Socrate. Franco, ottimo amico, che
piacere incontrarti! Dove vai di bello?
Franco. Buona giornata o
Socrate. Vado in Chiesa a pregare Nostro Signore perché liberi il
mondo dai tanti mali che lo opprimono.
S. Ottima cosa tu fai,
amico mio. Io non ho una gran fede, sono anzi piuttosto scettico in
materia religiosa, ma ammiro chi prega con fede sincera.
F. Ed io
ammiro chi, pur pieno di dubbi, o addirittura lontano dalla fede, si
prodiga per fra trionfare amore e pace fra gli uomini.
S. Parole
sante!
F. Tutti gli uomini di buona volontà dovrebbero unire i
loro sforzi per battere la logica diabolica del potere e del Dio
denaro che impediscono la pace e la pacifica convivenza fra esseri
umani.
S. Potere? Dio denaro? Non capisco bene...
F. C'è poco
da capire, o Socrate. E' la smania di potere e di accumular ricchezze
a provocare guerre e tensioni. Dietro a tutto c'è sempre il Dio
denaro che condiziona ogni nostra azione e spinge gli uomini a
commettere crimini nefandi.
S. Quindi sarebbe il Dio denaro la
causa del terrorismo?
F. Certo, del terrorismo, delle guerre e di
tanti altri mali.
S. Scusa caro Franco, ma... non ti pare che il
fanatismo religioso, soprattutto islamico, abbia qualche colpa?
F.
Ma no! Le religioni sono tutte per la pace! La violenza esiste
ovunque, pensa a quanti mariti uccidono le mogli, o a quanti genitori
maltrattano i figli; e fanatici ce ne sono in tutte le religioni, non
solo nell'Islam.
S. Sarà...
F. Non sei convinto?
S. Non
saprei. Tu parli di violenza che esiste ovunque, di mariti che
uccidono le mogli e genitori che maltrattano i figli.
F. Certo,
sono fatti innegabili purtroppo.
S. Ma, questa violenza esisteva
anche, diciamo, una ventina di anni fa?
F. Certamente.
S. Sai,
ricordo che circa venti anni fa mi sono recato a Roma, a visitare la
Basilica di San Pietro. Sono entrato tranquillamente. Son tornato a
visitare quella chiesa un paio di mesi fa, e ho dovuto fare una coda
di oltre mezz'ora, passare attraverso due metal detector guardato a
vista da uomini armati sino ai denti. E' un fatto strano, lo
ammetterai, visto che mariti e genitori violenti esistevano anche
venti anni fa, anzi, forse erano allora più numerosi di oggi.
F.
Io non ho negato,mi pare, che esistano anche sparuti gruppi di
fanatici, in ogni fede.
S. Esistono questi sparuti gruppi in
tutte le religioni? Oggi? Nella stessa misura?
F.
Si, più o meno.
S. La cosa mi lascia alquanto perplesso...
F.
E perché mai?
S. Dimmi ottimo amico, ti risulta che esistano
buddisti che si fanno esplodere in ristoranti e pizzerie?
F. Non
ne ho notizia.
S. E cattolici che sparano all'impazzata sulla
folla?
F. Non sembra ne esistano.
S. E protestanti che sgozzano
chi non ricorda a memoria le opere di Lutero?
F. Neppure di questo
ho notizia.
S. E conosci ebrei che attaccano a colpi di macete
delle donne in cinta?
F. Non mi pare di conoscerne.
S. Potremmo
dire che la quasi totalità di simili atti esecrandi sia compiuta da
musulmani?
F. Forse potremmo dirlo, ma non cambia la sostanza
delle cose. Si tratta in fondo di differenze puramente quantitative.
Se i militanti di sparuti gruppi di religiosi compiono dei delitti
non ha molto senso stabilire chi ne compia in maggior quantità.
S.
A me non sembra carissimo Franco. Sinceramente, tu metteresti sullo
stesso piano un marito che a volte parla alla moglie con voce
alterata ed uno che la prende a calci e pugni tutte le sere?
F.
Non saprei, direi di no.
S. E per te sono sullo stesso piano un
uomo che una volta nella vita, in preda all'ira, colpisce con un
pugno un suo simile ed il teppista che tutte le sere è coinvolto in
risse da strada?
F. Forse no
S. Eppure la differenza fra loro
è solo “quantitativa” per usare la tua espressione...
F.
Quanti sofismi o Socrate! Si tratta di particolari secondari.
Comunque a compiere atti di violenza sono solo sparuti gruppi di
fanatici...
S. Anche questo mi pare assai dubbio...
F. Come
puoi negarlo?
S. Dimmi, tu definiresti “sparuto gruppo” uno
stato?
F. No, ovviamente.
S. E concordi nel definire
riprovevole violenza, ad esempio, la lapidazione di una adultera?
F. Concordo.
S. E la decapitazione di un apostata?
F.
Concordo.
S. E l'imposizione del matrimonio a bambine di meno di
dieci anni?
F. Concordo anche su questo, ovviamente. Io sono un
uomo profondamente mansueto ed aborrisco la violenza.
S. Per
questo ho nei tuoi confronti il massimo rispetto, nobile amico. Però,
dimmi, è o non è vero che lapidazione, imposizione di matrimoni e
decapitazione degli apostati sono pratica comune e diffusissima,
addirittura legge, in molti stati musulmani?
F. Pare
che questo sia vero.
S. Ed è o non è vero che le notizie di
attentati vengono accolte in molti paesi musulmani con grandi
manifestazioni di gioia, cui partecipano decine, addirittura
centinaia di migliaia di persone?
F. Forse c'è del vero in
questo.
S. Quindi non possiamo parlare di violenza ristretta a
sparuti gruppi di fanatici, direi. Si tratta di movimenti di massa,
abitudini diffuse, addirittura leggi in molti stati.
F. Di nuovo
ti avvolgi in vani sofismi o Socrate! Tutti i tuoi giri di parole
servono solo a nascondere la verità.
S. E quale sarebbe la
verità? Dimmi, sono ansioso di conoscerla.
F. La verità è che
dietro a tutto questo sta il Dio denaro, la sete di ricchezza e
potere. Tu scambi per fanatismo religioso ciò che altro non è che
bramosia e cupidigia, e dimentichi che l'occidente è il principale
responsabile del diffondersi nel mondo di tale cupidigia e bramosia.
S. E' interessante ciò che dici, ma, sinceramente, non mi
convince molto.
F. Non vedo il perché.
S. Dimmi o Franco, sei
d'accordo che per giudicare qualcosa non si può prescindere dal suo
apparire fenomenico?
F. Non ti seguo molto...
S. Se vogliamo
dire qualcosa su un aereo dobbiamo vederlo, toccarlo, esaminarne i
motori, ne convieni?
F. E come no?
S. E se vuole diagnosticare
una malattia un buon medico deve esaminare il paziente, vedere da
quali malesseri è affetto e così via, ne convieni?
F. Come non
potrei?
S. E per decidere se un uomo è uno stupratore dobbiamo
esaminare i suoi comportamenti, di certo concordi...
F. Ma si!
Stai menando il can per l'aia o Socrate!
S. Non credo. Dimmi
nobile amico, potremmo definire dominato dal Dio denaro chi si
comportasse in maniera del tutto diversa da chi sicuramente brama
denaro?
F. Non credo.
S. Neppure io lo credo. Ora ti chiedo, a
tuo avviso i mafiosi mirano al denaro?
F. Che domanda! E' ovvio
che mirano al denaro.
S. E gli speculatori di borsa?
F. Si
S.
E i grandi finanzieri?
F. Certo che si!
S. E dimmi ora, hai mai
saputo di un mafioso che si sia fatto esplodere in un ristorante
urlando “Dio (o Allah, o Budda, o Cristo) è grande?
F. Non mi
pare che siano mai avvenute cose simili.
S. E ti è mai giunta
notizia di un finanziere che taglia la gola a dei turisti dopo
avergli chiesto di recitare brani del Corano, o della Bibbia?
F.
No.
S. Forse qualche speculatore di borsa ha mai sgozzato dei
preti durante la messa?
F. Sembra di no.
S. E dimmi ora, ti
sembra che ammazzare gente a caso, rendere difficili gli spostamenti
di persone e merci, gettare interi paesi nella paura e
nell'incertezza favorisca o danneggi i commerci ed i traffici?
F.
Sembrerebbe che li danneggi
S. E non sono i traffici ed i commerci
legati al denaro?
F. Lo sono
S. Quindi sembrerebbe che le
azioni dei terroristi a tutto possano mirare meno che ad accumulare
denaro.
F. Di nuovo fai il sofista o Socrate! Non è importante
stabilire cosa muova il comportamento dei disgraziati che uccidono.
Dietro a loro si muovono interessi potenti, i loro capi sono dominati
dalla volontà di acquisire denaro e potere. Ed è questo che conta.
Il resto è secondario.
S. Può esserci del vero in ciò che
dici, però... mi sembra poco convincente come spiegazione.
F.
Invece si tratta di una spiegazione perfettamente razionale.
S.
Può essere, anche il mio amico Marx dice qualcosa di simile...
F.
Lo conosco anche io. Marx dice cose assai interessanti, anche se non
le condivido tutte. In particolare, a mio parere, sottovaluta
l'importanza della fede e della religione, che per me sono invece
fondamentali.
S. A parte questo siete vicini, mi sembra,
soprattutto nell'addebitare al denaro quasi tutte le cose cattive che
avvengono nel mondo.
F. E come non potremmo? Guarda all'Isis o
Socrate. Non vedi che mira al denaro? Cerca di impadronirsi di pozzi
di petrolio, vuole il potere, i soldi. Tutto questo non ha nulla a
che vedere con la religione!
S. Sono poco convinto. Mi permetti di
farti qualche domanda? Così, per cercare di avvicinarci, insieme, al
vero.
F. Fai pure.
S. Di certo tu sai, nobile amico, che il
partito bolscevico di Lenin si finanziò anche organizzando rapine.
Lenin era interessato ai soldi, a quanto pare.
F. Certo.
S.
Dimmi ora, potremmo dire che Lenin mirava ai soldi per fare la
rivoluzione o cercava di fare la rivoluzione perché mirava ai soldi?
F. Sembra che la prima opzione sia quella valida.
S. Lo sembra
anche a me. E dimmi ora, Bin Laden era un ultra milionario. Rese forte Al
Qaeda per far soldi o si servì dei suoi soldi per rendere forte
Al Qaeda?
F. Sembra che usò i suoi soldi per render forte Al
Qaeda.
S. Anche a me lo sembra. E dimmi ora, esistono molte
associazioni caritative cattoliche vero?
F. Certo che esistono, e
questo dimostra la grande importanza della religione nell'indirizzare
le azioni degli uomini.
S. Sante parole le tue. Però, dimmi,
queste associazioni caritative cercano di accumulare denaro vero?
F.
E' ovvio.
S. Infatti. E, accumulano denaro per fare la carità
o fanno la carità per accumulare denaro?
F. Che razza di domande
fai, o Socrate! E' evidente che accumulano denaro per poter fare la
carità e non viceversa, se di buone associazioni caritative si
tratta.
S. Concordo. Potremmo allora concludere dicendo che il
denaro è per molti un fine, ma per molti altri un semplice mezzo, e
c'è chi mira al denaro per se stesso ed invece chi vuole il denaro
per raggiungere altri fini, buoni o cattivi che siano?
F.
Forse possiamo
S. Quindi, possiamo dire che l'Isis non fa la guerra
santa perché vuole petrolio e denaro, ma vuole denaro e petrolio per
finanziare la guerra santa?
F. No, non possiamo dirlo. Io sono
convinto che nulla distingua l'Isis da una normale organizzazione
criminale e che il vero fine del califfato sia il denaro, fine a se
stesso.
S. Ma parlando di Al Qaeda e di Bin Laden avevi detto cose
diverse, mi pare.
F. Tu me le hai messe in bocca, coi tuoi vani
sofismi o Socrate! Per me è chiaro che il califfato non ha nulla a
che vedere con la religione, meglio, ha a che vedere solo con
l'orrenda religione del Dio denaro!
S. Non mi pare di averti messo
in bocca proprio niente, amico mio. Però, voglio scendere sul tuo
terreno, e ti chiedo: quando affermi che l'Isis è una organizzazione
criminale che mira al denaro, ti riferisci ai suoi capi o ai suoi
militanti?
F. Ai suoi capi, ovviamente. I militanti sono dei
poveracci ingannati, credono di lottare per la fede e lottano invece
per arricchire un pugno di furfanti.
S. Gente da compatire
insomma, anche se sgozza e massacra...
F. Non mi fare arrabbiare o
Socrate...
S. Dio me ne guardi! Dimmi però, nobile amico: ammesso
che il capo dell'Isis, Al Bagdadi, miri solo o principalmente ai
soldi, cosa succederebbe se i suoi militanti scoprissero questo
segreto?
F. Non ti seguo...
S. Poniamo che Al Bagdadi abbia
conti milionari in Svizzera, sia un uomo dissoluto, beva super
alcolici, mangi carne di maiale, si accompagni con meretrici e sia
amico di banchieri ebrei. Cosa succederebbe se i militanti dell'Isis
lo venissero a sapere?
F. Probabilmente Al Bagdadi farebbe una
brutta fine.
S. Certo, e probabilmente sarebbe sostituito da un
altro che non avesse simili “difetti”, concordi?
F. Come
potrei non concordare?
S. Ma... questo non dimostra che in realtà la vera causa della guerra che l'Isis conduce è la religione?
F.
E perché mai?
S. Mi pare semplice. Forse i caporioni dell'Isis
hanno inconfessabili fini nascosti, ma decine, centinaia di migliaia
di persone neppure li conoscono questi fini. Uccidono e si uccidono
per conquistare il paradiso, per eliminare gli infedeli dalla faccia
della terra e far trionfare ovunque l'Islam. Sono queste le idee ed i
valori, o i disvalori, che muovono i seguaci di Al Bagdadi. Se tantissime persone non
condividessero queste idee e questi valori, o disvalori, se non considerassero
loro interesse profondo la vittoria dell'Islam Al Bagdadi sarebbe
solo un “normale” criminale non diverso da un Totò Riina. Un
uomo pericoloso certo, ma non un caso mondiale, che
condiziona la politica di tutti o quasi gli stati del pianeta.
F.
Mi sembra un discorso aggrovigliato il tuo.
S. A me sembra invece
assai chiaro. Togli il fanatismo religioso, riduci tutto ad
inconfessabile bramosia dei caporioni e non hai più manifestazioni
oceaniche di musulmani “offesi” per una vignetta o una
considerazione teologica di papa Benedetto. Non hai uomini bomba
disposti a morire pur di uccidere né fanatici che sparano sulla
folla o che massacrano donne in cinta a copi di macete. Restano casi
di comune criminalità contrastabili con normali misure di polizia.
Tutto questo prescindendo dal fatto che è da dimostrare che i
caporioni siano davvero interessati solo al denaro. In fondo molti di
questi sono morti combattendo. Bin Laden avrebbe potuto fare la bella
vita, nessuno glielo impediva.
S. I tuoi discorsi mi fanno girare
la testa. Continui sofismi, concetti che si muovono all'impazzata.
Vado in Chiesa a pregare la madonna...
S. Nobile amico, non sai
quanto mi spiaccia provocare giramenti alla tua testa possente!
F.
Non mi prendere in giro Socrate!
S. Nulla è tanto
lontano dalle mie intenzioni quanto prendermi gioco di te o
eccellente Franco! Lo sai come sono fatto, amo cercare di andare al
fondo delle cose, vorrei cogliere la verità, ma questa è tanto
difficile da agguantare! Mi piacerebbe però almeno avvicinarla.
Scambia ancora qualche idea con me, ti prego, forse, insieme,
riusciremo a fare qualche passo avanti.
F. E sia, pregherò più
tardi, e con maggiore intensità. Cosa hai altro da dirmi?
S.
Vedi, amico carissimo, mi sembra che nelle tue parole sia nascosta
una implicita svalutazione della fede.
F. E perché mai? Nulla è
tanto lontano dal mio pensiero quanto svalutare la fede.
S. Tu
affermi che guerre e conflitti nascono da fattori economici o
sbaglio?
F. Non sbagli.
S. Ed anche il terrorismo nasce da
quelli, mi pare che tu sostenga, sbaglio?
F. No, non sbagli.
S.
E le guerre civili?
F. Anche quelle nascono da fattori
economici.
S. Sempre e solo da quelli?
F. In maniera
assolutamente prevalente nascono da contrasti di interessi
economici.
S. Quindi ogni tipo di conflitto ha ragioni economiche,
o almeno, sono quelle le ragioni determinanti, decisive.
F. Si.
S.
Guerre fra stati e guerre civili, terrorismo, conflitti di vario tipo
sono eventi importanti nella storia?
F. Certo che lo sono.
S.
Possiamo dire che si tratta di eventi della massima importanza?
F.
Possiamo.
S. Dimmi ora caro Franco, se le guerre hanno cause quasi
esclusivamente economiche, i trattati di pace che ad esse pongono
fine avranno o non avranno una fondamentale dimensione economica?
F.
La avranno.
S. E gli accordi fra stati, le alleanze, le intese?
F.
Anche loro saranno in larga misura determinati dall'economia.
S. E
gli accordi che mettono fine alle guerre civili?
F. Anche loro.
S.
E le politiche atte a contenere il terrorismo?
F. Anche per loro
vale lo stesso discorso.
S. E le politiche tese ad impedire che i
contrasti di interesse degenerino in guerre civili, le riforme, la
politica in generale, tutto questo sarà in larghissima misura
determinato dall'economia, tu affermi questo?
F. Lo affermo.
S.
Ma, se tutto questo è vero che posto resta, ottimo amico, per la
fede? A me sembra che ne resti poco o nulla.
F. Ma che dici! Resta moltissimo posto.
S. Non mi pare.
Guerra e pace, concordia o discordia fra gli stati e negli stati,
trattati, accordi, riforme, politica quotidiana, tutto si risolve
nella economia e tu pretendi che la fede abbia ancora un ruolo? Se è
vero ciò che dici ha ragione il nostro comune amico Marx che non a
caso definisce mera “sovrastruttura” la religione, la degrada ad
inganno dei potenti per ingannare il popolo.
F. Ma no! Tu
confondi le acque!
S. Ma sei stato tu a dire
che che dietro a tutto sta il “Dio denaro”. Scusa, questo vuol dire che la religione non determina
nessun comportamento umano, offre solo coperture a comportamenti
che hanno ben altre cause.
