domenica 19 luglio 2015

LO STERCO DEL DEMONIO


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Il denaro è un po’ come il sesso. Tutti o quasi ne sono attirati ma tutti o quasi mostrano una certa repulsione nei suoi confronti. Come il sesso il denaro è, dicono i moralisti, intrinsecamente un po’ sporco: è qualcosa che si desidera, che è bene avere, ma è anche corruttore, spinge l’uomo ad azioni spregevoli ed è esso stesso, in fondo, abbastanza spregevole. Il denaro appartiene alla dimensione dell’avere, anzi, ad una forma particolarmente alienante di questa dimensione. Grazie al denaro l’avere prevale sull’essere. Col denaro l’uomo può acquistare ciò che non ha e grazie a questa acquisizione diventa ciò che non è. Parafrasando Shakespeare e Goethe Marx afferma, nei Manoscritti economico filosofici: “Ciò che posso pagare, ciò che il mio denaro può comprare quello sono io stesso, il possessore del denaro medesimo. (…) le caratteristiche del denaro sono le mie stesse caratteristiche (..) ciò che io sono e posso non è quindi affatto determinato dalla mia individualità. Io sono brutto ma posso comprarmi la più bella fra le donne. E quindi non sono brutto (..) io, considerato come individuo, sono storpio ma il denaro mi procura ventiquattro gambe; quindi non sono storpio”. Il denaro fa di me ciò che io non sono, c’è del vero in questa affermazione, ma cosa significa realmente? Una cosa molto semplice ed importante: l'essere dell'uomo non è determinato unicamente dalle sue caratteristiche psicofisiche. Una fondamentale caratteristica dell’uomo è la sua capacità di modificare a propri fini il mondo circostante e questo influisce sulla sua stessa natura. Un tempo se un uomo nasceva privo di un arto era per sempre condannato ad una vita molto difficile, a volte invivibile. Oggi grazie alla tecnologia si possono costruire arti artificiali che permettono ai loro portatori una esistenza quasi normale. Questo significa che l’uomo odierno ha alienato da se la sua essenza autentica? Che l’avere ha prevalso sull’essere? No, significa che nell’essere dell’uomo è presente la dimensione dell’avere. Io sono ciò che sono anche grazie a ciò che ho, così come ho ciò che ho anche grazie a ciò che sono. L’avere non si identifica con l’essere ma non è neppure assolutamente contrapposto a questo. Il fatto di poter leggere, viaggiare, ascoltare musica, quindi avere dei libri, dei CD, dei mezzi di trasporto contribuisce a sviluppare le mie potenzialità, a bloccarne altre magari, quindi a fare di me ciò che sono.
Il denaro spinge l’uomo ad azioni spregevoli, è vero. Si uccide per denaro, ma si uccide anche per amore, passione, sesso. Si uccide per ideologia, religione, addirittura per noia. Si uccide perché si odia ma anche perché si ama, si ammazzano i nostri simili per freddo e lucido interesse ma anche per spassionato disinteresse. L’uomo compie azioni spregevoli quando egoisticamente antepone in maniera assoluta sé stesso agli altri e non obbedisce all’imperativo che ci obbliga a rispettare i nostri simili, ma compie azioni altrettanto se non ancora più spregevoli quando, spinto da idealistico e nobile altruismo, vorrebbe rendere felici tutti gli esseri umani. Alcuni fra i peggiori delitti della storia sono stati compiuti da uomini assolutamente disinteressati, pronti a sacrificare la propria vita, insieme a quella di milioni di altri, per quello che consideravano il bene dell’umanità.
L’uomo è capace di fare il male, è molto bravo a farlo. Pensare che sia la diabolica forza del denaro a spingere l’uomo al male significa scambiare l’effetto con la causa. L’uomo compie delitti (anche) per impossessarsi di denaro ma non è il denaro la causa dei delitti, la causa è la nostra capacità di compiere azioni malvagie. Addossare le nostre colpe allo “sterco del demonio” è solo un ingegnoso tentativo di auto assolverci.

Nessuno ha inventato il denaro. E’ sorto spontaneamente dall’interagire degli uomini; nessun governo ne ha programmato la comparsa. Forse per questo è tanto antipatico a chi crede nella assoluta superiorità della pianificazione sul mercato.
Gli esseri umani sono passati gradualmente dall’economia di auto consumo a quella di scambio (il che tra l’altro ha prodotto una considerevole diminuzione della violenza) e successivamente dal baratto all’uso di certi beni in funzione di denaro. Il processo che porta dal baratto al denaro è spontaneo: esistono dei beni che servono a tutti o quasi gli individui e che hanno caratteristiche che ne rendono particolarmente agevole la trasferibilità. Poniamo che A e B posseggano rispettivamente conigli e galline da scambiare e che sia A che B posseggano e desiderino avere pelli di castoro. Prima o poi A e B inizieranno a scambiare non galline con conigli ma galline e conigli con pelli di castoro. Un bene di largo consumo che tutti accettano diventa in questo modo gradualmente denaro. Nessuno ha deciso che le pelli di castoro diventino denaro, nessuno obbliga A e B ad accettarle come strumenti di pagamento, eppure gradualmente le normali transazioni fra gli esseri umani portano a questo risultato in partenza non voluto né programmato da nessuno. Un bene diventa denaro se è accettato come tale dalla grande maggioranza delle persone interessate agli scambi. E non si tratta di un processo che riguarda solo tempi antichissimi, avviene spesso sotto i nostri occhi ai giorni nostri. Un tempo non troppo lontano divennero nei fatti denaro i gettoni telefonici, oggi potrebbero diventarlo i ticket restourant che molte aziende distribuiscono ai loro dipendenti. Per andare su strumenti di pagamento più usati: assegni, bancomat, carte di credito sono ormai a pieno titolo sostituiti del denaro. Fino a quando non è consegnato per l’incasso e fino a che viene accettato come strumento di pagamento un assegno libero è a qualcosa di molto simile ad una banconota. Il fenomeno è tanto accentuato che le banconote legali ormai più che da strumento di pagamento assolvono al ruolo di riserva a garanzia della moneta bancaria in circolazione. E’ stata la graduale espansione del credito e dei depositi bancari a condurre a questo risultato.

Questo carattere spontaneo è stata la caratteristica di tutte le più importanti trasformazioni del denaro. Il passaggio dalla moneta aurea alla carta moneta è avvenuto in diverse fasi, non decise in anticipo da alcun governo. Ricchi mercanti depositavano nelle banche grosse quantità di monete auree e le banche rilasciavano loro dei biglietti che ne attestavano la proprietà. Lentamente i mercanti iniziarono ad usare questi biglietti per regolare le loro transazioni. Tizio vendeva certi beni a Caio per 100 monete d’oro e Caio dava a Tizio non 100 monete ma un biglietto attestante che nella banca X egli aveva in deposito 100 monete; presentandosi alla banca Tizio esibiva il biglietto e poteva ottenere il rilascio delle monete. In questo modo, lentamente, la circolazione dei biglietti affiancò quella delle monete. Il passo veramente decisivo però fu un altro. I banchieri si resero conto che le monete che dovevano effettivamente restituire ai loro legittimi proprietari erano solo una piccola parte di quelle conservate nei loro forzieri. Iniziarono allora a dare in prestito il denaro dei loro depositanti. X, Y e Z depositavano monete per 100 e la banca concedeva prestiti a W, K ed R per un importo pari a 80. Il 20 che restava era sufficiente per far fronte alle eventuali domande di rimborso dell’oro da parte dei depositanti. Inoltre anche coloro che avevano ottenuto credito non portavano con se l’oro ma lo lasciavano depositato ed avevano biglietti che attestavano la loro proprietà di certe quantità di monete auree. Era iniziato quello che in gergo tecnico si chiama effetto leva: l’attività di intermediazione creditizia moltiplica la liquidità che circola in un paese, gli strumenti di pagamento hanno un valore facciale superiore al valore dell’oro che essi rappresentano. Questo processo non ha fatto che ampliarsi fino ai nostri giorni. Oggi la funzione che fu ieri dall’oro è svolta in parte dalla carta moneta. La moneta bancaria in circolazione (assegni, carte di credito ecc) supera il valore delle banconote depositate presso le banche. Se per ipotesi tutti i depositanti dovessero presentarsi agli sportelli per ritirare il loro denaro le banche non potrebbero far fronte alle loro richieste, la porta sarebbe aperta al fallimento e fallendo le banche trascinerebbero nella rovina molte altre imprese.

E’ quasi un luogo comune legare il denaro al più crasso materialismo eppure nulla è più immateriale del denaro, se si escludono, naturalmente, le anime di noi poveri peccatori. Un tempo facevano funzione di denaro i più svariati oggetti: pelli, pesci essiccati, conchiglie, balle di tabacco. Poi questo ruolo è stato svolto dai metalli preziosi, poi dalle banconote cartacee e poi ancora dagli assegni e dalle varie forme di moneta bancaria. Oggi il denaro quasi non esiste, o meglio, esiste assai spesso nella forma eterea di un segnale elettronico, di una cifra che compare nel monitor di un computer. Una cifra, un numero bianco o azzurrino e davanti a quel numero una D o una A, un segno + o un segno – e quel segno, quella lettera, stanno ad indicare se sei ricco o sei povero, se hai un debito o un credito. Cosa potrebbe esserci di meno materiale? Cosa di più genuinamente spirituale? Il denaro è l’essenza pura della ricchezza, la sua anima; è ricchezza che non ha forma alcuna perché nello scambio può assumere ogni forma. Non solo, questa ricchezza spiritualizzata è molto vicina all’anima di ognuno di noi, alla nostra psiche. I nostri stati mentali influiscono profondamente sul valore del denaro, nel denaro si riflettono molte nostre paure, molte nostre speranze, progetti, aspettative. Si pensi alla borsa: se tutti o molti pensano che si sia alla vigilia di una fase espansiva il valore dei titoli sale, se invece prevale la sensazione che una crisi sia alle porte possono verificarsi disastrosi crolli. La stabilità del sistema bancario, quindi delle borse, quindi dell’economia nel suo complesso è intimamente legata ad un fattore psicologico, ad una propensione dell’animo umano e questa si chiama fiducia.Se per un qualsiasi motivo una banca perde la fiducia dei suoi depositanti la via al fallimento è aperta. E il fallimento di una banca, o almeno di una grande banca, è qualcosa di molto pericoloso. La sfiducia determina la corsa al prelievo: i depositanti temono che la banca non possa far fronte ai propri debiti e ritirano il denaro che hanno depositato. Ma nessuna banca può far fronte all’assalto ai propri sportelli, non esiste in nessuna banca una liquidità che le permetta di restituire tutti i depositi. Per cercare di far fronte all’assalto agli sportelli la banca deve chiedere la restituzione delle somme date in prestito agli investitori. Neppure questi però possono disporre di tali somme: esse sono state investite, con quelle somme si sono acquistati macchinari, materie prime, si sono pagarti operai e impiegati. Il fallimento della banca porta con se il fallimento di altre imprese e questo contagia altre banche e così via. Può scatenarsi un incontrollabile effetto domino dalle conseguenze imprevedibili. Le autorità monetarie naturalmente (e giustamente) non lasciano che le cose vadano in questo modo, intervengono iniettando liquidità nel sistema, si accollano una parte delle perdite, contribuiscono a ricreare un clima di fiducia. Devono farlo ed è bene che lo facciano se si vuole evitare il disastro.

Quello che è avvenuto negli Stai Uniti con la crisi dei mutui del 2008 è indicativo a questo proposito. C’è stata per anni negli Usa una grande espansione del mercato dei mutui. Le banche hanno iniziato a concedere mutui senza troppo badare alla capacità di rimborso dei mutuatari. Mutui al 100%, mutui con scadenza trentennale, mutui a persone con scarsi redditi. I crediti derivanti dai mutui sono stati poi cartolarizzati. Il procedimento è semplice. La banca vende il proprio credito nei confronti dei mutuatari ad una società che lo trasforma in obbligazioni e vende a sua volta queste obbligazioni sul mercato. Nel meccanismo non c’è nulla di diabolico: serve ad immettere nuove dosi di liquidità nel sistema e la liquidità, lo si è già detto, si trasforma in investimenti, produzione, occupazione. Ma se ad un certo punto i mutuatari cessano di pagare le rate dei mutui le cose si complicano, il sistema rischia di entrare in crisi con conseguenze catastrofiche (amplificate dal fatto che le obbligazioni garantite dai mutui sono intanto finite in fondi di investimento mobiliare, addirittura in fondi pensione). E non occorre che i mutuatari non paghino davvero, basta che il pubblico abbia la sensazione che questi potrebbero non pagare. I possessori di obbligazioni garantite da mutui le vendono, il valore di titoli crolla e con questo la fiducia nelle banche o nei fondi che li hanno in portafoglio. Solo interventi assai forti delle autorità monetarie possono, raddrizzare la situazione.
La genesi della crisi greca è diversa ma, alla base di tutto, sta sempre un livello patologico di indebitamento.
In Grecia i vari governi hanno creduto di potere garantire, insieme, un pressione fiscale molto bassa ed una elevatissima spesa pubblica improduttiva. Per cercare di tenere in piedi la baracca lo stato si è indebitato oltre misura, e molti dei suoi titoli sono finiti, come sempre accade, nei portafogli di banche greche e in seguito di banche straniere. Quando è apparso chiaro che lo stato greco non era in grado di far fronte ai suoi impegni c'è stato un crollo di fiducia nei confronti del sistema Grecia. Le banche estere hanno cercato di ridurre la loro esposizione nei confronti di quelle greche, i depositi sono crollati e le banche elleniche si sono trovate di fronte ad una spaventosa crisi di liquidità. Il resto è storia nota. Ancora una volta l'illusione di creare ricchezza semplicemente indebitandosi si è rivelata per quella che è: una illusione, molto pericolosa.
Il denaro è allora davvero qualcosa di diabolico? La finanza un veleno per l’economia? No, ovviamente. Perché se è vero che denaro e finanza possono innescare moltiplicatori negativi possono innescarne, e di fatto ne innescano, anche di positivi. L’economia è tutta fondata sulla anticipazione. Nel processo produttivo i costi precedono i ricavi, i debiti i crediti. Non esiste in economia un equilibrio assoluto, una situazione statica in cui tutti i debitori potrebbero pagare i loro debiti e tutti i creditori riscuotere i loro crediti dall’oggi al domani. L’economa è per definizione squilibrio, esposizione. Cosa fa si che lo squilibrio si trasformi o meno in crisi, l’indebitamento in crollo o in sviluppo del sistema? Sostanzialmente un rapporto equilibrato o squilibrato fra economia reale ed economia monetaria. L'immissione di liquidità nel sistema può stimolare la crescita, se però la liquidità diventa eccessiva, se passa l'idea che l'indebitamento, pubblico o privato, possa sostituire la produzione di beni e servizi, ci si può trovare nel bel mezzo di crisi di dimensioni catastrofiche.

