Liberare gli esseri umani, meglio, i saggi fra gli esseri umani,
dalla paura della morte è da sempre uno degli obiettivi della
speculazione filosofica. Il saggio cerca la pace interiore, vuole
affrancarsi dalle passioni e forse nessuna passione turba tanto la
pace interiore quanto la paura della morte. L’aspirazione a battere
il turbamento, e la paura che il pensiero della morte suscita in noi
è centrale nel pensiero taoista. “Quando Lao Tse morì, l’amico
Chin Shin, giunto in ritardo, rimproverò ai presenti i loro lamenti
e disse: comportarsi in tal modo è violare il principio della natura
e accrescere l’emozione, è dimenticare quanto abbiamo ricevuto
dalla natura (…). Quando il maestro giunse fu perché ebbe
occasione di nascere, quando se ne andò non fece che seguire il
corso naturale. Coloro che restano tranquilli in tali circostanze e
seguono il corso naturale non possono essere turbati da dolore e da
gioia” (1)
Il morire, come il nascere fanno parte del naturale ciclo degli
eventi: chi comprende questa semplice verità non gioisce per la
nascita né si addolora per la morte di qualcuno, e neppure teme la
propria morte. Però, anche la gioia ed il dolore, le emozioni e la
paura, e la paura della morte, fanno parte del naturale succedersi
degli eventi; cercare di eliminarle totalmente dalla nostra vita è
irragionevole. Portata all’eccesso la ricerca della pace interiore
diventa essa stessa causa di interiori turbamenti. Il pensiero
taoista è conscio di questa latente contraddizione e cerca di
tenersi lontano dagli eccessi, compresi gli eccessi di saggezza.
Il
rifiuto della paura della morte è presente sin dalle origini nel
pensiero occidentale. Rivolgendosi ai giudici che lo avrebbero
condannato, Socrate così parla della morte: “Una di queste due
cose è il morire: o è come non essere più nulla, e chi è morto
non ha più nessun sentimento di nulla; o è proprio, come dicono
alcuni, una specie di mutamento e di migrazione dell’anima da
questo luogo quaggiù ad altro luogo. Ora, se il morire equivale a
non aver più sensazione alcuna, ed è come un sonno quando uno
dormendo non vede più niente neppure in sogno, ha da essere un
guadagno meraviglioso la morte. Perché io penso che se uno, dopo
aver trascelta nella propria memoria tal notte in cui si fosse
addormentato così profondamente da non vedere neppur l’ombra di un
sogno, e poi, paragonate a questa altre notti ed altri giorni della
sua vita, dovesse dirci, bene considerando, quanti giorni e quante
notti in tutto il corso della sua vita egli abbia vissuto più
felicemente e più piacevolmente di quella notte; io penso che (…)
troverebbe assi pochi e facili da noverare codesti giorni e codeste
notti in paragone degli altri giorni e delle altre notti. Se dunque
tal cosa è la morte io dico che è un guadagno. (…) D’altra
parte, se la morte è come un mutar sede di qui ad altro luogo, ed è
vero quello che raccontano, (…) quale bene ci potrà essere, o
giudici, maggiore di questo?” (2). La morte è o un profondo sonno
privo di sogni o un viaggio verso un luogo migliore. La potente
ragione socratica distrugge il naturale terrore che gli esseri umani
hanno per la morte. E non è un atteggiamento quello di Socrate: nel
“Fedone” Platone racconta l’estrema serenità con cui il suo
maestro affronta l’attimo supremo. Dopo aver chiesto a chi gli
aveva portato la cicuta se si dovesse, bevendola, libare a qualche
Dio Socrate afferma: “ far preghiera agli Dei che il trapasso di
qui al mondo di là avvenga felicemente, questo si potrà, credo, e
anzi sarà un bene. E questa è appunto la mia preghiera; e così
sia. E così dicendo, tutto d’un fiato, senza dar segno di
disgusto, piacevolmente, vuotò la tazza sino in fondo” (3). Così,
con serenità, senza paura alcuna, morì quello che Platone definisce
“il più saggio ed il più giusto fra gli uomini”.