F. Di nuovo mi gira la testa, tu
confondi tutto.
S. Non mi pare. Dico una cosa semplicissima. Non
si può fare dell'economia, del “Dio denaro” la causa
fondamentale di tutto e pretendere poi che la religione conservi un
ruolo nel determinare le azioni umane. Se le tue analisi sono
veritiere pregare è inutile, ottimo amico!
F. Basta o Socrate! I
tuoi discorsi sono diabolici! Ti lascio, vado in Chiesa a cercare
divina ispirazione!
S. Cerca ispirazione anche per me, amico mio.
Io sono solo un uomo che brancola nell'ignoranza.
F. Addio o
Socrate!
S. Arrivederci ottimo amico.
Detesto il fanatismo,la faziosità e le mode pseudo culturali. Amo la ragionevolezza, il buon senso e la vera profondità di pensiero.
mercoledì 3 agosto 2016
mercoledì 29 giugno 2016
SOCRATE, I COLTI E GLI IGNORANTI

Roberto Faviano. O nobile Socrate, ti saluto!
Socrate. Faviano, ottimo amico, che piacere vederti!
F. Ti stavo cercando o Socrate.
S. Cosa ti spingeva a cercarmi?
F. Volevo proporre alla tua attenzione questa mozione indirizzata al parlamento britannico.
S. Di che si tratta?
F. E' presto detto. Con questa mozione si invita il parlamento britannico ad approvare una legge che renda invalido l'infame voto sulla brexit, regolamenti diversamente i referendum e ne indica uno nuovo.
S. Mi lascia un po' perplesso la cosa.
F. Non c'è motivo di perplessità o Socrate. Il parlamento inglese dovrebbe stabilire che per uscire dalla UE occorre una maggioranza del 60% dei voti, quindi indire un nuovo referendum. La parola spetterebbe comunque agli elettori.
S. Si, ma dimmi, ottima persona. Se si facesse ciò che tu proponi, si rivotasse e la brexit ottenesse, poniamo, il 61% dei suffragi cosa proporresti?
F. Mah, non saprei.
S. Forse di fare una nuova legge che stabilisca che per uscire dalla UE occorre il 62% dei voti e quindi indire un nuovo referendum?
F. Potrebbe essere una buona idea.
S. Non saprei. Dimmi caro Fasiano, tu segui il calcio?
F. A volte si, lo trovo divertente anche se protesto contro la mercificazione dello sport messa in atto da...
S. Lasciamo perdere la mercificazione dello sport, amico mio. Dimmi, segui i mondiali e gli europei?
F. Si
S. Benissimo. Cosa diresti se dopo la finale di un europeo di calcio, giocata, ad esempio, fra Germania ed Inghilterra e vinta dagli inglesi per due a uno, la FIFA si riunisse, approvasse una regola che stabilisse che la finale di un europeo deve essere vinta con almeno due goal di scarto ed ordinasse che la finale venisse rigiocata?
F. Direi che si tratterebbe di una cosa del tutto ingiusta ed assolutamente non sportiva.
S. E, immaginiamo che si rigiocasse la finale e che di nuovo vincesse l'Inghilterra, stavolta per due a zero.
F. Ci sarebbe quasi da esserne soddisfatti.
S. E se di nuovo la FIFA si riunisse, stabilisse che lo scarto minimo debba essere di tre goal ed ordinasse una nuova finale, che diresti?
F. Direi che si tratterebbe di una prepotenza intollerabile e che gli inglesi dovrebbero rifiutarsi di giocare la nuova finale.
S. Anche io direi una cosa simile, nobile amico. Ma, non ti sembra che si tratti di una situazione identica a quella su una eventuale ripetizione del referendum sulla brexit?
F. referendum, calcio... nulla hanno in comune....
S. Qualcosa si, mi pare, e cioè che le regole vanno rispettate. Se si vota secondo certe regole, ad esempio che se la maggioranza vota SI o NO i SI o i NO vincono e basta, non si può dopo, a risultato acquisito, dire: “si doveva votare secondo regole diverse”, ne convieni?
F. Forse.
S. Anche perché in questo modo si potrebbero spingere i cittadini, a “non giocare la partita”, fuor di metafora, a non accettare le regole del gioco democratico.
F. Cioè?
S. Se le regole della democrazia vengono costantemente violate e non si mette in atto ciò che il corpo elettorale decide si potrebbe creare una orribile situazione in cui non sono i voti a decidere, ma altre cose.
F. Sono quasi minacciose le tue parole o Socrate, molto poco democratiche.
S. Nessuna minaccia, io sono il più mansueto degli uomini, ma mi pare che a violare la democrazia sia chi pretende di ignorare i risultati elettorali e chiede che si continui a rivotare fino a che il risultato del voto non sia a lui favorevole. E temo, lo ripeto, temo, che simili scelleratezze conducano ad esplosioni di violenza.
F. Posso anche concordare o Socrate, ma tutto il discorso che abbiamo fatto sinora è viziato, direi, da un equivoco.
S. Di quale equivoco si tratta, o Faviano?
F. Finora abbiamo parlato di democrazia, ma non avalliamo in questo modo le illusioni di chi si fida della gente ignorante? Guarda, o Socrate, ciò che è successo in Gran Bretagna. Una massa di vecchi, ignoranti, campagnoli ha allontanato dall'Europa un grande paese. A nulla sono serviti i voti di baldi giovani traboccanti cultura. Il voto di paesani ignoranti ha avuto lo stesso peso di quello di studenti universitari, operai che passano la domenica allo stadio hanno contato quanto solerti frequentatori di cineclub, contadini ed allevatori sono stati messi sullo stesso piano di coltissimi conduttori di talk show. Un simile stato di cose è profondamente ingiusto e provoca solo danni. Con la disastrosa brexit ne abbiamo avuto la prova.
S. Mi sembra, che tu sia contro la democrazia...
F. Contro la democrazia no, contro l'ignoranza, contro una democrazia che da forza a chi nulla sa e toglie forza a chi sa.
S. Può essere interessante la tua tesi, nobile amico, ma, come possiamo dar forza a chi sa se manteniamo il suffragio universale?
F. E' proprio questo il punto o Socrate, il suffragio universale va sostituito. Dovrebbe votare solo chi ha una certa cultura. Si potrebbe sottoporre ad un esame chi deve votare e concedere il diritto al voto solo a chi abbia sufficienti nozioni. Molti disastri sarebbero evitati in questo modo.
S. Un esame per gli elettori quindi...
F. Certo, questo io propongo, oppure di riservare ai soli laureati il diritto di voto. Non dirmi che non sei d'accordo o Socrate, proprio tu,
una persona coltissima!
S. Caro Faviano, io amo la verità e cerco di avvicinarla, ma, ti assicuro, più studio, e mi arrovello più mi rendo conto di essere terribilmente ignorante, tanto ignorante da dover essere escluso dal voto, se questo fosse riservato solo ai sapienti come te.
F. La tua è falsa modestia Socrate.
S. Niente affatto, solo consapevolezza dei miei limiti e, forse, dei limiti degli esseri umani. Anche per questo mi lascia perplesso la tua proposta.
F. E' una proposta perfettamente sensata invece.
S. Tu vorresti che potesse votare solo chi ha un certo titolo di studio, una laurea ad esempio, o sbaglio?
F. Non sbagli affatto
S. Dimmi, a tuo parere è meglio che le università svolgano una funzione culturale oppure una funzione politica?
F. Non saprei.
S. Dalle università devono uscire buoni medici e buoni ingegneri, e buoni matematici e buoni insegnanti, concordi?
F. Concordo.
S. Non buoni seguaci di questo o quel partito, concordi?
F. Concordo.
S. Ma, se si legasse il diritto di voto alla laurea, l'università non finirebbe per assumere finalità politiche?
F. Non saprei.
S. Professori di sinistra favorirebbero allievi di sinistra e l'opposto farebbero professori di destra, con grave danno alla funzione cultuale delle università. Non credi che sarebbe possibile una cosa simile?
F. Mi sembra che tu esageri o Socrate. In ogni caso si potrebbe rimediare a questi difetti legando il diritto di voto non alla laurea ma ad un attestato rilasciato da una apposita commissione.
S. Interessante proposta. Però ti chiedo: la commissione che dovesse decidere chi è abbastanza colto da poter votare sarebbe composta da esseri umani vero?
F. Certo, che discorsi.
S. Ed è o non è vero che tutti gli esseri umani hanno qualche idea politica?
F. Direi di si.
S. Ma, non ci sarebbe allora il rischio che la commissione decidesse basandosi su criteri politici e non culturali, al solo fine di escludere dal voto chi sembrasse lontano dalle idee degli esaminatori? Si cadrebbe nella stessa situazione paventata per le università.
F. Questo mi sembra molto improbabile o Socrate. Si potrebbe fare un esame a quiz. Un semplice questionario, da cui fosse impossibile risalire alle simpatie politiche degli esaminandi, risolverebbe ogni difficoltà
S. Prima vorresti legare il diritto di voto alla cultura, poi leghi la cultura ad un questionario. Non credo che potremmo definire colta una persona solo perché ricorda in che anno morì Napoleone, o ignorante una che lo ha scordato.
F. O Socrate, quante difficoltà fai! Meglio un po' di cultura che nessuna cultura.
S. Dimmi nobile amico. Preferiresti farti operare da un mediocre medico o da un medico bravo?
F. Da uno bravo ovviamente.
S. E da uno bravo o da uno bravissimo?
F. Da uno bravissimo, ma, cosa c'entra questo col nostro discorso?
S. Mi sembra che c'entri, perché, se davvero si deve legare il diritto di voto alla cultura, non si vede perché lo si debba legare ad un po' invece che a tanta o tantissima cultura.
F. Benissimo, leghiamolo allora alla massima cultura! Alla fine concordi con me o Socrate!
S. Non so. Dimmi o coltissimo amico, mi spiegheresti il principio di indeterminazione di Heisenberg? Ti confesso che mi riesce molto ostico.
F. Principio di... Heis...Ber... interminazione? Intermittenza? Veramente or ora mi sfugge...
S. Non ti preoccupare amico mio, sfugge ad un sacco di gente. Però, anche tu non potresti votare se optassimo di legare il diritto di voto non dico alla massima, ma anche solo ad una decente cultura.
F. O Socrate basta! Ironizzi su di me con grande arroganza, fai vani giri di parole, ti lanci in sofisticherie astruse! Vorresti escludere uno scrittore come me dal diritto di voto! Mi stai facendo davvero arrabbiare.
S. Non ti arrabbiare caro Faviano. Io non voglio escludere né te né alcun altro dal diritto di voto. Dico al contrario che nulla è meno indicato del voto a decidere su questioni culturali. Proprio per questo è sbagliato, a mio avviso, concedere il diritto di votare solo a chi possiede certi livelli di istruzione.
F. Vorresti negare che sia importante essere istruiti?
S. Dio me ne guardi. E' bene essere istruiti, e di certo il voto delle persone istruite è più consapevole di quello di chi istruito non è. Ma da questo non deriva che chi non è istruito, o molto, o moltissimo istruito non debba avere il diritto di votare.
F. Mi sembra un discorso contraddittorio il tuo.
S. Non lo è affatto. Dimmi, un ragazzo con un elevato quoziente di intelligenza studierà con maggiore o minore profitto di uno con un quoziente normale o basso?
F. Studierà con maggior profitto, ovviamente.
S. E da questo deriva che va escluso dalla scuola dell'obbligo chi ha una intelligenza non vivacissima?
F. No ovviamente. Ma... di nuovo cominci a sofisticare o Socrate. Il diritto di voto è cosa ben diversa, dal diritto allo studio; porta a scelte che riguardano tutti, non solo il singolo interessato.
S. Concordo su questo, anche se ne traggo conclusioni molto diverse dalla tue, ma, se permetti, su questo vorrei tornare fra un po'. Ora mi interessa approfondire il discorso sul rapporto fra voto e cultura, possiamo procedere?
F. E sia, procediamo.
S. Gli scienziati sono persone colte vero?
F. E come no?
S. Ti risulta forse che gli scienziati mettano ai voti le loro teorie?
F. Non mi risulta.
S. Scienziati che discutono di scienza non si sognano neppure di decidere col voto quale fra le varie teorie sia giusta e quale no.
F. Così è
S. E qualcuno ha mai votato per stabilire se Beethoven sia o non sia stato un grande musicista?
F. Non mi risulta.
S. E si è mai votato per stabilire chi fra Platone ed Aristotele avesse ragione sulle molte cose che li dividevano?
F. Sembra proprio di no.
S. E, bada, mi riferisco al voto delle sole persone colte. Il voto di scienziati su teorie scientifiche, filosofi su sistemi filosofici, musicisti su questioni musicali. Nessuna controversia culturale si è mai risolta col voto, neppure col voto rigorosamente limitato agli esperti.
F. Così pare.
S. Non ti sembra che da questo si possa dedurre che il voto non decide chi, in una controversia culturale abbia ragione e chi torto?
F. Può essere così, ma questo da ragione a me direi.
S. Non mi sembra proprio. Il voto non decide della verità, eppure in politica si vota. Tu proponi un voto limitato alle sole persone colte, ma questa limitazione non ha nessun valore perché alle elezioni non si decide chi abbia torto e chi ragione; e se di questo si dovesse decidere, il voto, limitato o meno, non servirebbe.
F. Mi sembra assai azzardato il tuo discorso, o Socrate. A me sembra che col voto si decida precisamente chi ha torto e chi ha ragione, per questo voglio un voto limitato alle persone colte.
S. Poniamo che in Italia possano votare solo i laureati e che alla elezioni vinca il partito X. Da quanto tu dici dovremmo dedurre che quel partito ha ragione, questo tu pensi?
F. Si, penso questo.
S. Poniamo ora che alle elezioni successive gli elettori, sempre laureati, votino per il partito Y, da quanto tu dici dovremmo dedurre che la ragione è passata ora al partito Y?
F. Si, dovremmo.
S. Quindi la ragione sarebbe un certo anno del liberalismo ed un certo altro anno del socialismo. Nel gennaio 2010 la teoria politica liberale sarebbe vera perché i liberali hanno vinto le elezioni. Ma nel settembre del 2010 si tengono nuove elezioni perché il governo liberale è andato in crisi, e stavolta vince il partito socialista, e questo rende vera la teoria politica socialista. Questo tu pensi?
F. Non so...
S. Lo stesso programma sarebbe giusto o ingiusto a pochi mesi di distanza. Non solo, sarebbe giusto in Italia ed ingiusto in Francia, Giusto a Roma e ingiusto a Genova. Una certa dottrina politica avrebbe ragione a Milano e torto a Cagliari. Ti sembra sensato tutto questo?
F. Direi di no.
S. E non ti pare che termini come vero o
falso, giusto o sbagliato, ragione o torto perderebbero ogni senso in
una simile situazione?
F. Non so... che razza di discorsi fai o Socrate, confusi, tortuosi, sofistici!
S. Non mi sembra. Tutto infatti ridiventa semplice se si ammette ciò che è evidente, cioè che si vota non per stabilire il vero o il falso, e neppure la ragione o il torto.
F. E per cosa allora si voterebbe, a tuo parere?
S. Si vota, direi, per assicurare rappresentanza ad idee, interessi e valori presenti nella società, per stabilire chi abbia diritto di governare, nel rispetto ovviamente della minoranza e dei diritti delle persone, ed infine per poter pacificamente sostituire chi governa se fa eventualmente troppi danni. Si tratta, come vedi, di cose che riguardano tutti e su cui tutti devono poter dire la loro, indipendentemente dal livello di cultura.
F. Ma no, o Socrate! Tutti i tuoi discorsi sul vero ed il falso, e sulle elezioni che avrebbero poco a che fare con il vero ed il falso mostrano di essere solo vani sofismi. Quale che sia lo scopo delle elezioni il loro risultato ha sempre conseguenze importanti per tutti, lo avevamo già detto prima, se ben ricordi.
S. Si, lo ricordo.
F. E, proprio perché le elezioni hanno comunque importanti conseguenze non possono essere aperte a tutti. Non si può affidare il destino di un popolo a persone incolte, ignoranti, rozze e volgari. Ti faccio io una domanda, o Socrate, tu viaggeresti su un aereo guidato da un pilota incapace?
S. No.
F. Vedi che mi dai ragione? Per le elezioni il discorso è simile.
S. Permetti ora a me di domandarti una cosa, nobile amico. Se tu volassi sull'aereo di una certa compagnia e facessi un pessimo viaggio, e ti venissero dubbi sulla competenza del pilota, avresti o non avresti il diritto di non scegliere più per i tuoi viaggi, aerei di quella compagnia?
F. Certo che lo avrei.
S. Lo avresti anche senza sapere nulla di come si pilota un aereo?
F. Direi di si.
S. E se mangiassi in un ristorante cibo pessimo avresti o non avresti il diritto di non tornarci, più, e di sconsigliarlo ai tuoi amici, anche se non avessi esperienza alcuna di arte culinaria?
F. Si, avrei un tale diritto.
S. E dimmi ora, a tuo parere Lenin era più o meno colto di un contadino russo analfabeta?
F. Che razza di domanda, era assai più colto.
S. E Stalin era più o meno colto dello stesso contadino?
F. Più colto, ma cosa c'entra tutto questo?
S. Dimmi ora, Hitler era più o meno colto di un ebreo polacco che non aveva neppure frequentato la scuola elementare?
F. Uffa! Era più colto, ovviamente.
S. I contadini russi a cui Lenin strappava il raccolto e che Stalin voleva spedire a forza nelle fattorie collettive, avevano o non avevano il diritto di opporsi a tali politiche, o per farlo dovevano prima laurearsi in agraria?
F. Non saprei...
S. E l'ebreo polacco che Hitler voleva spedire nelle camere a gas aveva o non aveva il diritto di opporsi, o per farlo doveva prima laurearsi in genetica, teologia e storia?
F. Penso avesse il diritto di opporsi, ma questi sono esempi esagerati, situazioni al limite.
S. E se un primo ministro assai colto in economia, come il signor Monte ad esempio, decidesse di raddoppiare le tasse, i contribuenti tartassati avrebbero o non avrebbero il diritto di criticare, e cercare di sostituire quel primo ministro o dovrebbero prima laurearsi alla Bocconi?
F. Di nuovo, non saprei
S. E se quel primo ministro decidesse che la casa in cui vivo, e che ho comprato a prezzo di gran sacrifici, dovesse essermi confiscata e ed adibita ad alloggio per i migranti, io avrei o non avrei il diritto di oppormi o prima dovrei laurearmi in scienze politiche?
