mercoledì 12 novembre 2014

LA DEA SRAGIONE




Esistono modi di argomentare, di difendere le proprie idee, che sono intrinsecamente sbagliati e finiscono per rovinare le stesse idee, eventualmente rispettabili, in difesa delle quali essi sono usati. Cercherò di esaminare alcuni di questi modi di ragionare perversi.

Molti in quella vasta e frastagliata area che si definisce "sinistra" basano le loro argomentazioni su un procedimento molto semplice: prima si compila un elenco di parole proibite, poi basta accusare qualcuno di fare, volere o perseguire ciò che la parola proibita designa e il gioco è fatto! Quel qualcuno diventa per ciò stesso un essere malvagio. Accanto alle parole proibite che designano qualcosa che è di per se negativo esistono poi le parole buone. Al contrario delle parole proibite esse designano qualcosa che è sempre e comunque positivo; chi fa, vuole o persegue ciò che queste parole virtuose designano è automaticamente buono. Non occorre analizzare un fatto, collocarlo nel suo contesto, vedere quali sono le sue premesse, quali le sue conseguenze, basta che si appiccichi a questo fatto una certa parola, ed esso diventa automaticamente buono o cattivo.
La parola naturale è buona, tutto ciò che è naturale è sempre e comunque buono. Se un evento naturale come lo zunami provoca morti in quantità industriali ciò è dovuto alla "umana follia". Che sia insensato parlare di bontà o cattiveria a proposito di eventi naturali non passa neppure per la mente di certi guru del radicalismo ecologico. La parola profitto invece è negativa. Una certa azienda persegue il profitto? Vuol dire che sfrutta i lavoratori, inquina l’ambiente eccetera. Che alti profitti possano coesistere con salari elevati o che si possano fare profitti anche vendendo depuratori è di nuovo allegramente ignorato dai super critici del sistema. E’ evidente che chi ragiona in questo modo non può discutere pacatamente coi propri interlocutori. Se uno di questi infatti si lascia scappare una parola proibita non occorre esaminare le sue tesi, vedere se sono logicamente coerenti e non contraddette dall’esperienza, basta urlare la propria indignazione.

Gli esponenti della sinistra radicale (ed altri, mi riferisco a loro solo perché sono più numerosi) usano spesso una forma di ragionamento che è più o meno la seguente “Se A fa X è malvagio, se fa non-X è malvagio lo stesso”. Vediamo di esemplificare.
Se i paesi occidentali vendono armi ai paesi del sud del mondo sono malvagi perché fomentano guerre e massacri, se non le vendono sono egualmente malvagi perché vogliono conservare per sé la supremazia militare.
Se i paesi occidentali hanno buoni rapporti con un dittatore sono malvagi perché aiutano chi nega i diritti umani, se cercano di far cadere questo dittatore sono egualmente malvagi perché si intromettono negli affari interni di una paese straniero e rischiano di causare una guerra.
Se il governo stanzia fondi per la scuola è malvagio perché la scuola serve a fornire al padronato mano d’opera qualificata, stanziando quei fondi il governo permette al padronato di risparmiare sulle spese di formazione della forza lavoro. Se non stanzia fondi per la scuola il governo è malvagio perché lascia il popolo nell’ignoranza.
Si potrebbe continuare, riempire pagine e pagine di simili esempi. Chi come me è, purtroppo, non più giovane ed ha vissuto l’esperienza degli anni 70 del secolo scorso sa bene che la fiorente editoria dell’estrema sinistra era traboccante di argomenti simili. Un celeberrimo (allora) documento del "potere studentesco" iniziava con una perentoria affermazione: “La scuola è scuola di classe due volte: perché esclude i proletari e perché diffonde l’ideologia borghese”. Appunto...

Altre argomentazioni dei super critici del “sistema” assumono invece la seguente forma: “Non è vero che A è malvagio perché fa X, è X ad essere malvagio se è fatto da A”. Anche qui vediamo di esemplificare. 
Gli Stati Uniti d’America sono stati spesso accusati di essere imperialisti per essere più volte intervenuti militarmente fuori dai loro confini. Si può ovviamente entrare nel merito di questa accusa ma il punto ora non è questo. Il punto è che gli stessi che accusavano gli Stati Uniti di imperialismo perché intervenivano militarmente fuori dai loro confini hanno usato un metro di giudizio del tutto diverso quando ad intervenire fuori dai propri confini erano altre potenze. L’intervento sovietico in Ungheria del 1956 venne a suo tempo definito dal PCI come un fraterno aiuto prestato dai sovietici al popolo ungherese, posizioni simili vennero espresse a proposito della invasione cinese del Tibet.
Un intervento militare è sempre e comunque un atto imperialista se è effettuato dagli Stati Uniti, diventa qualcosa di diverso se sono altri ad effettuarlo. La morte di un manifestante è intollerabile se a sparare è un poliziotto italiano, assai più tollerabile se avviene in un paese lontano e poco amico degli Stati Uniti come Cuba. Tenere chiusi a Guantanamo dei presunti (in realtà più che presunti) terroristi è un crimine, fucilare un povero diavolo perché cercava di scappare da Cuba non lo è.
Nietzske affermava che non è una nobile causa a giustificare la guerra, è la guerra  a rendere nobile ogni causa. Parafrasandolo si può dire: “l’occidente non è malvagio perché commette azioni malvagie, sono certe azioni a diventare malvagie se commesse dall’occidente”.

Quanto detto nei punti precedenti riguarda la forma di certi discorsi. Occorre ora fare alcune considerazioni su come chi fa certi discorsi si rapporta ai fatti che possono confermarli o smentirli.
Qui l’obiettivo delle persone che ragionano in maniera scorretta, tese solo a prevalere nel confronto dialettico, è quello di immunizzare il più possibile le loro teorie o, più modestamente le loro affermazioni, dalla dura critica delle cose.

Un primo artificio che costoro usano potremmo chiamarlo uso surrettizio del rapporto causa-effetto. Vediamo anche qui di esemplificare.
Nel mondo purtroppo esistono milioni di persone che soffrono la fame e ne esistono altre che, a loro confronto, possono certamente essere definite “ricche”. Un seguace del politicamente corretto a questo punto non ha dubbio alcuno: chi è povero lo è perché altri non lo sono o non lo sono più.  Ma è necessariamente corretto un nesso causale di questo genere? No, ovviamente. In un paese economicamente sviluppato in una giornata di lavoro si produce una quantità di beni enormemente superiore di quanti se ne producono nello stesso tempo in un paese povero. Un ettaro di terreno agricolo negli Stati Uniti ha un rendimento enormemente superiore ad un ettaro di terreno agricolo in Africa. E’ la diversa produttività del lavoro, il diverso rendimento della terra a fare la differenza fra ricchi e poveri. E dietro la diversa produttività stanno il divario tecnologico, lo sviluppo delle conoscenze, la ricerca. Tutto questo significa forse che si devono lasciare al loro destino i paesi poveri? No, ovviamente, significa solo che per aiutarli occorre capire quali sono i loro veri problemi. E non aiuta in questo compito l’idea secondo cui la miseria di alcuni e la, relativa, ricchezza di altri sono automaticamente collegate da un nesso causale. Se e quando questo nesso esiste va eventualmente dimostrato, non può essere presupposto.

Un secondo artificio consiste nell’escludere dalla scena come secondario, accidentale o ininfluente tutto ciò che contrasta con certe teorie o affermazioni. Contemporaneamente tutto ciò che non contrasta con tali teorie viene enfatizzato al massimo.  Esemplifichiamo.
Per molti l’unica causa di conflitti e guerre è l’economia, addirittura l’economia intesa in senso spicciolo, non più le esigenze della riproduzione allargata, o la caduta del saggio di profitto, o la necessità di trovare nuovi sbocchi per evitare crisi di sovra produzione. No, il fatto che in un certo stato abbondi la tal materia prima, che esistano dei contratti commerciali sono con sicumera additati da alcuni come cause “autentiche” delle guerre. Nel paese A c’è una guerra? Ma, in quel paese ci sono ricchezze naturali, quel paese ha stipulato anni fa dei contratti commerciali con i paesi B e C.. ecco le vere cause del conflitto! Facile no? Si… troppo facile. In ogni angolo del pianeta esistono materie prime, ovunque si stipulano contratti commerciali: è un gioco da ragazzi trovare questa o quella motivazione economica in grado di spiegare ogni conflitto ed ogni guerra. Chi vede dietro ad ogni conflitto sempre comunque e solo cause economiche ha sempre ragione, a meno che non gli si chieda come mai in certi paesi, con le loro materie prime ed i loro contratti commerciali, la guerra non ci sia. Ciò che spiega tutto non spiega nulla.
Nello stesso momento in cui si attribuiscono a certi fattori una importanza esorbitante altri, la cui rilevanza è sotto gli occhi di tutti, vengono letteralmente cancellati dalla scena.
La diffusione nel mondo in forme sempre più sanguinarie e fanatiche del fondamentalismo islamista è un fenomeno di enormi dimensioni ed importanza. Riguarda centinaia di milioni di esseri umani, ha un peso enorme sugli equilibri internazionali, nei rapporti fra gli stati, mina nel profondo la possibilità stessa di una civile convivenza fra appartenenti a diverse confessioni. Eppure questo fatto enorme scompare, letteralmente, nelle analisi di molti esponenti della sinistra ideologica. La fanatizzazione di masse rilevanti di esseri umani decade a fattore secondario, accidentale. Importante è l’essenza profonda del divenire storico, ciò che sta in superficie, i volgari fenomeni empirici, sono cose prive di autentica importanza.
Né la rimozione di fatti di enorme rilevanza riguarda solo l’oggi. Si estende al passato, alla storia. Il comunismo è stata una delle più grandi e drammatiche esperienze della storia, ha coinvolto oltre metà della popolazione mondiale, si è esteso sulla maggioranza delle terre emerse ed ha lasciato una scia di cadaveri impressionante. Ma del comunismo oggi non si può parlare ha stabilito qualcuno. Chi ne parla viene subito guardato con aria di compatimento. ”Ecco, uno che parla del comunismo, poverino, non è al passo coi tempi…” Tutti i totalitarismi hanno cercato di eliminare la storia, uno dei loro primi obiettivi è sempre stato quello di distruggere la memoria, si leggano a questo riguardo le bellissime pagine di Orwell in “1984”. Per molti che si definiscono “democratici” “progressisti”, “amanti della libertà” il comunismo non è morto nel 1989, il comunismo non è mai esistito, esattamente come non erano mai esistite le persone che nel romanzo di Orwell venivano “vaporizzate”.

E quando i fatti che smentiscono  certe teorie sono troppo evidenti e soprattutto troppo vicini ed attuali per venire semplicemente ignorati gli occidentali che non amano la loro civiltà hanno subito pronte due formidabili armi retoriche con le quali cercare di neutralizzarli.
La prima può essere definita teoria del complotto. Dietro ai fatti che non ci piacciono c’è l’azione di forze misteriose e potenti. Il terrorismo islamista colpisce ed ammazza? Sotto c’è di certo lo zampino della Cia. Il comunismo è crollato? Mah... di certo il governo degli Stati Uniti ha pescato nel torbido. Non c’è evento importante su cui non corrano voci di complotti e cospirazioni, dall’attentato alle torri gemelle allo sbarco sulla luna, dalla morte di Moro a quella di Lady Daiana.
Naturalmente i complotti esistono, sono sempre esistiti, solo, occorre provarli.  I teorici del complotto però non si danno troppa cura di portare prove credibili a sostegno delle loro fantasie. Le loro tesi non hanno mai convinto la giuria di un tribunale, né una commissione di esperti né la maggioranza dell’opinione pubblica, ma questo non li scoraggia per niente. La magistratura boccia le loro ipotesi? Chissà, forse anche i giudici fanno parte del complotto, esistono molti testimoni che sconfessano le loro tesi? Poco male, quelle persone sono prive di credibilità, sono state comprate dai congiurati. Coloro che vedono complotti ovunque non esitano ad inventarsi nuovi complotti che “spieghino” come mai le loro tesi non riescono ad affermarsi: un complotto sostiene l’altro e così via, potenzialmente all’infinito. E poi che bisogno c’è di prove? Chi organizza complotti è abile e potente, gode di protezioni invincibili, non lascia prove. La mancanza di prove è essa stessa una prova del complotto. La perfida e sapiente attività dei congiurati diventa in questo modo una nuova forma di essenza storica, una sorta di noumeno di nuovo tipo che fonda e spiega il mondo delle apparenze.