Il tema
della indifferenza di fronte alla morte è centrale, come si sa, nel
pensiero stoico. Il saggio stoico cerca la pace interiore e se la
raggiunge è totalmente, assolutamente libero. Il saggio non dipende
dal mondo perché è indifferente al mondo. Vive egualmente bene in
una reggia come in una capanna, si trova a suo agio alla corte
dell’imperatore come ai remi di una galera, incatenato, schiavo fra
gli schiavi. Morire gli è del tutto indifferente: il saggio può
abbandonare la vita con la stessa imperturbabile tranquillità con
cui esce da una stanza fumosa (ma perché uscire, da quella stanza,
se si è tanto indifferenti al mondo?). Possiamo anche trascorrere
una vita piacevole, ma questo non implica che la fine di questa
piacevole vita debba esser causa di dolore e paura, esattamente come
l’abbandonare una piacevole riunione fra amici non causa paura né
dolore ad un uomo equilibrato. Spesso polemici con gli stoici gli
epicurei sono d’accordo coi loro avversari sul tema della paura
della morte. E’ giustamente famoso il detto di Epicuro secondo cui
non si deve temere la morte, infatti, quando io ci sono la morte non
c’è e quando la morte c’è io non ci sono. Autentica perla di
saggezza che ricorda l’affermazione di Ortega y Gasset secondo cui
da un certo punto di vista la vita umana è davvero eterna: sia il
principio che la fine sono situati al di là dei suoi limiti. Tutto
ciò che facciamo, diciamo, pensiamo fa parte della vita, tutto si
svolge nei suoi confini e la morte è posta al di fuori di questi
confini. “La morte non è un evento della vita” afferma Ludwig
Wittgenstein, “la morte non si vive. Se per eternità si intende
non infinita durata nel tempo, ma intemporalità, vive in eterno chi
vive nel presente. La nostra vita è così senza fine, come il nostro
campo visivo senza limiti” (4).
“La nostra vita è senza
fine, così come il campo visivo è senza limiti”. Bella
l’analogia, che esprime la formidabile potenza della ragione. Però
sappiamo che l’occhio è nel contempo origine e limite del campo
visivo, anche se ne è costantemente fuori. “L’occhio non si
vede” dice Wittgenstein sempre nel “tractatus”, non si vede ma
c’è; è fuori campo ma limita il campo appunto standone fuori. Se
non se ne trovasse fuori l’occhio limiterebbe non il campo visivo
ma questo o quell’ente
nel campo visivo,
esattamente come la vista di una casa mi preclude quella del mare.
Così la morte. La morte non è un evento della vita, è sempre fuori
dalla vita ma limita la vita.
La limita precisamente perché
non può essere vissuta.
Se la morte fosse un evento
della vita non limiterebbe la vita, limiterebbe altri eventi della
vita, come ogni scelta che facciamo limita le possibilità
di tutte le altre. La morte è il limite radicale, assoluto, è il
non essere che circonda, limita e pressa l’essere da tutte le
parti. E la radicalità di questo limite riguarda, prima di ogni
altra cosa, il senso, l’esprimibilità. Per i taoisti la morte fa
parte del corso naturale delle cose, Socrate paragona la morte ad un
sonno senza sogni o ad un viaggio, gli stoici parlano del morire come
di un uscire da una stanza, abbandonare una piacevole riunione,
Epicuro parla della morte che c’è quando lui non c’e. Tutti
esempi belli, intriganti, ma tutti, in qualche modo, inadeguati,
necessariamente inadeguati. Perché la morte non è un qualcosa, non
è un evento del ciclo della natura, non per chi muore almeno; non è
qualcosa che c’è quando io non ci sono, e neppure un sonno, sia
pure profondissimo e senza sogni. Forse la morte è davvero un
viaggio ma, in questo caso, a ben vedere le cose, non di morte di
tratta ma di un altro tipo di vita. Ogni modo di parlare della morte
e del nulla è inadeguato perché il nulla e la morte si situano al
di là del senso, della ragione e del linguaggio. Sempre per
continuare il paragone col campo visivo, il limite del campo visivo
non è l’oscurità, il buio. Il buio e l’oscurità noi
li
vediamo, il limite del campo visivo invece si situa in una
dimensione che è priva di senso per la vista. Così è la morte per
la vita. Non possiamo dire cosa sia il nulla della morte perché
qualsiasi cosa si dica di questo nulla in qualche modo lo definisce,
lo determina e lo fa così cessare di essere un nulla.