Solo le economie di mercato sono in senso proprio economie monetarie. L’economia sovietica, o quella della Cina di Mao, non erano economie monetarie. Quando una autorità centrale decide cosa, quanto e come produrre il denaro non è strumento di scambio e misura del valore, è solo un mezzo per rendere più agevole la distribuzione dei prodotti. Il pianificatore decide di produrre tot beni e decide di distribuirli in un certo modo alla popolazione; potrebbe effettuare direttamente la distribuzione ma ciò è troppo complesso, dà allora ai cittadini dei buoni merce (impropriamente in questo caso chiamati denaro) con cui questi possono ottenere ciò che il pianificatore ha deciso che deve spettare loro.
In una economia libera il mercato seleziona gli investimenti indirizzandoli verso i settori in cui essi si riveleranno più produttivi. Chi investe in beni e servizi che non incontrano i gusti dei consumatori vedrà inesorabilmente svalorizzarsi il suo capitale. Nel caso di un’economia pianificata centralmente le cose sono ben diverse. Qui lo stato è padrone di tutto e non teme le scelte dei consumatori, non può andare incontro a fallimenti o crisi. Lo stato pianificatore non ha bisogno di vendere ciò che produce e neppure ha bisogno di fare degli utili: ha già in mano tutto, nessun imprenditore concorrente lo insidia, il suo capitale non può essere svalorizzato perché il valore riguarda gli scambi e lo stato centralizzato non deve scambiare nulla con nessuno. Se lo stato decide di produrre beni che non piacciono ai consumatori a star male saranno solo loro. E’ capitato nella Russia staliniana che alcune fabbriche di scarpe producessero paia di scarpe entrambe sinistre o destre. Per un imprenditore privato questo sarebbe stata una tragedia, nella Russia staliniana la tragedia c’è stata solo per i consumatori: questi potevano scegliere solo se calzare scarpe destre nei piedi sinistri o non avere scarpe.
Dotato di un potere enorme lo stato pianificatore non è in grado di sapere quali sono le effettive preferenze dei consumatori, non esiste il meccanismo del mercato che lo indirizza in questo senso. E anche se fosse in grado di conoscere queste preferenze allo stato pianificatore ciò non interesserebbe più di tanto. Ciò che è avvenuto nella vecchia Unione sovietica, in Cina e in pressoché tutti i paesi comunisti è a questo proposito indicativo. Scelte economiche che hanno di fatto condannato a morte milioni di persone sono state prese nelle stanze del politboureau, con assoluta nonchalance. Stalin decide che tot milioni di tonnellate di grano devono essere trasferite dalle campagne alle città e questo viene fatto. E se i contadini non intendono trasferire il loro grano? Se chiedono che venga pagato loro ad un certo prezzo? Peggio per loro. L’economia centralmente e totalmente pianificata è una economia di comando, slegata da ogni considerazione sui gusti e le preferenze del pubblico. Non conosce, è vero, fallimenti, squilibri, crisi, ma questo solo perché è totalmente indifferente ai bisogni dei consumatori. Le sofferenze che una siffatta economia riserva agli esseri umani si sono dimostrate enormemente più gravi di quelle che può provocare la peggiore delle crisi capitalistiche.
Forse il denaro è davvero lo sterco del demonio. Ma, pur dando il giusto peso ai problemi spesso molto gravi cui vanno incontro le economie monetarie, possiamo dire: ben vanga un tale sterco.

giovedì 9 luglio 2015

VIOLENZA, DENARO E RELIGIONE





Un po' di logica, molto alla buona.


Non si uccide in nome di Dio”. Dopo ogni grosso attentato, cioè, più o meno ogni due, tre mesi, tutti ripetono questa filastrocca. Da Matteo Renzi a papa Francesco, dal capo dello stato all'ultimo utente di FB è un coro: “non si uccide in nome di Dio”. Quelli che dicono di uccidere in nome di Dio mentono, è chiaro, evidente, lapalissiano. Perché? Ma è semplice, mentono perché … “non si uccide in nome di Dio”. Semplice vero?

L'enunciato “non si uccide in nome di Dio” può essere inteso in due modi diversi. Può essere un enunciato normativo o descrittivo. Nel primo caso andrebbe meglio espresso con: “non si deve uccidere in nome di Dio” o “è male uccidere in nome di Dio”, nel secondo sarebbe più corretto sostituire al generico: “non si uccide in nome di Dio” il meno fuorviante: “nessuno uccide in nome di Dio”. Con un simile enunciato non si esprime un imperativo etico, si constata uno stato di cose: gli uomini non uccidono in nome di Dio, esattamente come non vivono senza respirare o non possono volare senza l'ausilio di mezzi meccanici.
Abili sofisti però lasciano indeterminata la forma dell'enunciato di cui stiamo parlando e costruiscono con questo allettanti sillogismi. Vediamoli un po'.
Prendiamo l'enunciato nella sua forma normativa e costruiamo con questo il
Sillogismo 1
Premessa maggiore: Non si deve uccidere in nome di Dio.
Premessa minore: Tizio uccide in nome di Dio.
Conclusione: Tizio ha violato l'imperativo etico che vieta di uccidere in nome di Dio.
Tutto a posto, niente da aggiungere.
Proviamo ora ad usare in un sillogismo il nostro enunciato nella sua forma descrittiva.
Sillogismo 2
Premessa maggiore: Non si uccide in nome di Dio (le cose stanno così e così: nessun uomo uccide in nome di Dio)
Premessa minore: Tizio uccide in nome di Dio
Conclusione: Tizio non è un uomo (oppure, se vogliamo essere formalmente meno rigorosi, Tizio mente quando dice di uccidere in nome di Dio)
Come l'uno anche il due è formalmente corretto, tanto che da esso astuti sofisti ricavano il
Sillogismo 3
Premessa maggiore: L'Islam è una religione di pace e amore
Premessa minore: I militanti dell'Isis odiano e fanno guerre
Conclusione: L'Isis non ha nulla a che fare con l'Islam.
Evviva! Evviva! La pace, il dialogo, l'amore sono salvi!!!

I sillogismi due e tre sono, come l'uno, formalmente corretti, ma, descrivono anche stati di cose veri? il problema sta tutto nelle premesse. Se è vero che nessun uomo uccide in nome di Dio allora è vero che, se Tizio afferma di assassinare Caio in nome di Dio, mente o non è un uomo, esattamente come è vero che, se l'Islam è una religione di pace e amore, allora l'Isis con l'Islam non ha nulla a che vedere Ma, sono vere le premesse? Il problemino sta tutto qui. Problemino non da poco.
In materia empirica le premesse di un sillogismo si ricavano dalla esperienza sensibile. “Tutti gli uomini sono mortali, Socrate è un uomo, quindi Socrate è mortale”, recita il più noto dei sillogismi. Ma, chi ci autorizza a dire che “tutti gli uomini sono mortali”? E' forse logicamente impossibile che tutti o alcuni uomini siano immortali? No, ovviamente, sono l'esperienza e l'inferenza induttiva a spingerci a ritenere mortali tutti gli uomini. Chi dice che “non si uccide in nome di Dio” o che “l'Islam è una religione di pace ed amore” ha quindi l'obbligo di esibire i fatti empirici che confermano la sua asserzione. Se non lo fa le sue sono semplici affermazioni apodittiche, mera espressione di desideri. Hanno lo stesso valore di verità di un pugno sbattuto sul tavolo.
Eppure è proprio questo confronto con i fatti ciò che gli occidentali politicamente corretti si rifiutano di fare. Invece di esibire i dati dell'esperienza che dovrebbero confermare l'affermazione secondo cui “l'Islam è una religione di pace ed amore” costoro privano di valore probatorio i dati che smentiscono tale affermazione.. precisamente perché la smentiscono! Non è più l'esperienza a conferire valore di verità alle affermazioni a priori, sono le affermazioni a priori a conferire valore di verità all'esperienza. L'Islam è una religione di pace, dicono, “quindi” se un islamico spara a casaccio sulla folla non è un vero islamico. Un po' come dire: “i leoni non sono carnivori, se un leone divora una gazzella non è un vero leone”. Logica davvero ineccepibile!

Un po' di storia, molto alla buona.

Una cosa va subito sottolineata. Coloro che annoiano mezzo mondo ripetendo la litania secondo cui l'Islam è una religione di pace, o non si uccide in nome di Dio, non si limitano spesso ad affermare che i terroristi sbagliano o interpretano male il loro credo. No, affermano che quelli con questo non hanno proprio nulla a che fare. Una cosa è l'Islam altra cosa il terrorismo, dicono. Fra una religione, qualunque essa sia, ed i crimini commessi in nome di Dio non esisterebbe nesso alcuno. Il deputato grillino Manlio di Stefano lo ha detto chiaramente: il terrorismo islamico non esiste. Molti hanno preso le distanze dalle sue affermazioni, ma queste hanno per lo meno il merito della coerenza: se davvero l'Islam è, nella sua interezza, una religione di pace come può esistere il terrorismo islamico? Più in generale, se davvero non si uccide in nome di Dio le innumerevoli guerre di religione che hanno insanguinato mezzo mondo, i massacri di eretici, i roghi, le torture diventano qualcosa di estraneo alla religione, la storia va riscritta.
La guerra dei 30 anni, le guerre di religione in Francia, l'editto di Nantes e la sua revoca, la strage degli Ugonotti, la sacra Inquisizione, il Torquemada che controlla sulla sincerità delle conversioni degli ebrei al cristianesimo, e ne fa bruciare un sacco; e poi le crociate l'espansione dell'Islam in Europa le battaglie di Poitiers e di Lepanto, l'assedio di Vienna del 1529, i massacri fra sciiti e sunniti, e quelli fra musulmani ed induisti, le guerre fra India e Pakistan... ingenuamente credevamo che tutto questo con la religione avesse qualcosa a che fare. Sbagliavamo. In nome di Dio non si uccide, mai. La violenza religiosa non esiste, non è mai esistita.
“Crociate, strage degli Ugonotti, inquisizione, roghi, davvero credete che la religione c'entri qualcosa in tutto questo?” domandano beffardi coloro che affermano che non si uccide in nome di Dio. “Siete ingenui”, proseguono, “dietro a roghi, inquisizioni e massacri per la religione c'è... il Dio denaro, svegliatevi ingenui!”

Si, il Dio denaro, come mai non ci avevamo pensato prima? Roghi inquisizioni, guerre massacri, tutta roba che riguarda non la religione ma il profitto, più semplice di così...
Però, la cosa appare un po' strana. Si, strana, perché non appena la borghesia diventa classe egemone ed il capitalismo si espande in Europa i massacri di questo tipo cessano o si riducono in maniera esponenziale. Nell'Inghilterra della rivoluzione industriale non si bruciano gli eretici sulla pubblica piazza, né si mandano le streghe al rogo nell'Italia post risorgimentale. E oggi nelle liberal democrazie affamate di profitto non si taglia la testa agli apostati ed ai bestemmiatori né si lapidano le adultere. Alla base di ogni crimine c'è il “Dio denaro”, però, stranamente, nei paesi in cui il “Dio denaro” domina incontrastato certi crimini non si commettono. Li si commette invece in quei paesi in cui la gente passa gran parte del suo tempo impegnata a pregare. Stranezze, coincidenze.
Sarcasmi a parte, eliminando la violenza religiosa dalla storia si trasforma la storia reale in un mistero metafisico. I fatti con la loro concretezza scompaiono e vengono sostituiti da fumose generalizzazioni che sfuggono ad ogni possibilità di controllo e verifica. Il “denaro” starebbe dietro alle guerre di religione in Francia, all'espansione dell'Islam in Europa o ai tribunali della Santa inquisizione. Peccato che il denaro circolasse anche nella Grecia antica e non abbia mai dato origine a fenomeni di questo genere.