La seconda arma polemica può essere sintetizzata in tre parole: “chi li paga?”. Uno scienziato smentisce il catastrofismo di certi ambientalisti? Un economista fa affermazioni che non piacciono ad un no global? Non si esaminano le loro teorie, non si cerca di appurare se sono logicamente coerenti e non contraddette dall’esperienza. No, chi dice cose non gradite lo fa perché pagato da  qualcuno. Si tratta di una persona infida e disonesta che non deve essere confutata ma coperta di ingiurie, distrutta. Questo metodo è molto comodo, permette di non confrontarsi con i propri interlocutori, di non prendere sul serio ciò che dicono. Di nuovo, chi si avvale di simili metodi ha sempre ragione, come ha sempre ragione chi non discute ma prende a pugni (o a revolverate) colui che osa non essere d’accordo con lui.
Chi dice cose che non condividiamo potrebbe anche essere davvero pagato per dirle. Questo non ha nessuna importanza, afferma Popper, sul merito delle teorie che sostiene. Anche se Galileo fosse stato al soldo di oscuri nemici della Chiesa quanto da lui sostenuto nel “dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo” non perderebbe un grammo della sua validità scientifica. Che io sappia neppure il tribunale della Santa inquisizione fu così terrorista da usare simili argomenti. Dovevano essere certi “progressisti” dei nostri tempi a farli tornare in auge.
I teorici del complotto e del “chi li paga?” non si rendono conto che le loro tesi sono perfettamente reversibili. Se tutto può essere spiegato con misteriosi complotti chi ci assicura che chi teorizza complotti ovunque non faccia parte di un grande, misterioso complotto che ha il fine di destabilizzare l’occidente? Se chi sostiene cose sgradite lo fa perché qualcuno lo paga chi ci dice che ad essere pagati non siano proprio coloro che accusano gli altri di essere al soldo di qualcuno? Se uno scienziato che contesta il catastrofismo di certi ambientalisti è pagato dalle multinazionali perché un seguace del radicalismo ecologico non potrebbe essere interessato ai milioni di euro di finanziamenti che girano intorno ai programmi ambientalisti? Chi usasse certi argomenti anche come ritorsione sbaglierebbe comunque. Essi, molto semplicemente, non devono essere mai usati da chi ama la ricerca della verità.

Uno dei difetti principali di coloro che usano il tipo di argomenti che sono stati esaminati è il totale vuoto di proposta che caratterizza i loro discorsi, l'impossibilità di trovare in essi ogni accenno ad una modello positivo di società, ogni rimando a qualcosa di esistente, di concretamente realizzato o quanto meno  in via di realizzazione.
Con tutti i suoi errori ed orrori il comunismo reale quanto meno un pregio lo aveva: era, appunto, reale. L’idea comunista si incarnava in “quella cosa lì”, in quello stato, in quegli stati; non era una semplice idea, frutto dei desideri, delle pulsioni o delle fantasie di qualche intellettuale sognatore. Il crollo del comunismo ha messo bruscamente fine a questo stato di cose. Gli ipercritici del sistema "capitalistico" non hanno più un modello da seguire, da additare ad esempio. E non solo non hanno un modello positivo da additare, sono incredibilmente poveri di proposte concrete, di progetti da discutere, criticare, cercare gradualmente di mettere in atto. Quando si tratta di passare dalla protesta alla proposta il super critico del sistema diventa subito straordinariamente elusivo, riesce solo a fare affermazione ultra generiche del tipo: “vogliamo un mondo nuovo, pacifico, senza misera ed oppressione” (e chi non vuole un mondo simile?) oppure proposte minimaliste, a volte condivisibili, altre no, ma sempre del tutto slegate da ogni visione d’insieme della società e dei suoi problemi (risparmiamo energia, usiamo lampadine a basso consumo, coibentiamo le abitazioni).
Questo impressionante vuoto di progetto è assai vantaggioso per il super critico del sistema, ovviamente. Chi non ha esempi da additare, chi non propone niente o quasi non può essere sottoposto ad alcuna critica, si trova nella invidiabile situazione di poter criticare tutto e tutti senza poter mai essere criticato. Ma è proprio questo il suo difetto maggiore, questa la critica principale che gli si può rivolgere! Come mai non hai esempi da additare, proposte da fare, progetti da cercare di realizzare? Esiste un nome che definisce chi critica e non propone, distrugge e non costruisce. Questo nome è nichilista. Il super critico del sistema (sia esso di sinistra o di destra) è un nichilista, ama il negativo ma non il positivo, prova una soddisfazione enorme nel distruggere, nel mettere in ridicolo, nell’additare al pubblico disprezzo, e il costruire non è affar suo. Forse è per questo che il terrorismo omicida non gli incute alcun ribrezzo, non ingenera in lui preoccupazione alcuna. I terroristi che si fanno esplodere al solo fine di distruggere vite umane a casaccio per quanto possano essere lontani dal suo modo di pensare fanno qualcosa che in fondo lo affascina: distruggono, mettono in crisi il quieto vivere dei “borghesucci” occidentali, rovinano la pace di chi si sollazza sulle miserie del mondo, introducono la paura in quella moderna Sodoma che è l’occidente. In questo non esiste alcuna differenza fra nichilisti di destra e nichilisti di sinistra, sempre pronti a darsele di santa ragione ma uniti nel disprezzo verso la civiltà di cui entrambi sono figli degeneri. 
In pressoché tutti i suoi capolavori Dostoewskij traccia memorabili profili di nichilisti , mette a nudo la loro pochezza intellettuale, il vuoto morale che accompagna le loro azioni ed i loro pensieri. Questi personaggi non sono purtroppo solo un ricordo del passato né lo splendido parto di una mente geniale. Il nichilismo può diventare la malattia mortale della nostra civiltà, già oggi corrode in profondità la sua cultura. E la Dea sragione è la sua musa.