La
morte è la negazione del senso oltre che della vita,
situandosi oltre la vita si situa al di là delle possibilità di
espressione del linguaggio e di comprensione dell’umana ragione. La
morte è trascendente, trascende la vita, la ragione, il linguaggio,
il senso ed è in questa trascendenza che li limita, li rende
irrimediabilmente finiti, caduchi.
“Essere… o non essere. E’ il problema”. Così inizia il
più famoso monologo della letteratura occidentale. E non a caso lo
splendido monologo è incentrato sul problema della morte. “E chi
vorrebbe sopportare i malanni e le frustate dei tempi, l’oppressione
dei tiranni, le contumelie dell’orgoglio, e pungoli d’amor
spezzato e remore di leggi, arroganza dall’alto e derisione
degl’indegni sul merito paziente, chi lo potrebbe mai se uno può
darsi quietanza col filo d’un pugnale? Chi vorrebbe sudare e
bestemmiare spossato, sotto il peso della vita, se non fosse
l’angoscia del paese dopo la morte, da cui mai nessuno è tornato,
a confonderci il volere e a farci indurire ai mali d’oggi piuttosto
che volare a mali ignoti?” (5). In Shakespeare non c’è traccia
della razionale serenità socratica. La morte non è più un profondo
sonno privo di sogni, è qualcosa di misterioso ed inquietante, pieno
di incognite e pericoli, qualcosa che piega la volontà e “fa tutti
vili”. Il grande drammaturgo non parla della punizione divina,
dell’inferno, parla del mistero della morte, dell’incognita
insita nel non essere, della sua incomprensibilità. Ed è questa a
farci paura, a renderci vili. La morte fa paura precisamente perché
è il limite inconoscibile della vita. Se davvero non facesse paura,
se davvero fosse solo qualcosa di connesso al corso naturale degli
eventi non occorrerebbe un così formidabile dispendio di grandi
energie intellettuali per rendercela accettabile. In effetti la morte
è davvero un evento fra gli altri del grande ciclo della natura,
come sostengono i taoisti, ma questo vale per la morte
degli
altri. La nostra morte non è solo un evento di questo genere, è,
per noi, qualcosa di completamente diverso: è entrare in una
dimensione fuori dalla nostra portata, il “paese da cui mai nessuno
è tornato”, un paese che ci angoscia e ci spaventa, non può non
angosciarci e spaventarci. Tutto ciò che diciamo, pensiamo o
facciamo lo facciamo, pensiamo o diciamo nella vita. Anche la
teorizzazione della naturalezza della morte è un evento della vita,
e anche affrontare serenamente la morte è, sempre, un evento della
vita. Si può essere sereni di fronte alla morte finché si è vivi,
non un istante di più. E’ la radicalità del salto che ci porta al
di là della vita che ci spaventa e questo salto è sempre radicale,
è un salto verso l’indicibile.
La paura della morte è
differente, radicalmente differente, da tutti gli altri tipi di
paura. Tutti gli altri tipi di paura riguardano eventi o cose
determinate. La paura della morte no. Questa ci mette di fronte non
ad eventi tragici della vita ma alla radicale negazione della vita
stessa, riguarda il mistero oltre che il tragico, meglio, riguarda il
tragico perché riguarda il mistero. Il dolore fisico, la malattia,
la miseria, una delusione d’amore, lo stesso dolore per la morte di
una persona cara sono tutti eventi della vita. Il dolore che ci
causano può essere talmente grande che ad esso si può a volte
preferire la morte, ma questo non riduce di un millimetro la
differenza fra questo tipo di paure e dolori e la paura della morte.