F. Non so, forse avrei un simile diritto.
S. E ritieni che sarebbe meglio se mi opponessi col fucile o col voto?
F. Col voto, certamente.
S. Non ti sembra allora che si possa concludere che è certo un bene che a governare siano persone colte e competenti ma, proprio perché le conseguenze del loro operato riguardano tutti, tutti abbiano il diritto di controllarlo e giudicarlo?
F. Non lo so. I tuoi sofismi sono insopportabili o Socrate. Fai lunghi giri di parole, muovi tutti i concetti, metti in dubbio tutto!
S. Mi limito a cercare di approfondire le cose, nobile amico.
F. No, ti diverti con vani sofismi. I tuoi ragionamenti sono contorti, lontani dal modo di pensare delle persone normali, dal loro buon senso.
S. Io sono convintissimo che qualsiasi persona normale può seguirmi senza difficoltà. Però, permettimi di dirti che mi stupisci, caro Faviano.
F. Perché mai?
S. Tu contrapponi ai miei “vani sofismi” il buon senso delle persone normali, è vero?
F. Si, è vero.
S. Ma, scusa, non avevi iniziato a parlare dicendo che le cosiddette persone normali sono incapaci di far scelte giuste, che sono rozze e volgari e che non ci si può affidare a loro per le decisioni importanti?
F. Basta o Socrate, mi hai davvero fatto perdere la pazienza! Ti saluto!
S. Non ti arrabbiare amico mio! Ti vedo rosso in volto, con gli occhi fiammeggianti. Mi fai quasi paura. So che sei stato un grande pugile in gioventù. Ti sei perfino classificato al dodicesimo posto in un torneo rionale e la tua ira spaventa un vecchietto tremebondo come me! Su, facciamo pace e continuiamo amabilmente a discutere!
F. Preferisco si no. I tuoi sofismi mi hanno fatto venire una terribile emicrania.. Addio o Socrate.
S. Arrivederci nobile amico.
F. Non so... che razza di discorsi fai o Socrate, confusi, tortuosi, sofistici!
S. Non mi sembra. Tutto infatti ridiventa semplice se si ammette ciò che è evidente, cioè che si vota non per stabilire il vero o il falso, e neppure la ragione o il torto.
F. E per cosa allora si voterebbe, a tuo parere?
S. Si vota, direi, per assicurare rappresentanza ad idee, interessi e valori presenti nella società, per stabilire chi abbia diritto di governare, nel rispetto ovviamente della minoranza e dei diritti delle persone, ed infine per poter pacificamente sostituire chi governa se fa eventualmente troppi danni. Si tratta, come vedi, di cose che riguardano tutti e su cui tutti devono poter dire la loro, indipendentemente dal livello di cultura.
F. Ma no, o Socrate! Tutti i tuoi discorsi sul vero ed il falso, e sulle elezioni che avrebbero poco a che fare con il vero ed il falso mostrano di essere solo vani sofismi. Quale che sia lo scopo delle elezioni il loro risultato ha sempre conseguenze importanti per tutti, lo avevamo già detto prima, se ben ricordi.
S. Si, lo ricordo.
F. E, proprio perché le elezioni hanno comunque importanti conseguenze non possono essere aperte a tutti. Non si può affidare il destino di un popolo a persone incolte, ignoranti, rozze e volgari. Ti faccio io una domanda, o Socrate, tu viaggeresti su un aereo guidato da un pilota incapace?
S. No.
F. Vedi che mi dai ragione? Per le elezioni il discorso è simile.
S. Permetti ora a me di domandarti una cosa, nobile amico. Se tu volassi sull'aereo di una certa compagnia e facessi un pessimo viaggio, e ti venissero dubbi sulla competenza del pilota, avresti o non avresti il diritto di non scegliere più per i tuoi viaggi, aerei di quella compagnia?
F. Certo che lo avrei.
S. Lo avresti anche senza sapere nulla di come si pilota un aereo?
F. Direi di si.
S. E se mangiassi in un ristorante cibo pessimo avresti o non avresti il diritto di non tornarci, più, e di sconsigliarlo ai tuoi amici, anche se non avessi esperienza alcuna di arte culinaria?
F. Si, avrei un tale diritto.
S. E dimmi ora, a tuo parere Lenin era più o meno colto di un contadino russo analfabeta?
F. Che razza di domanda, era assai più colto.
S. E Stalin era più o meno colto dello stesso contadino?
F. Più colto, ma cosa c'entra tutto questo?
S. Dimmi ora, Hitler era più o meno colto di un ebreo polacco che non aveva neppure frequentato la scuola elementare?
F. Uffa! Era più colto, ovviamente.
S. I contadini russi a cui Lenin strappava il raccolto e che Stalin voleva spedire a forza nelle fattorie collettive, avevano o non avevano il diritto di opporsi a tali politiche, o per farlo dovevano prima laurearsi in agraria?
F. Non saprei...
S. E l'ebreo polacco che Hitler voleva spedire nelle camere a gas aveva o non aveva il diritto di opporsi, o per farlo doveva prima laurearsi in genetica, teologia e storia?
F. Penso avesse il diritto di opporsi, ma questi sono esempi esagerati, situazioni al limite.
S. E se un primo ministro assai colto in economia, come il signor Monte ad esempio, decidesse di raddoppiare le tasse, i contribuenti tartassati avrebbero o non avrebbero il diritto di criticare, e cercare di sostituire quel primo ministro o dovrebbero prima laurearsi alla Bocconi?
F. Di nuovo, non saprei
S. E se quel primo ministro decidesse che la casa in cui vivo, e che ho comprato a prezzo di gran sacrifici, dovesse essermi confiscata e ed adibita ad alloggio per i migranti, io avrei o non avrei il diritto di oppormi o prima dovrei laurearmi in scienze politiche?
F. Non so, forse avrei un simile diritto.
S. E ritieni che sarebbe meglio se mi opponessi col fucile o col voto?
F. Col voto, certamente.
S. Non ti sembra allora che si possa concludere che è certo un bene che a governare siano persone colte e competenti ma, proprio perché le conseguenze del loro operato riguardano tutti, tutti abbiano il diritto di controllarlo e giudicarlo?
F. Non lo so. I tuoi sofismi sono insopportabili o Socrate. Fai lunghi giri di parole, muovi tutti i concetti, metti in dubbio tutto!
S. Mi limito a cercare di approfondire le cose, nobile amico.
F. No, ti diverti con vani sofismi. I tuoi ragionamenti sono contorti, lontani dal modo di pensare delle persone normali, dal loro buon senso.
S. Io sono convintissimo che qualsiasi persona normale può seguirmi senza difficoltà. Però, permettimi di dirti che mi stupisci, caro Faviano.
F. Perché mai?
S. Tu contrapponi ai miei “vani sofismi” il buon senso delle persone normali, è vero?
F. Si, è vero.
S. Ma, scusa, non avevi iniziato a parlare dicendo che le cosiddette persone normali sono incapaci di far scelte giuste, che sono rozze e volgari e che non ci si può affidare a loro per le decisioni importanti?
F. Basta o Socrate, mi hai davvero fatto perdere la pazienza! Ti saluto!
S. Non ti arrabbiare amico mio! Ti vedo rosso in volto, con gli occhi fiammeggianti. Mi fai quasi paura. So che sei stato un grande pugile in gioventù. Ti sei perfino classificato al dodicesimo posto in un torneo rionale e la tua ira spaventa un vecchietto tremebondo come me! Su, facciamo pace e continuiamo amabilmente a discutere!
F. Preferisco si no. I tuoi sofismi mi hanno fatto venire una terribile emicrania.. Addio o Socrate.
S. Arrivederci nobile amico.
martedì 14 giugno 2016
SOCRATE E LE ARMI
Socrate. Buona giornata o Pendolo!
Nico Pendolo. Salute a te nobile Socrate.
S. Ti vedo scuro in volto amico mio. Qualche triste pensiero attraversa la tua mente?
P. E come non potrebbe, o Socrate? Con tutto quello che succede! Di continuo orribili crimini causati dall'immondo commercio di armi. La gente viene ammazzata ed i mercanti di morte si ingrassano sulle umane tragedie. Il mio cuore si spezza di fronte a tanta nequizia.
S. Anche io provo orrore di fronte alle notizie di stragi e massacri, nobile amico. Però, fammi capire, cosa vuoi dire con precisione quando parli dei mercanti di morte?
P. E' semplice o Socrate! La causa di tutto sta nel mercato delle armi! La gente uccide perché ci sono le armi. Sono le armi a causare la morte delle persone. Tolte le armi scompaiono stragi e massacri. Tutto è semplice, cristallino. Sono certo che concordi con me, o Socrate!
S. Ma, non saprei.
P. Come non sapresti, è tanto chiaro!
S. Dimmi nobile amico, se io sparassi ad una persona, fossi scoperto e processato e mi difendessi dicendo che non io ho ucciso quella persona ma la pallottola della mia pistola, cosa pensi mi si potrebbe dire?
P. Beh... ti si potrebbe dire che la pallottola ha ucciso perché tu hai premuto il grilletto.
S. Infatti. Quindi non l'arma ma io sarei il responsabile della morte di un essere umano.
P. E' evidente.
S. Quindi non le armi vanno messe sotto accusa ma coloro che le usano
P. Ma no o Socrate! Chi le usa non potrebbe farlo se le armi non ci fossero! Se non ci fossero i costruttori ed i mercanti di armi non ci sarebbe chi le usa.
S. Fammi ben capire. Tu sostieni che le persone uccidono e fanno le guerre perché c'è chi produce e vende le armi?
P. Certo, precisamente questo io sostengo.
S. Sostieni quindi che le armi sono la causa delle guerre?
P. Certo, lo ribadisco.
S. Ma, non pensi che potrebbe essere vero il contrario?
P. Non ti seguo...
S. Dimmi, o Pendolo. A tuo parere si fabbrica il pane perché la gente sente la fame o la gente sente la fame perché si fabbrica il pane?
P. Direi che si fabbrica il pane perché la gente sente la fame.
S. E questo vale per la produzione dei cibi in generale?
P. Sembra di si.
S. E dimmi ora. Si costruiscono, auto, treni ed aerei perché la gente ama viaggiare o la gente ama viaggiare perché qualcuno costruisce navi, aerei e treni?
P. Non saprei, a volte la produzione stimola i bisogni.
S. Certo, ma si può stimolare qualcosa che non esiste o addirittura ripugna?
P. Che intendi dire?
S. Se qualcuno aprisse un ristorante in cui si servono cibi che provocano fortissimi attacchi di nausea, credi che molta gente ci si recherebbe a mangiare?
P. Direi di no.
S. E se qualcuno lanciasse sul mercato un'auto che viaggia a 10 chilometri all'ora e consuma in dieci minuti 50 litri di benzina, pensi che molti la comprerebbero?
P. Direi di no.
S. Quindi la produzione può stimolare bisogni che comunque hanno radici nella natura umana, indipendentemente dalla produzione stessa, concordi?
P. Concordo.
S. Tornando allora ai nostri aerei, treni ed auto...
P. E sia o Socrate, siamo d'accordo. Si costruiscono auto, treni ed aerei perché la gente ama viaggiare e non viceversa. Ma, cosa c'entra tutto questo con le armi?
S. Si produce cibo perché la gente sente la fame, auto perché ama viaggiare, indumenti perché vuole vestirsi, case perché cerca un riparo...
P. Certo, certo...
S. Ed armi perché esistono scontri,
contese, guerre. Non sono le armi a causare le guerre, direi, ma le
guerre a far si che le armi vengano costruite. Mi sembra, ottimo
amico, che il tuo discorso sul rapporto fra guerre, terrorismo ed
armi sia rovesciato e tu scambi fra loro cause ed effetti.
P. Ma no o Socrate! Come si potrebbe combattere senza armi?
S. Combattimenti, contese, guerre sono sempre esistiti. Esistono anche nel mondo animale, per il cibo, l'accoppiamento sessuale, il territorio, la supremazia nel branco. Esistevano fra i nostri progenitori, armati solo delle proprie mani, o al massimo di clave e bastoni. Qualcuno ha cominciato a costruire armi sempre più sofisticate perché i contrasti esistevano, non viceversa. Se fossimo sempre vissuti nel paradiso terrestre, in assoluto amore reciproco a nessuno sarebbe mai venuta un'idea tanto strana.
P. Ma il tuo è un discorso di rassegnazione o Socrate! Le guerre e con queste i crimini, il terrorismo, sono sempre esistiti dici. Ma è nostro dovere combatterli, contrastarli! Per questo bisogna proibire le armi!
S. Proibire le armi? Certo, questo si che è un nobile obiettivo!
P. Vedo che finalmente rinsavisci, o Socrate!
S. L'obiettivo è nobile, ma...
P. Niente “ma” o Socrate...
S. Nobile amico, lo sai come sono fatto, anche di fronte a nobili, elevatissimi, obiettivi son colto da dubbi che mi impediscono i facili entusiasmi, permettimi quindi di esplicitarli, anzi, aiutami a superarli rispondendo a qualche mia domandina...
P. E sia o Socrate, domanda pure.
P. Ma no o Socrate! Come si potrebbe combattere senza armi?
S. Combattimenti, contese, guerre sono sempre esistiti. Esistono anche nel mondo animale, per il cibo, l'accoppiamento sessuale, il territorio, la supremazia nel branco. Esistevano fra i nostri progenitori, armati solo delle proprie mani, o al massimo di clave e bastoni. Qualcuno ha cominciato a costruire armi sempre più sofisticate perché i contrasti esistevano, non viceversa. Se fossimo sempre vissuti nel paradiso terrestre, in assoluto amore reciproco a nessuno sarebbe mai venuta un'idea tanto strana.
P. Ma il tuo è un discorso di rassegnazione o Socrate! Le guerre e con queste i crimini, il terrorismo, sono sempre esistiti dici. Ma è nostro dovere combatterli, contrastarli! Per questo bisogna proibire le armi!
S. Proibire le armi? Certo, questo si che è un nobile obiettivo!
P. Vedo che finalmente rinsavisci, o Socrate!
S. L'obiettivo è nobile, ma...
P. Niente “ma” o Socrate...
S. Nobile amico, lo sai come sono fatto, anche di fronte a nobili, elevatissimi, obiettivi son colto da dubbi che mi impediscono i facili entusiasmi, permettimi quindi di esplicitarli, anzi, aiutami a superarli rispondendo a qualche mia domandina...
P. E sia o Socrate, domanda pure.
S. Dimmi, o Pendolo, se nel 1939 la
Polonia avesse proibito alla Germania di costruire armi, e le avesse
ordinato di distruggere quelle già costruite, pensi che la Germania
avrebbe obbedito?
P. Beh... direi di no.
S. E se il governo italiano, per bocca del suo inarrivabile leader, intimasse oggi all'Isis di non comprare armi e di fare a pezzi quelle già a sue mani, pensi forse che l'Isis obbedirebbe?
P. Sembrerebbe di no
S. E se tu vedessi, mentre passeggi per strada, un mascalzone armato di coltello che sta massacrando una giovane fanciulla e gli dicessi: “ti ordino di gettare via il coltello”, credi che il mascalzone obbedirebbe?
P. Direi di no.
S. Non basta quindi proibire le armi perché queste scompaiano, ne convieni?
P. Certo che ne convengo, ma proprio per questo occorre obbligare chi costruisce, compra e vende armi a farla finita.
S. Concordo, ma... come pensi che lo si possa obbligare?
P. Non saprei...
S. Si può obbligare un uomo armato a deporre le armi se non si è armati a propria volta?
P. Sembrerebbe di no.
S. E si può costringere solo col sorriso e la parola una gran massa di fanatici armati sono ai denti a deporre mitra, pistole e coltelli?
P. Pare di no.
S. E si può obbligare senza la minaccia delle armi uno stato grande e potente a non minacciare armi alla mano i propri pacifici vicini?
P. Anche questo sembra assai improbabile.
S. Sembra anche a me. Potremmo allora dire che le armi servono anche per indurre prepotenti, fanatici e delinquenti a più miti consigli?
P. Non saprei...
S. Tu hai un figlio o Pendolo?
P. Si lo ho avuto grazie alla fecondazione...
S. Non mi interessa come lo hai avuto, volevo solo chiederti: se vedessi un omone grande e grosso che sta per strozzare il tuo amato bimbetto, cosa faresti?
P. Cercherei di colpirlo con un pugno.
S. Potrebbe non bastare e comunque un pugno può, anche lui, essere un'arma.
P. Chiamerei la polizia.
S. Potrebbe non arrivare in tempo. E comunque la polizia sarebbe armata.
P. Sono sofismi i tuoi.
S. Nessun sofisma, ti sto facendo il quadro di una situazione del tutto possibile.
P. Forse...
S. Dimmi allora ottimo amico, se vedessi un omaccione che sta per uccidere tuo figlio e fossi armato che faresti? Useresti o non useresti la pistola?
P. Ebbene si, la userei!
S. Quindi concordi con me che a volte l'uso delle armi è necessario.
P. Forse.
S. E che per obbligare i violenti, i fanatici ed i prepotenti a lasciare le armi occorre che i non violenti le abbiano, le armi, e le sappiano usare, possibilmente bene.
P. Così sembra.
S. E dimmi ora, usare un'arma per salvare, ad esempio, un bambino, vuol dire usarla a fin di bene?
P. E come no?
S. Un'arma quindi può essere usata sia a fin di bene che a fin di male, per uccidere o salvare un bambino ad esempio.
P. Forse è così.
S. Ma, se un certo oggetto può essere usato sia a fin di bene che a fin di male, possiamo considerare quell'oggetto, in quanto tale, causa del male?
P. Che discorsi fai o Socrate! Confusi, attorcigliati, sofistici!
S. Non mi sembra o uomo eccellente. Dimmi, è vero che l'acqua è strumento di vita e di refrigerio ma può diventare causa di morte e strumento di tortura?
P. Certo che può diventarlo! Infatti gli imperialisti americani ed i sionisti reazionari...
S. Per carità, lasciamo perdere gli imperialisti ed i sionisti, evitiamo di allargare il discorso. Concordi che con l'acqua si può prestar soccorso ad un uomo oppure torturarlo?
P. Concordo.
S. Quindi ammetterai che in quanto tale l'acqua non è causa del male e che tutto dipende dal come viene usata, e a che fine.