giovedì 30 ottobre 2014

SOCRATE GLI ISRAELIANI ED I PALESTINESI









GIANNI FATTIMO: Salve o nobile Socrate!
SOCRATE: O carissimo Gianni, che piacere vederti! Mi sembri assai contento. Un sorriso di soddisfazione è stampato sul tuo volto intelligente.
F. Beh, si, ho appena terminato un pubblico dibattito e ho messo in chiara difficoltà il mio nemico.
S. Nemico? Ma, nei dibattiti non ci sono nemici. Si discute per cercare, insieme, la verità che è sempre una, la stessa per tutti; e tutti siamo felici quando ci avviciniamo al vero.
F. Sai, il mio era un dibattito su un argomento particolare, che divide fra amici e nemici, inevitabilmente.
S. Davvero? E di cosa si trattava?
F. Dello stato di Israele e della sua politica aggressiva, criminale.
S. Politica aggressiva, criminale? Da parte di uno stato non più grande della Lombardia? Circondato da stati enormi, popolatissimi?
F. O Socrate, cosa contano le dimensioni? Israele è armato fino ai denti, grazie all'appoggio degli imperialisti americani. Forte di questo appoggio da decenni mette in atto una politica di aggressione e massacri. E' sotto gli occhi di tutti.
S. Ma non erano gli attivisti di Hammas a far piovere ogni giorno su Israele un sacco di missili?
F. O Socrate, che delusione! Parli come il mio nemico di oggi! Un grande filosofo come te!
S. Sei tu il grande filosofo nobile Fattimo. Io sono solo un uomo ignorante che cerca la verità...
F. Comunque, i missili di cui tu parli sono armi giocattolo, che non uccidono nessuno.
S. Strano però, per neutralizzare queste armi giocattolo Israele si è dovuto dotare di un costosissimo sistema anti missile.
F. Con l'aiuto dei suoi complici, gli imperialisti americani, come io dicevo.
S. Non era questo l'oggetto del contendere...
F. Smettila coi dettagli, o Socrate. Prova a confrontare il numero dei morti palestinesi ed israeliani e non potrai che convenire con me.
S. Fammi capire. Gli israeliani sono aggressori e criminali perché riescono a neutralizzare gli attacchi di Hammas, mentre i palestinesi sono delle vittime perché non riescono a neutralizzare la risposta israeliana?
F. I palestinesi sono vittime perché i loro morti si contano a migliaia, gli Israeliani aggressori perché solo pochissimi di loro cadono.
S. Dunque chi ha la peggio ha, per definizione, ragione?
F. Ha ragione chi viene massacrato da nemici più potenti. E' una cosa che tutti possono capire o Socrate.
S. Forse, però a me non risulta del tutto chiara. Mi permetti qualche domanda, per chiarirmi le idee?
F. E come no?
S. Allora dimmi, o uomo eccellente, tu sei abile nel combattimento?
F. Non credo, sono avanti negli anni...
S. Beh, se per questo anche io. Però, poniamo che tu sia un eccellente lottatore, giovane e forte. Un giorno quattro giovinastri israeliani, imbestialiti per le cose che scrivi e che loro, da perfetti nazisti, giudicano oscene, ti aggrediscono sotto casa. Sono armati, vorrebbero ucciderti. Anche tu però sei armato e ti difendi egregiamente. Ne mandi uno al cimitero e tre all'ospedale; quanto a te, te la cavi con poche ferite superficiali. Dimmi, chi è in questo caso il brutale aggressore, tu o i quattro giovinastri?
F. I quattro giovinastri, sembrerebbe.
S. E non ti pare che ciò che si può dire dei singoli valga anche per gli stati?
F. Stai barando o Socrate! Mi deludi sempre più!
S. La cosa mi spiace moltissimo, nobile amico, ma, perché starei barando?
F. Dimentichi la cosa più importante! Gli Israeliani sono armati sino ai denti mentre i poveri palestinesi dispongono solo di armi giocattolo. Qui non si tratta di una scazzottata con dei giovinastri ma della politica di uno stato, politica criminale, genocida.
S. Quindi tu dici che se uno stato ben armato si scontra con uno male armato quello male armato ha ragione, a priori, indipendentemente dagli atti che compie?
F. Basta coi sofismi! Io affermo che chi bombarda con aerei sofisticatissimi ed attacca con possenti carri armati un povero popolo armato di armi giocattolo è un nazista che sta compiendo un genocidio, chiaro?
S. Non ti scaldare caro Gianni, stiamo solo discutendo, pacatamente. Dimmi piuttosto: se sono armati solo di inoffensive armi giocattolo perché mai i militanti di Hammas attaccano Israele?
F. Cosa vuoi dire? Non ti seguo.
S. Come giudicheresti un ometto di quaranta chili che cerca di colpire con i suoi inoffensivi pugnetti il campione del mondo dei pesi massimi?
F. Lo giudicherei un folle
S. Magari con pulsioni suicide?
F. Forse...
S. E allora, perché mai i poveri, inoffensivi, palestinesi di Hammas, armati solo di armi giocattolo, attaccano un nemico tanto potente come Israele? Perché lanciano i loro miseri razzi contro questo gigante potentissimo, alleato di un altro gigante, ancora più potente? E perché mai lo fanno, se sanno che i criminali israeliani si vendicheranno colpendo senza ritegno innocenti civili? C'è chi dice che la loro è una cultura di morte, che cercano il martirio e son disposti a morire a migliaia pur di uccidere un solo israeliano. Altri dicono che sono ben lieti di avere tante perdite, perché, non potendo vincere sul piano militare, cercano di vincere su quello della propaganda, e piazzano volutamente rampe di missili giocattolo nelle vicinanze di scuole ed ospedali.
F. Menzogne, pure invenzioni della propaganda imperialista e sionista! In realtà i poveri palestinesi sono costretti ad una lotta tanto impari perché questo è l'unico modo che hanno di ribellarsi contro i nazisti israeliani che li tengono in schiavitù.
S. Fammi capire. Tu dici che gli Israeliani tengono in una condizione di schiavitù i palestinesi e questi, per cercare di uscire da una situazione tanto tragica, sono costretti ad accettare uno scontro impari, e a morire eroicamente. Questo tu dici?
F. Si, questo dico.
S. Chissà, può essere che tu abbia ragione...
F. Finalmente rinsavisci o Socrate! Iniziavo a pensare che anche tu fossi diventato schiavo della propaganda sionista!
S. Però... ho qualche dubbio, cerca di chiarirmi un po' le idee, nobile amico.
F. Altri dubbi? Strano, mi sembravi rinsavito. Comunque sarò ben lieto di chiarirti le idee.
S. Dimmi allora, o eccelso filosofo. Esisteva in America la schiavitù fino alla guerra di secessione?
F. Che domande, si.
S. Infatti, ed in molti paesi mussulmani la schiavitù è esistita fino alla metà dello scorso secolo, e c'è chi dice che in molti di quei paesi le donne siano di fatto, ancora oggi, schiave...
F. Basta con la propaganda o Socrate!
S. Non mi sembra propaganda, comunque... dimmi, è mai successo che un proprietario di schiavi abbia abbandonato la sua tenuta ed abbia lasciato i campi e la casa e le stalle con cavalli e buoi, e le galline ed i maiali ai suo schiavi?
F. Che io sappia no.
S. E se lo avesse fatto li si dovrebbe considerare ancora schiavi?
F. Mi sembrerebbe di no
S. E, hai mai saputo di schiavi che hanno un loro territorio e da quello lanciano razzi, contro le terre dei loro padroni?
F. Non ricordo un simile fatto.
S. E di schiavi che, nelle terre dei padroni, hanno loro chiese, loro partiti politici, loro giornali?
F. No, neppure questo ricordo.
S. E di padroni che non possono entrare in casa degli schiavi?
F. No, non mi pare sia mai successo nulla di simile
S. Ti sbagli nobile Fattimo. Questo succede a Gaza e in Cisgiordania ed in Israele.
F. Che dici mai o Socrate?
S. I palestinesi sono tenuti in schiavitù dagli Israeliani, dici. Però in Israele ci sono partiti Arabi, e deputati filo palestinesi siedono in parlamento. A suo tempo i padroni israeliani hanno abbandonato Gaza lasciandola ai loro schiavi palestinesi. E gli schiavi palestinesi amministrano anche una parte rilevante della Cisgiordania. Oggi da Gaza gli schiavi palestinesi bombardano i padroni israeliani. Ed a Gaza non c'è una sinagoga in cui i padroni possano pregare, mentre in Israele quasi duecento moschee sono a disposizione degli schiavi per le loro preghiere. E se qualcuno a Gaza, e forse anche nelle zone della Cisgordania controllate dai palestinesi, viene sospettato di essere amico dei padroni israeliani viene linciato dagli schiavi palestinesi. Si tratta di uno strano tipo di schiavi e di padroni, non ti pare?
F. O Socrate, confondi le carte in tavola e per farlo ti appiccichi alle parole, le interpreti in senso letterale...
S. Beh, le parole hanno un senso e schiavo vuol dire schiavo, tu hai usato questa parola...
F. In senso lato, metaforico e tu subito ti ci aggrappi perché sei a corto di argomenti. Io intendevo dire che i palestinesi sono oppressi, discriminati dagli israeliani, come lo erano i neri nel sud Africa razzista.
S. Quindi non di schiavitù ma di discriminazione si tratta.
F. Così è.
S. Benissimo. Mi permetti di farti qualche piccola domanda, così, per capirci meglio?
F. Permetto.
S. Dimmi allora, o sapiente. Cosa intendi tu per discriminazione?
F. Intendo il trattamento non paritario riservato ad individui o gruppi. I palestinesi ad esempio vengono costretti a vivere dietro ad un orribile muro, i loro movimenti sono limitati. Cosa si può pensare di più discriminante?
S. Se permetti del muro parleremo fra un attimo. Intanto devo dire che la tua definizione mi trova concorde. Si discrimina quando si trattano individui e gruppi in maniera non paritaria, quando ci sono cittadini di serie A e cittadini di serie B.
F. Benissimo, vedo che alla fine sei costretto a concordare con me.
S. Mah... non saprei. Dimmi o Fattimo, se per professare la mia fede io dovessi pagare una tassa mentre chi professa una fede diversa non ha simile obbligo, saremmo di fronte ad una discriminazione?
F. Non mi risulta che questo avvenga a Gaza.
S. E' avvenuto ed avviene in parti del mondo islamico, ma, lasciamo perdere. Non avviene a Gaza, dici, ma a Gaza è possibile costruire sinagoghe?
F. Mi pare di no.
S. Ed in Israele ci sono moschee?
F. Sembra di si
S. Sembrerebbe allora che siano i palestinesi a discriminare...
F. Propaganda, sofismi!!
S. Tralasciamo. Dimmi ora, a Gaza è possibile far propaganda filo israeliana?
F Ci mancherebbe altro.
S. Ed in Israele è consentita la propaganda filo palestinese?
F. Forse...
S. Di nuovo sono gli israeliani a non discriminare, ed i palestinesi a farlo...
F. Propaganda, sofismi!!
S. Tralasciamo. Dimmi ora, cosa succede a Gaza ad un apostata?
F. Forse rischia qualcosa
S. Si, forse, e, ad un omosessuale?
F. Beh, forse non se la vede bella...
S. Si, forse. E, ad una adultera?
F. Avrebbe dei problemi...
S. Si, probabilmente. Dimmi ora, rischiano qualcosa in Israele adultere, omosessuali e apostati?
F. Non mi pare...
S. E non rischia neppure chi è amico dei palestinesi e fa propaganda filo palestinese?
F. Non saprei.
S. Mettiamola così allora. Rischia di più un amico di Israele a Gaza o un amico dei palestinesi in Israele?
F. Non so... però... forse un amico di Israele a Gaza.
S. Allora, chi fa discriminazioni? Chi tratta l'altro in maniera non paritaria? I palestinesi o gli israeliani?
F. Basta o Socrate! Tu mistifichi, cambi le carte in tavola! Fai girare i concetti come trottole! I palestinesi sono discriminati perché sono segregati, costretti a vivere dietro ad un muro. Possibile che un simile orrore non susciti la tua indignazione?
S. Non ti agitare nobile amico. Ti vedo fremente e rosso in volto. Ma, noi stiamo solo discutendo, cerchiamo, insieme, la verità, quale che essa sia.
F. E nessuno può negare il dramma di un popolo costretto a vivere dietro ad un muro.
S. Dimmi, o Fattimo, perché a tuo parere si costruiscono i muri?
F. Che domande, o Socrate. Sembra quasi che tu dimentichi che stai parlando con un intellettuale, un filosofo.
S. Non lo dimentico affatto. Conosco la formidabile potenza del tuo ingegno, e per questo voglio, con te, approfondire le cose. Dimmi dunque, perché si costruiscono i muri?
F. E sia! Per delimitare degli spazi.
S. Ed anche per ripararli, difenderli, dai venti ad esempio, o dagli attacchi di animali selvaggi?
F. Si, anche per questo.
S. Ed anche per difendere certi territori da incursioni di individui o popoli nemici?
F. Si, anche per questo.
S. Ed è vero o falso che prima della costruzione del muro moltissimi palestinesi si sono fatti esplodere in autobu, pizzerie, asili e discoteche?
F. Si, pare che simili episodi siano avvenuti.
S. Non si potrebbe allora definire il muro una semplicissima opera difensiva?
F. No, assolutamente, perché gli attentati dei palestinesi erano solo una comprensibile reazione agli atti discriminatori di Israele.
S. Ma, abbiamo visto che sono semmai i palestinesi a compiere atti di discriminazione, mi riferisco agli apostati ammazzati, alle presunte spie israeliane linciate a Gaza, e a tante altre simili atrocità...
F. Ma no! Lo ripeto, il massimo atto di discriminazione è stato quello di costruire il muro! Dopo un simile gesto anche gli attentati si spiegano!
S. Quindi sarebbe stato il muro la causa degli attentati?
F. E' così.
S. Ma il muro è stato costruito dopo numerosi attentati, questo non puoi negarlo.
F. Attentati causati dalla discriminazione!
S. Ma è il muro il principale atto discriminatorio, tu lo hai detto. Quindi il muro, costruito dopo gli attentati, sarebbe la causa degli attentati stessi, non ti sembra di invertire l'ordine fra la causa e l'effetto, o sapientissimo amico?
F. Basta o Socrate! I tuoi giri di parole, i tuoi sofismi mi fanno girare la testa!
S. O no amico carissimo! Una testa potente come la tua deve essere preservata da ogni dolore!
F. Comunque nessun sofisma può cancellare la verità. E la verità è che a Gaza è in corso un genocidio. Dilettati pure Socrate con i muri e le discriminazioni e la schiavitù. Le cose non cambiano.
S Veramente sei tu che hai iniziato accusando gli israeliani di schiavismo, e poi di discriminazione e poi della più grave azione discriminatoria: la costruzione del muro. Io mi sono limitato a discutere, con te, queste tue accuse.
F. E ti sei dimenticato la cosa più grave di tutte: il genocidio in corso a Gaza.
S. A Gaza è in corso un genocidio?
F. Si, è così! Oltre duemila morti non sono forse un genocidio?
S. Veramente, negli attentati dell'undici settembre ci sono state oltre tremila vittime, e nessuno, neppure il governo americano, ha parlato di genocidio.
F. Paragoni assurdi, improponibili, indegni di un filosofo.
S. Lasciamo perdere. Dimmi o Fattimo, sbaglio o tu hai detto che gli israeliani sono potentissimi?
F. Certo, e lo ribadisco.
S. Hanno armi micidiali?
F. Si.
S. E vogliono usarle per massacrare quanti più palestinesi è possibile?
F. Si.
S. Ed è vero che Gaza è molto popolosa?
F. Si, il che rende più facile il compito dei boia israeliani.
S. Ma, non ti sembra che se davvero gli Israeliani volessero uccidere il più palestinesi possibile ne avrebbero uccisi, in oltre un mese di raid, ben più di duemila?
F. Non saprei...
S. Nella seconda guerra mondiale il bombardamento su Dresda causò, in una sola notte, dalle venticinquemila alle cinquantamila vittime, e le armi che si usavano nel 1945 erano assai meno distruttive di quelle che si usano oggi.
F. Così pare.
S. Nessuno ha mai parlato di genocidio riferendosi al bombardamento di Dresda, e neppure a quello di Tokio, e neppure ai due bombardamenti atomici subiti dal Giappone. Furono atti moralmente molto discutibili ma non dei genocidi. Mi spieghi allora perché dovremmo considerare genocidio le duemila vittime causate in oltre un mese di combattimenti a Gaza?
F Scusa, dove vuoi arrivare? Ti metti a fare la contabilità sui cadaveri?
S. Mi sembra che se davvero gli israeliani fossero intenzionati a compier un genocidio ci sarebbero decine, forse centinaia di migliaia di palestinesi morti, non duemila.
F. Ma che discorsi! Israele teme la condanna della opinione pubblica democratica di tutto il mondo e le reazioni della comunità internazionale. Per questo compie il genocidio dei palestinesi a piccoli passi.
S. Interessante questo concetto di genocidio a piccoli passi! Comunque, tu dici che Israele non fa maggiori massacri per timore delle reazioni dell'opinione pubblica democratica e della comunità internazionale?
F. Si, questo dico.
S. Ma, non ti sembra che ognuno tema le reazioni negative di coloro a cui si sente vicino?
F. Non ti seguo.
S. Ai militanti di Al Qaeda interessavano le reazioni della pubblica opinione democratica e della comunità internazionale quando hanno fatto crollare le torri gemelle?
F. Non saprei... forse no.
S. Ed ai militanti dell'Isis importano qualcosa le reazioni  ai filmati degli sgozzamenti di occidentali?
F. Sembra di no.
S. Ed i militanti di Boko Aran sono interessati alle reazioni della comunità internazionale e della pubblica opinione democratica quando rapiscono le donne e le spediscono negli Harem o le fucilano se non si convertono? O quando crocifiggono cristiani?
F. Forse no...
S. Potremmo dire che è interessato alla pubblica opinione democratica chi ne condivide i valori e teme le reazioni della comunità internazionale chi è e ne vuole restare membro?
F. Forse potremmo dirlo.
S. E fra le regole della comunità internazionale è contemplato il “diritto” a commettere genocidi?
F. Certo che no.
S. E il genocidio è un valore per la pubblica opinione democratica?
F, Certo che no.
S. Quindi, Israele, che è membro della comunità internazionale e condivide i valori della pubblica opinione democratica, non può volere commettere un genocidio. Ed infatti non ne commette alcuno, a meno di identificare con atto di genocidio l'uccisione di nemici in battaglia, con gli inevitabili, tristissimi effetti collaterali sui civili.
F. Ma no! Israele teme un intervento contro di lui della comunità internazionale, ha paura delle conseguenze, ecco perché non ammazza centinaia di migliaia di palestinesi!
S. Quindi, di fatto, non compie alcun genocidio.
F. Compie dei microgenocidi...
S. Nuovo interessante concetto. Peccato che Hitler, Stalin e Pol Pot non lo conoscessero...
F. Hai poco da ironizzare! Israele teme l'intervento militare della comunità internazionale. Israele è uno stato canaglia, teme solo la forza militare. Solo questo frena la sua mano omicida! Altro che pubblica opinione democratica, i sionisti temono le armi!
S. Interessante la tua tesi. Però, dimmi, quali armi Israele teme? Forse quelle delle "brigate internazionali" che tu vorresti formare? Lo ho letto in una tua intervista.
F. Magari si formassero queste brigate! Però, per ora non credo che Israele le tema. Purtroppo.
S. Allora teme l'intervento degli stati. Quali? La Russia? Putin potrebbe far la guerra ad israele?
F. Non credo, ha le sue gatte da pelare in Ucraina.
S. L'Unione europea?
F. Ma no!
S E ce la vedi la Cina che dichiara guerra ad Israele?
F. Non molto
S. Non restano che gli USA, per esclusione. Gli israeliani temono gli Usa. Forse addirittura un loro intervento altrimenti, quanto meno, il blocco degli aiuti militari ed economici. Sarebbero gli Stati Uniti a bloccare la politica genocida dei nazisti israeliani, ad impedir loro di uccidere due, trecentomila palestinesi, è così?
F. Si, forse si.
S. Ma, all'inizio del nostro dialogo non avevi detto che gli israeliani possono mettere in atto la loro politica di massacro grazie all'appoggio degli imperialisti americani?
F. Si, mi sembra di si.
S. Ed ora ipotizzi che i briganti americani mettano paura ai loro complici, i briganti israeliani?
F. Non saprei...
S. Quindi gli americani rendono nel contempo possibile ed impossibile il genocidio dei palestinesi, così stanno le cose?
F. Basta Socrate, la testa mi scoppia! Ti lascio.
S. No, non te ne andare! E' assai piacevole discutere con un filosofo del tuo calibro.
F. Addio Socrate.