Chi preferisce la morte alla malattia ed al dolore fisico, chi
preferisce morire piuttosto che assistere alla morte di suo figlio,
ed ancora, chi è pronto a sacrificare la sua vita per un nobile
ideale o per salvare altre vite non si colloca per questo in una
dimensione posta oltre la vita, non ama la morte né odia la vita, al
contrario. Costui considera tanto universalmente importante la vita
da sacrificare la sua, di vita, per salvare quelle di altri, o ama
talmente certi aspetti della vita da considerare insopportabile una
vita priva di certe caratteristiche. Una vita di miseria, di dolore,
una vita senza che quella certa persona sia a mio fianco, una vita
trascorsa in una società ingiusta non è una vita degna di essere
vissuta, meglio allora il grande salto verso l’ignoto. La paura
della morte può essere controllata, addirittura vinta. Può
sublimarsi in un gesto eroico, può essere intrappolata dalle sottili
e ferree argomentazioni di una grande mente, può, cosa assai più
comune, essere sopraffatta da una paura momentaneamente più grande,
un diverso tipo di paura, determinato, concreto; può ancora essere
annullata dalla disperazione, dal senso di vuoto o di inutilità che
in certi momenti possono subentrare nella vita degli esseri umani. La
paura della morte insomma non è invincibile ma è comunque una
costante, una fondamentale ed originalissima costante della vita
umana.
La morte è posta fuori dalla vita, la paura della morte è
per così dire la presenza della morte nella vita. Se la morte è
indicibile la paura della morte è invece qualcosa di determinato,
qualcosa che si sente, di cui si può sensatamente parlare. Tramite
la paura che suscita in noi la morte diventa, in un certo senso, meno
misteriosa, familiarizza con noi, muta forma e diventa anch’essa,
come paura, un evento della vita. Ma non diventa per questo meno
terribile. Perché, se è vero che a volte la paura della morte può
essere vinta, essa resta tuttavia fra tutte le paure, quella che ci
mette di fronte alla discontinuità più radicale, ci fa toccare con
mano il senso ultimo della nostra finitezza. “Coraggio, la vita
continua”: a moltissimi dolori si risponde in questo modo. La vita
continua, bisogna stringere i denti ed andare avanti, reagire. E,
molte volte ci riusciamo, per fortuna, a reagire. E la vita, in
effetti va avanti, ci si riprende, si ridà un senso ai propri
giorni, si può di nuovo, in qualche modo essere sereni, se non
felici. La paura della morte ci mette di fronte a qualcosa di
completamente diverso, tanto diverso da far diventare ridicola
l’esortazione a “tirare avanti”. La morte spezza il corso degli
eventi, interrompe progetti, aspettative, amori, affetti, passioni,
ideali, antipatie. E’ a questa radicale, assoluta, discontinuità
che ci mette di fronte la paura della morte. La paura della morte,
nella sua concretezza, ci mette contemporaneamente di fronte al
mistero dell’insensato ed insieme alla rottura radicale di ogni
continuità nel conoscibile e nel sensato, in questo senso
è
la più radicale di tutte le paure, anche se può non essere sempre
la più acuta. Trattare di come le varie correnti
del pensiero occidentale si sono misurate col problema della morte
significherebbe, nientemeno, scrivere la storia della filosofia
occidentale, compito che l’autore di queste note ritiene
leggermente superiore alle sue forze. Semplificando scandalosamente
le cose si può dire che nel pensiero occidentale emergono tre
posizioni riguardo alla morte: quella di chi ritiene che ci si possa
e ci si debba emancipare dalla morte, quella di chi cerca di
esorcizzarla ed infine quella di chi ritiene si possa cercare di
convivere con essa.