Certo, il desiderio di denaro e ricchezza è una motivazione importante dell'agire umano e una spiegazione di molti eventi storici. Ma si tratta, appunto, di una delle motivazioni e delle spiegazioni. Farne l'unica, o sempre e comunque la più importante, o peggio, quella che riduce tutte le altre al ruolo di “mascherature” costituisce una mistificazione colossale. Una mistificazione che, fra le altre cose, rende incomprensibile la stessa storia della Chiesa.
Come tutti sanno (a parte forse il deputato grillino Manlio di Stefano) fra i suoi santi la Chiesa cattolica annovera Ignazio di Layola, Roberto Ballarmino e Tommaso d'Aquino. Ora, Ignazio di Layola fondò nel 1534 la compagnia di Gesù e ne divenne generale. E' noto quale sia stato il ruolo della compagnia di Gesù nella caccia a streghe, ebrei ed eretici. Roberto Ballarmino, educato dai gesuiti, è l'uomo che, sia pure di malavoglia, fece bruciare vivo Giordano Bruno e condannare Galileo. Tommaso d'Aquino non ha colpe di questo genere, ma non era certo contrario ad ogni forma di violenza religiosa. Scrive infatti l'aquinate sugli eretici:
“Alla Chiesa è presente la misericordia, che tende a convertire gli erranti. Essa perciò non condanna subito, ma "dopo la prima e la seconda ammonizione", come insegna l'Apostolo. Dopo di che, se l'eretico rimane ostinato, la Chiesa, disperando della sua conversione, provvede alla salvezza degli altri, separandolo da sé con la sentenza di scomunica; e finalmente lo abbandona al giudizio civile, o secolare, per toglierlo dal mondo con la morte.
Non è mia intenzione, ovviamente, emettere frettolose ed antistoriche condanne etiche contro personaggi come Tommaso o Ignazio. Quello che mi preme sottolineare è che questi santi ancora oggi celebrati dalla Chiesa, e la cui dottrina, nel caso di Tommaso, costituisce ancora la base della filosofia cristiana, teorizzano, o addirittura praticano, la violenza in nome di Dio. Si tratta di “falsi” cristiani? Ballardino era un finanziere travestito da cardinale? E Tommaso era un avido capitalista? Non scherziamo. Si riduca la violenza in nome di Dio a finzione o mascheratura e la stessa Chiesa, la sua storia, la sua dottrina diventano un enigma insolubile.

Sotto c'è sempre qualche complotto...

I terroristi islamici rendono la vita difficile agli occidentali politicamente corretti. Questi vorrebbero assolvere l'Islam da ogni addebito, ridurre i crimini che periodicamente insanguinano il mondo ad una serie di atti isolati, finanziati e resi possibili da chi mira solo al “Dio denaro”. I terroristi però sembrano divertirsi a mettere ostacoli all'azione disinteressata degli occidentali trasudanti “bontà”. I terroristi firmano i loro attentati, dicono chiaramente di aver di mira gli infedeli in quanto tali, di perseguire l'espansione dell'Islam.
Gli occidentali “buoni” parlano di “disagio sociale” e loro, i tagliagole, affermano chiaramente di non sentire alcun “disagio”, ma solo una gran rabbia contro il corrotto occidente. I “buoni” parlano di dialogo ed integrazione e loro, i terroristi, affermano a chiare lettere di non voler alcun dialogo ed alcuna integrazione, gli angioletti occidentali dicono che sotto al terrorismo agisce il “Dio denaro” e loro, i fondamentalisti assassini, gridano che dietro alle loro azioni c'è solo l'unico vero Dio, che di certo
non coincide col “Dio denaro”. I fondamentalisti assomigliano moltissimo ad un imputato che non vuole essere difeso ma rivendica orgogliosamente le sue azioni e si prende gioco del suo povero e volonteroso avvocato.
Il quale tuttavia non cessa i suoi sforzi. Apparentemente il suo compito è disperato. Come negare il legame fra Islam e fondamentalismo quando questo è affermato, gridato dagli interessati? Gridato, si badi bene, non da singoli individui o sparuti gruppi. No, gridato in alcune occasioni da grandi masse fanatizzate. Un giornale pubblica vignette sgradite e nel mondo islamico scendono in piazza a milioni, vengono assalite ambasciate, uccisi occidentali, bruciate chiese. Papa Benedetto avanza alcune critiche al concetto di guerra santa ed enormi folle urlano il loro sdegno. Dopo gli attentati dell'undici settembre a Gaza si sono festeggiati i tremila e passa morti americani. Si potrebbe continuare ma sono fatti abbastanza noti.
Ma loro, i volonterosi avvocati, non demordono. Hanno in mano un'ottima carta. Tutto sembra confermare che il terrorismo islamico esiste ed è proprio quello che è:
terrorismo islamico, ma le cose stanno diversamente. Oscuri personaggi tramano nell'ombra per far si che le cose appaiano in un certo modo mentre stanno in realtà in maniera completamente diversa. Certo che “confessano” i vari attentatori islamici: in realtà si tratta di agenti della Cia e del Mossad che vogliono diffondere nel mondo l'”islamofobia”. Gli attentati dell'undici settembre sono stati organizzati dalla Cia, lo sanno tutti. E, gli altri? Chissà, forse anche quelli... e se non basta la Cia c'è il Mossad, la finanza ebraica, il sionismo internazionale. E le folle urlanti? Le ambasciate prese d'assalto? Le chiese bruciate? Reazioni rabbiose alla cui base ci sono povertà e disagio e, naturalmente, l'azione sobillatrice dei soliti agenti della Cia e del Mossad. Chissà, forse nel mondo ci sono varie centinaia di milioni, forse un buon miliardo di agenti della Cia e del Mossad.
La teoria del complotto fornisce agli occidentali buoni la chiave che apre tutte le porte. A noi, poveri ingenui, sembra che ovunque nel mondo il fondamentalismo aggredisca, distrugga, massacri. Le cose stanno ben diversamente: dietro a stragi e devastazioni ci sono i diabolici congiurati, chiaro no?
Ovviamente i paranoici angioletti della bontà non esibiscono prova alcuna delle loro teorie farneticanti, ma, cosa conta? Lo sanno tutti: la mancanza di prove dimostra solo la diabolica abilità dei congiurati. Chi teorizza complotti ovunque ha sempre ragione, per definizione. Però, chi non crede alle paranoie dei “buoni” politicamente corretti potrebbe avanzare una piccolissima obiezione: chi ci assicura che non siano
loro, i “buoni”, i veri congiurati? Che non siano loro a complottare per destabilizzare, con le loro teorie, l'occidente? Se, come recitava il titolo di un testo complottista, “tutto ciò che sai è falso” come posso considerare vera l'affermazione secondo cui è falso tutto ciò che so? La logica non è il forte degli angeli della bontà.


Le “vere cause”

Le varie teorie del complotto sono in fondo la variante paranoica di quella che potremmo definire la teoria della “vere cause”. Dietro ai fenomeni, si dice, agiscono cause profonde che non possono, in linea di principio, essere a loro volta fenomenizzate. Tizio, per fare un esempio, uccide Caio perché lo ritiene un “infedele”. Tutta l'evidenza sensibile prova la natura religiosa dell'omicidio, ma questo non impensierisce il teorico delle “vere cause”. In realtà Tizio ha ucciso Caio perché vittima di un “disagio sociale”. Serve a poco ribattere che Tizio dichiara di non provare alcun disagio o invitare chi parla di “disagio” ad esibire qualche prova empiricamente constatabile. Queste prove, se fossero esibite, avrebbero a loro volta qualche misteriosa “vera causa” che le spiega e così via, all'infinito. Il teorico delle “vere cause” pretende che gli si creda sulla parola: la realtà sensibile, tutto ciò che è controllabile e verificabile, conta poco, ciò che davvero conta è l'essenza profonda del mondo, di cui solo lui è a conoscenza.
Le guerre di religione sono il campo in cui la fantasia del teorico delle “vere cause” si sbizzarrisce al massimo. “Voi parlate di crociate, di guerre fra cattolici e protestanti, fra sciiti e sunniti, ma siete degli inguaribili ingenui”, dice. “Dietro a crociate e guerre di religione stanno ben precisi interessi materiali, il denaro, il commercio, il profitto.
Quelle sono le cause vere di ciò che voi, ingenuamente, attribuite alla religione”. Quando parla di queste cose il teorico delle “vere cause” è a volte tanto magnanimo da argomentare ciò che afferma, si spinge fino ad esibire qualche evidenza empirica a sostegno delle sue affermazioni. “Le crociate hanno aperto la strada a scambi col vicino oriente”, esclama trionfante; anche ammesso che ce ne fosse bisogno, quale prova migliore del carattere economico delle guerre per il Santo Sepolcro?

In realtà ad essere un inguaribile ingenuo è proprio il teorico delle “vere cause”. Egli neppure si avvede che i suoi discorsi sono perfettamente reversibili. Si, perché se è fin troppo facile affermare che le “vere cause” di una guerra religiosa sono, ad esempio, economiche, è altrettanto facile affermare che le “vere cause” di una guerra chiaramente economica sono, “in realtà”, religiose. Le crociate, si dice, hanno aperto nuove vie di scambio, quindi non di guerre religiose ma commerciali si è trattato. Però si potrebbe anche dire che le crociate hanno portato prima ad un incremento poi ad un riflusso della cristianità quindi sono state guerre solo ed unicamente religiose. In realtà ogni guerra, e, più in generale, ogni evento importante, ha cause e conseguenze molteplici. Una guerra ha conseguenze in praticamente tutti campi della vita dei popoli: politici, sociali, religiosi, economici, culturali. Invece di analizzare queste conseguenze il teorico delle “vere cause” cosa fa? Ne prende una, la isola dalle altre, ne muta il segno e la fa diventare la causa “vera” dell'evento che la ha provocata. Una guerra di religione ha avuto, fra le altre, anche la conseguenza di un incremento dei traffici? L'incremento dei traffici, quindi il commercio, quindi il “Dio denaro”, è stata in realtà la causa vera dei quella guerra. Non
una della cause, la cui importanza va analizzata empiricamente nel suo rapporto con le altre, no, la causa unica, quella che riduce le altre al ruolo di “maschere ideologiche”.

I teorici delle “vere cause” fanno a volte una distinzione molto netta fra le motivazioni di una guerra diffuse a livello di massa, ad esempio il diffondersi di ideologie irrazionali o del fanatismo religioso, e le cause “autentiche”, quelle che motivano il comportamento dei leader. Le motivazioni religiose, e più in generale ideologiche, delle guerre, sostengono, servono solo da specchietto per le allodole: inducono i popoli a massacrarsi in nome della fede mentre i caporioni pensano solo a denaro e potere. Si tratta di una analisi sostanzialmente errata. Molto spesso sono i leader più che i popoli ad essere schiavi di lugubri ossessioni ideologiche o religiose: l'antisemitismo di Hitler era di certo più violento di quello della media dei tedeschi. Ma, prendiamo pure per buona una simile analisi, e allora? Anche se fosse vero che le motivazioni religiose sono solo una “specchietto per le allodole” occorrerebbe rispondere alla domanda: perché mai questo specchietto è
necessario? Potrebbe scoppiare un conflitto senza il coinvolgimento delle masse reso possibile da questo "specchietto"? Ammettiamo pure che i caporioni dell'Isis siano sotto sotto dei miscredenti assetati di denaro e che il richiamo all'Islam serva loro solo per fare adepti. Non è vero, ma anche se lo fosse, cosa cambierebbe? E' quel richiamo a rendere possibile l'esistenza stessa del califfato e della jhiad, è il fanatismo religioso a determinare i fini della guerra che l'Isis combatte, le sue caratteristiche, la sua forma. Che i caporioni dell'Isis o di Hammas di nascosto vadano a puttane, bevano alcool o mangino carne di maiale è del tutto secondario. Arafat aveva un tesoro ben celato in banche estere, ma questo non cambiava in nulla la natura della sua guerra ideologico religiosa contro Israele. Se, per incrementare il suo tesoro, Arafat avesse riconosciuto Gerusalemme quale capitale dello stato ebraico i suoi seguaci lo avrebbero fatto a pezzi. Pensare che si possano mobilitare le masse su obiettivi religiosi e poi condurre una guerra che con questi non ha relazione alcuna è una idiozia di dimensioni galattiche.

La teoria delle vere cause altro non è che una variante del marxiano materialismo storico. Variante assai rozza, tra l'altro. Perché mentre il materialismo storico di Marx si basa su una analisi approfondita, anche se discutibilissima, del modo di produzione capitalistico, la teoria odierna delle “vere cause” poggia su una sorta di criminalizzazione dei singoli capitalisti, o dei “caporioni", o dei politici corrotti. Il teorico delle “vere cause” vede dietro ad ogni evento rilevante le manovre delle multinazionali, gli intrighi dei politicanti, la brama di petrolio di questo o quel petroliere. Il valore conoscitivo delle sue chiacchiere non è superiore a quello di una telenovela.