lunedì 13 ottobre 2014

LIBERTA' PRIVATA E LIBERTA' PUBBLICA






Democrazia e libertà


Nell’uso comune i termini “libertà” e “democrazia” sono considerati quasi equivalenti. Un partito politico tempo fa coniò come proprio lo slogan: “libertà è democrazia”, proprio così, con la è accentata e sottolineata, a rimarcare l’identità fra i due termini. A parte questi eccessi, rivelatori quanto meno di una forte confusione mentale, si sente spesso parlare del valore di libertà e democrazia senza che fra esse venga fatta alcuna distinzione. Sembra a molti quasi ovvio affermare che dove vi è libertà là vi è democrazia e viceversa. Le cose però non sono tanto semplici: anche se collegate libertà e democrazia non sono coincidenti; almeno in teoria è possibile concepire una democrazia senza libertà ed una libertà senza democrazia. A prima vista la cosa può apparire paradossale ma non lo è.
Essere liberi significa poter disporre di uno spazio proprio. Io sono libero se posso decidere, scegliere; la mia libertà coincide con lo spazio al cui interno posso decidere e scegliere senza che altri mi  impongano nulla.
La democrazia invece non riguarda l’area al cui interno il singolo è padrone di decidere, riguarda il governo della cosa pubblica. La libertà ha a che fare con la domanda: “fin dove io ho il potere di decidere?” la democrazia con un’altra domanda, piuttosto diversa: “chi deve prendere le decisioni inerenti le scelte collettive? Chi deve governare la vita pubblica?”.
La democrazia ha a che fare con politica e nella politica è sempre presente un momento coercitivo. Si può vivere nella più ampia e tollerante democrazia del mondo, l’approvazione di una legge può essere la risultante del più libero dibattito, della più approfondita discussione che si possano immaginare, ma alla fine la legge è obbligatoria ed è obbligatoria per tutti. La democrazia vuole che a decidere sia la maggioranza, ma  le decisioni che la maggioranza prende sono imposte anche a chi non è d’accordo. In questo non c’è nulla di particolarmente negativo. Se occorre prendere decisioni che vincolino tutti e se non è possibile che su queste decisioni tutti concordino è inevitabile che queste assumano carattere coercitivo. Se questo non avvenisse non esisterebbe legge né regola alcuna ed i rapporti fra esseri umani sarebbero caratterizzati con ogni probabilità dalla più cruda violenza. Tutto questo però dimostra che il campo d’azione della democrazia è diverso da quello della libertà. E’ radicalmente diverso, potremmo dire, perché, in senso proprio, la libertà, inizia esattamente laddove finisce l’area delle decisioni collettive. Nell’area in cui io solo sono padrone la maggioranza non ha voce in capitolo, la discussione pubblica non è richiesta, le elezioni non hanno alcuna rilevanza.
Qualcuno potrebbe obbiettare che non si tratta tanto di differenza fra libertà e democrazia quanto fra diversi tipi di libertà: la libertà privata e la libertà pubblica o, come afferma Isaiah Berlin fra libertà positiva e libertà negativa. La democrazia, intesa in questo senso, coincide con la libertà pubblica, la libertà di decidere sulle questioni che riguardano tutti. Non si può che essere d’accordo, ovviamente. Questo però non elimina la sostanza del problema: chiamiamo pure libertà pubblica la democrazia e libertà privata la libertà, le cose non cambiano molto. Ed il mutamento terminologico non rende affatto veritiero, ad esempio, lo slogan: “libertà è democrazia”, non lo rende veritiero perché, in primo luogo, tale slogan instaura fra libertà pubblica e libertà privata una identità che non esiste e, in secondo luogo, perchè tale proclamata identità fa passare del tutto in secondo piano il problema delle garanzie che devono esistere a tutela della libertà privata. Se la libertà pubblica coincide con la libertà privata come proteggere la seconda dalle incursioni della prima che ha, non dimentichiamolo, il potere di imporre con la forza le sue decisioni? E’ il grande problema del garantismo liberale.

Nella vita di ognuno di noi esiste una fondamentale dimensione pubblica, non a caso Aristotele ha definito l’uomo animale politico e sociale oltre che razionale, ed è importante che ad ognuno di noi sia garantita la libertà pubblica. La democrazia consente a tutti di partecipare alla vita politica ed è perciò un valore ed un bene prezioso; non è l’unico però. Se è bene disporre della libertà politica è molto pericoloso ampliare senza limiti l’area delle decisioni politiche ed è ancora più pericoloso non rendersi conto dell’esigenza di tutelare la libertà privata dalle incursioni della politica, sia pure della più democratica delle politiche.
“Vi sino alcuni” scrive Alexis de Tocqueville “che hanno osato affermare che un popolo, nelle questioni che interessano lui solo, non può mai, per definizione, uscire dai limiti della giustizia e della ragione, e quindi non si deve temere di dare tutto il potere alla maggioranza che lo rappresenta. Ma questo è un linguaggio da schiavi. Cos’è infatti una maggioranza, presa collettivamente, se non un individuo che ha opinioni e più spesso interessi contrari a quelli di un altro individuo che si chiama minoranza? Ora, se si ammette che un uomo, investito di potere assoluto, può abusarne contro i suoi avversari perché non ammettere la stessa cosa per una maggioranza? (…) un potere onnipotente, che io rifiuto a uno dei miei simili, non l’accorderei mai a parecchi” (1). La maggioranza deve avere potere, deve poter legiferare, ma non può disporre di un potere assoluto, senza limiti. Deve rispettare i diritti delle minoranze e degli individui. “L’onnipotenza è in sé cosa cattiva e pericolosa.” prosegue Tocqueville “Il suo esercizio mi sembra al di sopra delle forze dell’uomo, chiunque egli sia; e non vedo che Dio che possa senza pericolo essere onnipotente. (…) Non vi è dunque sulla terra autorità tanto rispettabile in sé stessa o rivestita di un diritto tanto sacro, che io vorrei lasciar agire senza controllo e dominare senza ostacoli. Quando io vedo accordare il diritto e la facoltà di far tanto ad una qualsiasi potenza, chiamasi essa popolo o Re, democrazia o aristocrazia, sia che esso si eserciti in una democrazia o in una repubblica, io affermo che là vi è il germe della tirannide.” (2)
Il potere, anche il potere della maggioranza, deve essere limitato. Deve incontrare limiti all’interno dell’area politica (la maggioranza non può ledere i diritti delle minoranze), e deve rispettare norme che delimitino l’area stessa della politica. C’è chi ha affermato che queste posizioni di Tocqueville riflettono il suo carattere conservatore, la sua nostalgia per il regime aristocratico, ma si tratta di una distorsione del suo pensiero. Tocqueville ha sempre dimostrato simpatia per l’aristocrazia, era lui stesso un nobile, ma ciò che contrappone al pericolo di un governo assoluto della maggioranza è la democrazia liberale, non un impossibile ritorno al vecchio regime. L’ideale del grande pensatore francese è il governo costituzionale, limitato, non il predominio della casta aristocratica, di cui comunque riconosce i meriti storici.

Molto tempo dopo la pubblicazione della “Democrazia in America” in cui sono contenute le critiche di Tocqueville al potere illimitato della maggioranza, il già citato filosofo liberale Isaiah Berlin si faceva promotore di posizioni simili. “Alcuni dei miei critici” afferma Berlin “si indignano al pensiero che una persona (..) possa godere di maggior libertà negativa sotto il dominio di un despota indolente o inefficiente che in una democrazia decisamente egualitaria, ma rigida. Me esiste un significato ben preciso in cui si può dire che Socrate avrebbe avuto maggiore libertà – almeno di parola ma anche di azione – se, come Aristotele, fosse fuggito da Atene invece di accettane le leggi, quelle buone e quelle cattive emanate ed applicate dai suoi concittadini nella democrazia di cui faceva parte a pieno titolo e che accettava coscientemente. Allo stesso modo un individuo può abbandonare uno stato a democrazia realmente partecipata, in cui le pressioni sociali e politiche siano per lui soffocanti e preferire un clima in cui può darsi minor partecipazione civile ma più privacy, una vita comunitaria meno dinamica e coinvolgente, meno socievolezza ma anche minor sorveglianza.” (3)
La pacata ma severa critica di Berlin ad ogni tipo di potere che soffochi l’autonomia dell’individuo non spinge il filosofo liberale a negare il valore positivo della libertà politica o a non vedere quanto la stessa libertà privata sia fragile ed instabile in regimi politicamente autoritari: “Il dispotismo in quanto tale è irrazionale e ingiusto e degradante perché nega i diritti umani, anche se i suo sudditi sono contenti” (4), inoltre “qualunque libertà negativa di cui si possa godere in un dispotismo tollerante e inefficiente è precaria o limitata a una minoranza” (5). Resta il fatto che la situazione descritta, quella cioè di una democrazia onnipotente che soffoca o riduce in maniera soffocante l’autonomia individuale è non solo possibile ma anche decisamente poco gradevole. La soluzione passa, ancora una volta, per la via stretta ma realistica della convivenza di principi e valori non contraddittori ma diversi: una libertà individuale ampia ma non anarchica si accorda perfettamente con una democrazia forte ma non onnipotente. E’ la strada percorsa dalle grandi democrazie dell’occidente, la strada della democrazia liberale.





Note

1) Alexis de Tocqueville: La democrazia in America. In I Grandi filosofi, Tocqueville. Ed Il sole 24 ore. 2006 pag. 480-481.

2) Alexis de Tocqueville: Opera citata pag. 482.

3) Isaih Berlin: Quattro saggi sulla libertà, Feltrinelli 1989, pag. 55

4) Isaiah Berlin: Opera citata pag. 55

5) Isaiah Berlin: opera citata pag. 55




 
Alcune interpretazioni

Se libertà e democrazia non coincidono non sono però neppure in contraddizione fra loro, anzi, storicamente le uniche democrazie che hanno saputo affermarsi sono le democrazie liberali. Oggi in praticamente tutti gli stati democratici i fondamentali diritti della persona vengono riconosciuti e garantiti. Laddove questo non avviene, come nei pochi paesi islamici in cui esiste un simulacro di istituzioni democratiche la democrazia è, appunto, ridotta a simulacro.
Il filosofo americano Stephen Holmes sostiene, anche in polemica con Berlin, tesi di questo genere. Per Holmes non esiste democrazia senza regole. La democrazia assembleare non è vera democrazia. Senza elezioni regolari che coinvolgano tutta la popolazione, senza regole per il dibattito, rispetto per le minoranze e gli individui non esiste democrazia. Le regole liberali poste a difesa della libertà privata si accordano perfettamente con le procedure democratiche. Potrebbe esistere democrazia se la maggioranza avesse il potere di opprimere la minoranza? O se gli esponenti della minoranza potessero essere arrestati arbitrariamente, la loro posta controllata, la loro privacy violata? E, al contrario, sarebbero solide le libertà individuali se tutto il potere fosse concentrato nelle mani di un despota non sottoposto ad alcun controllo e in grado di prendere le decisioni più arbitrarie? No, evidentemente. “Non esiste” afferma Holmes “una scelta collettiva al di fuori di tutte le procedure e le istituzioni precedentemente scelte. Le elezioni con cui i partiti politici in lizza conquistano il potere o lo perdono e il confronto pubblico condotto in larga misura mediante una stampa libera e pluralistica dipendono entrambi dal fatto che il costituzionalismo liberale ha messo solide radici. Questa considerazione suggerisce l’idea che in uno stato moderno il liberalismo è condizione necessaria, ma non sufficiente dell’esistenza di un qualche grado di democrazia” (1)
E’ difficile non concordare con queste posizioni. Solo se liberale la democrazia riesce ad essere davvero democratica, separata dal riconoscimento e dalla tutela delle libertà civili la democrazia degrada rapidamente in tirannide. Però è impossibile negare che sia esistita ed esista una fortissima tendenza a separare democrazia e libertà e siano esistite sia esperienze storiche che teorizzazioni di una democrazia non liberale. Una cosa è evidenziare la debolezza di certe teorizzazioni o constatare il carattere fallimentare di certe esperienze, altra cosa negarle: Rousseau, ad esempio, costituisce il caso tipico di un pensatore democratico ma non liberale, anzi, ferocemente antiliberale. Il ginevrino teorizza insieme la democrazia assembleare e la proibizione delle rappresentazioni teatrali, un’ampia partecipazione democratica a tutte le scelte rilevanti e la proibizione dei partiti politici, il controllo dal basso sugli eletti e una forte ingerenza dello stato nella vita privata dei cittadini. Il suo pensiero è contraddittorio? Forse, ma non necessariamente. E’ quanto meno ipotizzabile una società caratterizzata da un altissimo grado di coesione e conformismo in cui esiste una autentica partecipazione popolare alla vita pubblica e insieme una limitazione inaccettabile dell’area delle libertà private. In nessuna democrazia liberale sarebbe possibile qualcosa come il processo a Socrate ma sarebbe sbagliato negare che l’antica Atene fosse una democrazia. E, per venire a tempi meno remoti, nei territori palestinesi esiste una certa democrazia, si svolgono addirittura elezioni semi regolari, ma i disgraziati che sono sospettati di essere spie degli israeliani vengono praticamente linciati al termine di processi burla. Prima o poi queste situazioni sono destinate ad essere superate? Evolveranno verso una qualche forma di democrazia liberale o regrediranno verso forme di spietata tirannide? Probabilmente si, ciò non toglie che di esperienze reali si tratti. La democrazia liberale è il regime politico in cui forse la maggioranza degli esseri umani vorrebbero vivere, questo però non elimina il fatto che centinaia di milioni di esseri umani vivano, e a molti piaccia vivere, in regimi del tutto diversi e che in alcuni di questi regimi esistano forme distorte ed illiberali di democrazia.