Già in Platone è presente non tanto l’idea
dell’emancipazione dalla morte quanto una autentica valutazione
positiva della stessa. Per Platone l’anima è prigioniera del corpo
e, incatenata in questa prigione, le è inibita la contemplazione del
mondo delle idee. Siamo lontani, come di vede, dalla stessa
concezione socratica della morte come sonno profondo o come viaggio
verso un luogo migliore (concezione che è lo stesso Platone ad
esporre). Nello sviluppo del suo pensiero Platone arriva a definire
la morte come liberazione dell’anima dalla prigione del corpo e la
filosofia come una sorta di preparazione alla morte. Anche se negli
anni Platone ammorbidirà questa sua posizione essa resta centrale
nel pensiero del grande filosofo. La morte non ci dissolve nel non
essere ma ci porta nella dimensione autentica dell’essere. Sono
abbastanza evidenti le analogie fra il platonismo ed il pensiero
cristiano: la morte segna il passaggio da una ad un’altra forma di
vita. Risorgendo Cristo ha sconfitto la morte ed ha aperto a tutti
gli esseri umani la prospettiva della vita eterna e beata. Nel
cristianesimo però non è presente, o, quanto meno, è assai meno
accentuata, la concezione negativa del mondo sensibile che è invece
tipica del platonismo. La vita in questo mondo è importante perché,
se rettamente vissuta, ci conduce alle porte del Regno. Il mondo
ultrasensibile ha la priorità assoluta, ovviamente, ma questo non fa
scadere il mondo sensibile a qualcosa di privo di ogni importanza. E’
sulla terra che dobbiamo dimostrate di non essere indegni del cielo.
In ogni caso, sia nella filosofia platonica che in quella cristiana,
in tutte le innumerevoli scuole in cui queste si dividono, la morte
non si identifica col non essere. Ci si può emancipare dalla morte
perché la morte, in senso proprio, non esiste: la morte è solo un
passaggio fra dimensioni diverse dell’essere.
Praticamente
tutte le filosofie dell’assoluto e della totalità esorcizzano, o
cercano di esorcizzare, la morte e la paura che questa provoca in
noi. Si tratta di filosofie che svalutano radicalmente il ruolo del
singolo, quindi l’importanza centrale che ha per il singolo il
fatto angoscioso della morte. Gli individui sono mortali ma non lo è
il genere, la morte di un individuo non conta nulla se inquadrata nel
flusso millenario della storia: quante volte non si sono sentite
affermazioni simili? A contare è sempre l’intero, la totalità, la
società nel suo complesso, l’armonia complessiva del tutto. Poiché
i singoli contano solo in quanto membri dell’intero, parti della
sua superiore armonia, e poiché la morte è,
sempre,
morte del singolo,
è la mia, la tua, la sua morte,
la morte non conta, non fa paura, non deve fare paura. Cosa conta il
singolo di fronte all’assoluto hegeliano che si auto manifesta
dialetticamente o alla marxiana storia a soggetto che rivela a sé
stessa il suo fine immanente? Nulla. La sua morte, quindi
la
morte, perde importanza, centralità, viene assorbita in una
superiore, e più profonda, ed infinitamente pervasiva, armonia.
Assorbita e quindi esorcizzata, ma non sconfitta, al contrario.
Perché nel momento stesso in cui mirano ad una tanto elevata armonia
queste filosofie non possono dare risposta alla domanda che
Dostoevskij mette in bocca ad Ivan Karamazov: “è giusta una
armonia che renda tutti felici gli esseri umani ma si basi sul dolore
anche di un solo bimbo innocente?”. La contrapposizione fra
individui e genere, parte e tutto, non distrugge questa tanto
conclamata armonia? Non è quanto di meno armonico si possa
concepire? Ed ancora, tutte queste grandi costruzioni metafisiche
divinizzano, contro l’individuo, il genere, e fingono di non vedere
che non sta scritto da nessuna parte che il genere sia immortale,
ignorano l’indifferenza della natura nei confronti delle esigenze
più profonde dell’uomo; parlano, a volte, di scienza ma ignorano
quasi sempre i risultati delle sue ricerche. Infine, ed è la cosa
più importante di tutte, tutte queste sublimi speculazioni
metafisiche non possono dire nulla all’uomo che è posto di fronte
al fatto tragico della propria morte. Il richiamo al genere, al corso
della storia, alla totalità non danno alcun senso alla morte di
quella persona lì, non squarciano il mistero del nulla in qui
questa sta per dissolversi; e non danno consolazione, non aiutano,
non leniscono alcun dolore. E’ possibile sacrificarsi serenamente
per qualcosa di cui si vede e si sente l’importanza e la grandezza,
per lottare contro un’ingiustizia che si tocca con mano e che si
sente intollerabile. Morire felici, per la superiore armonia del
tutto o per una assoluta felicità di cui gli uomini godranno fra
10.000 anni è invece impossibile, e quando, per pura ipotesi, sia
possibile è indice di nichilismo fanatico, fonte di ulteriori
dolori, non di consolazione.
