lunedì 14 settembre 2015

SOCRATE E L'INTEGRAZIONE






Socrate. O che piacere vederti caro amico, buona giornata!
Nico Pendola. Buona giornata a te, nobile Socrate!
S. Dove ti dirigi con tanta fretta, amico mio?
P. Sto andando ad una scuola qui vicino. Si tengono dei corsi per stranieri, ed anche per italiani, al fine di favorire la reciproca integrazione. .
S. Nobile intento.
P. Mi fa piacere che la pensi così, o Socrate. Perché non mi accompagni? Cammin facendo potremo fare due chiacchiere.
S. Molto volentieri o Pendola.
P. Dicevo, mi fa molto piacere, o Socrate, che tu giudichi nobile l'intento della reciproca integrazione. Questa rappresenta infatti la soluzione di tutti i problemi che possono nascere dall'arrivo di tanti fratelli che, spinti da fame e guerre, approdano sulle nostre coste. Loro si integreranno armoniosamente con noi, e noi con loro. Noi accetteremo la loro diversità, rispetteremo la loro cultura, loro rispetteranno noi e la nostra cultura e tutti saremo felici. E sarà definitivamente sconfitto lo sciovinismo razzista di Talmini che cerca di alimentare ingiustificate paure.
S. Fammi capire, o Pendola, tu ritieni che l'integrazione risolverà tutti i problemi che nascono dall'arrivo di tanta gente qui da noi?
P. E come no? Penso non si possa dubitare di una verità tanto evidente.
S. Io invece mi permetto di dubitarne, anzi, penso che valga, in una certa misura, il discorso inverso: solo se fosse possibile iniziare, almeno, a risolvere alcuni problemi derivanti dalla immigrazione si potrebbe parlare seriamente di integrazione.
P. Non ti seguo.
S. Eppure è molto semplice. Dimmi o Pendola, pensi potrebbero convivere armoniosamente cento esseri umani costretti ad abitare tutti in una casa di cento metri quadri?
P. Ma... la cosa mi sembra alquanto problematica, ma non vedo il nesso col nostro discorso.
S. Lasciamo perdere il nesso, per ora. Piuttosto, ti prego di provare ad immaginare questa situazione. Delle cento persone costrette a convivere in una casa di cento metri quadri solo 30 lavorano e devono col loro lavoro mantenere se stesse e le altre 70. Tu credi che in una situazione simile si svilupperebbero fra queste persone sentimenti di reciproca amicizia o non piuttosto antipatia, invidia, reciproci egoismi?
P. Beh, così, a naso, mi sembra che la seconda ipotesi sia più realistica.
S. E non credi che si verificherebbero episodi di violenza, furti, prevaricazioni, imbrogli?
P. E' possibile, ma, cosa c'entra tutto questo o Socrate?
S. Dimmi nobile amico, in quali stati intendono stabilirsi i migranti?
P: Italia, Spagna, Francia, Germania, insomma, in Europa occidentale.
S. Si tratta di grandi stati?
P. No
S. Densamente popolati?
P. Si
S. Attraversano una fase di prosperità o di crisi?
P. Di crisi, lo sanno tutti, e la crisi è provocata dai meccanismi disumani della economia capitalistica che mira solo al profitto...
S. Lasciamo perdere il profitto, per carità, non stiamo parlando di questo. Dimmi ora, nobile amico, Africa e medio oriente sono piccoli o grandi?
P. Molto grandi
S. E la loro popolazione complessiva supera abbondantemente il miliardo di esseri umani?
P. Certo
S. Quindi, se solo un venti per cento di questa popolazione arrivasse in Europa dovremmo accogliere oltre trecento milioni di persone, come minimo. Non ti sembra che una simile situazione ricorderebbe quella che ho cercato di raffigurare con l'esempio della casa e dei suoi cento abitanti? Forse ho esagerato un po', ma solo per essere più chiaro. O, chissà, forse non ho esagerato affatto.
P. No, hai esagerato e molto!
S. Non direi o Pendola. Scusa, tu ed altri amici tuoi avete mai parlato di limiti alla immigrazione?
P. No, mai ne abbiamo parlato. Non si possono mettere limiti alla esigenza di accogliere a casa propria chi soffre.
S. Quindi, dobbiamo accogliere tutti coloro che chiedono di essere accolti. Se la logica ha un senso questo implica che non potremmo sbarrare le porte di casa neppure ad un miliardo di migranti. Questo creerebbe una situazione ben peggiore di quella che ho cercato di rappresentare con l'esempio della casa. Ne convieni?
P. Basta o Socrate! I tuoi sono sofismi che si basano su ipotesi non realistiche!
S. I miei ragionamenti si basano solo sulla logica, amico mio. Che, se si parte dal presupposto che si debba accogliere chiunque chieda accoglienza non si può poi arretrare di fronte a nessuna cifra.
P. Mi sembra che la tua logica sia viziata dalla propaganda.
S. Nessuno più di me è alieno alle lusinghe della propaganda. Comunque, andiamo oltre, se sei disposto a proseguire il nostro piacevole dialogo.