Holmes sostiene anche che le democrazie liberali sono, al contrario di quanto comunemente si pensa, assai forti, più forti, soprattutto nei momenti davvero difficili, dei regimi autoritari e totalitari. La limitazione del potere statale non fa di questo un potere debole, al contrario lo rafforza. Il filosofo liberale americano ripropone, sul problema della forza dello stato liberale un parallelismo simile a quello fatto fra libertà e democrazia. Così come libertà e democrazia si rafforzano e si sostengono a vicenda, le istituzioni democratico liberali e la forza dello stato, ben lungi dal configgere sono complementari. La democrazia liberale rafforza lo stato ed uno stato sufficientemente forte è un ottimo presidio dei diritti liberali.
“Sorprendentemente una piccola isola non lontana dalle coste nord occidentali dell’Europa dominò oltre un terzo del globo. Non c’è alcun senso serio in cui si possa dire che la patria del liberalismo politico abbia dato prova di debolezza. La verità è anzi che la Gran Bretagna si è rivelata così forte da saper perdere il suo impero senza subire alcun collasso politico interno” (2) Non è casuale una simile manifestazione di forza da parte di uno stato il cui potere è limitato e rispettoso della libertà dei cittadini. “L’oppressione” infatti “indebolisce lo stato. L’intolleranza approfondisce i conflitti confessionali e spinge i cittadini operosi ad emigrare. La censura blocca il flusso delle informazioni, che sono un innesco vitale per il governo di un grande paese. Le punizioni eccessive e crudeli opprimono lo spirito dei comuni cittadini così privando il governo della loro attiva collaborazione. I regolamenti oppressivi sui commerci comprimono la ricchezza privata che alla fine avrebbe potuto essere drenata a vantaggio delle finanze pubbliche. Una politica liberale è molto più adatta di una tirannica a stimolare la cooperazione dei cittadini nel perseguimento di obiettivi comuni.” (3)
La libertà oltre ad essere in sé un valore è conveniente allo stato, ne accresce invece che diminuirne la forza. Nelle società libere esistono solo pochi obiettivi comuni ma su tali, limitati, obiettivi è possibile raggiungere un consenso di massa che manca in società in cui tutto o quasi è pubblico e l’area di autonomia dei singoli è terribilmente compressa. Uno stato che persegue pochi ma importanti obiettivi è più efficiente, più forte e più ricco di uno stato che pretenda di regolare tutto; governare col consenso e la fiducia dei governati è più semplice ed efficace che governare col terrore. E, anche in questo caso, il discorso si può invertire. Uno stato forte ed autorevole è un presidio insostituibile dei diritti liberali. “Violare i diritti liberali significa disobbedire allo stato liberale. In una condizione di assenza di sovranità, i diritti possono essere immaginati ma non sperimentati. In una società con uno stato debole, per esempio nel Libano del decennio appena trascorso, o virtualmente priva di uno stato, per esempio nella Somalia di oggi, (lo scritto di Holmes è del 1995, nota di B.) i diritti o non esistono o restano in larga misura lettera morta.” (4)

Ancora una volta è difficile dissentire dalle tesi di Holmes, tuttavia è bene tener presente che, se estremizzate, tali tesi possono portare a conclusioni assai discutibili. E’ vero che il riconoscimento e la tutela delle libertà individuali rafforzano e non indeboliscono lo stato, l’esempio della Gran Bretagna fatto da Holmes è a questo proposito assai convincente. Ma, il rafforzamento dello stato è il fine principale, l’obiettivo primario da perseguire o non è invece la libertà a dover essere perseguita in quanto tale? In altre parole, la libertà va tutelata per sé stessa o perché grazie ad essa lo stato diventa più forte? Non è una questione di lana caprina. Se un ulteriore rafforzamento dello stato potesse essere perseguito a spese della libertà andrebbe comunque ricercato? La separazione dei poteri, il riconoscimento delle libertà individuali, il garantismo vanno difesi perché rendono forte lo stato o al contrario è la forza dello stato ad essere desiderabile in quanto tutela più efficacemente libertà dei singoli, garantismo, separazione dei poteri? La forza di uno stato non è in quanto tale un obiettivo sempre desiderabile, è fondamentale stabilire di quale stato si desidera la forza. Se uno stato totalitario si dimostrasse più forte di uno liberal democratico, occorrerebbe aumentare la forza dello stato liberal democratico, non certo renderlo meno liberale e meno democratico per farlo più forte. Ed ancora, è vero che assai spesso gli stati liberali e democratici sono anche forti ma ciò non è vero sempre e comunque. Le democrazie occidentali hanno sconfitto il nazismo, è vero, ma lo hanno fatto solo dopo una guerra lunga ed estremamente sanguinosa e dopo che una democrazia come la Francia è stata travolta dalle armate di Hitler e un’altra come l’Inghilterra è stata costretta in una posizione di inferiorità che non le avrebbe mai consentito di vincere da sola il conflitto. Soprattutto le democrazie occidentali hanno vinto la guerra contro nazismo anche grazie all’alleanza con una potenza totalitaria come l’Unione Sovietica che è uscita trionfatrice dalla guerra e si è espansa a macchia d’olio dopo il 1945, costringendo interi popoli a gustare le delizie del comunismo staliniano.
Democrazie e libertà sono fattori di forza ma non bastano da soli a dare ai paesi liberi una superiorità decisiva sui loro nemici. Fondamentale a questo proposito è l’adesione di larga parte dei popoli liberi ai valori fondanti le loro società. Se democrazia e libertà si trasformano in relativismo culturale, se la tolleranza viene scambiata con l’accettazione di tutto, se il giusto riconoscimento degli errori, ed anche degli orrori, della propria civiltà diventa incapacità di vedere e criticare errori ed orrori altrui, la forza delle società libere declina rapidamente, molto rapidamente. L’incertezza, il balbettio confuso con cui larga parte dell’occidente ha reagito e reagisce all’attacco dell’integralismo islamista è a questo proposito un sintomo quanto mai preoccupante. La libertà è forte quando c’è gente disposta a combattere per la libertà, se questo non avviene la libertà è debole, molto debole.

Holmes riduce, come si è visto, le distanze fra libertà e democrazia dimostrando (o cercando di dimostrare) che questi valori sono complementari e non possono, se correttamente intesi, entrare in conflitto fra loro. Un grande pensatore dello scorso secolo, Karl Raimund Popper, annulla praticamente la distanza fra questi valori ma lo fa seguendo una strada del tutto diversa, da quella seguita da Holmes. Per Holmes i diritti liberali rafforzano la democrazia, per Popper tali diritti vengono praticamente ad identificarsi con la democrazia.
Si è detto che la democrazia ha a che fare con la domanda: “chi deve prendere le decisioni che riguardano tutti?” o, più celermente: “chi deve governare?” mentre la libertà riguarda la domanda: “fino a dove si estende l’area in cui io solo posso decidere?”. Si tratta come si vede di domande diverse volte a tutelare valori ed esigenze diverse: nel primo caso la partecipazione di tutti alle scelte collettive, nel secondo l’area dell’autonomia individuale. Il problema del garantismo liberale riguarda i rapporti fra questi valori e queste esigenze diverse. Il garantismo parte dal franco riconoscimento che un momento coercitivo è presente in ogni scelta politica e si preoccupa di fissare limiti volti ad impedire che tale momento possa espandersi troppo. Popper invece ritiene che il garantismo non sia tanto una dottrina dei limiti del potere democratico quanto la caratteristica fondamentale di tale potere. La domanda “Chi deve governare?” è per Popper una domanda intrinsecamente sbagliata ed il solo porsela lascia aperta la strada a involuzioni autoritarie. Coloro che si pongono la domanda: “chi deve governare?” hanno una concezione potenzialmente totalitaria della politica. “presuppongono che il potere politico sia, per essenza, sovrano. Se si parte da questo presupposto allora, evidentemente, la domanda: chi deve essere il sovrano è la sola domanda importante a cui si deve rispondere” (5). Ma il vero problema non è, per Popper, quello di stabilire chi deve governare ma come si deve governare, con quali limiti, quali controlli, quali contrappesi all’azione di governo. Occorre “sostituire alla vecchia domanda: chi deve governare? La nuova domanda: Come possiamo organizzare le istituzioni politiche in modo da impedire che i governanti cattivi e incompetenti facciano troppo danno?” (6). Il governo maggioritario non è buono in sé ma è da scegliere perché permette un controllo periodico sull’attività dei governi, la democrazia non è qualcosa di positivo in quanto tale ma solo in quanto consente di resistere alla tirannide: ”La teoria alla quale intendo riferirmi è una teoria che non discende dall’intrinseca bontà o legittimità del governo maggioritario ma piuttosto dall’illegittimità della tirannide; per essere più precisi è una teoria che si fonda sulla decisione, o sull’adozione della proposta, di evitare la tirannide, di resistere ad essa”.(7)

Da quanto precede è fin troppo evidente il legame fra il Popper politico ed il Popper epistemologo: una teoria scientifica non può mai essere definita “vera” ma al massimo non (ancora) falsificata, allo stesso modo la democrazia non è qualcosa di positivo ma una condizione per evitare qualcosa di negativo: la tirannide. Ma, ritenere provvisoriamente “non falsa” una teoria scientifica non equivale in qualche modo a ritenerla, almeno provvisoriamente, vera? E definire indesiderabile la tirannide non significa in qualche modo ritenere buona la democrazia? Poter partecipare, partecipare in positivo, alle decisioni che riguardano tutti non è un valore? Non risponde ad una esigenza umana profonda? Certo, non è l’unico valore, occorre evitare che l’area del pubblico invada e annichilisca quella del privato. Popper ha mille ragioni quando difende il garantismo liberale, si preoccupa dei limiti all’azione del governo, dei pesi e contrappesi. Il limite della concezione di Popper emerge però quando egli tenta di assorbire la domanda relativa a chi deve governare nell’altra domanda relativa al come si deve governare. Interessato, giustamente, al garantismo Popper si spinge fino a ritenere che sia poco importante stabilire chi deve governare e giunge ad affermare che porsi una tale domanda porta ad una china autoritaria. Ma le cose non stanno così. Non stanno così in primo luogo perché, come lo stesso Popper ammette, il fatto che governi qualcuno e non qualcun altro (il popolo o un principe ereditario ad esempio) non è senza conseguenza sulla possibilità o meno che esistano vincoli all’azione di governo: le elezioni periodiche sono un vincolo e nelle elezioni periodiche il popolo esprime la sua volontà. E, in secondo luogo, le cose non stanno così perché il partecipare alle scelte pubbliche è in se un valore, anche se non l’unico o l’assolutamente prioritario. Anche se possono sembrare simili le concezioni di Popper e Berlin sono diverse. Teorizzando il possibile contrasto fra libertà negativa e libertà positiva Berlin parla di due valori, due libertà, e difende la prima dalle possibili incursioni della seconda. Popper cerca invece di risolvere il problema dei possibili contrasti fra le due libertà assorbendo praticamente la seconda nella prima, ma incorre in questo modo in un errore speculare, anche se forse meno grave, a quello in cui cadono i teorici della sovranità che egli critica. Mentre per questi se è il popolo a comandare non si pongono problemi di vincoli e garanzie all’azione de governo, per Popper se questi vincoli e garanzie esistono il problema di chi governa diventa ipso facto secondario. I due problemi sono invece entrambi importanti. E’ giusto che governino coloro che sono interessati alle scelte pubbliche, in breve, il popolo decidendo a maggioranza, ed è giusto che il governo popolare non sia illimitato, sia costretto a rispettare le minoranze e gli individui. Eliminare un problema non significa risolverlo.







Note

1) Stephen Holmes: Passioni e vincoli. Edizioni di Comunità 1998. Pag. 14

2) Stephen Holmes: Opera citata pag. 26. Sottolineatura di Holmes.

3) Stephen Holmes: Opera citata pag. 27.

4) Stephen Holmes: Opera citata pag. 27.

5) Karl Raimund popper: La società aperta e i suoi nemici. Armando 1981 pag. 175.

6) Karl Raimund Popper: Opera citata pag. 174.