P. Ebbene... si, lo ammetto.
S. E questo vale anche per le armi, visto che un'arma può essere usata per salvare un bambino, o impedire un attentato, e che con le armi si possono respingere le aggressioni dei prepotenti e dei fanatici.
P. Può darsi che sia così. Ma io non parlavo delle armi ma dei mercanti e dei costruttori di armi o Socrate, di coloro che si arricchiscono sui morti e sulle stragi.
S. Capisco, la differenza è fondamentale. Però, scusami, tu ammetti che dei poliziotti usino le armi?
P. Beh... direi di si.
S. E quelle armi qualcuno dovrà pur costruirle, o no?
P. Direi di si
S. E chi non le costruisce in proprio dovrà comprarle, vero?
P. Sembrerebbe
S. Dal che si deduce che dovranno esserci dei costruttori e dei mercanti di armi, giusto?
P. Sembra di si
S. E visto che quelle armi sono destinate alla polizia, che le usa per fini condivisibili, i mercanti ed i costruttori di armi in questo caso serviranno al raggiungimento di fini condivisibili, possiamo dirlo?
P. Forse possiamo. Ma io mi riferivo agli altri, a quelli che le armi le vendono ai terroristi.
S. Preziosa precisazione amico mio. Da cui mi sembra che si possa concludere che non è criminale chi costruisce e vende le armi, ma chi le vende ai terroristi e le costruisce per i terroristi, concordi?
P. Non so...
S. Dimmi nobile amico, chi compra un'arma è un criminale perché la compra o perché intende usarla per un attentato terroristico?
P. Perché intende usarla per un attentato, direi.
S. E chi la vende, è un criminale perché la vende o perché la vende a chi vuole usarla per un attentato?
P. Sembrerebbe che sia criminale perché la vende a chi vuol commettere un attentato.
S. Quindi non il costruire o il vendere armi è in se criminoso, ma il costruirle ed il venderle a terroristi o altri criminali.
P. Forse si.
S. Quindi non è il commercio di armi a rendere criminale il terrorismo, ma il terrorismo a rendere criminale il commercio di armi, puoi concordare?
P. Beh... direi di no.
S. E se il governo italiano, per bocca del suo inarrivabile leader, intimasse oggi all'Isis di non comprare armi e di fare a pezzi quelle già a sue mani, pensi forse che l'Isis obbedirebbe?
P. Sembrerebbe di no
S. E se tu vedessi, mentre passeggi per strada, un mascalzone armato di coltello che sta massacrando una giovane fanciulla e gli dicessi: “ti ordino di gettare via il coltello”, credi che il mascalzone obbedirebbe?
P. Direi di no.
S. Non basta quindi proibire le armi perché queste scompaiano, ne convieni?
P. Certo che ne convengo, ma proprio per questo occorre obbligare chi costruisce, compra e vende armi a farla finita.
S. Concordo, ma... come pensi che lo si possa obbligare?
P. Non saprei...
S. Si può obbligare un uomo armato a deporre le armi se non si è armati a propria volta?
P. Sembrerebbe di no.
S. E si può costringere solo col sorriso e la parola una gran massa di fanatici armati sono ai denti a deporre mitra, pistole e coltelli?
P. Pare di no.
S. E si può obbligare senza la minaccia delle armi uno stato grande e potente a non minacciare armi alla mano i propri pacifici vicini?
P. Anche questo sembra assai improbabile.
S. Sembra anche a me. Potremmo allora dire che le armi servono anche per indurre prepotenti, fanatici e delinquenti a più miti consigli?
P. Non saprei...
S. Tu hai un figlio o Pendolo?
P. Si lo ho avuto grazie alla fecondazione...
S. Non mi interessa come lo hai avuto, volevo solo chiederti: se vedessi un omone grande e grosso che sta per strozzare il tuo amato bimbetto, cosa faresti?
P. Cercherei di colpirlo con un pugno.
S. Potrebbe non bastare e comunque un pugno può, anche lui, essere un'arma.
P. Chiamerei la polizia.
S. Potrebbe non arrivare in tempo. E comunque la polizia sarebbe armata.
P. Sono sofismi i tuoi.
S. Nessun sofisma, ti sto facendo il quadro di una situazione del tutto possibile.
P. Forse...
S. Dimmi allora ottimo amico, se vedessi un omaccione che sta per uccidere tuo figlio e fossi armato che faresti? Useresti o non useresti la pistola?
P. Ebbene si, la userei!
S. Quindi concordi con me che a volte l'uso delle armi è necessario.
P. Forse.
S. E che per obbligare i violenti, i fanatici ed i prepotenti a lasciare le armi occorre che i non violenti le abbiano, le armi, e le sappiano usare, possibilmente bene.
P. Così sembra.
S. E dimmi ora, usare un'arma per salvare, ad esempio, un bambino, vuol dire usarla a fin di bene?
P. E come no?
S. Un'arma quindi può essere usata sia a fin di bene che a fin di male, per uccidere o salvare un bambino ad esempio.
P. Forse è così.
S. Ma, se un certo oggetto può essere usato sia a fin di bene che a fin di male, possiamo considerare quell'oggetto, in quanto tale, causa del male?
P. Che discorsi fai o Socrate! Confusi, attorcigliati, sofistici!
S. Non mi sembra o uomo eccellente. Dimmi, è vero che l'acqua è strumento di vita e di refrigerio ma può diventare causa di morte e strumento di tortura?
P. Certo che può diventarlo! Infatti gli imperialisti americani ed i sionisti reazionari...
S. Per carità, lasciamo perdere gli imperialisti ed i sionisti, evitiamo di allargare il discorso. Concordi che con l'acqua si può prestar soccorso ad un uomo oppure torturarlo?
P. Concordo.
S. Quindi ammetterai che in quanto tale l'acqua non è causa del male e che tutto dipende dal come viene usata, e a che fine.
P. Ebbene... si, lo ammetto.
S. E questo vale anche per le armi, visto che un'arma può essere usata per salvare un bambino, o impedire un attentato, e che con le armi si possono respingere le aggressioni dei prepotenti e dei fanatici.
P. Può darsi che sia così. Ma io non parlavo delle armi ma dei mercanti e dei costruttori di armi o Socrate, di coloro che si arricchiscono sui morti e sulle stragi.
S. Capisco, la differenza è fondamentale. Però, scusami, tu ammetti che dei poliziotti usino le armi?
P. Beh... direi di si.
S. E quelle armi qualcuno dovrà pur costruirle, o no?
P. Direi di si
S. E chi non le costruisce in proprio dovrà comprarle, vero?
P. Sembrerebbe
S. Dal che si deduce che dovranno esserci dei costruttori e dei mercanti di armi, giusto?
P. Sembra di si
S. E visto che quelle armi sono destinate alla polizia, che le usa per fini condivisibili, i mercanti ed i costruttori di armi in questo caso serviranno al raggiungimento di fini condivisibili, possiamo dirlo?
P. Forse possiamo. Ma io mi riferivo agli altri, a quelli che le armi le vendono ai terroristi.
S. Preziosa precisazione amico mio. Da cui mi sembra che si possa concludere che non è criminale chi costruisce e vende le armi, ma chi le vende ai terroristi e le costruisce per i terroristi, concordi?
P. Non so...
S. Dimmi nobile amico, chi compra un'arma è un criminale perché la compra o perché intende usarla per un attentato terroristico?
P. Perché intende usarla per un attentato, direi.
S. E chi la vende, è un criminale perché la vende o perché la vende a chi vuole usarla per un attentato?
P. Sembrerebbe che sia criminale perché la vende a chi vuol commettere un attentato.
S. Quindi non il costruire o il vendere armi è in se criminoso, ma il costruirle ed il venderle a terroristi o altri criminali.
P. Forse si.
S. Quindi non è il commercio di armi a rendere criminale il terrorismo, ma il terrorismo a rendere criminale il commercio di armi, puoi concordare?
P. Si... penso di poter concordare.
S. Possiamo allora concludere che è il terrorismo la causa del commercio di armi quando questo è un atto criminale?
P. Ma non lo so! Forse si, si...
S. Ma, nobile amico, non avevamo cominciato a discutere dicendo che è il commercio di armi la causa del terrorismo ed è sempre la costruzione e la vendita di armi il vero, intollerabile crimine?
P. Basta Socrate, si è fatto tardi e le tue parole mi hanno causato un gran mal di testa. Devo scappare!
S. Mal di testa? Spero ti passi presto amico eccellente! Arrivederci Pendolo!
P. Addio o Socrate!
S. Possiamo allora concludere che è il terrorismo la causa del commercio di armi quando questo è un atto criminale?
P. Ma non lo so! Forse si, si...
S. Ma, nobile amico, non avevamo cominciato a discutere dicendo che è il commercio di armi la causa del terrorismo ed è sempre la costruzione e la vendita di armi il vero, intollerabile crimine?
P. Basta Socrate, si è fatto tardi e le tue parole mi hanno causato un gran mal di testa. Devo scappare!
S. Mal di testa? Spero ti passi presto amico eccellente! Arrivederci Pendolo!
P. Addio o Socrate!
domenica 15 maggio 2016
GAIA, LA GRANDE MADRE
L'ideologia “antispecista” sposta verso il basso la linea di demarcazione che separa nella natura chi è soggetto etico da chi non lo è. Rompe in questo modo una tradizione che parte da Platone ed Aristotele per arrivare sino ai giorni nostri ed attraversa trasversalmente un po' tutte le correnti del pensiero occidentale. Un simile spostamento verso il basso ridimensiona drasticamente il valore di tutto ciò che è umano, elimina quella che Aristotele chiamava “differenza specifica” per diluirla in una somiglianza generica fra l'uomo e tutte le altre creature senzienti. Ad essere svalutati non sono solo il pensiero e la libertà, ammesso che questa esista. Tutto ciò, ed è molto, che nel sentire è umano viene ad essere ridotto a fattore secondario, comunque non in grado di fondare alcun tipo di differenza di status. Il pensiero si riduce al sistema nervoso, ed il sistema nervoso umano viene assimilato, più o meno, a quello animale. Gli “antispecisti” possono essere tali solo perché sono uomini, ma la loro stessa dottrina li porta inesorabilmente a distruggere il valore della loro appartenenza al genere umano.
L'allargamento dei confini dell'etica tentato dagli “antispecisti”
si rivela però, ben presto, insufficiente.
Innanzitutto è davvero molto difficile svalutare in maniera tanto radicale il peso della ragione e del pensiero. Alla fin dei conti è proprio grazie alla ragione ed al pensiero che è possibile teorizzare l'eguaglianza di status fra uomini ed animali. Gli antispecisti non si limitano così a sostituire la sensazione al pensiero quale confine dell'etica, cercano di rafforzare questa sostituzione con altri argomenti, non troppo in linea con la loro impostazione fondamentale.
Bentham e Singer non si limitano, ad esempio, a sottolineare la comune capacità di sentire che accomuna uomini ed animali. Affermano che molti animali hanno un livello di coscienza e di intelligenza superiore a quello di molte categorie di umani. Un primate adulto è sicuramente più cosciente ed intelligente di un neonato umano o anche di un bambino di sei mesi. Un cane è in grado di fare molte cose che un portatore di handicap non è in grado di fare. Alcuni si improvvisano scienziati e sottolineano la comunanza di patrimonio genetico fra uomini e primati superiori. Dopo aver cacciato coscienza e pensiero dalla porta questi signori li fanno rientrare dalla finestra e, concedendo molto al detestato antropocentrismo, cercano di fondare l'eguaglianza di status fra uomini ed animali precisamente su quelle caratteristiche di cui avevano contestato la validità.
Ma i loro tentativi sono fallimentari. Il fatto che due enti abbiano in comune gran parte del loro patrimonio genetico non dice assolutamente nulla sulla loro identità di status. Ad essere decisiva è sempre la differenza specifica, il poco che essi non hanno in comune. La terra è composta in larga misura dagli stessi minerali di cui è composto marte, i due pianeti sono sottoposti alle stesse leggi fisiche, ruotano entrambi attorno al sole, hanno molti elementi chimici in comune. Si tratta di pianeti simili, è vero, ma sulla terra esistono l'acqua, l'aria e quindi la vita, cose che su marte oggi non ci sono o ci sono in quantità minimali ed embrionali. Questo fa della terra qualcosa di radicalmente diverso da marte.
Quanto alle altre argomentazioni, in parte sono la riproposizione della concezione funzionalista della persona secondo cui non è importante l'appartenenza di un ente ad una certa specie, ma la qualità della vita che questi attualmente vive: un cane adulto è più intelligente di un umano neonato, "quindi" il cane ha gli stessi, se non più diritti del neonato.
Semplice vero? No, per niente! E' vero che un cane è più intelligente di un neonato ma è assurdo considerare gli enti solo nel loro stato attuale, senza alcuna considerazione sulle loro potenzialità intrinseche. Un ente conta non solo per ciò che é, ma anche per ciò che sarà, o è stato, o avrebbe potuto essere. Un boa od uno squalo appena nati sono molto più attivi ed autonomi dei neonati di cane e gatto, li si può definire più “intelligenti” di loro. Eppure tutti considerano cani e gatti animali superiori, o meno primitivi, di squali e boa. E' tipico degli animali più primitivi un livello di autonomia immediato che gli animali superiori non possiedono. Ad essere decisive sono le potenzialità di crescita e miglioramento. Lo squalo nasce praticamente perfetto, ma resta per tutta la vita uguale a come e nato, dimensioni a parte. Alla nascita l'uomo è un essere del tutto dipendente da altri, muore in poco tempo se non viene curato ed assistito, però ha incredibili potenzialità di arricchimento fisico e spirituale. Ignorarle è semplicemente stupido.
Un'altra parte di queste argomentazioni è invece più seria: si tratta dell'esame dei famosi “casi di confine” cui si è interessato anche un pensatore importante come Robert Nozick. In effetti è vero, un primate adulto è più intelligente di molti umani portatori di handicap e, per ciò che possiamo saperne, molti portatori di hamdicap non hanno, purtroppo, possibilità alcuna di miglioramento. Perché allora escludere il primo ed includere i secondi nella sfera dell'etica?
L'argomento dei casi di confine è interessante ma sostanzialmente fallace. E' vero, i confini fra specie umana e specie animali sono spesso confusi, a volte è difficile disegnare linee di demarcazione chiare e nette, ma si possono fare le stesse considerazioni per i confini fra mondo animale e mondo vegetale, e per quelli fra esseri viventi ed enti non viventi. Cozze, vongole, coralli sono considerati animali, ma esistono vegetali che hanno capacità assai superiori alle loro. E' più attiva una pianta carnivora o una cozza? Si muove di più un rampicante od un corallo? Un grande abete che espande in tutte le direzioni le sue radici ha una attività minore a quella di un lombrico? Ed ancora, muschi e licheni non si confondono a volte con le rocce cui sono legati? Chi non sia uno scienziato è davvero in grado di distinguere certe forme di vita vegetale dalla materia non vivente? I casi incerti sono assai più numerosi nei confini fra mondi animale, vegetale e minerale che non fra mondo umano e mondo animale. Nel caso dei rapporti uomo - animale si può almeno dire che i casi dubbi riguardano i singoli e non le specie e che spesso simili casi derivano da eventi traumatici. Un portatore di handicap può avere fratelli e sorelle assolutamente normali, diversissimi dai primati più intelligenti. Ogni corallo invece è assai simile ad una pianta. Se l'argomento dei casi di confine dovesse spingerci ad unificare lo status etico ed ontologico di uomini ed animali la conclusione logica sarebbe l'unificazione di status etico ed ontologico di tutta la natura. TUTTI, ma proprio tutti saremmo soggetti etici e giuridici, dall'uomo al gorilla, dal gorilla al corallo, dal corallo al muschio, dal muschio alla vetta ghiacciata del monte Bianco.
Questa è la scelta che hanno fatto molti “antispecisti”, o che è comunque implicata dalle loro teorizzazioni. Il radicalismo animalista e l'”antispecismo” sono parte del più generale radicalismo ecologico. Nelle teorizzazioni dei mistici dell'ecologia la natura è una sorta di divinità, o un grande organismo vivente. Il radicalismo animalista cerca di introdurre gli animali nel mondo umano lasciando il resto della natura così come tradizionalmente questa viene vista in occidente. Ma si tratta di un tentativo destinato a fallire. Non si può seriamente equiparare l'uomo al toporagno e pretendere che tutto il resto rimanga immutato. La concezione scientifica della natura non può piacere a chi non sa cogliere la differenza di status fra uomini e toporagni, ed infatti quella concezione vene abbandonata, e sostituita dal mito.
“Nella sua prima formulazione l'ipotesi Gaia, che altro non è che il nome del pianeta vivente (derivato da quello dell'omonima divinità femminile greca, nota anche col nome di Gea), si basa sull'assunto che gli oceani, i mari, l'atmosfera, la crosta terrestre e tutte le altre componenti geofisiche del pianeta terra si mantengano in condizioni idonee alla presenza della vita proprio grazie al comportamento e all'azione degli organismi viventi, vegetali e animali. Ad esempio la temperatura, lo stato d'ossidazione, l'acidità, la salinità e altri parametri chimico-fisici fondamentali per la presenza della vita sulla terra presentano valori costanti. Questa omeostasi è l'effetto dei processi di feedback attivo svolto in maniera autonoma e inconsapevole dal biota. Inoltre tutte queste variabili non mantengono un equilibrio costante nel tempo ma evolvono in sincronia con il biota. Quindi i fenomeni evoluzionistici non riguardano solo gli organismi o l'ambiente naturale ma l'intera Gaia.” (1)
Questa la definizione che Wikipedia dà della celebre “ipotesi Gaia” elaborata dal chimico inglese James Lovelock e diventata una sorta di dogma del misticismo ecologico. Quella che viene proposta, celata da un linguaggio apparentemente scientifico, è la vecchia concezione organicista della natura. La terra, ma forse anche l'intero universo, sarebbe un tutto organico in cui ogni parte è finalizzata al perpetuarsi del tutto. Così come cuore, reni e polmoni servono alla vita dell'organismo di cui sono parti, atmosfera e mari, piante, animali ed uomo servono alla vita del pianete vivente, Gaia. Ogni ente ha una funzione, ed un valore, solo nel suo rapporto col tutto armonico in cui è inserito.