Ma ad esorcizzare la morte sono
anche, paradossalmente, alcune filosofie che la mettono al proprio
centro. Esemplare e paradigmatica fra queste è la filosofia di
Martin Heidegger.
Per Heidegger (e le considerazioni che seguono
costituiscono solo telegrafici richiami ad alcuni punti della sua
filosofia), per Heidegger si diceva, l’uomo è sempre in una
situazione, gettato in essa, è un esserci. L’uomo è nel mondo e
progetta la sua vita nel mondo; si rapporta in questo modo
attivamente con gli enti del mondo, ne prende cura. Ma in questo
riferirsi agli enti l’uomo perde la propria caratteristica
principale: quella di essere un ente, l’unico ente, che si pone la
domanda sul senso dell’essere. Interessato agli enti e non
all’essere l’uomo conduce una vita inautentica, diventa esso
stesso ente fra gli enti. La coscienza tuttavia richiama l’uomo
all’esistenza autentica, in cui recuperare il rapporto col senso
dell’essere. Rapportarsi a questo o a quell’ente, cercare di
realizzare questo o quel progetto sono tutte scelte in qualche modo
equivalenti. Ogni progetto che si basi sugli enti porta l’uomo a
condurre una vita inautentica, lo perde. L’uomo (l’esserci) può
recuperare l’autenticità del suo essere solo se concentra la sua
attenzione su un evento che segna la radicale impossibilità di ogni
progetto, ogni scelta e questo evento è la morte. Io posso non
studiare, non lavorare, non amare ma non posso non morire. La morte è
la possibilità che rende impossibili tutte le altre possibilità, è
ciò che di più essenziale, autentico esiste nell’uomo.
L’esistenza autentica è l’essere per la morte, il vivere
anticipando nella vita la morte. L’essere per la morte si realizza
nel sentimento dell’angoscia. Vivere in maniera autentica significa
comprendere angosciosamente che il senso della vita altro non è che
la morte. L’angoscia è ben diversa dalla paura della morte che è
invece tipica della esistenza inautentica, banale. Chi vive per la
morte non la teme ma sa che la finitezza radicale della morte
costituisce il senso profondo del suo vivere.
“la morte in
quanto possibilità, non offre niente da realizzare all’uomo e
niente che esso possa essere come realtà attuale. Essa è la
possibilità dell’impossibilità di ogni comportamento verso ogni
esistere. Nell’anticipazione questa possibilità si fa sempre più
grande, (..) si rivela come la possibilità dell’incommensurabile
impossibilità dell’esistenza”. (6) “La morte non offre niente
da realizzare all’uomo” afferma Heidegger, ma questo niente è
ciò che conferisce senso ed autenticità alla sua vita: “
L’esserci si apre a sé stesso nei confronti della possibilità
estrema. Ma progettarsi sul poter essere sé stesso significa: poter
comprendere sé stesso entro l’essere dell’ente così svelato:
esistere. L’anticiparsi si rivela come la possibilità della
comprensione del poter essere più proprio ed estremo, cioè come la
possibilità dell’esistenza autentica”. (7) Aprendosi nei
confronti della “possibilità estrema” l’uomo comprende sé
stesso entro “l’essere dell’ente”, si rapporta non agli enti
e a sé stesso inteso come ente fra gli enti, ma all’essere,
all’essenza. Così facendo conduce una vita autentica, non frivola,
non banale, fondata sull’angoscia.
In questo modo però, a
modestissimo parere di chi scrive, la morte è di nuovo esorcizzata.