7) Karl Raimund Popper: Opera citata pag. 178.


























martedì 16 settembre 2014

IL TERZOMONDISMO, MALATTIA SENILE DEL COMUNISMO



“La borghesia ha avuto nella storia una parte sommamente rivoluzionaria. (...)
Solo la borghesia ha dimostrato che cosa possa compiere l'attività dell'uomo. Essa ha compiuto ben altre meraviglie che le piramidi egiziane, acquedotti romani e cattedrali gotiche, ha portato a termine ben altre spedizioni che le migrazioni dei popoli e le crociate. (...)
Con lo sfruttamento del mercato mondiale la borghesia ha dato un'impronta cosmopolitica alla produzione e al consumo di tutti i paesi. Ha tolto di sotto i piedi dell'industria il suo terreno nazionale, con gran rammarico dei reazionari. (…) All'antica autosufficienza e all'antico isolamento locali e nazionali subentra uno scambio universale, una interdipendenza universale fra le nazioni. E come per la produzione materiale, così per quella intellettuale. I prodotti intellettuali delle singole nazioni divengono bene comune. L'unilateralità e la ristrettezza nazionali divengono sempre più impossibili, e dalle molte letterature nazionali e locali si forma una letteratura mondiale.
Con il rapido miglioramento di tutti gli strumenti di produzione, con le comunicazioni infinitamente agevolate, la borghesia trascina nella civiltà tutte le nazioni, anche le più barbare. I bassi prezzi delle sue merci sono l'artiglieria pesante con la quale spiana tutte le muraglie cinesi, con la quale costringe alla capitolazione la più tenace xenofobia dei barbari. (...)
La borghesia ha assoggettato la campagna al dominio della città. Ha creato città enormi, ha accresciuto su grande scala la cifra della popolazione urbana in confronto di quella rurale, strappando in tal modo una parte notevole della popolazione all'idiotismo della vita rurale. Come ha reso la campagna dipendente dalla città, la borghesia ha reso i paesi barbari e semibarbari dipendenti da quelli inciviliti, i popoli di contadini da quelli di borghesi, l'Oriente dall'Occidente. (...)
Durante il suo dominio di classe appena secolare la borghesia ha creato forze produttive in massa molto maggiore e più colossali che non avessero mai fatto tutte insieme le altre generazioni del passato. Il soggiogamento delle forze naturali, le macchine, l'applicazione della chimica all'industria e all'agricoltura, la navigazione a vapore, le ferrovie, i telegrafi elettrici, il dissodamento d'interi continenti, la navigabilità dei fiumi, popolazioni intere sorte quasi per incanto dal suolo -quale dei secoli antecedenti immaginava che nel grembo del lavoro sociale stessero sopite tali forze produttive?”

Chi parla in questo modo? Un apologeta del capitalismo? Il funzionario di qualche grande multinazionale? Un razzista che divide il mondo in nazioni “barbare” e “civili”? No, a parlare in questo modo è un certo Karl Marx, e il libro da cui sono tratte queste citazioni è nientemeno che il celeberrimo “manifesto del partito comunista”. Si proprio “il manifesto”, quello che termina con l'invocazione: “proletari di tutti i paesi unitevi”.
Anche se le espressioni di Marx potrebbero far strillare molti odierni militanti di sinistra, Marx non è affatto un apologeta della borghesia, al contrario. Marx detesta la borghesia, l'economia di mercato, la stessa democrazia liberale. Però, Marx è un filosofo hegeliano, non vuole limitarsi ad inveire contro il reale, vuole “dimostrare” che il reale “realizza” in se il razionale.
Il capitalismo rappresenta per Marx la forma più perfezionata della umana alienazione. Nella società di mercato l'uomo si separa dalla sua essenza, diventa una merce e riduce i suoi rapporti con gli altri uomini a puri rapporti quantitativi, essenzialmente non umani. Non ci vuole molto per rendersi conto di quanto questa concezione sia intrisa di quell'autentico terrore per la separazione che caratterizza una parte importante della cultura occidentale. Una società non organica, in cui gli individui si rapportino gli uni agli altri in quanto singoli, dotati ognuno della propria essenziale unicità, è per Marx il regno della perdita, la valle di lacrime in cui dei non uomini vagano senza meta, governati da forze impersonali, potenti ed ostili.
Però, attraversare questo autentico inferno è per Marx una tappa obbligatoria del cammino che porta l'umanità alla redenzione terrena. L'integrale liberazione dell'uomo, meglio, la sua totale trasfigurazione, non si realizza per Marx con il ritorno ad una innocente ed incontaminata natura, al contrario, è resa insieme necessaria e possibile da tutto lo sviluppo storico, soprattutto dal formidabile sviluppo delle forze produttive sociali che il capitalismo ha realizzato, e che costituisce insieme la sua funzione ed il suo merito.

Nella celebre prefazione del 1857 a “per la critica dell'economia politica” Marx scrive:
“A grandi linee i modi di produzione asiatico, antico, feudale e borghese moderno possono essere designati come epoche che marcano il progresso della formazione economica della società. I rapporti di produzione borghesi sono l’ultima forma antagonistica del processo di produzione sociale (…) ma le forze produttive che si sviluppano in seno alla società borghese creano in pari tempo le condizioni materiali per la soluzione di questo antagonismo. Con questa formazione sociale si conclude dunque la preistoria della società umana”.
Finora l'umanità è vissuta nella preistoria, ma questa lunga fase di lacrime e sangue, sfruttamento ed alienazione era necessaria alla liberazione. Da buon hegeliano Marx propone una versione materialistica della “astuzia della ragione”. Sviluppando senza posa le forze produttive sociali l'inferno capitalista prepara l'avvento del paradiso comunista. Molti hanno sottolineato il carattere sostanzialmente mitico di una simile concezione, l'assenza in essa, malgrado le pesanti bardature scientiste, di spirito scientifico autentico. Altri hanno messo in rilievo gli irrisolti problemi etici che essa pone. Se il male è necessario per far trionfare il bene, esiste ancora una differenza fra male e bene? E se una tale differenza non esiste, come possiamo definire “bene” il paradiso comunista che ci attende? Ed ancora, chi consolerà coloro che hanno avuto il “torto” di nascere nel momento sbagliato della storia, quando l'avvento del paradiso era ancora lontano? Ha un qualche senso etico, meglio, un senso tout court, dire ad un innocente che si avvia al supplizio che la sua morte ingiusta serve a rendere assolutamente felici coloro che vivranno fra mille anni?
Non sono però questi aspetti del marxismo che ci interessano in questa sede. Quel che qui preme sottolineare è che per Marx la liberazione è un processo che parte da, ed ha il suo fulcro ne, l'occidente capitalistico. Il capitalismo è nato in Europa, è figlio della rivoluzione scientifica e di quella industriale, dell'illuminismo e della rivoluzione francese. Il comunismo libererà, e trasfigurerà, l'umanità intera e il processo che rende possibile e porta al comunismo ha in Europa, in occidente il suo centro propulsivo. Anche se in alcuni scritti dedicati alle economie pre capitalistiche Marx, e più di lui Engels, assume posizioni meno perentorie, il centro del suo pensiero resta immutato sino alla fine: il soggetto rivoluzionario decisivo è la classe operaia dei paesi capitalisticamente avanzati. La partita decisiva per la assoluta liberazione si gioca in occidente. Chi accusa Marx di essere eurocentrico non sbaglia, in fondo. Per Marx non c'era nulla di male nell'essere “eurocentrici”.
Marx ed Engels pensavano che la rivoluzione comunista fosse prossima. I fatti dovevano dar loro torto. La cosa che più di ogni altra probabilmente stupì i due amici, in particolare Engels che morì 12 anni dopo l'amico, fu che l'odiato capitalismo riusciva a sopravvivere non tanto grazie a forme sempre più violente di repressione, ma garantendo l'estensione di un certo benessere e lo sviluppo di forme via via più estese di democrazia. Nel “manifesto” Marx aveva affermato che in una rivoluzione i proletari non avevano altro da perdere che le loro catene. Lo stesso Engels fu costretto ad ammettere che una simile profezia si rivelava ogni giorno più errata. Il capitalismo restava il regno dello sfruttamento e della alienazione, ma garantiva comunque a strati crescenti di lavoratori salari relativamente decenti, riduzione dell'orario di lavoro, le prime embrionali forme di legislazione sociale. Alla morte di Engels, nel 1895, non solo la rivoluzione appariva lontana, ma lo stesso movimento operaio, malgrado continuasse ad usare una fraseologia rivoluzionaria, limitava la sua azione in un orizzonte riformistico. Il leader massimo della socialdemocrazia europea: Karl Kautsky disse chiaramente che la socialdemocrazia era un partito rivoluzionario, ma non un partito che fa le rivoluzioni. Alla rivoluzione ci avrebbe pensato “la storia”, in un domani imprecisato. I partiti “rivoluzionari” pensavano intanto alle riforme.
Nel 1914 la socialdemocrazia tedesca vota i crediti di guerra. Lenin rompe con Kautsky, che aveva erroneamente considerato fino a quel momento un vero leader rivoluzionario. Kautsky diventa, nella prosa violenta di Lenin, un “rinnegato”, destinato prima o poi a pagare per il suo “tradimento”. Tuttavia il leader bolscevico deve cercare di rispondere ad un quesito: come mai un buon numero di operai segue questo “rinnegato”? Si può dire che la risposta di Lenin segni il sorgere, nel marxismo, del terzomondismo.



Ne “L'imperialismo, fase suprema del capitalismo” Lenin scrive:
“L'imperialismo, (…) che significa alti profitti monopolistici a beneficio di un piccolo gruppo di paesi più ricchi, crea la possibilità economica di
corrompere gli strati superiori del proletariato, e, in tal guisa, di alimentare, foggiare e rafforzare l'opportunismo”.
Parlando dell'Inghilterra e citando, come era solito fare, Engels, Lenin aggiunge:
“Lo sfruttamento del mondo intero ad opera di un determinato paese, la sua posizione di monopolio sul mercato mondiale, il suo monopolio coloniale” sono le cause che hanno portato ai seguenti effetti: “1) imborghesimento di una parte del proletariato inglese, 2) una parte del proletariato si fa guidare da capi che sono comprati o almeno pagati dalla borghesia.”.
Quello che era all'inizio un processo solo inglese è diventato qualcosa che riguarda tutto l'occidente capitalistico, infatti, prosegue Lenin, “l'imperialismo dell'inizio del ventesimo secolo ha ultimato la spartizione del mondo tra un piccolo pugno di stati ciascuno dei quali sfrutta attualmente (nel senso di spremere sopraprofitti) una parte del mondo quasi altrettanto vasta che quella dell'Inghilterra nel 1858”.
Il discorso è molto chiaro, come si vede. Il riformismo, nell'analisi di Lenin,
non è una componente del movimento operaio, rappresenta al contrario la ideologia e gli interessi borghesi nel movimento operaio; il suo successo è reso possibile dall'imborghesimento del proletariato foraggiato dai sovraprofitti imperialistici. Posto di fronte al fatto inquietante che la classe operaia pare non avere alcun desiderio di fare la rivoluzione Lenin reagisce mettendo sotto accusa, insieme ai riformisti rinnegati, la classe operaia stessa. Gli operai dei paesi capitalisticamente avanzati si sono fatti “corrompere” dai propri padroni, partecipano, sia pure in posizione subordinata, al banchetto imperialista.
La tesi leninista che lega l'imborghesimento del proletariato allo sviluppo dei possedimenti coloniali non regge, ovviamente, ad un minimo di analisi. Anche ai tempi di Lenin il proletariato più “integrato” di tutti era quello dell'unico paese occidentale privo di possedimenti coloniali, gli Stati Uniti d'America. Restando in Europa, i proletariati tedesco ed inglese erano, nel 1914, “imborghesiti” quasi in pari misura, eppure i possedimenti coloniali della Gran Bretagna erano enormemente superiori a quelli della Germania. Anche a prescindere da queste considerazioni, l'integrazione della classe operaia nel “sistema capitalistico” è proseguita e si è accentuata proprio nel periodo in cui questo perdeva praticamente tutto il suo impero coloniale.
L'analisi rabbiosa di Lenin evidenzia però un problema gravissimo latente nella stessa opera di Marx. Per Marx il processo storico avrebbe inevitabilmente portato al trionfo del comunismo. Il capitalismo segna la fase della alienazione ed è
razionale che questa fase venga superata. Fiducioso nelle leggi “dialettiche” della storia Marx neppure si pone l'interrogativo che invece Lenin è costretto a porsi: che fare se il processo storico non marcia in quella direzione? Per Lenin, esattamente come per Marx, il comunismo è il bene assoluto, il fine ultimo della storia, qualcosa cui non si può di certo rinunciare in nome di salari un po' più alti o di orari di lavoro un po' meno lunghi. Se la storia non marcia verso il comunismo sarà possibile forzarla, la storia. Lenin opta per il volontarismo, ma,da buon marxista, cerca di supportarlo con l'analisi socio economica. Le sue conclusioni sono sconcertanti: la stessa classe operaia è complice, in una certa misura, dello sfruttamento imperialista. Lenin non arriva a teorizzare che la classe operaia occidentale sia “persa” per la rivoluzione, continua a presentare “l'aristocrazia operaia” come uno strato ristretto di proletariato, che è possibile isolare e sconfiggere. Malgrado tutto Lenin resta “eurocentrico”, come Marx. Ma ribolle di rabbia nei confronti degli operai imborghesiti dell'occidente europeo. Altri porteranno i suoi spunti a ben più radicali conclusioni.