Una ipotesi simile ha il grosso vantaggio di apparire a prima vista plausibile per il semplice motivo che si presta ad interpretazioni deboli abbastanza ragionevoli. Che ogni ente abbia un qualche rapporto con tutti gli altri è quasi una ovvietà. Non è invece affatto ovvio, né ragionevole, pensare che ogni ente abbia rapporti organici con gli altri, sia cioè finalizzato alla vita del tutto, né che il tutto agisca per conservare i singoli enti che lo compongono. Che poi tutti gli enti siano “viventi” e che sia “vivente” la terra è solo una ipotesi mitologica priva di ogni valore scientifico.
Per essere più chiari, io posso dire di essere in rapporto con tutti gli esseri umani presenti sul pianeta. Forse in Cina esiste un uomo chiamato Ping col quale io ho certamente dei rapporti spaziali e con cui sono comunque nel rapporto di non conoscenza. Però, che Ping esista o non esista, o che sia esistito fino ieri e sia passato oggi a miglior vita non determina alcun evento della mia vita, quanto meno, di nessun evento della mia vita posso dire che sia stato determinato dal fatto che Ping esista davvero, o sia esistito, o non sia mai esistito. Se si fanno ipotesi fantasiose sui mille fili che ci legherebbero tutti senza riuscire poi a stabilire il modo in cui questi agiscono e gli eventi che determinano, si può facilmente dimostrare tutto ed il contrario di tutto.
Considerazioni analoghe si possono fare sulla pretesa di considerare “viventi” tutti gli enti. Certo, posso dire che un monte “vive” una vita “diversa” dalla nostra, ma in questo modo il termine “vita” perde ogni significato determinato. Se “vive” il fiume Nilo allora, forse, “vivono” anche Giulio Cesare e Napoleone, e ad essere “non viventi” sono coloro che oggi passeggiano allegramente per strada.
Infine, che “ossidazione, acidità, salinità” dipendano dal “biota” è una ipotesi talmente generica da non poter essere seriamente sottoposta ad alcun tentativo di verifica o falsificazione. Si tratta di una teoria metafisica che con la scienza ha molto poco da spartire
Non occorre comunque essere scienziati, e neppure particolarmente ferrati in materie scientifiche, per constatare quanto l'ipotesi Gaia sia in totale contrasto con i dati elementari dell'esperienza sensibile. La terra sarebbe un armonioso tutto organico? Ma sulla terra la vita si perpetua costantemente tramite la morte. Ammettiamo pure che la morte dei singoli sia necessaria alla sopravvivenza delle specie, ebbene, sarebbe organico, sarebbe armonico un sistema in cui il singolo deve morire perché altri singoli, che tutti insieme formano la specie, possano vivere? E chi ha detto che il corso della natura salvaguardi la vita delle specie? Innumerevoli specie animali si sono estinte per cause del tutto naturali. C'è chi ha affermato che in natura si estinguono, è vero, innumerevoli specie, ma solo quando altre, più evolute, sono pronte a rimpiazzarle. Ridicolo tentativo di sovrapporre un edificante schemino al corso effettivo della natura. Moltissime specie si sono estinte senza essere state sostituite da nulla, animali molto primitivi esistono ancora ed altri, assai più evoluti hanno dovuto uscire di scena. La spietata selezione naturale non premia i “migliori” ma solo quelli in grado di sopravvivere in certi ambienti. Fra un po' di tempo il nostro amico sole collasserà ed ogni traccia di vita sparirà dal nostro pianeta, senza essere sostituita da nulla. C'è chi afferma che forse, un tempo, è esistita vita sul pianeta Marte, ora pare non ne esistano più tracce. Ogni istante innumerevoli stelle e pianeti muoiono nell'universo. L'ipotesi Gaia vale solo per la nostra “madre terra”?
Ma, anche prescindendo dalle precedenti considerazioni, esiste un ente che obbliga l'ideatore dell'ipotesi Gaia ad abbandonare, almeno in parte, il suo sereno ed armonico organicismo, e questo ente è l'uomo.
“Gli umani” afferma James Lovelock, “sulla terra si comportano per certi versi come un organismo patogeno, o come le cellule di un tumore o di una neoplasia (…) la specie umana è talmente numerosa da costituire una grave malattia planetaria: Gaia soffre di primatemaia disseminata, un’epidemia di genti” (2)
L'uomo è un tumore, una malattia. Non vuole stare al suo posto, non si accontenta di essere mera componente di un armonico ecosistema, si espande, inquina, distrugge. Ma l'uomo è un prodotto della natura, il risultato di un processo di selezione naturale durata milioni di anni. Se questo processo è finalizzato alla vita del tutto da dove è mai venuto fuori questo mostro orribile che sarebbe l'uomo? E' vero, nella vita sociale esistono processi autoregolativi che possono incrinarsi e dar vita a contrasti e crisi, il mercato è uno di questi. Ma l'equilibrio di mercato è la risultante di una miriade di relazioni fra individui autonomi, per questo è soggetto a rotture e crisi. Il mercato non è un organismo, Gaia invece lo è, ed è un organismo che comprende la totalità del mondo. Se questo organismo produce un tumore vuol dire che il suo fine immanente non è la vita ma la propria autodistruzione.
Lovelock ed i suoi fans non possono ovviamente ammettere una cosa tanto sgradevole, e si sfogano prendendosela con l'uomo.
Lo scrittore ambientalista William Aiken ha affermato che “una mortalità di massa sarebbe una buona cosa. E’ nostro dovere provocarla. E’ un dovere della nostra specie, nel rispetto dell’ambiente, eliminare il 90% dei suoi componenti” (3). Negli Stati Uniti esiste un movimento per l’estinzione umana volontaria che teorizza cose come questa: “L’alternativa all’estinzione di milioni, forse di miliardi di specie di piante ed animali è la volontaria estinzione di una specie, quella dell’homo sapiens. Ogni volta che uno di noi decide di non aggiungersi agli altri miliardi di persone che popolano il pianeta, ogni volta che un essere umano decide di non riprodursi la biosfera ritorna alla sua gloria primordiale. La salute della terra sarà ristabilita dall’ecologia nella forma conosciuta come Gaia” (4)
Evitiamo reazioni emotive e limitiamoci ad un sospiro di sollievo per il fatto che la nostra estinzione dovrebbe essere “volontaria”. A parte ogni altra considerazione, quella che salta agli occhi è la totale mancanza di logica di simili posizioni. Lovelock ed i suoi seguaci sono organicisti, naturalisti, affermano che l'uomo è un tumore... e pretendono che non lo sia, vorrebbero che rinnegasse la propria natura! Ma questo è impossibile, lo è proprio se accettiamo l'ipotesi Gaia. Non si può ridurre l'uomo a mera natura, farne uno dei risultati di un processo organico e pretendere poi che non si comporti di conseguenza. Se siamo un tumore è nella nostra natura esserlo, non possiamo comportarci diversamente. Dare all'uomo lezioncine di ecologia è un po' come pretendere di curare i tumori impartendo alle cellule tumorali lezioni di etica kantiana. E' vero che le cellule tumorali distruggendo l'organismo che le ospita distruggono infine se stesse, ma questo è per loro l'unico modo di vivere, affretterebbero la loro fine se si comportassero diversamente. L'uomo è la grande, definitiva, confutazione dell'ipotesi Gaia. Possiamo giudicarci in mille modi, possiamo pensarla come vogliamo sul nostro operare, di certo non siamo mera componente di qualche ecosistema, il mero risultato di un armonico sviluppo organico.
“Noi siamo un tumore”, strillano i teorici di Gaia, ma pretendono che non lo siamo. Gaia produce il tumore destinato a distruggerla ma proprio questo tumore dovrebbe prendersi a cuore la salvezza di Gaia. Dopo aver ridotto l'uomo a semplice ed insignificante parte del tutto organico gli amici di Gaia antropoformizzano la loro Dea e, sulle orme degli animalisti “antispecisti”, trasformano non solo gli animali ma anche le piante ed i minerali in soggetti etici e giuridici. Alla integrale naturalizzazione dell'uomo fa seguito una altrettanto integrale, e ridicola, umanizzazione della natura. Monti e fiumi, muschi ed abeti si affiancano a lombrichi e toporagni quali nuovi soggetti etici e giuridici.
Nel 1992 viene fondato negli USA il Movimento di liberazione della terra (ELF). I suoi militanti si definiscono “ecoguerrieri” e, abbandonate le iniziali forme non violente di lotta, mettono in atto azioni di tipo terroristico contro i responsabili dei crimini contro il pianeta. E' interessante analizzare la loro “dichiarazione dei diritti della terra”.
“Noi ecoguerrieri siamo convinti che la mancanza di attenzione e il disprezzo nei confronti dei diritti naturali della terra e delle specie siano le cause dei guai del mondo” (5)
Si passa, come si vede dai diritti degli animali a quelli della terra. Questa si contrappone all'uomo dopo essere stata trasformata a sua volta in un essere umano.
“La terra è la madre e la prima sorgente di ogni vita. Il suolo, l'acqua, l'aria, le piante e gli animali sono parte di essa (…) con cui formano una comunità. L'uomo in quanto specie è uno dei membri di questa comunità” (6)
Pietre e gorilla, uomini e fili d'erba diventano come Tizio, Caio e Sempronio membri di una comunità umana. Le parti del pianeta sono assimilate agli individui, un po' come dire che volante, leva del cambio e ruote sono parti della comunità detta “automobile”. Proseguiamo:
“Ogni governo umano deve essere organizzato in modo da garantire alla comunità il godimento degli inalienabili diritti naturali.
Tali diritti sono l'uguaglianza, la libertà, l'identità e la possibilità di resistere all'oppressione
Tutti i membri della comunità sono uguali di fronte alla natura e alla legge degli uomini.
La libertà consiste nella facoltà concessa ai membri della comunità di fare tutto ciò che non leda i diritti altrui; L'esercizio dei diritti naturali di ogni membro non conosce limiti salvo quelli che garantiscono agli altri membri della comunità il godimento degli stessi diritti.” (7)
Sembra di leggere la “dichiarazione di indipendenza” degli Stati Uniti, solo qui è rivolta a ghiacciai e licheni, ragni e formiche. Pini marittimi e pioggia sono soggetti giuridici e devono godere dei loro diritti naturali senza impedire agli altri membri della comunità ecologica il godimento di pari diritti. Molto interessante. Bisognerebbe quindi processare i leoni che mangiano le zebre? E, con loro, le erbacce che impediscono la crescita dei fiori? E come comportarsi con maremoti, valanghe e terremoti? Occorre spedirgli un avviso di garanzia? Gli ecoguerrieri eliminano ogni discriminate dalla natura, non riconoscono alcun valore alla ragione, al linguaggio astratto e simbolico, alla capacità di distinguere il bene dal male, insomma, a tutto ciò che nella natura è umano. Il risultato di una tale eliminazione è ingenuamente paradossale: nel momento stesso in cui tolgono ogni valore a ciò che è umano gli “ecoguerrierist” umanizzano la natura, applicano a ciò che non è umano categorie umane, trasformano in uomini enti non umani, addirittura non senzienti e non viventi. C'è solo da chiedersi perché mai parlino di un governo umano che dovrebbe garantire ai membri della comunità il godimento dei loro “diritti”. La follia ideologica non ama la logica.
Gli animalisti “antispecisti” avevano abbassato il confine fra ciò che in natura è e ciò che non è soggetto morale e giuridico. Gli “ecoguerrieri” compiono, con coerenza, il passo successivo. Se la discriminante non passa per la ragione e la possibilità di concepire e distinguere il bene ed il male, non ha nessun senso farla passare per la sensibilità. E' il puro e semplice fatto di esistere a far sorgere diritti (ma non doveri). I teorici dell'ecologia profonda ne prendono atto e ne traggono le dovute conseguenze, con logica folle.
Si può obiettare che si tratta di personaggi folcloristici, esigue minoranze a cui non val la pena di prestare troppa attenzione, ma le cose non stanno così. Si tratta di minoranze, certo, ma minoranze che hanno il coraggio, demenziale coraggio, della coerenza. Queste minoranze partono dalle stesse premesse, o da premesse molto simili a quelle da cui partono altri che giungono a conclusioni meno folli, anche se assai spesso comunque inaccettabili.
I moderati criticano movimenti come quello degli “ecoguerrieri” soprattutto per i loro mezzi violenti, come se esistesse davvero una contraddizione fra simili mezzi e le convinzioni che muovono chi vi ricorre. Tempo fa, mentre infuriava sui media una campagna contro la sperimentazione animale dei farmaci, una ragazza gravemente ammalata postò in rete la propria foto, la foto di un piccolo essere umano disteso su un letto d'ospedale, coperto di tubicini, con la scritta: “sono viva grazie alla sperimentazione animale”. Ci fu una reazione isterica. “Devi morire” scrissero in molti. “Non hai diritto di vivere uccidendo animali innocenti”, aggiunsero altri. La TV diede notizia della cosa ed un solerte annunciatore disse, con voce melliflua: “la si può pensare come si vuole sulla sperimentazione animale, ma non si deve insultare nessuno. Si deve discutere in maniera civile”. E NO!!! Se davvero l'uomo ha lo stesso status etico di una cavia NON si può discutere civilmente con chi usa le cavie! Discuteremmo civilmente con chi mangia bambini arrosto o sperimenta farmaci su bambini e poi dice: “sono vivo grazie alla sperimentazione su bambini”? Non credo. Se le premesse degli ecoguerrieri sono, anche solo in parte, anche solo in piccola parte, condivisibili, se davvero tutti gli enti del pianeta sono eticamente sullo stesso piano allora chi scava una galleria, o costruisce un mobile in legno, o mangia un panino con la mortadella è un criminale, senza se e senza ma. E non si discute democraticamente coi criminali. La follia di movimenti come quello degli ecoguerrieri non consiste nei loro mezzi di lotta, ma nelle premesse da cui partono. Sono queste ad essere folli, queste sono da contestare, radicalmente. Per questo è profondamente sbagliato snobbarli, considerarli solo un fenomeno folcloristico, magari criminale. Si tratta di un fenomeno culturale e politico. Ignorarlo serve solo ad aggravare la crisi culturale dell'occidente.
Innanzitutto è davvero molto difficile svalutare in maniera tanto radicale il peso della ragione e del pensiero. Alla fin dei conti è proprio grazie alla ragione ed al pensiero che è possibile teorizzare l'eguaglianza di status fra uomini ed animali. Gli antispecisti non si limitano così a sostituire la sensazione al pensiero quale confine dell'etica, cercano di rafforzare questa sostituzione con altri argomenti, non troppo in linea con la loro impostazione fondamentale.
Bentham e Singer non si limitano, ad esempio, a sottolineare la comune capacità di sentire che accomuna uomini ed animali. Affermano che molti animali hanno un livello di coscienza e di intelligenza superiore a quello di molte categorie di umani. Un primate adulto è sicuramente più cosciente ed intelligente di un neonato umano o anche di un bambino di sei mesi. Un cane è in grado di fare molte cose che un portatore di handicap non è in grado di fare. Alcuni si improvvisano scienziati e sottolineano la comunanza di patrimonio genetico fra uomini e primati superiori. Dopo aver cacciato coscienza e pensiero dalla porta questi signori li fanno rientrare dalla finestra e, concedendo molto al detestato antropocentrismo, cercano di fondare l'eguaglianza di status fra uomini ed animali precisamente su quelle caratteristiche di cui avevano contestato la validità.
Ma i loro tentativi sono fallimentari. Il fatto che due enti abbiano in comune gran parte del loro patrimonio genetico non dice assolutamente nulla sulla loro identità di status. Ad essere decisiva è sempre la differenza specifica, il poco che essi non hanno in comune. La terra è composta in larga misura dagli stessi minerali di cui è composto marte, i due pianeti sono sottoposti alle stesse leggi fisiche, ruotano entrambi attorno al sole, hanno molti elementi chimici in comune. Si tratta di pianeti simili, è vero, ma sulla terra esistono l'acqua, l'aria e quindi la vita, cose che su marte oggi non ci sono o ci sono in quantità minimali ed embrionali. Questo fa della terra qualcosa di radicalmente diverso da marte.
Quanto alle altre argomentazioni, in parte sono la riproposizione della concezione funzionalista della persona secondo cui non è importante l'appartenenza di un ente ad una certa specie, ma la qualità della vita che questi attualmente vive: un cane adulto è più intelligente di un umano neonato, "quindi" il cane ha gli stessi, se non più diritti del neonato.
Semplice vero? No, per niente! E' vero che un cane è più intelligente di un neonato ma è assurdo considerare gli enti solo nel loro stato attuale, senza alcuna considerazione sulle loro potenzialità intrinseche. Un ente conta non solo per ciò che é, ma anche per ciò che sarà, o è stato, o avrebbe potuto essere. Un boa od uno squalo appena nati sono molto più attivi ed autonomi dei neonati di cane e gatto, li si può definire più “intelligenti” di loro. Eppure tutti considerano cani e gatti animali superiori, o meno primitivi, di squali e boa. E' tipico degli animali più primitivi un livello di autonomia immediato che gli animali superiori non possiedono. Ad essere decisive sono le potenzialità di crescita e miglioramento. Lo squalo nasce praticamente perfetto, ma resta per tutta la vita uguale a come e nato, dimensioni a parte. Alla nascita l'uomo è un essere del tutto dipendente da altri, muore in poco tempo se non viene curato ed assistito, però ha incredibili potenzialità di arricchimento fisico e spirituale. Ignorarle è semplicemente stupido.
Un'altra parte di queste argomentazioni è invece più seria: si tratta dell'esame dei famosi “casi di confine” cui si è interessato anche un pensatore importante come Robert Nozick. In effetti è vero, un primate adulto è più intelligente di molti umani portatori di handicap e, per ciò che possiamo saperne, molti portatori di hamdicap non hanno, purtroppo, possibilità alcuna di miglioramento. Perché allora escludere il primo ed includere i secondi nella sfera dell'etica?