Denaro, fine e/o mezzo


Tutti i discorsi di coloro che negano qualsiasi legame fra religione e violenza, e pretendono di ricondurre le guerre sempre e comunque al “Dio denaro”, si basano in fondo su una convinzione: esiste una motivazione unica o quanto meno assolutamente preponderante del comportamento umano e questa si identifica col desiderio di denaro e ricchezza. Ora, è certo che il desiderio di denaro e benessere materiale è una motivazione potente dell'agire umano.
Tutti o quasi gli esseri umani mirano ad una certa quantità di denaro e ad un certo livello di benessere, e per alcuni questa è la motivazione prevalente, a volte assolutamente prevalente, del loro comportamento. Non è vero però che questa sia la motivazione unica, o assolutamente prevalente, per TUTTI.
Considerare il desiderio di denaro e benessere materiale la motivazione assolutamente prioritaria, se non unica, del comportamento umano, costituisce un grossolano errore che è possibile verificare empiricamente, tuttavia si tratta di un errore abbastanza spiegabile, una sorta di illusione ottica causata dalla funzione stessa che il denaro ha nella vita sociale. Cerchiamo di spiegarci.
Anche se per molti il “far soldi” costituisce il fine prevalente della propria vita, Il denaro, a ben vedere le cose,
non è un fine, ma un semplice mezzo, e questa constatazione dovrebbe spegnere gli ardori di chi lo considera la motivazione unica dell'agire umano. Si tratta però di un mezzo assolutamente necessario alla realizzazione di una enorme quantità di fini. Il denaro serve ad assicurarci un certo benessere materiale, ma serve anche a tante cose che con l'incremento del benessere individuale hanno scarse relazioni. Il denaro serve all'egoista come all'altruista, a chi mira solo al benessere materiale come a chi intende dedicare la sua vita all'arte, o alla ricerca, o alla politica. Uno scienziato, un musicista, un pittore hanno bisogno di denaro, ne hanno bisogno non solo per mangiare, avere un tetto e vestirsi, ma anche per poter svolgere l'attività di scienziato, musicista e pittore. Chi contrappone il “vile” denaro alle “superiori” attività spirituali dimentica che lo “sterco del demonio” serve anche per queste superiori attività. I romani dicevano “homo sine pecunia imago mortis”, l'uomo senza denaro è l'immagine della morte. Molti hanno visto in questo detto la prova del volgare materialismo dei romani antichi, in realtà si tratta di una descrizione forse esagerata ma tutto sommato fedele della realtà.
Quasi tutte le attività umane sono collegate in un modo o nell'altro al denaro, questo è vero. Non è vero però che tutte o quasi le attività legate al denaro abbiano nel denaro stesso, e nel benessere che questo assicura, il loro fine
. Un artista deve avere una certa quantità di denaro per svolgere la sua attività artistica, ma non svolge questa attività per denaro, quantomeno, non solo per denaro. Anche un grande imprenditore, a pensarci bene, non investe il proprio capitale per far soldi ma fa soldi per aumentare il capitale da investire. Anche se sono a volte “ricchi da far schifo” molti imprenditori pensano assai più al peso ed all'importanza della propria azienda che al benessere privato che questa assicura loro. Tutti abbiamo bisogno di denaro ed in una certa misura questo è per noi anche un fine. Ma non è per tutti solo un fine. Per molti è anche, a volte soprattutto, un mezzo che serve per raggiungere fini che col mero incremento del benessere materiale hanno poco a che vedere.

C'è chi svolge certe attività per avere del denaro, c'è invece chi vuole avere del denaro per poter svolgere certe attività, la differenza fra questi diversi atteggiamenti è importante ma non viene sempre colta. Per venire al nostro tema, un fervente religioso ha, come tutti, bisogno di denaro, ma questo è per lui, in larga misura, solo uno strumento al servizio della sua fede Considerazioni analoghe possono essere fatte per chi crede in una certa ideologia politica. Pensare che Torquemada bruciasse gli eretici soprattutto per “far soldi” è fuorviante quanto credere che Hitler, Lenin o Mao abbiano preso il potere al fine di diventare ricchi. Alcuni dei crimini più spaventosi della storia sono stati commessi da persone scarsamente interessate all'ammontare del loro conto in banca, e che agivano in perfetta buona fede. La crudeltà disinteressata è un fenomeno spaventoso ma terribilmente reale.
Difficile da cogliere però, per chi è abituato a giudicare tutto in termini di dare ed avere. Così, se si sente dire sui media che, ad esempio, l'Isis mira ad impossessarsi di certi pozzi di petrolio c'è subito qualcuno che dice: “avete visto? Altro che religione! I militanti dell'Isis mirano allo sterco del demonio! La religione è solo un pretesto, una mascheratura”. Per lo sciocco i tagliagole fanno la jihad per i proventi del petrolio, come se non ci fossero mezzi meno dispendiosi per assicurarsi questi proventi. Neppure riesce ad immaginare, lo sciocco, che i tagliagole mirino al petrolio per finanziare la Jihad.



La religione motiva l'agire umano?


Anche se molti lo negano la religione è una motivazione molto potente dell'agire umano, come la fede politica o ideologica. La politica, specie nella forma di
politica ideologica è considerata da molti uomini non un semplice mezzo per raggiungere certi fini, ma un fine in se. Per il militante comunista il comunismo è buono in quanto tale. Non si vuole il comunismo perché questo garantisce maggior sviluppo economico ed un benessere più diffuso, lo si vuole perché l'uguaglianza comunista crea un tipo d'uomo del tutto nuovo, immune da quanto di gretto e meschino caratterizza gli esseri umani nella società “borghese”. Il comunismo è talmente poco un mezzo per conquistare un decente livello di benessere che la diffusione di questo benessere ha rappresentato storicamente un problema per i comunisti. Lenin ha sempre praticato coscientemente la politica del “tanto peggio tanto meglio”, e non a caso. Considerazioni simili possono farsi per il fascismo ed il nazismo, ovviamente. Il caso del liberalismo è diverso. Da un lato è vero che alcuni valori liberali (dignità della persona, valore del singolo, libertà personali) sono considerati fini in se, dall'altro è anche vero che il liberalismo non si vergogna di apparire, ed essere, anche un mezzo in grado di assicurare agli esseri umani buoni livelli di benessere materiale. Proprio per questo il liberalismo è accusato dai suoi critici di destra e di sinistra di gretto  materialismo. Per gli ideologhi di tutte le salse non porsi l'obbiettivo di una radicale trasfigurazione dell'uomo, limitarsi a rispettare gli esseri umani per ciò che sono ed operare per migliorare le loro condizioni di vita costituisce una sorta di peccato mortale.
La politica motiva le azioni umane, nel bene e nel male. Spinge ad atti di sublime eroismo come di mostruosa crudeltà. Questo vale, se possibile in misura ancora maggiore, per la religione. Come ed ancor più degli ideali politici i valori religiosi sono
fini in se, non semplici mezzi. Fini in se particolarmente importanti, perché la religione è legata alla componente più intima e profonda della natura umana, dà, o cerca di dare, risposte alle nostre domande più importanti. Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Ha un senso il nostro esistere? E quale?
Non si tratta di domande lontane dalla realtà della vita, sono domande che ognuno di noi si porta dentro, intrecciate alla quotidianità, al noioso tran tran di tutti i giorni. E quando un credente crede di aver trovate nella religione la risposta a tali domande questa influisce sul suo comportamento, a tutti i livelli.

Dietro a molte dichiarazioni di eminenti esponenti del clero cattolico sul “Dio denaro” causa di ogni bruttura del mondo c'è una evidente componente opportunistica. Accusando di tutto lo “sterco del demonio” ci si auto assolve da quanto di brutto hanno fatto le religioni, cattolica compresa, nel corso della storia. Ma si tratta di una auto assoluzione che ha gravi effetti sulla fede stessa. Perché, se l'unica motivazione umana è il desiderio di denaro e di potere che posto resta alla fede? Fa un certo effetto sentire fior di vescovi, o addirittura il santo padre, far proprie tesi che appaiono una riproposizione alquanto volgarizzata del materialismo storico marxiano. Né migliora le cose il fatto che si tratti di di un materialismo storico, per così dire, a corrente alternata, che addossa alla brama di potere e di denaro tutto ciò che di male esiste al mondo ed attribuisce alla fede ciò che invece esiste di bene. Se la fede è una motivazione potente delle azioni umane allora si
devono prendere sul serio tutti coloro che in nome della fede uccidono. Sarà una fede male interpretata, ma le cattive interpretazioni possono essere addotte a giustificazione di qualsiasi cosa spinga gli uomini ad agire: dal desiderio di benessere alla brama di assoluto.
Bisogna riconoscerlo, una volta per tutte. Come la fede politica, anche quella religiosa può indurre gli uomini tanto ad azioni sublimi quanto a comportamenti ignobili. La fede religiosa cerca di dare una risposta alla umana esigenza di assoluto, ma, proprio per questo, è sempre esposta ai rischi del dogmatismo fanatico e dell'intolleranza. Nell'Islam, vista la sua secolare incapacità di auto riformarsi, questi
non sono rischi, sono caratteristiche strutturali che non si vede come e se sia possibile estirpare, purtroppo.
E nulla ha conseguenza tanto gravi e distruttive quanto il dogmatismo intollerante. Pochi conflitti sono tanto difficili da risolvere come quelli basati sul fanatismo religioso. I proventi di un giacimento petrolifero si possono dividere, una città santa no; sulle clausole di un contratto commerciale si possono raggiungere compromessi, sui dogmi di fede a volte lo stesso termine “compromesso” appare blasfemo. Esistono forse particolari ricchezze a Gerusalemme? C'è del petrolio nello stato di Israele? Israele sorge su un lembo di terra desertica del tutto priva di ricchezze naturali. Ma è una stato ebraico circondato da milioni di musulmani fanatizzati che considerano un insulto la sua stessa presenza in una terra che è stata in passato islamica. Ecco perché quel piccolo stato è in guerra da 67 anni.


Per concludere, finalmente
.

Da qualsiasi punto di vista si considerino le cose la teoria di chi intende separare in maniera assoluta religione e violenza, attribuendo la seconda alla brama di denaro, appare insostenibile.
Non intendo dire, dovrebbe essere chiaro, che la fede religiosa debba inevitabilmente sfociare nella violenza, né mettere tutte le religioni sullo stesso piano. La violenza intollerante è un possibile esito del dogmatismo presente in ogni fede, ma non si tratta di un esito inevitabile, né impossibile da contrastare. Il cattolicesimo è stata per lungo tempo una religione profondamente intollerante e spesso anche violenta, ma ha saputo auto riformarsi, accettare le acquisizioni migliori della modernità o quanto meno convivere con esse; considerazioni simili possono farsi per altre religioni, non per l'Islam, purtroppo.
Ma se sarebbe del tutto errato equiparare religione e violenza, lo è ancora di più non vedere quanto, a volte, questa sia legata a quella. Lo è in particolare maniera oggi, di fronte all'offensiva violentissima del fondamentalismo islamico. Perché questo è in fondo il vero tema cruciale. Chi nega ogni possibile legame fra violenza e religione non mira ad altro, oggi, che ad assolvere il fondamentalismo islamico dalle sue numerosissime colpe. La causa di tutto è nella “sete di potere” e nella “brama di profitto”. Sono colpevoli i “mercanti di armi”, le “multinazionali”, la “finanza degenerata”, la “politica corrotta”, il “consumismo” e chi più ne ha più ne metta. In questa lunga ed impressionante serie di “colpevoli” qualcuno brilla per la sua assenza: il fondamentalismo islamico. Attentati suicidi, esseri umani sgozzati, bruciati vivi, crocifissi, impalati, annegati al grido di “Allah è grande”, donne lapidate, fustigate, infibulate, vendute come schiave sui pubblici mercati, gay gettati dalle torri, apostati e bestemmiatori decapitati, non ha davvero nulla a che vedere con una certa religione tutto questo? E' possibile attribuirlo al “consumismo materialistico”? Non esiste proprio alcuna differenza fra il frequentare un centro commerciale e farsi esplodere nello stesso?
Bisogna dirlo chiaramente, urlarlo: il materialismo storico da vulgata oggi diffuso in settori importanti della Chiesa cattolica e della pubblica opinione occidentale è un veleno per l'occidente, contribuisce a disarmarlo nel momento stesso in cui deve subire un attacco devastante da parte di un suo nemico mortale.
Contrastare questo materialismo storico da vulgata, lottare culturalmente contro l'ideologia terzomondista e pauperista che gli fa da sfondo non risponde solo ad elementari esigenze di ristabilimento della verità. E' oggi un fondamentale dovere politico, ed
etico.

sabato 6 giugno 2015

L'INFELICE DECRESCITA FELICE


Beppe Grillo versione Mao sul blog: "Lunga marcia per la democrazia" FOTO

L'ideologia della decrescita è molto diffusa, e va oltre le teorizzazioni dei suoi sostenitori più accesi. L'ideologia della decrescita è presente nelle conferenze sul tema “come sfamare il pianeta”, quasi che lui, il “pianeta”, sia una super persona, un bambino che saggi governanti devono nutrire; ed è presente nelle prediche del santo padre, in cui non si capisce se prevalga l'esaltazione del valore della povertà o la sollecitudine per le sofferenze dei poveri, unisce paradossalmente i sostenitori dell'Expo ai suoi critici più severi. Nel momento stesso in cui i morsi della crisi e della recessione si fanno sentire la cultura dello sviluppo è messa costantemente sotto accusa da schiere di intellettuali o pseudo tali. Segno dei tempi? Si, ma è un brutto segno.