Nel 1949 la rivoluzione trionfa in Cina, fra l'esultanza dei comunisti e le paure di tutti gli altri. Se osservata con occhio attento la rivoluzione cinese presenta però una novità importante rispetto a quelle che la hanno preceduta.
In Francia nel 1789 Parigi era stata il cuore del movimento rivoluzionario, e nell'Ottobre del 1917 lo scontro fra Lenin e Kerenskij si era risolto a Pietrogrado. Sia in Francia che in Russia erano state le città ad essere protagoniste. Il caso della Cina è completamente diverso. Qui a dominare era stata la campagna. L'esercito di Mao si era impadronito di vaste aree rurali e da quelle aveva sferrato l'attacco alle città. In Cina la rivoluzione si era estesa non dal centro alla periferia ma, al contrario, dalla periferia al centro. Le campagne avevano accerchiato le città fino a sommergerle.
Nel 1965 Lin Piao, allora “il più fido luogotenente del presidente Mao” indicava la strategia dei comunisti cinesi come valida a livello mondiale.
“Se si esamina il mondo nel suo complesso” scriveva Lin Piao nel saggio “
Viva la vittoria della guerra popolare” “l'America del nord e l'Europa occidentale possono essere considerate le città e l'Asia, l'Africa, l'America latina la campagna (…) In un certo senso la rivoluzione mondiale conosce oggi una situazione che vede le città accerchiate dalla campagna. E' dalla lotta rivoluzionaria dei popoli dell'Asia, dell'Africa e dell'America latina, ove vive la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, che dipende la causa della rivoluzione mondiale”.
La schema marxista classico era, come si vede, completamente stravolto.
Le parole di Lin Piao trovarono schiere di entusiasti sostenitori in occidente. Dai marxisti americani della “
Monthly Rewiev” ai freudo marxisti della scuola di Francoforte fu un uragano di applausi. La classe operaia occidentale era sempre più integrata nel sistema, ma questo non spegneva la speranza di assoluto dei chierici laici. La salvezza era ancora possibile, malgrado tutto, e sarebbero stati i popoli affamati del terzo mondo a portarla.
Lo schema marxiano classico fu oggetto di attacchi sempre più serrati. Per Marx “i paesi avanzati mostravano a quelli arretrati il loro futuro”, per gli entusiasti del terzomondismo questo non era vero. La miseria del terzo mondo non era la risultante di una mancanza di sviluppo capitalistico, era al contrario, “funzionale” a questo. Lo sfruttamento della classe operaia non era più la molla della accumulazione capitalistica, questa al contrario si basava sulla spoliazione di popoli dei paesi arretrati. La “contraddizione” fra “imperialismo e popoli oppressi sostituiva quella classica fra borghesia e proletariato.



Ma non solo di questo si trattava. Se davvero i popoli del terzo mondo erano diventati i protagonisti della rivoluzione, questa poteva conservare le caratteristiche che Marx le aveva assegnato? Per Marx il comunismo si basa sul massimo sviluppo delle forze produttive sociali, sulla ricchezza generalizzata. Ora, è fin troppo chiaro che una simile prospettiva diventa radicalmente irrealistica se sono i “popoli del terzo mondo” la guida del processo rivoluzionario. Questo però non spaventò i nuovi super radicali occidentali. Chi ha detto che il comunismo si deve basare sul benessere? Benessere è sinonimo di mercato, scambio, finanza. E' grazie al “benessere” che la classe operaia occidentale è stata trasformata in un aggregato informe di individui che pensano solo a consumare. Quello che è davvero importante non è la ricchezza ma la trasformazione dell'uomo, del suo modo di pensare, agire, amare, in una parola, vivere. La tecnica e la scienza dal canto loro non sono “neutrali”, non possono servire da base per la costruzione di una società nuova, vanno interamente rovesciate, nessuno, ovviamente, era in grado di indicare “come”.
Pieni di spirito “rivoluzionario” e di odio per la propria civiltà i nuovi radicali dell'occidente si trovarono così ad esaltare mostruose esperienze totalitarie. Nella “grande rivoluzione culturale proletaria” cinese così come nel genocidio del popolo cambogiano videro un meraviglioso tentativo di creare l'”uomo nuovo”. Non sbagliavano in fondo. Soltanto rivoltando come un guanto la natura umana era possibile far accettare agli uomini in carne ed ossa il comunismo della miseria che gli occidentali radicali tanto amavano (continuando però a godere delle volgari piacevolezze capitalistiche). L'uomo nuovo non nasceva, ovviamente,
non può nascere. Diventavano però sempre più alte le pile di cadaveri edificate in suo nome, ma questo, nel clamore della “contestazione globale” non infastidiva nessuno.

E oggi? La mitologia terzomondista vista in prospettiva appare un autentico cumulo di macerie, teoriche e pratiche. Dopo il crollo del comunismo gli stati che più avevano eccitato i sogni dei terzomondisti non costituiscono più modelli per nessuno, esclusi ovviamente gli inguaribili divoratori di miti. La Corea del nord esibisce senza paludamenti tutte le caratteristiche di una spietata tirannia totalitaria, Cuba, la mitica patria di Fidel e del “Che”, una volta venuti a mancare gli aiuti sovietici tira stentatamente avanti grazie ai proventi del turismo sessuale. Una ben misera fine per la fucina dell'uomo nuovo.
La Cina, abbandonata la follia della rivoluzione culturale, ha adottato, fra mille contraddizioni, essenziali riforme di tipo capitalistico che hanno consentito crescita economica e sviluppo di un relativo benessere. Le notizie che vengono dalla Cina interessano oggi gli operatori di borsa, non i radicali in cerca di esotici paradisi egualitari.
E che dire delle raffinate analisi economiche con cui per decenni gli eruditi cultori del terzomondismo hanno invaso librerie, biblioteche, e talk show televisivi? Hanno ripetuto fino alla noia che il sottosviluppo è funzionale allo sviluppo, ne costituisce l'altra faccia, e che per questo la tragica presenza della fame nel mondo è un fatto ineliminabile, fino a che sopravvivono i rapporti di produzione capitalistici. Palle! In Asia come in America latina molti gradi paesi hanno imboccato la via dello sviluppo esattamente nel momento in cui si sono aperti senza troppe riserve all'economia di mercato. In Asia la Corea del sud, Taiwan, l'India, un tempo emblema del sottosviluppo più sordido, hanno seguito le orme del Giappone. In America latina paesi come il Brasile, il Cile, la stessa Argentina sono diventati o si apprestano a diventare, grandi potenze economiche. Certo, i problemi, anche gravissimi, non mancano, ma si tratta dei problemi e delle difficoltà tipici di paesi che hanno abbandonato, o stanno abbandonando l'area del sottosviluppo. In Cina, per fare solo un esempio, il livello dell'inquinamento atmosferico assume a volte dimensioni drammatiche. Si tratta di un problema gravissimo ma qualitativamente molto differente dalla carestia di massa provocata dalla scelta maoista del “gran balzo in avanti”. Oggi come oggi il sottosviluppo attanaglia le aree ai margini dell'economia capitalista, quelle escluse dai flussi degli scambi e degli investimenti, insomma, per usare le parole dei terzomondisti, non “sfruttate” dal “capitale monopolistico”. Il continente africano, soprattutto, dominato da elites politiche corrotte e parassitarie e squassato da continue guerre tribali e religiose, e quei paesi medio orientali in mano a teocrazie islamiste. Non è un caso.

A livello teorico il terzomondismo è stata la reazione dei comunisti ad un fatto per loro estremamente sconcertante: il blocco della rivoluzione in occidente. Al contrario delle previsioni di Marx la classe operaia dei paesi avanzati ha da tempo cessato di essere, se mai lo è stata, il polo negativo della società borghese. E' diventata invece uno degli strati e dei gruppi in cui si articolano le società aperte e pluraliste. I comunisti hanno reagito a questa che era, a tutti gli effetti, una clamorosa falsificazione della fondamentale previsione marxiana, cercando affannosamente nuovi strati sociali che prendessero il posto di quella classe operaia che aveva deluso le loro aspettative.
E si sono rivolti alle masse affamate del cosiddetto terzo mondo. Ma, esattamente come nel caso della classe operaia, ad essere amate dagli intellettuali comunisti o radicalizzati non erano tanto le
vere masse contadine dei paesi periferici, quanto la loro deformazione ideologica. Gli strati rurali che avrebbero dovuto sostituire la classe operaia come nuovi soggetti rivoluzionari erano in realtà gli stessi contro cui i vari governi comunisti avevano scatenato sanguinarie politiche repressive. In Russia come in Cina, come a Cuba i contadini erano stati le principali vittime sacrificali dell'utopia comunista. Questo però non turbava i sonni degli intellettuali di estrema sinistra, da tempo avezzi a non occuparsi di quanto nel mondo non quadra con le loro fantasiose teorizzazioni.
Il terzomondismo comunista però aveva quanto meno il pregio di una certa coerenza interna. Era parte di una teoria, e di una prassi conseguente, che si proponevano di interpretare unitariamente, e di rivoltare radicalmente, il mondo.
Col crollo del comunismo il terzomondismo ha perso anche questi fattori di interna, ed ingannevole, coerenza. Il terzomondismo è oggi scisso da ogni tentativo di interpretazione unitaria non dico del mondo, ma almeno dei principali eventi socio economici. Slegato da qualsiasi teoria minimamente coerente si è trasformato in piagnisteo, lamentela, denuncia dei “complotti” delle multinazionali, o della “finanza”, magari ebraica.
Oggi sono terzomondisti, con gli ultimi nostalgici del comunismo ortodosso, i cattocomunisti che confondono il paradiso terreno di Marx con quello trascendente di Cristo, i pacifisti che si indignano della guerra solo quando è l'occidente a combatterla, i fanatici del ritorno alla natura incontaminata, gli economisti radicali, convinti che i paesi poveri siano tali perché indebitati e non viceversa, gli amici dell'Islam ed i nemici di Israele, i cooperanti che partono per paesi devastati dalla guerra con la stessa gaia trascuratezza con cui ci si avvia ad una scampagnata, i paranoici del complotto che vedono ovunque le trame oscure delle multinazionali, della Cia e del Mossad. Insomma, il terzomondismo è oggi il potente collante che tiene uniti tutti gli occidentali che, per un motivo o per l'altro, detestano la loro civiltà.
Villaggi rurali contro centri commerciali, vita semplice e naturale contro caos cittadino, povertà dignitosa contro consumismo volgare, organicismo teocratico contro società aperta. In tutto il terzomondismo non fa che contrapporre all'occidente, degradato al ruolo di nuova Gomorra, la presunta purezza di tutto ciò che
occidente non è. Per far questo i suoi teorici cadono, ovviamente, in continue contraddizioni. Trasformano in valore quella povertà la cui esistenza spesso e volentieri denunciano, difendono oscene dittature teocratiche, fingono di non vedere orrori di fronte ai quali impallidiscono molte delle porcherie di cui la storia dell'occidente è pure piena.
Per alcuni aspetti il terzomondismo è il rovesciamento del marxismo classico, basti pensare che per Marx l'occidente è giunto a dominare il mondo grazie alla sua superiorità economica e tecnologica, mentre per i terzomondisti sarebbe vero il contrario. Per altri aspetti invece il terzomondismo è figlio del marxismo, della sua ostilità per il mercato, gli scambi, il denaro, della sua avversione per tutto ciò che è individualismo e pluralismo sociale, del suo amore per l'organicismo. Nato come tentativo di salvare il marxismo dalle smentite della storia il terzomondismo è diventato oggi l'erede della sua implosione. E' un po' come se entrando in crisi verticale il comunismo marxiano abbia lasciato dietro di se solo un sentimento negativo, l'odio per l'occidente liberale, condito con un pizzico di romantica malinconia nei confronti di un mai esistito “buon selvaggio” pre industriale.
Per questo, penso, si può definire il terzomondismo come la
malattia senile del comunismo. Una malattia grave, capace di far del male non tanto ai professorini da salotto che lanciano un giorno si e l'altro pure anatemi contro quella società di cui godono i frutti, ma a tutti gli altri, a quelli che in questa società ci vivono e ci lavorano e che hanno tutto l'interesse a difenderla e salvaguardarla. Perché poche cose sono tanto pericolose per una società libera quanto il diffondersi di una sottocultura tesa ad affermare che la libertà non è una nostra faticosa conquista, ma un privilegio che si basa sul sudore e sul sangue di chi ancora libero non è. Prima ci liberiamo da questa malattia senile meglio è.

lunedì 25 agosto 2014

DIALOGO





E', insieme a “pace”, la parola oggi più usata, ed inflazionata. Bisogna “dialogare”. Sempre, comunque, di tutto, con tutti. Un tempo non era così. Non si usava continuamente il termine “dialogo”, non si pretendeva che si potesse dialogare sempre e comunque. Poi, a partire da una certa data, le cose sono cambiate. La data è l'undici settembre 2001. Da quel momento per molti il dialogo è diventato una sorta di talismano, una parola magica. Si dialoghi e tutti i problemi saranno risolti. E ad ogni attentato, ad ogni esplosione di fanatismo, ad ogni bagno di sangue la proposta di dialogo viene rinnovata, più forte che mai. Bombe a Londra ed a Madrid? Dialogo! Cristiani crocifissi in Africa? Dialogo! Ostaggi sgozzati un po' ovunque nel mondo? Dialogo!
Forse val la pena di analizzarla un po', questa parola magica, per vedere se le speranze che alcuni ripongono nelle sue virtù taumaturgiche siano davvero giustificate.