L'argomento dei casi di confine è interessante ma sostanzialmente fallace. E' vero, i confini fra specie umana e specie animali sono spesso confusi, a volte è difficile disegnare linee di demarcazione chiare e nette, ma si possono fare le stesse considerazioni per i confini fra mondo animale e mondo vegetale, e per quelli fra esseri viventi ed enti non viventi. Cozze, vongole, coralli sono considerati animali, ma esistono vegetali che hanno capacità assai superiori alle loro. E' più attiva una pianta carnivora o una cozza? Si muove di più un rampicante od un corallo? Un grande abete che espande in tutte le direzioni le sue radici ha una attività minore a quella di un lombrico? Ed ancora, muschi e licheni non si confondono a volte con le rocce cui sono legati? Chi non sia uno scienziato è davvero in grado di distinguere certe forme di vita vegetale dalla materia non vivente? I casi incerti sono assai più numerosi nei confini fra mondi animale, vegetale e minerale che non fra mondo umano e mondo animale. Nel caso dei rapporti uomo - animale si può almeno dire che i casi dubbi riguardano i singoli e non le specie e che spesso simili casi derivano da eventi traumatici. Un portatore di handicap può avere fratelli e sorelle assolutamente normali, diversissimi dai primati più intelligenti. Ogni corallo invece è assai simile ad una pianta. Se l'argomento dei casi di confine dovesse spingerci ad unificare lo status etico ed ontologico di uomini ed animali la conclusione logica sarebbe l'unificazione di status etico ed ontologico di tutta la natura. TUTTI, ma proprio tutti saremmo soggetti etici e giuridici, dall'uomo al gorilla, dal gorilla al corallo, dal corallo al muschio, dal muschio alla vetta ghiacciata del monte Bianco.
Questa è la scelta che hanno fatto molti “antispecisti”, o che è comunque implicata dalle loro teorizzazioni. Il radicalismo animalista e l'”antispecismo” sono parte del più generale radicalismo ecologico. Nelle teorizzazioni dei mistici dell'ecologia la natura è una sorta di divinità, o un grande organismo vivente. Il radicalismo animalista cerca di introdurre gli animali nel mondo umano lasciando il resto della natura così come tradizionalmente questa viene vista in occidente. Ma si tratta di un tentativo destinato a fallire. Non si può seriamente equiparare l'uomo al toporagno e pretendere che tutto il resto rimanga immutato. La concezione scientifica della natura non può piacere a chi non sa cogliere la differenza di status fra uomini e toporagni, ed infatti quella concezione vene abbandonata, e sostituita dal mito.
“Nella sua prima formulazione l'ipotesi Gaia, che altro non è che il nome del pianeta vivente (derivato da quello dell'omonima divinità femminile greca, nota anche col nome di Gea), si basa sull'assunto che gli oceani, i mari, l'atmosfera, la crosta terrestre e tutte le altre componenti geofisiche del pianeta terra si mantengano in condizioni idonee alla presenza della vita proprio grazie al comportamento e all'azione degli organismi viventi, vegetali e animali. Ad esempio la temperatura, lo stato d'ossidazione, l'acidità, la salinità e altri parametri chimico-fisici fondamentali per la presenza della vita sulla terra presentano valori costanti. Questa omeostasi è l'effetto dei processi di feedback attivo svolto in maniera autonoma e inconsapevole dal biota. Inoltre tutte queste variabili non mantengono un equilibrio costante nel tempo ma evolvono in sincronia con il biota. Quindi i fenomeni evoluzionistici non riguardano solo gli organismi o l'ambiente naturale ma l'intera Gaia.” (1)
Questa la definizione che Wikipedia dà della celebre “ipotesi Gaia” elaborata dal chimico inglese James Lovelock e diventata una sorta di dogma del misticismo ecologico. Quella che viene proposta, celata da un linguaggio apparentemente scientifico, è la vecchia concezione organicista della natura. La terra, ma forse anche l'intero universo, sarebbe un tutto organico in cui ogni parte è finalizzata al perpetuarsi del tutto. Così come cuore, reni e polmoni servono alla vita dell'organismo di cui sono parti, atmosfera e mari, piante, animali ed uomo servono alla vita del pianete vivente, Gaia. Ogni ente ha una funzione, ed un valore, solo nel suo rapporto col tutto armonico in cui è inserito.
Una ipotesi simile ha il grosso vantaggio di apparire a prima vista plausibile per il semplice motivo che si presta ad interpretazioni deboli abbastanza ragionevoli. Che ogni ente abbia un qualche rapporto con tutti gli altri è quasi una ovvietà. Non è invece affatto ovvio, né ragionevole, pensare che ogni ente abbia rapporti organici con gli altri, sia cioè finalizzato alla vita del tutto, né che il tutto agisca per conservare i singoli enti che lo compongono. Che poi tutti gli enti siano “viventi” e che sia “vivente” la terra è solo una ipotesi mitologica priva di ogni valore scientifico.
Per essere più chiari, io posso dire di essere in rapporto con tutti gli esseri umani presenti sul pianeta. Forse in Cina esiste un uomo chiamato Ping col quale io ho certamente dei rapporti spaziali e con cui sono comunque nel rapporto di non conoscenza. Però, che Ping esista o non esista, o che sia esistito fino ieri e sia passato oggi a miglior vita non determina alcun evento della mia vita, quanto meno, di nessun evento della mia vita posso dire che sia stato determinato dal fatto che Ping esista davvero, o sia esistito, o non sia mai esistito. Se si fanno ipotesi fantasiose sui mille fili che ci legherebbero tutti senza riuscire poi a stabilire il modo in cui questi agiscono e gli eventi che determinano, si può facilmente dimostrare tutto ed il contrario di tutto.
Considerazioni analoghe si possono fare sulla pretesa di considerare “viventi” tutti gli enti. Certo, posso dire che un monte “vive” una vita “diversa” dalla nostra, ma in questo modo il termine “vita” perde ogni significato determinato. Se “vive” il fiume Nilo allora, forse, “vivono” anche Giulio Cesare e Napoleone, e ad essere “non viventi” sono coloro che oggi passeggiano allegramente per strada.
Infine, che “ossidazione, acidità, salinità” dipendano dal “biota” è una ipotesi talmente generica da non poter essere seriamente sottoposta ad alcun tentativo di verifica o falsificazione. Si tratta di una teoria metafisica che con la scienza ha molto poco da spartire
Non occorre comunque essere scienziati, e neppure particolarmente ferrati in materie scientifiche, per constatare quanto l'ipotesi Gaia sia in totale contrasto con i dati elementari dell'esperienza sensibile. La terra sarebbe un armonioso tutto organico? Ma sulla terra la vita si perpetua costantemente tramite la morte. Ammettiamo pure che la morte dei singoli sia necessaria alla sopravvivenza delle specie, ebbene, sarebbe organico, sarebbe armonico un sistema in cui il singolo deve morire perché altri singoli, che tutti insieme formano la specie, possano vivere? E chi ha detto che il corso della natura salvaguardi la vita delle specie? Innumerevoli specie animali si sono estinte per cause del tutto naturali. C'è chi ha affermato che in natura si estinguono, è vero, innumerevoli specie, ma solo quando altre, più evolute, sono pronte a rimpiazzarle. Ridicolo tentativo di sovrapporre un edificante schemino al corso effettivo della natura. Moltissime specie si sono estinte senza essere state sostituite da nulla, animali molto primitivi esistono ancora ed altri, assai più evoluti hanno dovuto uscire di scena. La spietata selezione naturale non premia i “migliori” ma solo quelli in grado di sopravvivere in certi ambienti. Fra un po' di tempo il nostro amico sole collasserà ed ogni traccia di vita sparirà dal nostro pianeta, senza essere sostituita da nulla. C'è chi afferma che forse, un tempo, è esistita vita sul pianeta Marte, ora pare non ne esistano più tracce. Ogni istante innumerevoli stelle e pianeti muoiono nell'universo. L'ipotesi Gaia vale solo per la nostra “madre terra”?
Ma, anche prescindendo dalle precedenti considerazioni, esiste un ente che obbliga l'ideatore dell'ipotesi Gaia ad abbandonare, almeno in parte, il suo sereno ed armonico organicismo, e questo ente è l'uomo.
“Gli umani” afferma James Lovelock, “sulla terra si comportano per certi versi come un organismo patogeno, o come le cellule di un tumore o di una neoplasia (…) la specie umana è talmente numerosa da costituire una grave malattia planetaria: Gaia soffre di primatemaia disseminata, un’epidemia di genti” (2)
L'uomo è un tumore, una malattia. Non vuole stare al suo posto, non si accontenta di essere mera componente di un armonico ecosistema, si espande, inquina, distrugge. Ma l'uomo è un prodotto della natura, il risultato di un processo di selezione naturale durata milioni di anni. Se questo processo è finalizzato alla vita del tutto da dove è mai venuto fuori questo mostro orribile che sarebbe l'uomo? E' vero, nella vita sociale esistono processi autoregolativi che possono incrinarsi e dar vita a contrasti e crisi, il mercato è uno di questi. Ma l'equilibrio di mercato è la risultante di una miriade di relazioni fra individui autonomi, per questo è soggetto a rotture e crisi. Il mercato non è un organismo, Gaia invece lo è, ed è un organismo che comprende la totalità del mondo. Se questo organismo produce un tumore vuol dire che il suo fine immanente non è la vita ma la propria autodistruzione.
Lovelock ed i suoi fans non possono ovviamente ammettere una cosa tanto sgradevole, e si sfogano prendendosela con l'uomo.
Lo scrittore ambientalista William Aiken ha affermato che “una mortalità di massa sarebbe una buona cosa. E’ nostro dovere provocarla. E’ un dovere della nostra specie, nel rispetto dell’ambiente, eliminare il 90% dei suoi componenti” (3). Negli Stati Uniti esiste un movimento per l’estinzione umana volontaria che teorizza cose come questa: “L’alternativa all’estinzione di milioni, forse di miliardi di specie di piante ed animali è la volontaria estinzione di una specie, quella dell’homo sapiens. Ogni volta che uno di noi decide di non aggiungersi agli altri miliardi di persone che popolano il pianeta, ogni volta che un essere umano decide di non riprodursi la biosfera ritorna alla sua gloria primordiale. La salute della terra sarà ristabilita dall’ecologia nella forma conosciuta come Gaia” (4)
Evitiamo reazioni emotive e limitiamoci ad un sospiro di sollievo per il fatto che la nostra estinzione dovrebbe essere “volontaria”. A parte ogni altra considerazione, quella che salta agli occhi è la totale mancanza di logica di simili posizioni. Lovelock ed i suoi seguaci sono organicisti, naturalisti, affermano che l'uomo è un tumore... e pretendono che non lo sia, vorrebbero che rinnegasse la propria natura! Ma questo è impossibile, lo è proprio se accettiamo l'ipotesi Gaia. Non si può ridurre l'uomo a mera natura, farne uno dei risultati di un processo organico e pretendere poi che non si comporti di conseguenza. Se siamo un tumore è nella nostra natura esserlo, non possiamo comportarci diversamente. Dare all'uomo lezioncine di ecologia è un po' come pretendere di curare i tumori impartendo alle cellule tumorali lezioni di etica kantiana. E' vero che le cellule tumorali distruggendo l'organismo che le ospita distruggono infine se stesse, ma questo è per loro l'unico modo di vivere, affretterebbero la loro fine se si comportassero diversamente. L'uomo è la grande, definitiva, confutazione dell'ipotesi Gaia. Possiamo giudicarci in mille modi, possiamo pensarla come vogliamo sul nostro operare, di certo non siamo mera componente di qualche ecosistema, il mero risultato di un armonico sviluppo organico.
“Noi siamo un tumore”, strillano i teorici di Gaia, ma pretendono che non lo siamo. Gaia produce il tumore destinato a distruggerla ma proprio questo tumore dovrebbe prendersi a cuore la salvezza di Gaia. Dopo aver ridotto l'uomo a semplice ed insignificante parte del tutto organico gli amici di Gaia antropoformizzano la loro Dea e, sulle orme degli animalisti “antispecisti”, trasformano non solo gli animali ma anche le piante ed i minerali in soggetti etici e giuridici. Alla integrale naturalizzazione dell'uomo fa seguito una altrettanto integrale, e ridicola, umanizzazione della natura. Monti e fiumi, muschi ed abeti si affiancano a lombrichi e toporagni quali nuovi soggetti etici e giuridici.
Nel 1992 viene fondato negli USA il Movimento di liberazione della terra (ELF). I suoi militanti si definiscono “ecoguerrieri” e, abbandonate le iniziali forme non violente di lotta, mettono in atto azioni di tipo terroristico contro i responsabili dei crimini contro il pianeta. E' interessante analizzare la loro “dichiarazione dei diritti della terra”.
“Noi ecoguerrieri siamo convinti che la mancanza di attenzione e il disprezzo nei confronti dei diritti naturali della terra e delle specie siano le cause dei guai del mondo” (5)
Si passa, come si vede dai diritti degli animali a quelli della terra. Questa si contrappone all'uomo dopo essere stata trasformata a sua volta in un essere umano.
“La terra è la madre e la prima sorgente di ogni vita. Il suolo, l'acqua, l'aria, le piante e gli animali sono parte di essa (…) con cui formano una comunità. L'uomo in quanto specie è uno dei membri di questa comunità” (6)
Pietre e gorilla, uomini e fili d'erba diventano come Tizio, Caio e Sempronio membri di una comunità umana. Le parti del pianeta sono assimilate agli individui, un po' come dire che volante, leva del cambio e ruote sono parti della comunità detta “automobile”. Proseguiamo:
“Ogni governo umano deve essere organizzato in modo da garantire alla comunità il godimento degli inalienabili diritti naturali.
Tali diritti sono l'uguaglianza, la libertà, l'identità e la possibilità di resistere all'oppressione
Tutti i membri della comunità sono uguali di fronte alla natura e alla legge degli uomini.
La libertà consiste nella facoltà concessa ai membri della comunità di fare tutto ciò che non leda i diritti altrui; L'esercizio dei diritti naturali di ogni membro non conosce limiti salvo quelli che garantiscono agli altri membri della comunità il godimento degli stessi diritti.” (7)
Sembra di leggere la “dichiarazione di indipendenza” degli Stati Uniti, solo qui è rivolta a ghiacciai e licheni, ragni e formiche. Pini marittimi e pioggia sono soggetti giuridici e devono godere dei loro diritti naturali senza impedire agli altri membri della comunità ecologica il godimento di pari diritti. Molto interessante. Bisognerebbe quindi processare i leoni che mangiano le zebre? E, con loro, le erbacce che impediscono la crescita dei fiori? E come comportarsi con maremoti, valanghe e terremoti? Occorre spedirgli un avviso di garanzia? Gli ecoguerrieri eliminano ogni discriminate dalla natura, non riconoscono alcun valore alla ragione, al linguaggio astratto e simbolico, alla capacità di distinguere il bene dal male, insomma, a tutto ciò che nella natura è umano. Il risultato di una tale eliminazione è ingenuamente paradossale: nel momento stesso in cui tolgono ogni valore a ciò che è umano gli “ecoguerrierist” umanizzano la natura, applicano a ciò che non è umano categorie umane, trasformano in uomini enti non umani, addirittura non senzienti e non viventi. C'è solo da chiedersi perché mai parlino di un governo umano che dovrebbe garantire ai membri della comunità il godimento dei loro “diritti”. La follia ideologica non ama la logica.
Gli animalisti “antispecisti” avevano abbassato il confine fra ciò che in natura è e ciò che non è soggetto morale e giuridico. Gli “ecoguerrieri” compiono, con coerenza, il passo successivo. Se la discriminante non passa per la ragione e la possibilità di concepire e distinguere il bene ed il male, non ha nessun senso farla passare per la sensibilità. E' il puro e semplice fatto di esistere a far sorgere diritti (ma non doveri). I teorici dell'ecologia profonda ne prendono atto e ne traggono le dovute conseguenze, con logica folle.
Si può obiettare che si tratta di personaggi folcloristici, esigue minoranze a cui non val la pena di prestare troppa attenzione, ma le cose non stanno così. Si tratta di minoranze, certo, ma minoranze che hanno il coraggio, demenziale coraggio, della coerenza. Queste minoranze partono dalle stesse premesse, o da premesse molto simili a quelle da cui partono altri che giungono a conclusioni meno folli, anche se assai spesso comunque inaccettabili.
I moderati criticano movimenti come quello degli “ecoguerrieri” soprattutto per i loro mezzi violenti, come se esistesse davvero una contraddizione fra simili mezzi e le convinzioni che muovono chi vi ricorre. Tempo fa, mentre infuriava sui media una campagna contro la sperimentazione animale dei farmaci, una ragazza gravemente ammalata postò in rete la propria foto, la foto di un piccolo essere umano disteso su un letto d'ospedale, coperto di tubicini, con la scritta: “sono viva grazie alla sperimentazione animale”. Ci fu una reazione isterica. “Devi morire” scrissero in molti. “Non hai diritto di vivere uccidendo animali innocenti”, aggiunsero altri. La TV diede notizia della cosa ed un solerte annunciatore disse, con voce melliflua: “la si può pensare come si vuole sulla sperimentazione animale, ma non si deve insultare nessuno. Si deve discutere in maniera civile”. E NO!!! Se davvero l'uomo ha lo stesso status etico di una cavia NON si può discutere civilmente con chi usa le cavie! Discuteremmo civilmente con chi mangia bambini arrosto o sperimenta farmaci su bambini e poi dice: “sono vivo grazie alla sperimentazione su bambini”? Non credo. Se le premesse degli ecoguerrieri sono, anche solo in parte, anche solo in piccola parte, condivisibili, se davvero tutti gli enti del pianeta sono eticamente sullo stesso piano allora chi scava una galleria, o costruisce un mobile in legno, o mangia un panino con la mortadella è un criminale, senza se e senza ma. E non si discute democraticamente coi criminali. La follia di movimenti come quello degli ecoguerrieri non consiste nei loro mezzi di lotta, ma nelle premesse da cui partono. Sono queste ad essere folli, queste sono da contestare, radicalmente. Per questo è profondamente sbagliato snobbarli, considerarli solo un fenomeno folcloristico, magari criminale. Si tratta di un fenomeno culturale e politico. Ignorarlo serve solo ad aggravare la crisi culturale dell'occidente.
Note
1) Definizione di ipotesi Gaia. Tratta dalla rete in Wikipedia.
2) Citato in Riccardo Cascioli Antonio Gaspari: Le bugie degli ambientalisti. Piemme 2007 pag. 40
3) Ibidem.
4) Ibidem pag. 39 40
5) Dichiarazione dei diritti della terra, citato in Laurent Larcher: Il volto oscuro dell'ecologia, Lindau 2009 pag. 111.
6) Ibidem
7) Ibidem
1) Definizione di ipotesi Gaia. Tratta dalla rete in Wikipedia.
2) Citato in Riccardo Cascioli Antonio Gaspari: Le bugie degli ambientalisti. Piemme 2007 pag. 40
3) Ibidem.
4) Ibidem pag. 39 40
5) Dichiarazione dei diritti della terra, citato in Laurent Larcher: Il volto oscuro dell'ecologia, Lindau 2009 pag. 111.