In Italia l'ideologia della decrescita ha dato vita al movimento per la decrescita felice, associazione fondata da Maurizio Pallante, esperto in risparmio energetico, che si rifà al pensiero di Serge Latouche e che vede fra i suoi estimatori Beppe Grillo. Questo movimento “parte dal presupposto che la correlazione tra crescita economica e benessere non sia necessariamente positiva, ma che esistano situazioni frequenti in cui ad un aumento del Prodotto interno lordo (PIL) si riscontra una diminuzione della qualità della vita” (1).
Il movimento per la decrescita felice auspica un forte incremento della economia di auto consumo. “I sostenitori del MDF ritengono che vi siano casi piuttosto frequenti in cui attraverso processi di autoconsumo, di risparmio energetico e di relazioni di scambio che non transitino necessariamente per il mercato, si verifichi un incremento della qualità della vita materiale associata ad una diminuzione del PIL. Viene auspicato quindi l'aumento del benessere riducendo il PIL tramite autosufficienza e produzione in proprio. Un esempio classico in seno alle scienze economiche è quello paradigmatico dell'economia contadina.” (2)
C’è da restare perplessi. Innanzitutto non è vero che la produzione in proprio comporti necessariamente un decremento del PIL. Il PIL altro non è che il valore monetario della totalità dei beni e dei servizi prodotti in un certo paese, indipendentemente dalla nazionalità di chi li produce. In linea teorica contribuiscono al PIL sia i beni scambiati sul mercato che quelli prodotti e consumati in proprio. Oggi, è vero, i beni autoprodotti nel PIL neppure vengono conteggiati, non hanno, a rigore, un prezzo, ma questo dimostra solo la loro scarsa rilevanza, non l'estraneità di principio alla  determinazione del PIL. Se un giorno, come auspicano Grillo, Pallante e Latouche, l'auto produzione si diffondesse occorerebbe assegnare un valore monetario ai beni auto prodotti che entrerebbero a pieno titolo nel calcolo del PIL. Questi però sono solo dettagli tecnici, anche se utili a mettere in rilievo la scarsa cultura economica dei teorici della decrescita felice, ben altre sono le obiezioni che ad essi si possono fare.
Da Smith in poi eravamo tutti abituati a pensare che la divisione del lavoro e la meccanizzazione delle attività produttive rendessero più prospera l’umanità. Lo stesso Marx aveva tranquillamente ammesso che la rivoluzione industriale era stata un formidabile fattore di progresso economico. Tutti ci sbagliavamo: Smith, Marx e la quasi totalità degli economisti hanno sempre avuto torto, Pallante, Latouche e Beppe Grillo hanno invece ragione, ma guarda un po'.
La cosa strana è che l'economia di auto consumo che i decrescenti hanno scoperto non è affatto una novità. Gli esseri umani hanno fatto ricorso per secoli a questo tipo di economia, ma non sembra che questa abbia risolto molti dei loro problemi, infatti è stata abbandonata. Con esisti catastrofici forse? Non sembrerebbe. “Fino al 1400” afferma Bjorn Lomborg, autore del noto libro l’ambientalista scettico, “l’aspettativa di vita dell’uomo era bassissima, un neonato poteva sperare di vivere solo 20-30 anni. La causa fondamentale era il tasso di mortalità infantile molto elevato: solo un bambino su due sopravviveva oltre il quinto compleanno” (3). La situazione è radicalmente mutata precisamente in seguito al processo di industrializzazione ed al conseguente abbandono dell’economia di auto consumo. “In Francia l’aspettativa di vita era nel 1800 di circa 30 anni e in Danimarca di circa 44 nel 1845. Ovunque si è arrivati oggi ad un’aspettativa superiore ai 70 anni, con una media di 77 (circa 80 oggi. n di B) nei paesi sviluppati” (4). Dal 1400 al 1800 l’aspettativa di vita è cresciuta di meno di 10 anni, è cresciuta invece di 47 o 50 anni negli ultimi due secoli, precisamente quei secoli in cui l’economia di auto consumo si è contratta in tutto il mondo e ha raggiunto dimensioni puramente residuali nei paesi più sviluppati. Possono farsi considerazioni simili riguardo a tutti gli altri indicatori di benessere, dalla contrazione delle malattie infettive all’aumento delle calorie pro capite o del livello di scolarizzazione. Forse l’auto consumo racchiude il segreto della felicità ma finora nessuno se ne è mai accorto.

Ovviamente i sostenitori della “decrescita” non possono negare, anche se a volte ci tentano, l'enorme incremento della ricchezza che l'umanità ha conosciuto a partire dalla rivoluzione industriale. Tentano tuttavia di metterlo, per così dire, in “cattiva luce”. Trattare adeguatamente le loro posizioni in proposito farebbe crescere oltre il tollerabile le dimensioni del presente scritto, ci si limiterà quindi a poche, rapide considerazioni. La tesi principale dei "decrescenti" è che la scarsità non è qualcosa di naturale ma di essenzialmente ed interamente sociale. La scarsità deriverebbe da uno scarto fra ciò che io desidero e ciò che è disponibile, ma è la società e solo quella a stabilire cosa io debba desiderare. Esiste scarsità se io desidero 100 ed ho invece solo 80. Se la “società” mi inducesse a desiderare 80 la scarsità non esisterebbe. Per l'antropologo americano Marshall Sahlins “le moderne società capitaliste, per quanto riccamente fornite, si dedicano alla proposizione della scarsità. (…) il sistema di mercato industriale istituisce la scarsità in una maniera completamente senza paralleli e in un grado da nessun'altra parte nemmeno approssimato. (…) La scarsità è la condanna emessa dalla nostra economia, così come l'assioma della nostra economia” (5). Questa scarsità indotta dall'economia di mercato ci costringe a lavorare senza sosta per arrichirci (veramente l'orario di lavoro si è ovunque contratto nell'ultimo secolo, ma... tralasciamo).  “L'aborigeno australiano" invece "non lavora certo duramente: quattro, cinque ore al giorno, né la sua dieta è monotona o insufficiente e quanto al tempo libero, dorme molto” (6).
Nelle analisi dei “decrescenti” l'economia della abbondanza diventa economia della scarsità. La cosa può apparire paradossale ma non lo è. L'economia di mercato produce scarsità perché genera bisogni fittizi che vanno oltre la ricchezza disponibile. Siamo sommersi dai beni di consumo oppure siamo poveri. I popoli primitivi invece avevano a disposizioni pochissimi beni ma erano ricchi perché i loro bisogni non andavano oltre a ciò che possedevano. L'aborigeno australiano è in realtà più ricco di noi perché non ossessionato dal desiderio di diventare ricco: mangia bene e dorme molto, che meraviglia!
Però, a parte il fatto che sul “mangiar bene” degli aborigeni qualche dubbio è possibile, una vita spesa tutta a mangiare ed a dormire, e ogni tanto a far sesso, non sembra troppo desiderabile. Così, a prima vista, un simile tipo di vita ricorda da vicino quello di leoni e zebre, esaminati, tra l'altro, tramite lo specchio deformante dell'ideologia. Le zebre vivono nel continuo terrore di essere divorate vive ed i leoni nell'assillo costante di cacciare zebre per non morir di fame, e questo forse non è proprio il massimo. Tuttavia, anche a prescindere da simili considerazioni, resta il fatto, centrale, che gli animali umani non si sono mai rassegnati ad un simile modo di vivere. La domanda che i decrescenti non si pongono è infatti proprio questa: come mai agli animali umani è venuto in mente di inventare l'agricoltura e l'allevamento, e poi la ruota, e poi le navi, e poi le automobili e poi gli aerei, insomma, perché hanno dato inizio al processo di civilizzazione se la vita da cacciatori e raccoglitori era tanto bella? La scarsità sarebbe una invenzione del capitalismo, dicono i “decrescenti”, diamolo pure per buono, ma, perché gli esseri umani hanno “inventato” il capitalismo? Per “intellettuali” come Latouche l'economia di mercato è una sorta di mostro che, non si capisce bene come e perché, ad un certo punto è sorto dal nulla ed ha iniziato a corrompere e ad opprimere gli uomini; la loro in fondo non è che una delle tante rappresentazioni demoniache della storia, col capitalismo al posto di Satana.
La formula dei decrescenti è semplice: desideriamo di meno, così saremo tutti ricchi. Non ho una casa decente né abiti confortevoli, né un'auto, né un televisore. E non ho libri né dischi, né medicinali. Nessun problema! Io non sono povero se non desidero tutte queste cose “inutili”. Il non poter viaggiare o curarmi non mi rende povero se non desidero curarmi e viaggiare, semplice vero? In fondo anche alcuni grandi intellettuali, si pensi ad un Tolstoi, hanno teorizzato qualcosa di simile. Però, a pensarci bene, se si entra in una simile ottica, e si vuole essere coerenti, si deve teorizzare il suicidio generalizzato. Solo la morte ci libera dai desideri, da ogni desiderio. Il desiderare è connesso al vivere e più la vita si evolve più diventano vari e differenziati i desideri dei viventi. L'uomo ha più desideri del leone ed il leone più dell'ameba.  Contrarre i nostri desideri al livello di quelli di un'ameba non ci fa diventare “ricchi”, ci trasforma in amebe.

Ovviamente i teorici della decrescita non sono coerenti. Lo sono tanto poco che affiancano ai loro svolazzi teorici sul contenimento di consumi e desideri pagine di considerazioni in cui cercano di dimostrare che l'economia di autoconsumo ci metterebbe a disposizione beni migliori a costi ridotti. Dopo aver teorizzato la fine dell'economia tornano a misurarsi con quella cosa spregevole che è il calcolo economico. Vale la pena di analizzare più nel dettaglio come argomentano le loro proposte.

In un interessante documento-manifesto gli esponenti di questo movimento esemplificano i loro obiettivi di riforma economica a partire dalle vicende di un vasetto di Yogurt. E’ istruttivo seguire il filo delle loro argomentazioni.
“Un vasetto di yogurt prodotto industrialmente e acquistato attraverso i circuiti commerciali, per arrivare sulla tavola dei consumatori percorre da 1.200 a 1.500 chilometri, costa 10 euro al litro, ha bisogno di contenitori di plastica e di imballaggi di cartone, subisce trattamenti di conservazione che spesso non lasciano sopravvivere i batteri da cui è stato formato.
Lo yogurt autoprodotto facendo fermentare il latte con opportune colonie batteriche non deve essere trasportato, non richiede confezioni e imballaggi, costa il prezzo del latte, non ha conservanti ed è ricchissimo di batteri.
Lo yogurt autoprodotto è pertanto di qualità superiore rispetto a quello prodotto industrialmente, costa molto di meno, non comporta consumi di fonti fossili e di conseguenza contribuisce a ridurre le emissioni di CO2, non produce rifiuti.
Tuttavia questa scelta, che migliora la qualità della vita di chi la compie e non genera impatti ambientali, comporta un decremento del prodotto interno lordo: sia perché lo yogurt autoprodotto non passa attraverso la mediazione del denaro, quindi fa diminuire la domanda di merci, sia perché non richiede consumi di carburante, quindi fa diminuire la domanda di merci, sia perché non fa crescere i costi dello smaltimento dei rifiuti.” (7)
Non dedichiamo altre parole all'idiozia secondo cui un bene (lo yogurt in questo caso) autoprodotto non avrebbe rilevanza sul PIL e, chissà perché, lo si potrebbe (auto) produrre senza creare rifiuti, e proseguiamo. Lo Yogurt autoprodotto costa meno, è di migliore qualità, fa bene alla salute, riduce le emissioni di CO2 e quindi migliora l’ambiente. Semplice no? Si consuma meglio, si spende meno e non si inquina. Ma non basta, I miracoli dell’auto produzione sono molteplici, toccano tutte le nostre funzioni, comprese le più intime:
“I fermenti lattici contenuti nello yogurt fresco autoprodotto arricchiscono la flora batterica intestinale e fanno evacuare meglio. Le persone affette da stitichezza possono iniziare la loro giornata leggere come libellule. Pertanto la qualità della loro vita migliora e il loro reddito ne ha un ulteriore beneficio, perché non devono più comprare purganti.” (8). Siamo quasi in paradiso! Si caga meglio (si scusi il francesismo), si risparmiano i soldi del purgante e si è più felici, meglio di così è impossibile. Ma, non è ancora finita, le virtù dell’autoproduzione sono sconfinate:
“La diminuzione dei rifiuti e della domanda di yogurt e di purganti prodotti industrialmente, comporta una riduzione della circolazione degli autotreni che li trasportano e, quindi, una maggiore fluidità del traffico stradale e autostradale. (…) La diminuzione dei camion circolanti su strade e autostrade diminuisce statisticamente i rischi d'incidenti.” (9) Una vera manna dal cielo insomma, né si deve pensare che ci si debba fermare allo yogurt: fra gli obiettivi del movimento per la decrescita figura infatti al primo posto: "autoprodurre lo yogurt o qualsiasi altro bene primario: la passata di pomodoro, la marmellata, il pane, il succo di frutta, le torte, l'energia termica e l'energia elettrica, (sic) oggetti e utensili, le manutenzioni ordinarie” (10).
Avevamo davanti agli occhi la bacchetta magica per risolvere tutti i problemi del mondo e da folli abbiamo chiuso gli occhi. Hanno contribuito a chiuderceli, naturalmente, tutti coloro che sarebbero danneggiati dalla messa in pratica delle proposte del movimento: le grandi industrie che vedrebbero calare i loro profitti, i governi le cui entrate fiscali si contrarrebbero spaventosamente, i medici che avrebbero molto meno malati da curare e i farmacisti che non saprebbero più a chi vendere le orribili medicine prodotte dall’industria farmaceutica. A dirla tutta, fra i danneggiati ci sarebbero anche altri soggetti cui il manifesto del movimento non dedica molto spazio. Ad esempio, gli operai che lavorano nelle diaboliche grandi industrie, i camionisti che vedrebbero ridursi drasticamente i loro redditi, tutti coloro che lo stato aiuta con le entrate fiscali. Naturalmente non bisogna farsi troppi problemi per questi milioni di esseri umani: anche loro potrebbero prendere la via della campagna ed iniziare ad autoprodurre yogurt e marmellata. Forse la cosa creerebbe qualche problema, è vero; riusciamo ad immaginare centinaia di migliaia di esseri umani che abbandonano le città covi di vizio per prendere la strada della campagna? (chissà perché una simile immagine ricorda la Cambogia di Pol Pot). Dove abiterebbero queste persone? Dovrebbero “autoprodurre” le case e le stalle e quindi i mattoni, il cemento, gli attrezzi da lavoro? E dove si procurerebbero le mucche per “autoprodurre” yogurt e latte e il fieno per nutrirle? Mistero, profondo mistero. Ma non c’è troppo da preoccuparsi, tipi come Grillo e Pallante sono lì, pronti a consigliarli per il meglio.