Da non senso che pressa e circonda il senso, la morte diventa senso,
smette di essere l’al di là del limite, al di là misterioso e
insensato, per trasformarsi in autenticità della vita. La paura
della morte è, appunto, paura di quell’al di là, di quel non
senso inconoscibile che, mai esperito, mai neppure detto, ci limita.
Ma nella filosofia di Heidegger la paura della morte diventa una
forma banale e frivola di angoscia mentre nella vera e non banale
angoscia ci si rivela l’autenticità. Vivendo per la morte l’uomo
fonda in maniera più solida la propria vita. La cosa è a mio parere
tanto più evidente se si considera che per Heidegger “l’essere
per la morte non implica alcun atteggiamento di distacco e fuga dal
mondo, ma porta l’esserci, affrancato da ogni illusione, nella
decisione dell’agire”. (8) Anticipando la morte nella propria
esistenza l’uomo non rinnega la volontà di vivere, in questo
Heidegger è molto distante da Schopenhauer. In Heidegger non c’è
il rifiuto della volontà, né la serenità socratica né l’amletico
timore del paese da cui nessuno è tornato. C’è la scoperta di un
non senso che nichilisticamente conferisce senso e che spinge
all’azione. Senza voler essere ingiusti verso un grande pensatore
non si può scordare che Martin Heidegger aderì entusiasticamente al
partito nazionalsocialista e in più occasioni assunse atteggiamenti
al limite dell’apologetico nei confronti di Adolf Hitler. Se visto
in questo senso l’heideggeriano vivere per la morte non può non
assumere un colore sinistro.
Le filosofie che mettono al
centro l’individuo, o la persona, o il singolo considerano la morte
come ciò che di più intimo, personale, privato possa concepirsi. La
morte è prima di ogni altra cosa la
mia morte, come
mia è la vita e miei, miei in sommo grado, sono gli aspetti
fondamentali del mio esistere: il rapporto con la mia coscienza, o
l’amore, o il sesso. Non sto trattando, né intendo trattare, sia
ben chiaro, del problema se la vita sia o meno un bene disponibile, o
di temi come l’aborto, l’eutanasia o il suicidio. Il cattolico
che consideri indisponibile la vita sosterrà che la vita è un dono
di Dio che dobbiamo utilizzare bene, resta pur sempre il fatto che
tale dono è nostro e che il rapporto con quel dono è quanto di più
intimamente, privatamente nostro si possa immaginare; del resto lo
stesso rapporto con la divinità è privato prima che pubblico,
riguarda l’intimità della coscienza prima che il rito
collettivo.
Le filosofie liberali non dicono molto, in quanto
filosofie, sul problema se sia possibile o meno, e come, emanciparsi
dalla morte. Molti filosofi liberali sono stati e sono credenti, si
pensi a Locke, ma la speranza della salvezza riguarda la loro fede,
non i loro sistemi speculativi. Infine, ed è la cosa più
importante, le filosofie che privilegiano il singolo non cercano in
alcun modo di esorcizzare la morte. Si può sperare ed anche credere
nella emancipazione, trascendente, dalla morte ma la pretesa di
esorcizzarla è quanto di più pericoloso si possa concepire. Cercare
di costruire una società mondana in cui ci si senta liberati dalla
paura e dal senso di smarrimento che inevitabilmente la morte induce
in noi significa inseguire il più perfezionista, il più utopico e
prometeico fra i sogni degli esseri umani. Ed in nome di un simile
sogno, ormai dovremmo averlo imparato, si possono commettere le
peggiori turpitudini. Nessuno ha fatto scorrere tanto sangue
innocente quanto coloro che sognavano l’assoluta felicità umana,
nessuno ha causato tante morti quanto coloro che volevano liberare
l’umanità dal male oscuro della morte. Il trionfo sulla morte ha
finora sempre coinciso col trionfo della morte.