6) Ibidem
7) Ibidem
sabato 7 maggio 2016
ANTISPECISMO E RAZZISMO
I
sostenitori del radicalismo animalista, gli antispecisti, paragonano
spesso e volentieri il cosiddetto “specismo” al razzismo.
Affermare che l'uomo ha uno stato etico ed ontologico diverso e
superiore a quello di un serpente o di una aringa è per loro una
pericolosissima forma di razzismo. Lo ha detto e ripetuto il guru
massimo degli antispecisti, Peter Singer: il razzista viola il
principio di uguaglianza fra le razze, lo specista quello fra le
specie animali. Dire che un bianco è superiore ad un nero è lo
stesso che dire che un uomo è superiore ad un gorilla o ad un
lombrico. Tutti gli animali sono uguali, dall'uomo che è solo un
animale fra gli altri, al lombrico. Chi mette in dubbio la validità
di una simile affermazione è un “razzista” quindi, quanto meno,
una persona poco raccomandabile. L'analisi filosofica cede il passo
al furore ideologico: nulla è infatti tanto degradante quanto essere
considerati razzisti. Fai passare per “razzista” chi ti critica
ed il gioco è fatto: non avrai l'onere di confutare le sue teorie,
ti basterà unirti al coro di folle urlanti. In realtà non solo chi
rifiuta i concetti di “specismo” ed “antispecismo” non è
razzista, ma ad essere, nel profondo, razzisti sono loro, quelli che
hanno inventato questi concetti. Di seguito cercheremo di
argomentare, argomentare, non
strillare,
questa affermazione.
Il primo ad accusare di “razzismo” chi non equipara sul piano etico uomini ed animali è stato Jeremy Bentham nella “introduzione ai principi della morale e della legislazione”:
“C'è stato un giorno, e mi rattrista dire che in molti posti non è ancora passato, in cui la maggior parte del genere umano, grazie all'istituzione della schiavitù è stata trattata dalla legge esattamente nello stesso modo in cui, per esempio in Inghilterra, sono trattate ancora le razze inferiori di animali.
Forse verrà il giorno in cui tutte le altre creature animali si vedranno riconosciuti quei diritti che nessuno, che non sia un tiranno, avrebbe dovuto negar loro.” (1)
Bentham prosegue dicendo che chi differenzia sul piano etico animali ed uomini lo farebbe basandosi su particolarità empiriche assolutamente inessenziali come “il numero delle gambe, la villosità della pelle o l'estremità dell'osso sacro” (2). Esattamente come ci si è resi conto che il colore della pelle non è una buona ragione per tenere in schiavitù un essere umano si arriverà, prima o poi, a capire che il numero delle gambe non giustifica l'uso che, per fare solo un esempio, facciamo dei buoi quando li usiamo per arare i campi. Le argomentazioni di Bentham sono state riprese, amplificate, spesso portate a conseguenze estreme da altri dopo di lui; come si è visto costituiscono il centro delle teorizzazioni di Singer. Lo specismo sarebbe una prosecuzione del razzismo, chi è seriamente contro il razzismo non può essere “specista”.
Il paragone fra “specismo” e razzismo sembra a prima vista avere qualche fondamento. In effetti, se abbiamo stabilito che tutti gli esseri umani hanno pari dignità perché non stabilire che hanno pari dignità tutti gli animali, compreso l'uomo che senza dubbio è, per lo meno è anche, animale? La apparente plausibilità di simili tesi è però frutto di un abbaglio, fondato, fra le altre cose, sul travisamento o sulla totale ignoranza delle tesi di quei numerosissimi pensatori che rifiutano di equiparare lo status etico delle persone umane a quello di passeri, bufali e cernie.
Il razzismo è in effetti una dottrina che lega le differenze di status e di dignità fra gli esseri umani a caratteristiche fisiche inessenziali. Il colore della pelle, il tipo di capelli, la forma del naso o degli occhi cessano di essere, aristotelicamente, accidenti secondari per diventare caratteristiche fondamentali degli uomini, tanto fondamentali che ad esse sono legate l'umana libertà e dignità. Non tutti i teorici del razzismo sono, a dire il vero, tanto rozzi. Per alcuni le vere differenze fra gli uomini sono di tipo etico ed intellettuale. Un bianco non sarebbe superiore ad un nero per il colore della sua pelle, ma per la maggiore acutezza del suo ingegno. Però questa “maggiore acutezza” sarebbe, a sua volta, legata al colore della pelle, alla forma del naso e così via. Le doti intellettuali dipenderebbero da inessenziali caratteristiche fisiche. Cacciate dalla porta queste rientrano, trionfanti, dalla finestra.
Per i teorici dell'antispecismo chi teorizza una differenza di status etico ed ontologico fra uomo ed animale farebbe, più o meno, lo stesso. Il richiamo di Bentham allo schiavismo è a questo proposito molto significativo. Ma si tratta di un richiamo completamente infondato.
In primo luogo Bentham dimostra, con questo richiamo, di conoscere poco la storia. Non sempre lo schiavismo è stato infatti legato al razzismo ed alle caratteristiche fisiche inessenziali degli esseri umani. Ci sono stati schiavi e padroni di tutte le razze e molto spesso schiavo e padrone appartenevano alla identica razza. Nella antichità venivano ridotto in schiavitù i prigionieri di guerra, indipendentemente dal colore della pelle o dall'estremità dell'osso sacro.
In secondo luogo, e soprattutto, Bentham, che a dire il vero non è stato un grande genio speculativo, dimostra di conoscere poco la storia della filosofia. Nessun pensatore serio ha infatti mai cercato di fondare la differenza di status etico fra uomo ed animale su inessenziali caratteristiche fisiche. Non ho intenzione di allungare troppo il discorso e mi limito quindi al caso di Kant. Per Kant l'uomo ha uno status etico particolare perché è in grado di obbedire alla propria coscienza, di fare anche ciò che sensibilmente non lo attrae e di non fare ciò che invece lo attrae dal punto di vista sensibile. L'uomo è in grado, solo in grado, di obbedire all'imperativo categorico, per questo è un ente morale, radicalmente diverso da tutti gli altri. Ma non solo l'uomo gode per Kant di un simile status.
Nella “fondazione della metafisica dei costumi” Kant aggiunge alle precedenti questa definizione della legge morale: “Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona che in quella di ogni altro, sempre anche come un fine e mai semplicemente come un mezzo” (3). Sembrerebbe che il filosofo prussiano, superato l'astratto formalismo delle precedenti versioni dell'imperativo categorico, leghi qui la morale a determinate caratteristiche empiriche di un certo ente. Ma le cose stanno ben diversamente. Kant infatti si affretta ad aggiungere che “Questo principio dell’umanità non ha origine empirica; prima di tutto per la sua universalità, perché comprende tutti gli esseri ragionevoli in generale” (4)
Hanno diritto ad uno status etico particolare gli esseri razionali in generale. L'uomo è, per ciò che ne sappiamo, l'unico essere razionale, ma questo è solo un evento empirico accidentale. Se in una galassia lontana vivesse un essere razionale questo per Kant sarebbe in grado di obbedire all'imperativo categorico. Potrebbe avere forma di lucertola od ippopotamo, potrebbe anche essere incorporeo, avrebbe lo stesso status etico ed ontologico dell'uomo. Si può criticare una simile concezione, ma di certo è completamente insensato accusarla di razzismo. In Kant la legge morale può basarsi su tutto meno che sul colore della pelle o la forma degli occhi!
Non solo le accuse di razzismo che gli “antispecisti” rivolgono ai loro oppositori sono del tutto infondate, ad essere davvero razzisti sono proprio loro, gli “antispecisti”. Per rendersene conto occorre approfondire il discorso.
L'etica “antispecista” può essere collegata a quello che Giovanni Fornero in “bioetica cattolica e bioetica laica” definisce il concetto funzionalista di persona, contrapposto a quella sostanzialista.
Le concezioni dette sostanzialiste sostengono che la persona umana sia una sostanza. L'uomo è per natura dotato di certe caratteristiche che fanno di lui un essere razionale e morale, in una parola, una persona. Ad essere decisivo è il richiamo alla natura, all'essenza dell'uomo in generale, questa è decisiva per trasformare un ente in persona, cioè soggetto morale e giuridico. E' vero che su un altro pianeta potrebbero esserci, come ipotizzava Kant, altri esseri morali e razionali, anche loro per loro natura persone, ma questo significa solo che forse non siamo le uniche persone dell'universo.
Ci sono, è vero, esseri umani che non sono ancora persone in senso pieno, non hanno ancora sviluppato la loro razionalità e la capacità di discernere il bene dal male. E ce ne sono altri che non lo sono più, ed altri ancora che avrebbero potuto esserlo, ma non lo sono, perché hanno subito gravi incidenti o sono nati con gravi menomazioni. In tutti questi casi però si parla di persone cui mancano certe caratteristiche, no di non persone. Un neonato avrà le caratteristiche umane, un vecchio le ha avute e le può conservare, almeno in parte, un handiccappato avrebbe potuto averle, e potrebbe, forse, recuperarle.
I sostenitori delle concezioni funzionaliste della persona rifiutano un simile approccio.
Il primo ad accusare di “razzismo” chi non equipara sul piano etico uomini ed animali è stato Jeremy Bentham nella “introduzione ai principi della morale e della legislazione”:
“C'è stato un giorno, e mi rattrista dire che in molti posti non è ancora passato, in cui la maggior parte del genere umano, grazie all'istituzione della schiavitù è stata trattata dalla legge esattamente nello stesso modo in cui, per esempio in Inghilterra, sono trattate ancora le razze inferiori di animali.
Forse verrà il giorno in cui tutte le altre creature animali si vedranno riconosciuti quei diritti che nessuno, che non sia un tiranno, avrebbe dovuto negar loro.” (1)
Bentham prosegue dicendo che chi differenzia sul piano etico animali ed uomini lo farebbe basandosi su particolarità empiriche assolutamente inessenziali come “il numero delle gambe, la villosità della pelle o l'estremità dell'osso sacro” (2). Esattamente come ci si è resi conto che il colore della pelle non è una buona ragione per tenere in schiavitù un essere umano si arriverà, prima o poi, a capire che il numero delle gambe non giustifica l'uso che, per fare solo un esempio, facciamo dei buoi quando li usiamo per arare i campi. Le argomentazioni di Bentham sono state riprese, amplificate, spesso portate a conseguenze estreme da altri dopo di lui; come si è visto costituiscono il centro delle teorizzazioni di Singer. Lo specismo sarebbe una prosecuzione del razzismo, chi è seriamente contro il razzismo non può essere “specista”.
Il paragone fra “specismo” e razzismo sembra a prima vista avere qualche fondamento. In effetti, se abbiamo stabilito che tutti gli esseri umani hanno pari dignità perché non stabilire che hanno pari dignità tutti gli animali, compreso l'uomo che senza dubbio è, per lo meno è anche, animale? La apparente plausibilità di simili tesi è però frutto di un abbaglio, fondato, fra le altre cose, sul travisamento o sulla totale ignoranza delle tesi di quei numerosissimi pensatori che rifiutano di equiparare lo status etico delle persone umane a quello di passeri, bufali e cernie.
Il razzismo è in effetti una dottrina che lega le differenze di status e di dignità fra gli esseri umani a caratteristiche fisiche inessenziali. Il colore della pelle, il tipo di capelli, la forma del naso o degli occhi cessano di essere, aristotelicamente, accidenti secondari per diventare caratteristiche fondamentali degli uomini, tanto fondamentali che ad esse sono legate l'umana libertà e dignità. Non tutti i teorici del razzismo sono, a dire il vero, tanto rozzi. Per alcuni le vere differenze fra gli uomini sono di tipo etico ed intellettuale. Un bianco non sarebbe superiore ad un nero per il colore della sua pelle, ma per la maggiore acutezza del suo ingegno. Però questa “maggiore acutezza” sarebbe, a sua volta, legata al colore della pelle, alla forma del naso e così via. Le doti intellettuali dipenderebbero da inessenziali caratteristiche fisiche. Cacciate dalla porta queste rientrano, trionfanti, dalla finestra.
Per i teorici dell'antispecismo chi teorizza una differenza di status etico ed ontologico fra uomo ed animale farebbe, più o meno, lo stesso. Il richiamo di Bentham allo schiavismo è a questo proposito molto significativo. Ma si tratta di un richiamo completamente infondato.
In primo luogo Bentham dimostra, con questo richiamo, di conoscere poco la storia. Non sempre lo schiavismo è stato infatti legato al razzismo ed alle caratteristiche fisiche inessenziali degli esseri umani. Ci sono stati schiavi e padroni di tutte le razze e molto spesso schiavo e padrone appartenevano alla identica razza. Nella antichità venivano ridotto in schiavitù i prigionieri di guerra, indipendentemente dal colore della pelle o dall'estremità dell'osso sacro.
In secondo luogo, e soprattutto, Bentham, che a dire il vero non è stato un grande genio speculativo, dimostra di conoscere poco la storia della filosofia. Nessun pensatore serio ha infatti mai cercato di fondare la differenza di status etico fra uomo ed animale su inessenziali caratteristiche fisiche. Non ho intenzione di allungare troppo il discorso e mi limito quindi al caso di Kant. Per Kant l'uomo ha uno status etico particolare perché è in grado di obbedire alla propria coscienza, di fare anche ciò che sensibilmente non lo attrae e di non fare ciò che invece lo attrae dal punto di vista sensibile. L'uomo è in grado, solo in grado, di obbedire all'imperativo categorico, per questo è un ente morale, radicalmente diverso da tutti gli altri. Ma non solo l'uomo gode per Kant di un simile status.
Nella “fondazione della metafisica dei costumi” Kant aggiunge alle precedenti questa definizione della legge morale: “Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona che in quella di ogni altro, sempre anche come un fine e mai semplicemente come un mezzo” (3). Sembrerebbe che il filosofo prussiano, superato l'astratto formalismo delle precedenti versioni dell'imperativo categorico, leghi qui la morale a determinate caratteristiche empiriche di un certo ente. Ma le cose stanno ben diversamente. Kant infatti si affretta ad aggiungere che “Questo principio dell’umanità non ha origine empirica; prima di tutto per la sua universalità, perché comprende tutti gli esseri ragionevoli in generale” (4)
Hanno diritto ad uno status etico particolare gli esseri razionali in generale. L'uomo è, per ciò che ne sappiamo, l'unico essere razionale, ma questo è solo un evento empirico accidentale. Se in una galassia lontana vivesse un essere razionale questo per Kant sarebbe in grado di obbedire all'imperativo categorico. Potrebbe avere forma di lucertola od ippopotamo, potrebbe anche essere incorporeo, avrebbe lo stesso status etico ed ontologico dell'uomo. Si può criticare una simile concezione, ma di certo è completamente insensato accusarla di razzismo. In Kant la legge morale può basarsi su tutto meno che sul colore della pelle o la forma degli occhi!
Non solo le accuse di razzismo che gli “antispecisti” rivolgono ai loro oppositori sono del tutto infondate, ad essere davvero razzisti sono proprio loro, gli “antispecisti”. Per rendersene conto occorre approfondire il discorso.
L'etica “antispecista” può essere collegata a quello che Giovanni Fornero in “bioetica cattolica e bioetica laica” definisce il concetto funzionalista di persona, contrapposto a quella sostanzialista.
Le concezioni dette sostanzialiste sostengono che la persona umana sia una sostanza. L'uomo è per natura dotato di certe caratteristiche che fanno di lui un essere razionale e morale, in una parola, una persona. Ad essere decisivo è il richiamo alla natura, all'essenza dell'uomo in generale, questa è decisiva per trasformare un ente in persona, cioè soggetto morale e giuridico. E' vero che su un altro pianeta potrebbero esserci, come ipotizzava Kant, altri esseri morali e razionali, anche loro per loro natura persone, ma questo significa solo che forse non siamo le uniche persone dell'universo.
Ci sono, è vero, esseri umani che non sono ancora persone in senso pieno, non hanno ancora sviluppato la loro razionalità e la capacità di discernere il bene dal male. E ce ne sono altri che non lo sono più, ed altri ancora che avrebbero potuto esserlo, ma non lo sono, perché hanno subito gravi incidenti o sono nati con gravi menomazioni. In tutti questi casi però si parla di persone cui mancano certe caratteristiche, no di non persone. Un neonato avrà le caratteristiche umane, un vecchio le ha avute e le può conservare, almeno in parte, un handiccappato avrebbe potuto averle, e potrebbe, forse, recuperarle.
I sostenitori delle concezioni funzionaliste della persona rifiutano un simile approccio.
“Le
concezioni funzionaliste identificano la persona con la presenza
effettiva di queste capacità e quindi rifiutano l'idea che si
tratti di sostanze per natura dotate di quei caratteri; tutti e solo
gli enti che mostrano in atto le caratteristiche delle persone sono
davvero persone; quando le funzioni personali mancano, anche in un
individuo che le svilupperà in seguito o che le ha definitivamente
perdute, non siamo di fronte ad una persona” (5)
Insomma, visto che avere due occhi è parte essenziale della natura umana, quello a cui manchi un occhio non è un uomo menomato, è un non uomo. Qui non c'entrano i discorsi tesi a stabilire, ad esempio, se un essere umano in coma profondo debba o no essere mantenuto in vita, o se e in quali casi sia lecito abortire. Questi sono dilemmi etici che possono benissimo essere applicati alle persone. Quello che è in gioco in queste concezioni è il concetto stesso di persona, o, meglio ancora, di soggetto morale e giuridico: Chi è persona? Quindi, chi è soggetto morale e giuridico? Questa è la posta in gioco. E la risposta è chiarissima. E' soggetto morale e giuridico chi ha di fatto, e finché le ha, certe caratteristiche, lo è sia che faccia parte, sia che non faccia parte di una certa specie. Essere uomo, esser nato da un maschio ed una femmina della specie umana non conta nulla, non fa di un certo ente un soggetto etico e giuridico. Conta avere o non avere di fatto determinate qualità o caratteristiche empiriche. Tutti gli enti che queste caratteristiche le hanno sono soggetti etici e giuridici, non lo sono coloro che non le hanno ancora, o non le hanno più, o che avrebbero solo potuto averle.
Ci stiamo avvicinando, come si vede, alle filosofie “antispeciste”. Il far parte del genere umano non conferisce automaticamente alcuno status etico, questo è conferito dal possedere certi caratteri empirici che non sono automaticamente propri del solo genere umano. Di che caratteri si tratta? Peter Singer da la risposta.