Tutto il discorso del manifesto si basa in realtà su tre trucchi da quattro soldi, tre autentici giochi di prestigio dialettici. Vediamoli.
Primo trucco
: i furbetti del “movimento” imputano al costo dello yogurt solo il costo della parte finale del processo produttivo che si conclude col vasetto di yogurt. Lo yogurt autoprodotto costa il solo prezzo del latte, affermano questi sapientoni, ma questa è una palla colossale. Se voglio autoprodurre yogurt devo comprare una mucca, allevarla e nutrirla. Devo possedere un appezzamento di terreno sufficientemente grande, una stalla, devo possedere anche un toro per la riproduzione della mia mucca. A essere pignoli devo anche comprare le materie prime che mi servono ad autoprodurre il vasetto che contiene lo yogurt (carta? Vetro? Non si sa, inezie). Il costo autentico dello yogurt autoprodotto comprende i costi di tutto il capitale fisso e variabile necessario per produrlo, altro che il solo costo del latte! I sapientoni del movimento per la decrescita considerano gratuito tutto ciò che precede la produzione diretta dello yogurt. Probabilmente molti di loro hanno già una grande cascina in campagna, con tanto di stalle, mucche, tori e pascoli. Per loro tutto questo è gratuito, per la grande maggioranza degli altri esseri umani non lo è per niente.
Allo stesso modo, quando parlano di riduzione dei rifiuti e dell'inquinamento connessi all'auto produzione i guru della decrescita si riferiscono solo all'ultimo anello della catena produttiva. Quanta energia dovremmo sprecare, quanta CO2 immettere nell'atmosfera se ognuno dovesse produrre in maniera decentrata anche solo una parte consistente di ciò che gli serve, per restare allo yogurt, anche solo il vetro dei i vasetti o il metallo dei contenitori del latte? Le risorse di cui abbiamo bisogno non sono uniformemente distribuite in natura, ma, anche se lo fossero, sarebbe “non inquinante” una economia in cui in ogni villaggio ci fosse una piccola miniera, o in cui chiunque costruisca una casa debba anche produrre, lì accanto, calce e mattoni?
E veniamo al secondo trucco dei guru della decrescita. Costoro dimenticano, o fanno finta di dimenticare, che il tempo che si utilizza per atoprodurre yogurt, o marmellata o qualsiasi altra cosa potrebbe essere utilizzato, e nei fatti lo è in tutti i paesi sviluppati, per compiere attività enormemente più produttive. E’ il grande principio della divisione del lavoro: ognuno si specializza in ciò che sa fare meglio, scambia con altri il prodotto del suo lavoro, o il suo stesso lavoro, e acquisisce in questo scambio una ricchezza enormemente superiore a quella che acquisirebbe se producesse in proprio ciò di cui ha bisogno. Se io impiego tutto il giorno per autoprodurre due vasetti di yogurt, tre di marmellata e due torte non sarò mai sufficientemente ricco per potermi comprare un abito, un paio di scarpe, un tavolo, una sedia e un libro da leggere.
Ed infine il terzo trucco, il più basilare ma anche il più stupido di tutti. Quando confrontano il costo dello yogurt autoprotto con quello dello yogurt acquistato al supermarket i furbetti del movimento dimenticano di conteggiare fra i costi dello yogurt autoprodotto il costo del lavoro necessario a produrlo. Io rinuncio ad uno stipendio di dirigente, o di impiegato, o di operaio per andare ad autoprodurre yogurt, questo mancato guadagno è a tutti gli effetti un costo, ma per i guru alla Beppe Grillo questo non dovrebbe entrare nel costo del vasetto di yogurt che alla fine riesco a fabbricare! Per “autoprodurre” due chili di marmellata devo passare tutto il giorno a sbucciare la frutta, bollirla, zuccherarla eccetera ma per i guru della decrescita il costo della marmellata comprende solo il costo della frutta e dello zucchero, la fatica che ho fatto tutto il giorno non rappresenta un costo per loro! Siamo nell’ottica del lavoro ridotto ad hobby, l’ottica di chi ha un sacco di soldi, non deve far nulla e passa il suo tempo a fare passate di pomodoro, yogurt o torte di mele. Insomma, l’ottica di chi vive di rendita. Se passo la domenica a pescare e torno a casa con una trota posso anche considerare “gratuita” la cena a base di pesce, essa però è tale solo perché considero divertimento e non lavoro il tempo passato a pescare. Se tutti i giorni dovessi procurarmi il pranzo pescando, cacciando o autoproducendo yogurt il discorso cambierebbe radicalmente. Solo dei redditieri oziosi possono non capirlo.
Se qualcuno volesse avere la conferma della verità di ciò che si è appena detto potrebbe provare ad acquistare in qualche negozio specializzato yogurt o marmellata (o qualsiasi altra cosa) autoprodotti; chi autoproduce certi beni ne vende spesso una parte, cosa che gli stessi teorici della decrescita auspicano. Ebbene, chi acquistasse questi prodotti artigianali vedrebbe subito che il loro prezzo è sempre più alto di quello del latte o della frutta in essi contenuti, e in certi casi è assai più elevato di quello dello stesso bene venduto al supermercato. Come mai un fatto tanto strano? Non dovrebbero costare meno i beni autoprodotti? Lo yogurt autoprodotto non dovrebbe avere un costo pari a quello del latte? L’apparente paradosso è semplicissimo da risolvere: chi vende una parte dei beni che autoproduce vuole, giustamente, che il suo lavoro venga ricompensato! Non segue le scemenze di Grillo e Pallante, ma la logica economica. Del resto gli è possibile vendere ad un prezzo maggiorato i suoi beni perché può sempre giustificare il prezzo più elevato con la migliore qualità del prodotto. Ma questo, come si sa, fa parte a pieno titolo della pratica del commercio.

Ovviamente anche nel prezzo dello yogurt prodotto industrialmente entrano i costi delle mucche, del foraggio e così via. Ed entrano in più, è vero, il costo del trasporto, dell’imballaggio, dei conservanti che non gravano sullo yogurt autoprodotto. Ma la produzione industriale può realizzare economie di scala che sono inesorabilmente precluse alla piccola produzione destinata all’auto consumo. Grazie all’organizzazione del lavoro ed all’utilizzo di macchine la produttività del lavoro nella produzione su larga scala è enormemente superiore a quella della produzione destinata all’auto consumo. In una fabbrica di medie o anche di piccole dimensioni si produce in un’ora di lavoro una quantità di yogurt molto superiore a quella che è possibile produrre in una giornata lavorativa dedicata all’auto consumo. Questa maggior produttività compensa ampiamente i costi di trasporto, imballaggio, conservazione di cui parlano i guru della decrescita. Per rendersi conto di quanto sia insensata l’analisi del movimento per la decrescita basta porsi una semplice domanda: quante persone potrebbero consumare yogurt se esso venisse interamente autoprodotto? E’ serio pensare che tutti potrebbero autoprodurlo? No, ovviamente; chi lo autoproducesse sarebbe in grado di venderne una parte ai terzi? Vista la scarsa produttività del lavoro finalizzato all’auto consumo se ne potrebbero venderne solo quantità molto ridotte e a costi proibitivi per la gran parte degli esseri umani. Se davvero si imboccasse in maniera generalizzata la strada dell’autoproduzione molto semplicemente la grande maggioranza degli esseri umani potrebbe consumare yogurt e marmellata e carne e verdure solo in minime quantità, ognuno consumerebbe a sufficienza solo il ristretto numero di cose che riuscirebbe ad autoprodurre. Questo avviene oggi in molti paesi economicamente arretrati ed avveniva anche da noi quando l’economia di auto consumo era più diffusa. Un paio di secoli fa i contadini della valle Padana mangiavano quasi esclusivamente polenta e la pellagra era una calamità sociale, il che tra l’altro confuta la scemenza secondo cui l’autoproduzione favorisce la salute, storicamente è sempre successo il contrario, e non a caso. Come non è vera l’idiozia secondo cui l’economia di auto consumo riduce l’inquinamento da rifiuti. E’ stato grazie alla divisione del lavoro che si sono potute costruire fognature e impianti di depurazione. E' lo sviluppo tecnologico che ci può permettere oggi di smaltire nella maniera meno invasiva possibile i rifiuti connessi alle attività umane. Queste però sono cose di scarsa importanza per i teorici della decrescita. Ai rifiuti che loro producono pensano gli “operatori ecologici” e la loro dieta non è affatto limitata alla sola polenta.

Scrive Adam Smith all’inizio della Ricchezza delle nazioni: “Sembra che il grandissimo progresso della capacità produttiva del lavoro e la maggiore abilità, destrezza e avvedutezza con le quali esso è ovunque diretto o impiegato siano stati effetti della divisione del lavoro” (11). Basta riflettere un attimo per comprendere quanto sia veritiera questa breve affermazione di Smith. Si esamini un piccolo oggetto di uso quotidiano, il mouse del PC con cui scrivo ad esempio, e si provi ad analizzare le parti che lo costituiscono, e a pensare da dove queste provengono, e da dove provengono le materie prime di cui sono fatte, ed ancora, da dove vengono gli strumenti che hanno permesso di lavorare queste materie prime, e di assemblare queste parti. Ci renderemo subito conto che nel piccolo mouse sono compresi lavoro e materie prime che vengono da tutto il mondo e che io, anche se fossi il massimo esperto di elettronica ed il più abile artigiano del mondo, non potrei mai autoprodurre un simile, piccolo, quasi insignificante oggetto. Anche ammettendo, in via del tutto ipotetica, che fossi in grado di produrre il mouse, con tutte le sue componenti e le materie prime necessarie, questo mi costerebbe centinaia, o migliaia, di ore di lavoro; eppure mi basta andare in un qualsiasi negozio di elettronica e posso acquistare il mouse ad un prezzo corrispondente a quanto guadagna un normale operaio in un quarto d'ora o mezzora, al massimo, di lavoro. E' la divisione del lavoro che rende possibile questo "miracolo", bisogna essere ciechi, meglio, accecati dalla ideologia, per non rendersene conto.
Oltre al benessere divisione e meccanizzazione del lavoro hanno prodotto grandi problemi, è vero, lo stesso Smith ne parla nel suo capolavoro. Questi però si risolvono con lo sviluppo dell’istruzione, la riduzione dell’orario di lavoro, l’imposizione alle attività produttive di vincoli e limiti legati alla tutela dell’ambiente, non certo con il ritorno ad una economia preindustriale! In realtà le proposte del movimento per la decrescita possono essere messe in atto solo se riguardano piccole minoranze di esseri umani. Un imprenditore in crisi, un giovanotto che vive di rendita, una ragazza stanca dello stress della città possono ritirarsi in campagna, acquistare coi risparmi accumulati in precedenza, o con i soldi della liquidazione, un bel casolare rustico e produrre da sé una certa quantità di beni, magari possono anche vendere una parte dei beni che autoproducono. E’ abbastanza evidente però che i nostri amici in fuga dalla città possono fare tutte queste cose solo perché si procurano sul mercato sia la gran quantità dei beni di cui hanno bisogno per vivere sia ciò che serve loro per “autoprodurre” (e vendere) certi altri beni. L'economia di auto consumo può essere qualcosa di diverso da un puro ritorno alla miseria generalizzata solo se esiste ed è assolutamente prevalente una economia basata sulla divisione del lavoro, lo scambio e la meccanizzazione, ed anche in questo caso non può riguardare che quantità assai ridotte di esseri umani. Non appena la cerchia dei clienti a cui si vendono parte dei beni “autoprodotti” dovesse allargarsi occorrerebbe passare dalla autoproduzione a una qualche forma di economia industriale.

