cosa sia in gioco
nel periodo tragico che stiamo attraversando. Il problema non è,
cosa evidente sin dal primo momento, il Donbas, o l’ingresso nella
Nato dell’Ucraina, o l’Ucraina stessa. Il problema è
l’occidente, soprattutto il problema è il liberalismo
dell’occidente che questo novello Rasputin identifica con l’anti
tradizione, la tecnocrazia, il grande reset eccetera eccetera.
“L’Occidente moderno”, prosegue il filosofo “è la cosa più
disgustosa della storia del mondo. Non è più l’Occidente della
cultura mediterranea greco-romana, né il Medioevo cristiano, e
nemmeno il ventesimo secolo violento e contraddittorio. È un
cimitero di rifiuti tossici della civiltà, è
anti-civilizzazione”.
L’occidente è la non civiltà dei
Rothschild, Soros, Schwab, Bill Gates e Zuckerberg, notare le origini
ebraiche. L’occidente si identifica con gli Zuckerberg e questi
con il marciume, la degenerazione, la non civiltà. A parte le scarse
simpatie che ognuno di noi, compreso chi scrive, può avere per
Zuckerberg e Soros, è semplicemente incredibile che siano queste
persone ad essere indicate quale simbolo di ciò che di peggio esiste
nella storia dell’occidente. Mentre identifica con l’anti
civilizzazione il globalismo degli Zuckerberg, Dugin guarda con
malcelata simpatia al ventesimo secolo, “violento e
contraddittorio”. Dimentica che le figure centrali di questo secolo
sono Adolf Hitler e Giuseppe Stalin, due simpaticoni che hanno sulla
coscienza alcune decine di milioni di morti. E nel momento stesso in
cui condanna il globalismo mercatista ed il libero scambio Dugin non
ha nulla da dire sulle società chiuse e su ciò che le caratterizza:
la soppressione delle libertà personali, il declino economico,
l’eliminazione del dissenso politico, le persecuzioni di artisti,
filosofi ed intellettuali. Inorridisce di fronte a McDonald’s ma
non dice una parola sui lager e sui gulag. E dimentica quel fenomeno
secondario del nostro tempo che si chiama fondamentalismo islamico.
Le adultere lapidate e gli omosessuali impiccati sono poca cosa se
paragonati ad Amazon e Facebook. Dulcis in fundo, la fiera condanna
del mercato globalista non lo spinge a pronunciare alcuna parola non
dico di condanna, ma di critica nei confronti di quella strana
mistura di capitalismo e gangsterismo che prospera nella santa
Russia. Il denaro è sterco del demonio solo se appartiene a qualche
cattivone ebreo…
Dugin contrappone a quella non civiltà
che sarebbe l’occidente l’occidente vero, l’occidente
cristiano, greco-romano, mediterraneo, europeo. La Russia si collega
a questo occidente, un occidente premoderno, spirituale, nemico del
materialismo e della tecnologia. Nemico, soprattutto, del
liberalismo. Perché è lì l’origine di ogni male: il liberalismo,
con la sua esaltazione dell’individuo e dei suoi diritti, dello
scambio, del mercato. Per fortuna, sospira Dugin, la Russia non è
contaminata da questo mostro: “il liberalismo in Russia sta
perdendo il terreno sotto i piedi” afferma, e prosegue: “La
Russia è sorta per difendere i valori della Tradizione contro il
mondo moderno. È proprio quella rivolta contro il mondo
moderno”.
Dunque il “vero occidente” non ha nulla a che
fare con tradizione liberale, molto interessante. Peccato che sia una
tradizione che va da Kant a Ralws, da Locke ad Hayek, da Spinoza a
Mill, da Adam Smith ad ad Isaiah Berlin, da Hume a Popper. Tutta
robaccia, anti cultura.
Ne prendiamo attoatto. Però… però
alcuni aspetti centrali del pensiero liberale, alcuni valori
di quella anti cultura che sarebbe il liberalismo, sono presenti in
un po’ tutta la storia del pensiero, attraversano come un fiume
carsico la storia della filosofia anche in periodi ben antecedenti al
sorgere del liberalismo vero e proprio.
Il dialogo socratico, la
ricerca razionale della verità che avanza nel libero confronto delle
idee, cosa è se non un’anticipazione della moderna libertà di
pensiero e ricerca? L’evangelico “non fare agli altri ciò che
non vorresti fosse fatto a te” anticipa l’imperativo categorico
kantiano, così come il “date a Cesare ciò che è di Cesare e a
Dio ciò che è di Dio” è in fondo una prima teorizzazione della
divisione dei poteri fra autorità politiche e religiose.
“Noi
riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti
gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di
certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la
Libertà, e il perseguimento della Felicità” . Questo recita la
dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America, un paese
che Dugin detesta. Ma questa dichiarazione è stata in qualche modo
anticipata da un’altra, secondo cui tutti gli esserti umani sono
figli di Dio e, proprio per questo, dotati di pari dignità (anche se
non, allora, di pari diritti e doveri fondamentali).