Insomma, visto che avere due occhi è parte essenziale della natura umana, quello a cui manchi un occhio non è un uomo menomato, è un non uomo. Qui non c'entrano i discorsi tesi a stabilire, ad esempio, se un essere umano in coma profondo debba o no essere mantenuto in vita, o se e in quali casi sia lecito abortire. Questi sono dilemmi etici che possono benissimo essere applicati alle persone. Quello che è in gioco in queste concezioni è il concetto stesso di persona, o, meglio ancora, di soggetto morale e giuridico: Chi è persona? Quindi, chi è soggetto morale e giuridico? Questa è la posta in gioco. E la risposta è chiarissima. E' soggetto morale e giuridico chi ha di fatto, e finché le ha, certe caratteristiche, lo è sia che faccia parte, sia che non faccia parte di una certa specie. Essere uomo, esser nato da un maschio ed una femmina della specie umana non conta nulla, non fa di un certo ente un soggetto etico e giuridico. Conta avere o non avere di fatto determinate qualità o caratteristiche empiriche. Tutti gli enti che queste caratteristiche le hanno sono soggetti etici e giuridici, non lo sono coloro che non le hanno ancora, o non le hanno più, o che avrebbero solo potuto averle.
Ci stiamo avvicinando, come si vede, alle filosofie “antispeciste”. Il far parte del genere umano non conferisce automaticamente alcuno status etico, questo è conferito dal possedere certi caratteri empirici che non sono automaticamente propri del solo genere umano. Di che caratteri si tratta? Peter Singer da la risposta.
“A
sua volta Singer propone una nozione interspecifica di persona
sganciata dall'identificazione tradizionale con gli esseri umani (e
quindi solidale con l'antispecismo) e considera la sensibilità come
criterio minimale per l'attribuzione di diritti ad un soggetto”
(6)
Il cerchio si chiude, come si vede. Essere uomini non conferisce automaticamente alcuno status etico, questo è legato al possesso di certe caratteristiche empiriche: la sensibilità in primo luogo e tutto ciò che alla sensibilità è legato. Avere ben sviluppati i cinque sensi, poter vederci bene, sentire, muoversi, magari far sesso. Questo fa di noi persone morali, soggetti etici e giuridici. E fa tali anche agnelli, polli e conigli, a condizioni che siano in buono stato di salute. Tutto insomma dipende dai muscoli e, soprattutto, dal sistema nervoso. Esattamente come i razzisti, contro i quali tanto polemizzano, gli antispecisti promuovono al rango di discriminate etica le caratteristiche empiriche, meramente fisiche ed accidentali degli enti. Certo, i razzisti sostengono, a differenza degli “antispecisti”, l'ineguaglianza fra le razze ed il dominio di alcune sulle altre, ma, se si resta sul piano delle caratteristiche empiriche, sono senza dubbio loro ad avere ragione. Le caratteristiche empiriche delle varie specie animali sono infatti piuttosto diverse e la stessa conclamata capacità di provare piacere e dolore differisce da una specie all'altra. Soprattutto le varie specie animali sono spinte dalle loro caratteristiche empiriche ad una guerra acutissima per l'esistenza che non ha nulla, ma proprio nulla, a che vedere con l'armonica uguaglianza di diritti.
Ma questi sono, in fondo, semplici dettagli. Le incongruenze teoriche dei concetti di specismo ed antispecismo sono irrilevanti se paragonate alle loro conseguenze etiche. Queste sono tutte razziste. Non solo gli “antispecisti” usano, con minore coerenza di questi, le stesse categorie teoriche dei razzisti, la loro dottrina è intrinsecamente razzista e lo è in maniera spaventosa.
Il cerchio si chiude, come si vede. Essere uomini non conferisce automaticamente alcuno status etico, questo è legato al possesso di certe caratteristiche empiriche: la sensibilità in primo luogo e tutto ciò che alla sensibilità è legato. Avere ben sviluppati i cinque sensi, poter vederci bene, sentire, muoversi, magari far sesso. Questo fa di noi persone morali, soggetti etici e giuridici. E fa tali anche agnelli, polli e conigli, a condizioni che siano in buono stato di salute. Tutto insomma dipende dai muscoli e, soprattutto, dal sistema nervoso. Esattamente come i razzisti, contro i quali tanto polemizzano, gli antispecisti promuovono al rango di discriminate etica le caratteristiche empiriche, meramente fisiche ed accidentali degli enti. Certo, i razzisti sostengono, a differenza degli “antispecisti”, l'ineguaglianza fra le razze ed il dominio di alcune sulle altre, ma, se si resta sul piano delle caratteristiche empiriche, sono senza dubbio loro ad avere ragione. Le caratteristiche empiriche delle varie specie animali sono infatti piuttosto diverse e la stessa conclamata capacità di provare piacere e dolore differisce da una specie all'altra. Soprattutto le varie specie animali sono spinte dalle loro caratteristiche empiriche ad una guerra acutissima per l'esistenza che non ha nulla, ma proprio nulla, a che vedere con l'armonica uguaglianza di diritti.
Ma questi sono, in fondo, semplici dettagli. Le incongruenze teoriche dei concetti di specismo ed antispecismo sono irrilevanti se paragonate alle loro conseguenze etiche. Queste sono tutte razziste. Non solo gli “antispecisti” usano, con minore coerenza di questi, le stesse categorie teoriche dei razzisti, la loro dottrina è intrinsecamente razzista e lo è in maniera spaventosa.
Per
gli “antispecisti” il vero discrimine fra gli enti che sono
soggetti morali e giuridici e quelli che non lo sono è costituito,
lo si è detto e ripetuto, dalla sensibilità, intesa in senso ampio.
La possibilità di provare piacere e dolore è legata ad un sistema
nervoso ben sviluppato, sensi acuti, buna salute. Si è persone,
soggetti etici se e fino a quando si hanno cose simili. Non
lo si è se e quando non le si hanno. Ma
un feto umano, un vecchio, un neonato non hanno, o hanno in maniera
molto ridotta queste qualità. Quale è allora il loro
status etico? La risposta di
Singer ad una simile, ovvia, domanda è terrificante.
“Un bambino di una settimana non è un essere razionale ed autocosciente, e vi sono molti animali non umani la cui razionalità, autocoscienza, consapevolezza, capacità di sentire e così via è superiore a quella di un bambino umano di una settimana, o anche di un anno. Se il feto non ha la stessa pretesa di vita di una persona sembra che non l'abbia neanche il neonato, e che la vita di un neonato abbia meno valore della vita di un maiale, un cane o uno scimpanzè” (7)
Evitiamo i moti di ripulsa. Qui Singer usa non solo il concetto di “capacità di sentire” ma anche quelli di autocoscienza e razionalità, ma li usa allo stesso modo in cui usa la “capacità di sentire”. Eguaglia in maniera assurda il "sentire" all'autocoscienza e trasforma autocoscienza e razionalità in qualcosa di meramente fisico, in doti che si hanno finché si hanno, del tutto staccate dalle caratteristiche di una certa specie, qualcosa di simile alla buona salute, che oggi c'è e domani può non esserci. Non è l'uomo ad essere razionale, è Tizio ad esserlo, se e finché gode di buona salute cerebrale. Per Singer conta poco che un bambino cresca ed acquisisca una razionalità ed un livello di autocoscienza enormemente superiori a quelli di un maiale. Usando le sue categorie potremmo dire che un uomo svenuto o in anestesia cessa solo per questo di essere una persona o che un vecchio sordo e semi cieco sia meno persona di un'aquila o di un formichiere. L'uomo sotto anestesia potrebbe aver scritto un capolavoro, ed il vecchio potrebbe aver compiuto opere meravigliose. Non conta, la loro situazione attuale ne fa una sorta di scarti.
Ed infatti come tali tratta Singer le persone che non hanno, a suo insindacabile giudizio, i requisiti per essere considerate soggetti etici e giuridici. Dando prova di una coerenza tanto ammirevole quanto folle, il filosofo australiano arriva a teorizzare l'infanticidio. I bambini nati con gravi malformazioni vanno a suo parere eliminati, e a chi lo accusa di proporre cose orribili ribatte con dotte considerazioni storiche:
“La nostra attuale protezione assoluta della vita degli infanti è un atteggiamento tipicamente ebraico cristiano (…) L’infanticidio è stato praticato in società che vanno geograficamente da Thaiti alla Groenlandia e culturalmente dagli aborigeni australiani nomadi, alle sofisticate civiltà urbane dell’antica Grecia o della Cina dei Mandarini” (8)
La storia è piena di crudeltà di ogni tipo, alcune fanno ribrezzo a Singer, quelle contro gli animali ad esempio; altre il nostro pensatore le accetta senza batter ciglio, basta che non riguardino i polli ma i bambini.
“Un bambino di una settimana non è un essere razionale ed autocosciente, e vi sono molti animali non umani la cui razionalità, autocoscienza, consapevolezza, capacità di sentire e così via è superiore a quella di un bambino umano di una settimana, o anche di un anno. Se il feto non ha la stessa pretesa di vita di una persona sembra che non l'abbia neanche il neonato, e che la vita di un neonato abbia meno valore della vita di un maiale, un cane o uno scimpanzè” (7)
Evitiamo i moti di ripulsa. Qui Singer usa non solo il concetto di “capacità di sentire” ma anche quelli di autocoscienza e razionalità, ma li usa allo stesso modo in cui usa la “capacità di sentire”. Eguaglia in maniera assurda il "sentire" all'autocoscienza e trasforma autocoscienza e razionalità in qualcosa di meramente fisico, in doti che si hanno finché si hanno, del tutto staccate dalle caratteristiche di una certa specie, qualcosa di simile alla buona salute, che oggi c'è e domani può non esserci. Non è l'uomo ad essere razionale, è Tizio ad esserlo, se e finché gode di buona salute cerebrale. Per Singer conta poco che un bambino cresca ed acquisisca una razionalità ed un livello di autocoscienza enormemente superiori a quelli di un maiale. Usando le sue categorie potremmo dire che un uomo svenuto o in anestesia cessa solo per questo di essere una persona o che un vecchio sordo e semi cieco sia meno persona di un'aquila o di un formichiere. L'uomo sotto anestesia potrebbe aver scritto un capolavoro, ed il vecchio potrebbe aver compiuto opere meravigliose. Non conta, la loro situazione attuale ne fa una sorta di scarti.
Ed infatti come tali tratta Singer le persone che non hanno, a suo insindacabile giudizio, i requisiti per essere considerate soggetti etici e giuridici. Dando prova di una coerenza tanto ammirevole quanto folle, il filosofo australiano arriva a teorizzare l'infanticidio. I bambini nati con gravi malformazioni vanno a suo parere eliminati, e a chi lo accusa di proporre cose orribili ribatte con dotte considerazioni storiche:
“La nostra attuale protezione assoluta della vita degli infanti è un atteggiamento tipicamente ebraico cristiano (…) L’infanticidio è stato praticato in società che vanno geograficamente da Thaiti alla Groenlandia e culturalmente dagli aborigeni australiani nomadi, alle sofisticate civiltà urbane dell’antica Grecia o della Cina dei Mandarini” (8)
La storia è piena di crudeltà di ogni tipo, alcune fanno ribrezzo a Singer, quelle contro gli animali ad esempio; altre il nostro pensatore le accetta senza batter ciglio, basta che non riguardino i polli ma i bambini.
C'è
comunque da notare la logica ferrea che guida il pensiero del massimo
teorico dei diritti animali. Parte contestando il concetto stesso di
natura umana e nega, a partire da questa contestazione, qualsiasi
status etico privilegiato per l'uomo. Prosegue sostituendo la
sensibilità alla razionalità ed alla libertà quale criterio
discriminante dell'etica. Fatto tutto questo il passo successivo è
obbligato: quegli enti che sono privi di sensibilità o ne hanno una
menomata perdono o vedono drasticamente ridimensionarsi il loro
status morale. Da un lato Singer allarga indebitamente i confini
dell'etica inserendo in questa tutti gli esseri senzienti, dall'altra
li restringe espellendone numerosi esseri umani, più o meno
potenziali: feti, neonati, vecchi, portatori di handicap, insomma
tutti coloro che non sono sufficientemente sani, vispi ed arzilli.
Non conta la dignità della persona, il suo appartenere ad una specie
che ha nella razionalità e nella connessa possibilità di scegliere
il suo carattere distintivo. Contano certe caratteristiche fisiche,
in Singer come nei peggiori razzisti. Per un razzista non è
importante che tu sia un uomo, ad essere veramente decisivo è il
colore della tua pelle. Per Singer sono decisive le caratteristiche
del tuo sistema nervoso.
A dire il vero non molti razzisti si sono spinti fino al punto di proporre l'infanticidio dei bambini con la pelle di colore non gradito, e solo pochi hanno proposto l'eliminazione di chi non ha, temporaneamente, certe caratteristiche fisiche. Singer lo fa, tranquillamente. Per il filosofo della dolcezza animalista se la tua capacità di sentire dà qualche colpo a vuoto... beh, sei fregato! A chi gli fa notare ad esempio che un feto è potenzialmente un essere sensibile, razionale, cosciente ed autocosciente l'amico di polli e conigli ribatte:
“Un X potenziale non ha tutti i diritti di X. Il principe Carlo è un potenziale re d’Inghilterra ma non ha i diritti di un re. Perché mai una persona solo potenziale dovrebbe avere i diritti di una persona?” (9).
Un bambino non ha gli stessi diritti di un adulto, ovviamente, ma ha il diritto di diventare adulto. Singer glielo nega, non vuole sentire discorsi sulle “potenzialità” di un certo ente. Gli sembrano troppo “essenzialisti”, quasi aristotelici. Ed in effetti un po' essenzialisti lo sono, e forse anche un po' “aristotelici”. L'uomo in generale ha certe caratteristiche etiche e razionali in base alle quali è persona, soggetto etico e giuridico. Anche se Tizio non ha ancora queste caratteristiche, o non le ha più, o avrebbe solo potuto averle ha comunque diritto alla dignità che gli spetta in quanto membro della specie umana. Questo non è “specismo” è etica umana, o etica tout court. Singer lo nega. Per lui un feto, un neonato, anche un bambino di un anno, ed ancora, un vecchio, un portatore di handicap non sono persone a cui manchino certe caratteristiche fisiche, non sono persone con problemi, anche gravi, tragici. Sono non persone, scarti, esseri di cui ci si può tranquillamente liberare. La dolce, pluralista, delicata, post moderna filosofia animalista si rivela in questo modo per quella che è: una filosofia razzista, anzi, una delle peggiori filosofie razziste. Dietro alla melassa di cui grondano i discorsi sui diritti animali si intravede il viso accigliato di un omino con un bel paio di baffetti.
A dire il vero non molti razzisti si sono spinti fino al punto di proporre l'infanticidio dei bambini con la pelle di colore non gradito, e solo pochi hanno proposto l'eliminazione di chi non ha, temporaneamente, certe caratteristiche fisiche. Singer lo fa, tranquillamente. Per il filosofo della dolcezza animalista se la tua capacità di sentire dà qualche colpo a vuoto... beh, sei fregato! A chi gli fa notare ad esempio che un feto è potenzialmente un essere sensibile, razionale, cosciente ed autocosciente l'amico di polli e conigli ribatte:
“Un X potenziale non ha tutti i diritti di X. Il principe Carlo è un potenziale re d’Inghilterra ma non ha i diritti di un re. Perché mai una persona solo potenziale dovrebbe avere i diritti di una persona?” (9).
Un bambino non ha gli stessi diritti di un adulto, ovviamente, ma ha il diritto di diventare adulto. Singer glielo nega, non vuole sentire discorsi sulle “potenzialità” di un certo ente. Gli sembrano troppo “essenzialisti”, quasi aristotelici. Ed in effetti un po' essenzialisti lo sono, e forse anche un po' “aristotelici”. L'uomo in generale ha certe caratteristiche etiche e razionali in base alle quali è persona, soggetto etico e giuridico. Anche se Tizio non ha ancora queste caratteristiche, o non le ha più, o avrebbe solo potuto averle ha comunque diritto alla dignità che gli spetta in quanto membro della specie umana. Questo non è “specismo” è etica umana, o etica tout court. Singer lo nega. Per lui un feto, un neonato, anche un bambino di un anno, ed ancora, un vecchio, un portatore di handicap non sono persone a cui manchino certe caratteristiche fisiche, non sono persone con problemi, anche gravi, tragici. Sono non persone, scarti, esseri di cui ci si può tranquillamente liberare. La dolce, pluralista, delicata, post moderna filosofia animalista si rivela in questo modo per quella che è: una filosofia razzista, anzi, una delle peggiori filosofie razziste. Dietro alla melassa di cui grondano i discorsi sui diritti animali si intravede il viso accigliato di un omino con un bel paio di baffetti.
Note
1) Jeremy Bentham: Introduzione ai principi della morale e della legislazione. Citato in Wikipedia, alla voce : Jeremy Bentham.
2) Ibidem.
3) I. Kant: Fondazione della metafisica dei costumi. Laterza 1985 pag. 61
4) Ibidem pag. 63
5) R Mordacci: Una introduzione alle teorie morali. Citato in: Bioetica cattolica e bioetica laica. Bruno Mondadori editore 2008, pag 88.
6) Giovanni Fornero: Bioetica cattolica e bioetica laica Bruno Mondadori 2009. pag. 88.
7) Peter Singer: Etica pratica. Citato in Giovanni Fornero, op cit pag. 109
8) P: Singer: Etica pratica. Citato in: Giovanni Fornero: Bioetica cattolica e bioetica laica. Bruno Mondadori 2009 pag. 109
9) Ibidem pag. 109 - 110
1) Jeremy Bentham: Introduzione ai principi della morale e della legislazione. Citato in Wikipedia, alla voce : Jeremy Bentham.
2) Ibidem.
3) I. Kant: Fondazione della metafisica dei costumi. Laterza 1985 pag. 61
4) Ibidem pag. 63
5) R Mordacci: Una introduzione alle teorie morali. Citato in: Bioetica cattolica e bioetica laica. Bruno Mondadori editore 2008, pag 88.
6) Giovanni Fornero: Bioetica cattolica e bioetica laica Bruno Mondadori 2009. pag. 88.
7) Peter Singer: Etica pratica. Citato in Giovanni Fornero, op cit pag. 109
8) P: Singer: Etica pratica. Citato in: Giovanni Fornero: Bioetica cattolica e bioetica laica. Bruno Mondadori 2009 pag. 109
9) Ibidem pag. 109 - 110
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