I guru della decrescita non sanno di essere scarsamente originali. L’idea di decentralizzare la produzione in tanti piccole unità era venuta molto prima che a loro al presidente Mao Tze Tung. Nel 1958, nell’ambio della politica del gran balzo in avanti, il grande timoniere decise che la produzione di acciaio doveva essere raddoppiata in un anno; però, racconta la scrittrice cinese Juang Chang, “invece di sviluppare l’industria siderurgica vera e propria con operai specializzati (il presidente Mao) decise di coinvolgere nell’impresa l’intera popolazione” (12). Niente grandi fabbriche in cui produrre grandi quantità di acciaio da trasportare poi nei luoghi in cui l’acciaio serve; no, ogni villaggio, ogni scuola, a volte ogni casa dovevano avere la loro piccola fornace. “Ogni giorno, all’andata e al ritorno (da scuola) aguzzavo gli occhi per scrutare il terreno a palmo a palmo alla ricerca di chiodi spezzati, ingranaggi arrugginiti e qualsiasi altro oggetto metallico che poteva essere finito nel fango (…) i metalli dovevano alimentare le fornaci per produrre acciaio, ed era questa la mia occupazione principale. Si, all’età di sei anni ero già impegnata nella produzione di acciaio e dovevo gareggiare con i miei compagni di scuola a raccogliere anche il minimo residuo di ferro” (13). E dove finiva questo ferro? Lo sappiamo: “nella mia scuola, enormi pentoloni simili a crogioli avevano preso il posto di alcuni work sui fornelli delle gigantesche stufe in cucina: era li dentro che finivano tutti i nostri rottami di ferro (…) i nostri maestri le alimentavano a turno con legna, ventiquattro ore su ventiquattro e rimestavano i rottami nei crogioli con un enorme cucchiaio” (14)
Che idea splendida! Produrre acciaio usando i rottami che si possono trovare per strada! Non si tratta di un ottimo modo per riciclare il ferro? In questo modo non si devono costruire miniere, impoverire il pianeta di preziose materie prime, inquinare l’ambiente. Ed ancora, per produrre in questo modo l’acciaio non serve costruire strade e ferrovie, si riducono le emissioni di CO2, diminuiscono gli incidenti stradali e ferroviari, aumenta la cultura dei bambini che invece di passare ore a studiare cose inutili imparano a produrre direttamente ciò di cui la patria socialista ha bisogno. Il presidente Mao è in un certo senso un anticipatore di Pallante, Latouche e Beppe Grillo. Certo, Mao non aveva in mente la tutela degli ecosistemi quando lanciò la parola d’ordine del “gran balzo in avanti”, inoltre imponeva ai cinesi le sue grandi trovate, li obbligava ad eseguire i suoi ordini; i guru della decrescita si limitano invece a cercare di convincere, suadenti come sirene, ma, visto che non hanno il potere che altro possono fare? A parte questo però non si può non ammirare l’enorme preveggenza del celeste presidente che, pur partendo da diverse premesse e usando diversi mezzi, ha anticipato di decenni le grandiose idee dell’ecologismo radicale. Un solo piccolo particolare rovina il quadro: il gran balzo in avanti si concluse con un disastro economico, nessuno dei suoi obiettivi fu raggiunto, produsse carestie e innumerevoli sofferenze al popolo cinese, costò numerosi milioni di vite umane. Particolari secondari, ovviamente. Cosa volete che importi ai nuovi profeti del nulla il destino di milioni di esseri umani, cinesi per di più? Loro veleggiano nel loro mondo etereo, lontani anni luce dalla fastidiosa, prosaica realtà in cui si trovano a vivere gli esseri umani normali. Beh... ci restino nella loro realtà immaginaria e ci lascino in pace, per favore!
















Note



1) Wikipedia: Movimento per la decrescita felice. Rinvenibile in rete alla voce “decrescita felice”
2) Wikipedia: Ibidem.
3) Bjorn Lomborg: L’ambientalista scettico. Mondatori 2003 pag. 54.
4) Ibidem pag. 54
5) Citato da Luca Simonetti in “contro la decrescita”. Longanesi 2014 pag. 69
6) Ibideim pag. 70
7) Manifesto del movimento per la decrescita felice. Rintracciabile in rete digitando Manifesto..ecc.
8) Ibidem
9) Ibidem
10) Ibidem
11) Adam Smith: La ricchezza delle nazioni. Edizioni del “Sole 24 ore” 2007 pag. 148
12) Juang Chang: I cigni selvatici. Longanesi 1991 pag. 28013) Ibidem pag. 278
14) Ibidem pag. 278