Il vocabolario on  line Treccani della lingua italiana, così definisce il termine “dialogo”.

1) Discorso, colloquio fra due o più persone: prendere parte al dialogo; ebbero un dialogo animato; ho udito alcune battute del dialogo fra i due; figurato,  fare un dialogo. con sé stesso, con i propri pensieri. Per estensione, nel linguaggio politico e giornalistico, incontro tra forze politiche diverse, discussione più o meno concorde o che miri a un’intesa: il dialogo fra Oriente e Occidente; aprire un dialogo  fra partiti contrapposti; in senso più ampio, discussione aperta, di persone disposte a ragionare con spirito democratico: mio padre non accetta il dialogo; tra noi manca il dialogo, ognuno resta della sua opinione.
2) Componimento o trattato in cui, invece della forma espositiva o narrativa, è usata la forma dialogica: i dialoghi di Platone, di Giordano Bruno; il «Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo», di Galilei.

Enumera poi altre accezioni del termine (dialogo teatrale, letterario, musicale) che qui non ci interessano.

Il dialogo, qualsiasi tipo di dialogo, presuppone qualcosa di comune fra i dialoganti. Non si può dialogare con chi ci è totalmente alieno. A ben vedere le cose con un essere simile non si possono avere contatti di alcun tipo, non gli si può neppure muovere guerra. A e B possono farsi la guerra se sono, oltre che diversi, anche, in parte, simili. Una guerra economica presuppone che A e B siano interessati alle stesse cose (entrambi mirano a quelle certe terre, al petrolio o ad altro). Una guerra religiosa presuppone che A e B credano in qualche divinità, a volte nella stessa divinità, o comunque che il credente possa pensare di imporre il proprio Dio al non credente, riconoscendolo così, in qualche modo, simile a lui. Si potrebbe continuare. Qualsiasi rapporto fra esseri umani presuppone che non ci sia fra loro una assoluta estraneità. Nessun rapporto è possibile con l'assolutamente altro, l'alieno.

Da questo si può dedurre che è possibile dialogare con tutto coloro che non sono alieni, cioè, in pratica, con qualsiasi essere umano, per quanto questi sia lontano da noi? La risposta è NO. Ciò che deve esistere di comune fra coloro che intendono dialogare è ben più ampio di ciò che di comune esiste fra coloro che si combattono armi alla mano. Per far la guerra ad X basta che io abbia un interesse, di qualsiasi tipo, simile, ma radicalmente contrastante, con il suo. Per dialogare con X occorre qualcosa di più, meglio, molto di più.
Innanzitutto occorre che entrambi i dialoganti accettino il dialogo. Non si tratta di una condizione da poco. Accettare il dialogo vuol dire avere una razionalità comune con l'interlocutore ed essere disposti ad usarla. Dialogare significa esaminare le proprie divergenze usando solo le armi della critica razionale, il che implica che ogni dialogante cerca, ovviamente, di convincere l'altro, ma è anche disposto ad essere convinto dall'altro, se questi avanza buoni argomenti. Il dialogo esclude, a priori, l'impenetrabilità alle altrui argomentazioni. Se io inizio a dialogare con la riserva mentale che, qualsiasi cosa tu dica, non modificherò in nulla le mie convinzioni il dialogo non è tale, è solo una finzione, o una truffa, o un pretesto per guadagnare tempo.
Nei suoi dialoghi Socrate parte dal solo presupposto che l'interlocutore sia una persona dotata di ragione e che la voglia usare. L'interlocutore di Socrate di solito ha convinzioni molto radicate delle quali Socrate dubita. Tuttavia, incalzato dalle domande pressanti del grande filosofo, dopo un po' l'interlocutore inizia a vacillare, deve ammettere la sua ignoranza, e si trova alla fine a concordare con Socrate. La condizione indispensabile di tutto questo è che sia Socrate che il suo interlocutore usino la ragione comune ad entrambi. Se in un qualsiasi momento del dialogo uno dei dialoganti, infastidito dalla acutezza delle argomentazioni dell'altro, “butta in aria il tavolo”, il dialogo cessa, immediatamente.
Considerazioni simili possono farsi sul “dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo” di Galileo. Salviati, Simplicio e Sagredo discutono dei sistemi tolemaico e Copernicano e, più in generale, della fisica aristotelica contrapposta alle nuove concezioni del mondo che stavano maturando in quel periodo. Salviati è un convinto sostenitore del sistema eliocentrico, Simplicio un aristotelico, Sagredo un uomo di mente aperta desideroso di valutare razionalmente le diverse teorie. Le posizioni di Simplicio e Salviati sono all'inizio molto distanti ma nel corso delle quattro intense giornate di dialogo l'aristotelico dovrà riconoscere la ragionevolezza e la verità almeno di molte delle tesi di Salviati.
Ancora una volta, il presupposto e la condizione del dialogo è l'uso corretto di una ragione che tutti accomuna. Simplicio tenta di confutare le tesi di Salviati ma non lo aggredisce. Il tribunale della santa inquisizione avrà con Galileo un atteggiamento ben diverso, come si sa. Gli inquisitori non “dialogheranno” con lo scienziato pisano, anche se nel corso del processo avanzeranno obiezioni alle sue teorie. Il rapporto fra Galileo ed i suoi accusatori è fondato sulla violenza, non sul dialogo, a deciderlo non saranno i “corretti ragionamenti” e le “sensate esperienze” ma qualcosa d'altro, radicalmente diverso.

La accettazione della ragione come strumento del confronto è, insieme, presupposto e condizione del dialogo, di qualsiasi dialogo. Ma non sempre il dialogo richiede solo questo. Torniamo un attimo alla definizione da cui eravamo partiti: “nel linguaggio politico e giornalistico” si parla del dialogo come “incontro tra forze politiche diverse, discussione più o meno concorde o che miri a un’intesa (…) in senso più ampio, discussione aperta, di persone disposte a ragionare con spirito democratico.”
Qui come si vede c'è qualcosa di più che non la volontà di affrontare in maniera razionale e non violenta problemi teorici, c'è un qualche accordo che, al di là di ogni differenza, unisce i dialoganti.
“Governo ed opposizione devono dialogare sulle riforme”. Un simile enunciato esprime, molto semplicemente, il fatto che governo ed opposizione, malgrado tutte le differenze, ritengono utili certe riforme, vogliono realizzarle insieme e cercano, dialogando, di raggiungere tale obiettivo. Un simile tipo di dialogo presuppone non solo il comune uso della ragione, la volontà di ascoltarsi e di prendere ognuno molto sul serio le ragioni dell'altro. Presuppone anche obiettivi ed interessi comuni, ed un comune sistema di valori di riferimento: non si potranno fare riforme democratiche con chi non crede nel valore della democrazia. Il dialogo politico richiede maggiore, non minore comunanza di idee, interessi e valori che non quello scientifico o filosofico. Nel suo dialogo Galileo discute razionalmente le sue tesi con il portavoce dell'aristotelismo. In politica un liberale non potrà mai dialogare con un neonazista.

Finora si è cercato di vedere cosa il dialogo è e quando si ha dialogo, forse vale però la pena di esaminare, per estensione, cosa il dialogo non è e quando non si ha dialogo. Molti equivoci sul “dialogo” nascono proprio dalla confusione fra ciò che è dialogo e ciò che non lo è.
Non si dialoga per battere, o peggio, distruggere l'interlocutore, si dialoga per risolvere dei problemi comuni o per avvicinarsi, insieme, alla verità. I dibattiti in cui si fa largo uso di richiami ai sentimenti, o a volgari trucchetti retorici non sono, a rigore, dei dialoghi. Interrompere il rivale, impedirgli di parlare alzando la voce, cercare di irretirlo con battute o risolini ironici non sono tecniche da dialogo. In una parola, il dialogo non è propaganda, il che non implica che non sia legittimo, in una certa misura, fare propaganda
Non si ha dialogo quando gli interlocutori non si ascoltano, e si limitano a ripetere sempre gli stessi argomenti, o, peggio, gli stessi slogan. Il dialogo fra sordi non è dialogo.
E non è dialogo neppure la lotta ideale e culturale, anche quella migliore, condotta con le armi della argomentazione più seria e rigorosa. Se io leggo il libro di un neonazista e mi accingo a confutarne le tesi, non sto dialogando con lui. Non mi interessa troppo convincerlo, so di non poterlo fare, con tutta probabilità. Forse lui neppure leggerà le mie critiche ed anche questo non mi preoccupa troppo. Mi interessa invece confutare le sue tesi deliranti perché non voglio che queste abbiano troppa presa sul pubblico. Mentre scriveva “la rabbia e l'orgoglio” la Fallaci non dialogava coi fondamentalisti islamici, né con chi in qualche modo li giustifica, anche se sottoponeva a critica serrata ed argomentata le tesi degli uni e degli altri.
E non sono dialogo neppure il negoziato o la trattativa. Il negoziato e la trattativa non mirano a raggiungere obiettivi, o a realizzare valori, almeno in parte comuni agli interlocutori, né ad avvicinarsi, insieme, al vero. Nel negoziato e nella trattativa le parti mirano ognuna a realizzare il proprio massimo interesse. Il mercanteggiare sul prezzo di un immobile non è un dialogo. Per questi motivi succede che si possa, a volte, trattare o negoziare con persone che hanno pochissimo in comune con noi. Si può trattare anche con un terrorista o un bandito, se hanno in mano degli ostaggi. Si può negoziare una tregua, anche una pace, con forze politiche nei cui confronti si prova una avversità totale. E non è un caso che il negoziato e la trattativa possano, a volte, essere sleali. Si può trattare con un terrorista che ha in mano degli ostaggi solo al fine di guadagnare tempo, ed intanto preparare un blitz. Un dialogo sleale è una autentica contraddizione in termini, non così una trattativa sleale. Questa può essere possibile e, a volte, meritoria. Riuscire ad ingannare un criminale che intende uccidere ostaggi innocenti è sleale, ma altamente morale.

Dialogare è forse l'attività più specificamente umana che si possa concepire. Gli animali non umani si combattono o si temono, vivono isolati o, più spesso, in branchi, ma non dialogano. Il dialogo presuppone il pensiero ed il linguaggio astratti, la capacità di distinguere concettualmente il vero dal falso ed il bene dal male, tutte cose umane, molto umane. Ma, come tutte le cose umane, il dialogo non è possibile sempre e comunque, con tutti, su tutto. Come moltissime attività umane il dialogo discrimina, ci mette in relazione con alcuni e non con altri. Posso dialogare con Tizio, perché esistono con lui interessi comuni, la comune volontà di discutere razionalmente, alcuni obiettivi e valori condivisi. Per gli stessi motivi non posso dialogare con Caio. Un dialogo con tutti, su tutto, per tutto non è solo impossibile, il suo stesso concetto è contraddittorio. Posso “dialogare” con chi mi sta per uccidere? O con un terrorista che sta per sgozzare un ostaggio? O con un bruto che sta stuprando una bambina? Gli ebrei che si avviavano alle camere a gas “dialogavano” con i loro aguzzini? E, se avessero scambiato qualche parola con loro questo sarebbe stato un “dialogo”? Riferito a simili situazioni il termine “dialogo” diventa insensato.
Dialogare sempre, con tutti, su tutto vuol dire privare il dialogo dei suoi presupposti, distruggerlo, renderlo privo di senso. Se è “dialogo” il grido di terrore, o di rabbia, o di sfida, della vittima nei confronti del carnefice, allora tutto è dialogo, ma, per lo stesso motivo, nulla lo è.
Ecco perché è una pura mistificazione la continua proposta di “dialogo” con i fondamentalisti islamici. I tagliagole dell'ISIS sono disposti a misurarsi razionalmente con noi, a farsi eventualmente convincere dai nostri, eventuali, buoni argomenti? Esistono, anche solo potenzialmente, alcuni obiettivi, interessi, valori, comuni fra noi e chi teorizza il califfato, o pensa che un cristiano debba pagare una tassa per poter adorare il suo Dio, o vuole la lapidazione delle adultere, o la pena di morte per apostati e bestemmiatori? Di cosa potremmo dialogare con chi ha abbattuto le torri gemelle, o ha messo le bombe nella metropolitana di Londra? Forse della quantità di esplosivo da usare? Con chi ha scelto la strada del rifiuto di ogni confronto si può combattere, a volte, negoziare, altre volte. Di certo non si può dialogare.
Tutto questo è molto intuitivo. Un bambino lo capisce. Gli occidentali buoni no, non lo vogliono capire.