A modesto
parere di chi scrive ogni filosofia che riconosca francamente i
limiti dell’uomo non può teorizzare che il tentativo di convivere
con la morte. La morte è il limite pauroso dell’esistere ma non
annulla l’esistere. Non è senso, è mancanza di senso, ma non ci
impedisce di dar senso ai nostri giorni. Se proiettata oltre sé
stessa la vita non ha senso o, quando lo ha, si tratta di un senso
del tutto privo della dimensione individuale, privata. Una grande
opera letteraria parla nel tempo del suo autore, ha un senso che va
oltre la vita di chi la ha composta, ma si tratta di un senso che per
l’autore non ha ormai nessuna importanza, un senso che l’autore
non vive, non fa proprio, forse neppure avrebbe condiviso. La “nona”
di Beethoven o la
Critica della ragion pura di Kant hanno,
oggi, senso per noi, continueranno ad averne nella storia della
filosofia e della musica. I loro autori però sono fuori dal senso
delle loro opere, ne sono fuori irrimediabilmente, per sempre.
L’immortalità del grande uomo è una immortalità fasulla, non
emancipa dalla morte, nessuno può esserne emancipato. Nessuna
emancipazione quindi (solo Dio può emancipare dalla morte, ma, qui
entra in gioco la fede...) ma tentativo di dare comunque senso al
nostro vivere. Perché, se è vero che proiettata oltre sé stessa la
mia vita è insensata è anche vero che non sono insensate le cose
che faccio nella vita. Il mio relazionarmi agli altri, parlare,
scrivere, amare, aver avuto dei figli, averli educati, lavorare,
tutte queste cose non sono un banale agitarsi, un frivolo cercare di
distrarsi per non pensare alla morte, come direbbe Pascal. No, sono
il senso del mio esistere, senso più o meno grande, più o meno
importante ma senso, significato.
Il senso della vita sta nel
viverla. E di questo senso fanno parte, è vero, la nostra
caducità, la morte che ci pressa col suo non senso, e la nostra
paura della morte, ed il pensiero angoscioso dell’annichilimento
che ci attende. Ma tutto questo non annulla la gioia, o la serenità,
o le soddisfazioni che la vita ci può dare. Non rende la vita un
inferno pervaso di angoscia, non toglie importanza a quanto, tanto o
poco, nella vita riusciamo a realizzare. Avere un figlio, allevarlo,
educarlo, aiutarlo a diventare una persona matura e responsabile sono
cose che danno senso ai miei giorni, anche se un giorno morirò e
dopo di me morirà mio figlio e poi il suo ancora. E danno senso il
parlare con una persona che si sente amica, il confrontarsi, il porsi
degli obiettivi ed il cercare di raggiungerli. Ed ha anche senso,
forse, la malinconia che a volte ci pervade, la stessa sottile
insoddisfazione che accompagna lo scorrere del tempo, e quella
sensazione che tante volte ci coglie di non aver raggiunto tutto ciò
che, forse, potevamo raggiungere. Vivere il meglio possibile la vita
vuol dire evitare l’ottimismo beota come la disperazione
nichilista, l’atteggiamento frivolo di che cerca di stordirsi per
non pensare alla fine, come il macerarsi autodistruttivo. Certo,
oltre a questo resta la fede, e con la fede la speranza, ma questo
può riguardare solo chi la ha, fede. Altro non si può dire, a mio
parere. Tutti qui? Si potrebbe obiettare. Si, tutto qui. Non si
tratta di conclusioni molto originali, me ne rendo conto,
soprattutto, non si tratta di considerazioni che possano in qualche
modo risolvere il problema che si è cercato di affrontare. Ma è
davvero risolvibile un tale problema?
Note
1) Fung Yu lan: Storia della filosofia cinese. Mondadori 2004 pag.
88.
2) Platone: Apologia di Socrate. In “I grandi filosofi:
Socrate”. Ed. Il sole 24 ore 2006 pag 420
3) Platone: Fedone. Ibidem pag. 528.
4) Ludwig Wittgenstein: Tractatus logico philosophicus. Einaudi
paperbacks 1984 pag. 80
5) William Shakespeare: Amleto. Oscar classici Mondadori 2007.
Pag. 133 – 135.
6) Martin Heidegger: Essere e tempo, Longanesi 1976 pag. 319
7) Ibidem pag. 319
8) Ibidem pag. 374