domenica 12 aprile 2015

SOCRATE E I BUONI




Socrate. Buona giornata o nobile Tauro!
Tauro Fenesi. Buona giornata a te o Socrate, sono lieto di incontrarti.
S. Anche a me incontrarti fa molto piacere. Ma, cosa hai? Ti vedo rosso in viso, come se una grande ira scuotesse il tuo cuore.
T. E vedi bene, o Socrate. Sono indignato per la dilagante cattiveria che avvelena il mondo. Tutti irridono nobili sentimenti come la solidarietà ed il desiderio di aiutare i nostri simili meno fortunati di noi...
S. Beh, proprio tutti non direi, che mi pare siano in molti a parlare continuamente di solidarietà, specie sui media.
T. Esatto, sui media. Ma fra le gente comune le cose stanno diversamente, purtroppo. E sono in tantissimi che criticano le persone buone, coloro che vogliono la pace e la comprensione reciproca. Pensa un po' che i buoni oggi vengono definiti “buonisti” e sottoposti ad ilarità, frizzi e lazzi.
S. Si tratta di una cosa assai spiacevole che è doveroso condannare, ne convengo.
T. Sapevo che mi avresti dato ragione, o nobile Socrate. Un uomo del tuo ingegno non può abbassarsi al livello del volgo che irride la bontà e la solidarietà.
S. Lasciamo perdere il mio ingegno che altro non è che la normale, ed umana, capacità di ragionare. Piuttosto, non so se sono totalmente d'accordo con te, carissimo Tauro.
T. Davvero? E in cosa non saresti d'accordo?
S. Non saprei, sento sorgere in me delle perplessità e ti sarei grato se mi aiutassi a superarle.
T. Lo farò molto volentieri. Dimmi, di quali perplessità si tratta?
S. Tu parli di bontà, ma io vorrei capire un po' meglio che cosa sia la bontà.
T. La risposta mi sembra assai semplice: è bontà ciò che aiuta i nostri simili.
S. Interessante definizione.
T. Si, e potremmo aggiungere che è buono tutto ciò che favorisce il dialogo, il rispetto e la reciproca comprensione fra gli esseri umani.
S. Quindi è buono aiutare i nostri simili e rispettarli, e dialogare con loro, questo tu dici?
T Precisamente questo.
S. E questo aiuto, questo rispetto e questo dialogo devono riguardate tutti i nostri simili?
T. E' come no?
S. Tutti senza eccezione?
T. Ma si o Socrate! Cosa vorresti fare, discriminazioni fra i nostri simili?
S. Me ne guardo bene. Solo, mi pare che non meriti di essere aiutato chi, ad esempio, stupra una bambina, o rispettato chi uccide, né mi pare valga la pena di dialogare con persone che commettono simili delitti.
T. Beh, questo può essere vero, però bisogna stare ben attenti con simili discorsi, perché tante cose possono aver contribuito a fare di un essere umano un criminale: la società, l'educazione ricevuta in famiglia, la scuola, il nefasto influsso dei media, la politica, presente e passata, dei governi. Per questo non è davvero buono chi emette affrettate condanne. Colui che è davvero buono invece cerca di capire le ragioni anche di chi ci appare cattivo e cerca anche con lui il confronto ed il dialogo.
S. Sai, io cerco di chiarirmi dubbi che ogni tanto mi frullano in mente. Le tue parole, ad esempio, me ne fanno sorgere parecchi.
T. Cioè?
S. Tu dici che la società, la famiglia, l'educazione e tante altre cose ancora contribuiscono a rendere cattivo chi invece sarebbe buono, è così?
T. Esatto, è proprio così
S. Ma scusa, esiste una signora società?
T. Non ti capisco
S. Esiste una persona, con una sua mente ed una sua volontà, che si chiama società o la società altro non è che un insieme di individui che cooperano fra loro?
T. Direi che non esiste una persona chiamata società...
S. E ciò che i media dicono può esistere disgiuntamente da quanto dicono i giornalisti che nei media lavorano?
T. Direi di no
S. E si può parlare di scuola senza insegnanti, famiglia senza genitori o governi senza governanti?
T. Non mi pare
S. Quindi dietro alla società, alla famiglia, alla scuola, ai media ed ai governi ci sono esseri umani.
T. Così pare.
S. Quindi se scuola, famiglia, media eccetera rendono cattivi gli uomini ciò è dovuto al fatto che ci sono altri uomini cattivi che educano, o governano, o comunicano in maniera cattiva.
T. Parrebbe di si
S. Ma, se così stanno le cose, accusare società, scuola, famiglia eccetera della umana cattiveria non risolve nulla o meglio, ci fa avvolgere in un regresso all'infinito. Stabilito infatti che è la società a rendere cattivi gli uomini dovremmo stabilire perché mai degli uomini cattivi hanno costruito una cattiva società e così via.
T. Uffa Socrate! Cominci coi tuoi soliti sofismi che non portano da nessuna parte! Lasciamo perdere il discorso sulle origini della cattiveria, non c'entra nulla in fondo...
S. Veramente sei stato tu ad iniziarlo...
T. Si, spinto dalle tue domande. Lasciamolo perdere comunque e torniamo al concreto. E' buono chi aiuta, comprende e rispetta i suoi simili e cerca di capirli, anche se apparentemente possono sembrare cattivi; e se sono cattivi cerca non di reprimerli ma di perdonarli e migliorarli. Questo è chiaro, o Socrate, chiaro ed inconfutabile, malgrado tutti i sofismi del mondo!
S. Non ti accalorare nobile amico! Io cerco solo di avvicinarmi al vero e di chiarire le cose discutendo serenamente con te.
T. Beh, a me sembra che le cose siano chiarissime.
S. A me no invece, sai come sono...
T. Scusa, cos'altro non ti sembra chiaro?
S. Ecco, vorrei chiederti: è possibile far cose buone ignorando le conseguenze delle proprie azioni?
T. Cioè?
S. Dimmi, pensi che farebbe del bene un medico che si rifiutasse di operare un malato perché consapevole che l'operazione gli arrecherebbe grande dolore e sofferenza?
T. Direi di no
S. E lo direi anche io. Eppure un simile medico avrebbe agito convinto di fare del bene. Commosso dai pianti del malato, invece di incidere le sue carni col bisturi gli ha somministrato inutili medicine al nobile fine di evitargli dolore e sofferenza.
T. Così è
S. Questo piccolo esempio ci dice, mi sembra, che nel valutare se una certa azione sia buona o cattiva non ci si deve affidare troppo ai sentimenti, né considerare solo ciò a cui tale azione mira nell'immediato. Occorre invece esaminare da molteplici punti di vista la situazione in cui l'azione si inserisce e le sue conseguenze più a lungo termine, concordi?
T. Concordo.
S. Perché, se è vero che somministrare ad un malato un inutile placebo invece che operarlo gli risparmia, nell'immediato, molto dolore, gliene procura di assai più acuto nel prossimo futuro, e può aggiungere al più acuto dolore la morte.
T. Direi che è così, però non capisco a cosa vuoi arrivare, o Socrate.
S. Voglio arrivare a concludere che una azione che a prima vista sembra buona può dimostrarsi cattiva, addirittura malvagia, se la si osserva da un più ampio punto di vista e se si valutano le sue conseguenze meno immediate.
T. Posso concordare, ma i buoni vogliono appunto questo: fare azioni buone e che abbiano conseguenze tutte buone, quindi non capisco contro chi siano rivolti i tuoi ragionamenti o Socrate!
S. Io non ragiono mai contro qualcuno, nobile amico, mio unico interesse è la verità. Comunque, io sono assai meno radicale di te. Non dico che una buona azione debba avere solo conseguenze buone, dico che se una certa azione ha numerose ed importanti conseguenze negative è per lo meno assai improbabile che si tratti davvero di una buona azione, e che se ha invece numerose ed importanti conseguenze positive esistono buone possibilità che si tratti di una azione buona. Puoi convenire?
T. Si, posso.
S. E dimmi ora, cosa ci permette di fare questa valutazione attenta di una azione?
T. Di nuovo non ti seguo, o Socrate.
S. Abbiamo fatto l'esempio del medico pietoso che somministra al malato inutili farmaci per evitargli acute sofferenze. Ti chiedo ora: cosa ci permette di stabilire che i farmaci sono inutili e che invece l'intervento chirurgico, anche se doloroso, può salvare il malato?
T. Che domande! Lo possiamo stabilire visitando il malato.
S. Certo, siamo d'accordo. Visitandolo con grande cura e competenza.
T. Infatti.
S. Saresti d'accordo se dicessi che è la conoscenza della realtà a rendere possibile la corretta valutazione di una azione?
T. Forse...
S. Tu pensi, o Tauro, che abbia più possibilità di raggiungere la vetta uno scalatore esperto e che conosce la parete che si appresta a scalare o uno scalatore alle prime armi che non ha mai visto quella parete?
T. Lo scalatore esperto direi
S. E ti faresti operare al cuore (Dio mai non voglia) da un chirurgo che ha finora fatto solo operazioni di appendicite?
T. Decisamente no!
S. E compreresti pane da un fornaio che non sa distinguere la farina dalla polvere di gesso?
T. Mai!
S. E dimmi ancora, o Tauro, per te sarebbe un buon magistrato quello che rimettesse in libertà un uomo condannato all'ergastolo per stupro ed omicidio solo perché vederlo languire in carcere lo impietosisce?
T. No, che discorsi! Quanto meno quel magistrato dovrebbe stabilire se quell'uomo è davvero pentito ed ha abbandonato i suoi istinti omicidi.
S. Siamo d'accordo, e io anzi aggiungerei che prima di commuoversi per il carcerato questo nostro ipotetico magistrato dovrebbe pensare un po' alle sue vittime. Comunque, possiamo concludere che, per valutare se una certa azione sia buona, dobbiamo conoscere le sue possibili conseguenze sulla realtà in cui questa azione va ad incidere?
T. Si, posso essere d'accordo, ma, lo ripeto, non capisco dove vuoi arrivare o Socrate, mi sembra che continui a crogiolarti in vani sofismi e girare a vuoto.
S. Forse hai ragione, nobile amico, ma dimmi, sbaglio o una delle cose che più spesso coloro che alcuni chiamano buonisti invocano è la accoglienza di tutti i migranti?
T. Non sbagli affatto. Io stesso sono per la accoglienza più ampia, senza condizioni e penso che la bontà di una simile scelta balzi agli occhi e resista a tutti i sofistici tentativi di contestazione.
S. A me invece il tuo atteggiamento, e quello di tanti tuoi amici, sembra un esempio da manuale di sentimentalismo, scusami, superficiale e futile che non tiene in nessun conto la realtà e non valuta le conseguenze delle proprie azioni.
T. O quanto mi deludi Socrate! Parli come un piccolo borghese razzista e sciovinista!
S. Caro Tauro non ti sembra sbagliato reagire a quanto altri ti dicono mettendo subito delle etichette? Non pensi sia meglio approfondire le cose prima di definire qualcuno razzista, o sciovinista, o qualsiasi altra cosa?
T. Ma Socrate, come posso non metterti brutte etichette se ti sento parlare male del nostro dovere di accogliere a braccia aperte i migranti poveri e sofferenti!
S. Quindi per te il dovere di accogliere i migranti è assoluto, quale che siano le conseguenze di una simile accoglienza, quale che sia la situazione in cui questa si inserisce.
T. Certo Socrate, è proprio così. I migranti soffrono e solo delle persone malvagie possono esimersi dall'aprir loro le porte di casa. Semmai una buona politica può valutare come affrontare le conseguenze di tale accoglienza.
S. Quindi ammetti che si debbano valutare le conseguenze della accoglienza
T. Si, ma non per bloccarla, solo per renderla migliore.
S. Dimmi o Tauro, quante sono nel mondo le persone che soffrono?
T. Molte, a causa dello sfruttamento del capitalismo, delle aggressioni dell'imperialismo americano, dei complotti dello stato di Israele e della finanza sionista...
S. Basta, basta, non mi interessa stabilire chi siano i responsabili delle sofferenze che esistono nel mondo. Una sola cosa mi interessa stabilire, che si tratta di un gradissimo numero di persone. Questo è vero?
T. Si un numero molto grande a causa dello sfruttamento...
S. Si, si, ho capito, non ripetermi di nuovo chi sono i cattivoni che sfruttano il genere umano. Dimmi piuttosto: si tratterà di un miliardo di persone?
T. Anche di più
S. E pensi che sia possibile accoglierle tutte in Italia?
T. Non so, non saprei. Certo, se accadesse staremmo un po' stretti. Un po' li dovrebbe accogliere l'Europa...
S. Beh... staremmo stretti anche in Europa, ma dimmi, che fare se l'Europa rifiutasse di accoglierli? Dovremmo comunque accoglierli tutti in Italia?
T. Non saprei...
S. Ma scusa, dovresti saperlo. Hai appena detto che l'accoglienza è un dovere assoluto, che bisogna accogliere tutti, sempre, al di la di ogni valutazione delle situazioni reali e delle conseguenze della accoglienza.
T. E sia! Si, dovremmo accoglierli tutti, quali che fossero le conseguenze!
S. E pensi che la nostra società potrebbe regger e l'impatto di una simile massa di immigrati? Questi avrebbero un lavoro, la possibilità di una vita dignitosa? E noi come vivremmo in una simile situazione?
T. Non so, certo, dovremmo trovare delle soluzioni.
S. Non pensi che si potrebbe creare una situazione di fortissima crisi economica, che la criminalità crescerebbe, che potrebbero nascere tensioni e scontri razziali ed il terrorismo diverrebbe più forte e minaccioso?
T. Riecco la solita propaganda sciovinista...
S. No eccellente amico, non sto dicendo che di certo accadrà questo, dico solo che potrebbe accadere; del resto, già accade in molti paesi ed anche qui da noi, e senza che i migranti accolti siano centinaia di milioni...
T. E sia, ammetto, in linea puramente teorica, che cose simili potrebbero accadere.
S. E questo sarebbe un bene o un male?
T. Un male, sembrerebbe.
S. E sarebbe o non sarebbe un male derivante da una scelta che, frettolosamente considerata, appariva buona?
T. Forse.
S. Potremmo allora dire che ciò che sembrava buono si è rivelato in realtà molto cattivo?
T. Basta o Socrate! Basta coi sofismi, basta con questi sottilissimi ragionamenti che altro non dimostrano se non la insensibilità d'animo di chi li fa! Non esiste solo la fredda ragione, esiste il sentimento, l'umana pietà, ed in nome di questa pietà e di questo sentimento io ripeto con forza che dobbiamo accogliere tutti. I problemi li affronteremo dopo, man mano che si presentano!
S. Ammiro la bontà del tuo nobile animo o Tauro, ma, devo ammetterlo, non mi convince molto la tesi secondo cui i problemi li affronteremo dopo. Dimmi, ti sembrerebbe un buon padre colui che sperperasse tutti i suoi soldi in bagordi e rispondesse a chi gli chiedesse: “che sarà fra pochi mesi dei tuoi figli?” dicendo: “affronterò il problema fra pochi mesi”?
T. Non ricominciare o Socrate! Ti ho già detto che la fredda ragione non basta, che occorre seguire ciò che il cuore ci comanda, quindi non rispondo alla tua domanda.
S. Liberissimo di farlo. Ed è bella questa tua attenzione al cuore ed ai suoi ordini. Però, proprio di questo vorrei parlare, del cuore e dei sentimenti, posso farlo? Su questo posso permettermi di rivolgerti qualche domanda?
T. E sia, Fai pure.
S. Tu parli degli umani sentimenti e della pietà, ma, per tornare all'esempio del padre che, incurante dei figli, spende in bagordi il suo denaro, dimmi, non sono quei figli meritevoli di pietà?
T. Certo che lo sono.
S. E dire: “ai figli penseremo dopo” non dimostra un cuore duro ed insensibile?
T. Così pare, ma questo c'entra poco coi migranti.
S. Forse no amico mio. Dimmi, nell'ipotesi che una immigrazione senza limiti possa favorire il terrorismo è lecito aspettarsi attentati terroristi?
T. Se questa ipotesi fosse verace direi di si.
S. E gli attentati non provocano morti, feriti e mutilati?
T. E come no?
S. E le vittime di questi attentati non meritano la nostra pietà?
T. Direi di si.
S. E se una immigrazione senza limite alcuno favorisse l'insorgere di crisi economica, e scontri etnici, e criminalità, se tutto questo avvenisse non ci troveremmo di fronte a molte miserie e sofferenze?
T. Se questo avvenisse si.
S. E non dovrebbero suscitare, queste miserie e queste sofferenze, umani sentimenti di pietà?
T. Sembrerebbe di si.
S. Quindi, potremmo concludere che i sentimenti di umana pietà che ci spingo a fare azioni “buone” sono gli stessi che creano situazioni intollerabili proprio per chi nutre sentimenti di umana pietà?
T. Non lo so, mi fai girare la testa o Socrate! E' impossibile discutere con te! Fai girare di continuo i concetti, non li tieni mai fermi e fissi!
S. Nessun giro di concetti amico eccellente! Siamo, insieme, partiti da certe premesse ed esaminiamo a quali conseguenze portano.
T. Esatto, siamo di nuovo nel campo della fredda, insensibile ragione! Ma ti avevo già detto che non è questo il mio campo d'azione!
S. Si, ma ti eri anche detto disposto a discutere sui sentimenti. Del resto, caro amico, della ragione non possiamo mai fare a meno. Anche dire: “preferisco i sentimenti alla ragione” sarebbe impossibile se non si disponesse della ragione, ché senza ragione qualsiasi discorso su scelte e preferenze sarebbe semplicemente impossibile. Ma, lasciamo perdere queste divagazioni. Guarda amico mio, ti seguo ancora di più sul piano dei sentimenti. Concordo: mettiamo questi al primo posto!
T. Finalmente!
S. I sentimenti, di più, i sentimenti immediati, senza interesse alcuno per ciò che potrà accadere nel futuro anche prossimo, devono guidare i nostri comportamenti, le nostre scelte, te lo concedo! Però, dimmi, se sono questi sentimenti a dover guidare le nostre azioni, perché chiedere ai governi di aiutare, per stare all'esempio di cui tanto abbiamo parlato, i migranti?
T. Di nuovo non ti seguo.
S. Scusa, fa più pena la visione di un singolo migrante affamato o l'idea di tanti anonime persone che sono in procinto di migrare?
T. La visione del singolo direi.
S. Infatti. Il sentimento è sempre legato a ciò che si vede, che si esperisce direttamente. Me, se le cose stanno così, perché il buono che vuol fare del bene non invita quel singolo migrante sofferente a casa sua? Perché non gli da da mangiare, non gli cede una stanza del suo alloggio? Cosa più di un simile, nobile comportamento appagherebbe la sua umana pietà?
T. Ma questo è impossibile Socrate! Avrebbe conseguenze disastrose, risulterebbe insopportabile per chi ospita, e forse anche per chi è ospitato. E si tratterebbe comunque di una goccia nel mare che non risolverebbe alcun problema!
S. Mi stupisci o Tauro. Prima protestavi contro la fredda ragione e ora sembra che ci faccia ricorso...
T. Basta sarcasmi Socrate!
S. Nessun sarcasmo. Inoltre, chi ha detto che ciò che propongo non risolverebbe alcun problema? Scusa, ci saranno in Italia un paio di milioni di famiglie con un reddito di almeno tremila euro netti mensili?
T. Direi di si
S. Pensa, molti africani vivono con un dollaro al giorno e moltissimi ci mettono un anno per guadagnare tremila euro. In confronto cosa vuoi che sia per chi ne guadagna tremila al mese, di euro, ospitare un migrante? O cedergli un terzo del suo reddito? Basterebbe rinunciare a un po' di cose superflue, come le vacanze o un'auto nuova, o stringersi un po', o mangiare più patate e meno bistecche e tutto sarebbe risolto no? Se ogni famiglia italiana con un reddito mensile sopra i tremila euro ospitasse un migrante si sarebbero risolti i problemi di moltissimi migranti.
T. Mi sembrano discorsi sarcastici i tuoi.
S. Lo ripeto, nessun sarcasmo. E quante sono in Italia le seconde e le terze case? Se chi ha una seconda o una terza casa ci rinunciasse, pensa a quanti migranti si potrebbero ospitare!
T. Ma questo non lo fanno gli italiani, i tuoi sono discorsi astratti Socrate.
S. Esatto, non lo fanno. Non lo fanno neppure coloro che parlano di accoglienza e solidarietà per 24 ore al giorno. E non lo fanno neppure coloro che parlano di accoglienza ed hanno un reddito non di tremila ma di diecimila euro mensili netti e non hanno due ma dieci case. Tutti costoro non ospitano neppure un migrante, neppure uno, ma parlano di solidarietà, amore, umana pietà. Continuamente.
T. E allora? Cosa vuoi concludere?
S. Voglio concludere che tantissimi di coloro che hanno sempre in bocca le parole “bontà” e “solidarietà”, non tu ovviamente eccellente amico, tu sei generosissimo, tantissimi di costoro dicevo, in realtà tanto buoni non sono ed i loro sentimenti non sono poi così profondi ed intensi come potrebbe sembrare. E il loro comportamento fa nascere il fondato sospetto che vogliano essere generosi con i soldi degli altri.
T. Sono illazioni offensive le tue o Socrate. E poi, cosa vorresti, obbligare qualcuno ad essere ospitale?
S. Me ne guardo bene! Chi si è guadagnato il suo denaro lavorando onestamente ha diritto di usarlo come meglio crede, questo io penso; e penso inoltre che i problemi della povertà si risolvono non con l'ospitalità indiscriminata ma con gli investimenti produttivi, il lavoro, lo sviluppo tecnologico e culturale. Con le mie considerazioni intendevo solo criticare chi vuole la bontà a spese altrui, e cerca di imporla agli altri, la bontà, invece di praticarla in proprio. Tu di certo non sei fra questi, vero amico mio?
T. Ma no!
S. Ne sono felice. Dimmi, quanti migranti ospiti nella tua casa, bella e spaziosa?
T. Socrate, il mal di testa mi sta distruggendo. Devo scappare.
S. Sono davvero dispiaciuto per il male che affligge la tua testa possente o Tauro!
T. Addio o Socrate.
S. Arrivederci Tauro! Quando ti sarai ripreso dal mal di testa possiamo continuare questa piacevole conversazione.
T. meglio di no Socrate, meglio di no.