Tutto
l’appello di Dugin alla tradizione è in realtà un appello monco,
si rifà ad un occidente privo delle sue migliori caratteristiche, un
occidente caratterizzato da uno spiritualismo nemico dell’autonomia
della ragione. Nella migliore delle ipotesi l’occidente dei
tribunali della Santa Inquisizione, nella peggiore l’occidente
della deriva irrazionalista da cui sono nati i grandi totalitarismi
dello scorso secolo.
In realtà il cupo misticismo di Dugin
contrasta anche con quanto di meglio la grande cultura russa ha
saputo creare.
Dostoevskij è un critico radicale
dell’occidente, ma la sua parabola del grande inquisitore in quel
capolavoro assoluto che è “i fratelli Karamazov” è una
splendida esaltazione della libertà. Ed un grandissimo russo come
Solzenicyn, anch’egli critico di molti aspetti della civiltà
occidentale, nel primo libro di “Arcipelago Gulag” (a
proposito, lo si trova nelle librerie russe?) sottopone a critica
spietata il codice penale staliniano, e lo fa riferendosi alle tanto
disprezzate libertà formali del decadente occidente.
Si
potrebbe continuare ma non ne vale troppo la pena. I richiami di
Dugin al “miglior occidente” altro non sono che riproposizione
degli aspetti meno condivisibili, comunque più discutibili, della
cultura occidentale. E si basano tutti su un volgare equivoco. Dugin
altro non fa che sostituire all’occidente la sua attuale
degenerazione politicamente corretta. Confonde la malattia col corpo
che la malattia sta infettando. Poi contrappone a questo occidente,
identificato col male che lo corrode, una civiltà alternativa che
altro non è che la vecchia, secolare autocrazia negatrice dei diritti
personali e della democrazia, della libera ricerca come dello
sviluppo economico e tecnologico.
Dugin mette tutto nello
stesso sacco: il globalismo che nega la rilevanza delle differenze e
l’universalismo democratico e liberale, la pari dignità delle le
persone indipendentemente dal sesso e dalle preferenze sessuali e
l’utero in affitto, l’economia di mercato e gli eccessi di una
finanza priva di limiti. In questo modo si trova paradossalmente ad
essere assai vicino ai peggiori sostenitori del politicamente
corretto. L’occidente è nemico della natura, la sua storia è
riconducibile a razzismo e prevaricazione, la sua politica è
biecamente imperialista. Forse non c’è troppa differenza fra
Dugin ed i fanatici del BLM.
Sono però le conseguenze
politiche dei suoi filosofemi ad apparire particolarmente
gravi.
Riferendosi alla guerra in Ucraina Dugin afferma:
“...tutti capiranno il significato della moderna guerra in
Ucraina. Molte persone in
Ucraina lo capivano. Ma la terribile propaganda rabbiosa
liberal-nazista non ha lasciato nulla di intentato nella mente degli
ucraini. Torneranno in sé e combatteranno insieme a noi per il regno
della luce, per la tradizione e una vera identità cristiana europea.
Gli ucraini sono nostri fratelli. Lo erano, lo sono e lo
saranno”. Gli ucraini erano vicino alla luce, ma la propaganda
liberal nazista (si, proprio così, il liberalismo è equiparato al
nazismo) li ha spinti verso il buio. Per fortuna arrivano i loro
fratelli russi che, aiutandosi con missili, bombe e carri armati, li
riportano verso la luce. E la guerra in Ucraina non è qualcosa di
isolato, un mero accidente passeggero, no. A fronte della
aggressività del liberal nazismo afferma Dugin, “La Russia sta
creando un campo di resistenza globale. La sua vittoria sarebbe una
vittoria per tutte le forze alternative, sia di destra che di
sinistra, e per tutti i popoli. Stiamo, come sempre, iniziando i
processi più difficili e pericolosi”. Insomma, la guerra in
Ucraina è la prima tappa di uno scontro di civiltà. Luce contro
tenebre, spirito contro materia, angeli contro demoni. Da tempo non
si vedeva nella cultura europea un tale revival di gnosticismo
manicheo.
Dugin piace a molti occidentali non troppo forti di
mente. La sua critica all’occidente trova adepti fra quanti non ne
possono più del gender e del misticismo ecologico,
dell’immigrazionismo senza limiti e della negazione delle
differenze. Proprio per questo va contrastato in maniera netta,
radicale, senza concessione alcuna.
Dugin non è il rimedio,
è il male. Il suo volto ascetico, la barba che ricorda quella si
Solzenicyn possono far presa ma espressione ascetica e barba fluente
non sono in quanto tali segno di saggezza. In “Reparto C”
proprio Solgenicyn scrive che una fluente capigliatura bianca può
cingere la testa dei geni come quella degli imbecilli. Dugion non è
di certo un imbecille, probabilmente conosce la filosofia, di certo
non è un esempio da seguire. Le sue farneticazioni non ricordano i
grandi della cultura russa. Piuttosto un monaco malefico: Grigorij
Rasputin.