P. Certo che sono disposto! Voglio proprio vedere quali altri sofismi tirerai fuori.
S. Nessun sofisma ottimo amico. Come tu sai io cerco solo, dialogando, di avvicinarmi al vero. A questo fine vorrei rivolgerti qualche domanda.
P. Bene, domanda pure, sarò lieto di risponderti.
S. Dimmi allora, come definiresti tu l'integrazione? O, se preferisci, quando, per te, si ha integrazione?
P. Si ha integrazione quando persone diverse convivono armoniosamente fra loro, e riconoscono l'una il valore dell'altra, e considerano le loro diversità non quali problemi ma quali risorse preziose, in grado di arricchire spiritualmente tutti.
S. Quindi l'integrazione sarebbe la convivenza fra diversi?
P. Si, questo è l'integrazione|!
S. Quindi se un ateo, un musulmano, un cristiano, un ebreo ed un buddista vivono sotto lo stesso tetto questi sono integrati fra loro? Questo tu dici?
P. Non travisare le mie parole o Socrate. Io dico che queste persone devono rispettarsi e considerare come risorse le loro differenze.
S. Ma, non ti sembra che per rispettarsi fra loro queste persone debbano, tutte, riconoscersi in qualche valore comune?
P. Non saprei, forse si.
S. Ad esempio, la tolleranza?
P. Si, così è.
S. Quindi potremo identificare l'integrazione con la tolleranza?
P. Si.
S. Ma, se per caso fra queste persone qualcuna non accetta il valore della tolleranza, se una delle differenze fra loro consiste in questo: che qualcuno preferisce la intolleranza alla tolleranza, che fare? Dovremo considerare anche questa differenza come una “preziosa risorsa” o non dovremo invece obbligare alla tolleranza gli intolleranti?
P. Penso che sia lecito in questo caso obbligare per legge tutti alla tolleranza.
S. Quindi il rispetto per la legge sarebbe alla base dell'integrazione?
P. Forse si.
S. Potremmo allora dire che si ha integrazione quando tutti, compresi coloro che sono emigrati in casa nostra, accettano le nostre leggi ed ubbidiscono ad esse?
P. Non saprei. Chi è venuto da noi può obbedire alle nostre leggi solo se queste tengono conto della sua diversità, rispettano la sua identità.
S. La cosa mi lascia perplesso.
P. Esponimi le tue perplessità o Socrate.
S. Dimmi, nobile amico, se fra i nuovi venuti ci fosse chi considera un crimine la omosessualità noi dovremmo fare una legge che punisce col carcere, o magari con la pena di morte, gli omosessuali?
P. Mai!
S. E se fra i nuovi venuti ci fossero persone convinte che l'adultera vada punita con la lapidazione dovremmo noi istituire il reato di adulterio e punirlo con la lapidazione?
P. Direi di no. Forse potremmo fare leggi diversificate, alcune che valgano per noi ed altre per i nuovi arrivati.
S. Quindi, poniamo a Milano, una adultera potrebbe divorziare se si chiama Maria, mentre un'altra adultera, di nome Fathima, che abita nella casa accanto, sarebbe lapidata se tradisse il marito. Questo tu vorresti?
P. Non saprei, sono perplesso.
S. E ti sembra ragionevole che il signor Rossi venga processato per bigamia, se si scopre che ha due mogli, mentre il signor Alì, che vive a pochi metri da lui, possa tranquillamente averne quattro, di mogli?
P. E tu cosa proporresti, che divorziasse dalle prime tre?
S. Io mi limito ad esporre dei problemi, conscio della loro difficoltà estrema; e questa difficoltà dimostra che in molti casi l'integrazione è non solo difficile, ma quasi impossibile.
P. Queste mi sembrano considerazioni assai scioviniste e mi stupisco che tu le faccia, o Socrate.
S. Caro amico, definire sciovinista chi sottolinea la gravità dei problemi non aiuta certo a risolverli, i problemi. Ti sembra che sarebbe integrata una società in cui in un quartiere si divorzia ed in un altro si lapida? Ti sembra che ci sarebbero valori comuni, e rispetto reciproco, e proficuo utilizzo delle differenze in una simile situazione?
P. Sembra di no.
S. Lo sembra anche a me. Anzi, a me sembra che questa neppure potrebbe definirsi società, sarebbe solo un aggregato informe di esseri umani, non uniti da nulla.
P. C'è del vero in quanto tu dici, ma si tratta di casi puramente ipotetici.
S. Beh, troppo ipotetici non sono. Comunque tenendo conto di quanto abbiamo detto, come definiresti ora l'integrazione, nobile amico?
P. La definirei come l'osservanza delle leggi.
S. Cioè, si ha integrazione dei nuovi venuti quando questi osservano le leggi del paese che li ospita?
P: La cosa non mi convince del tutto, ma direi di si.
S. E possiamo aggiungere, visto che è molto difficile obbedire alle leggi di un paese di cui non si conosce la lingua, che affinché ci sia davvero integrazione i nuovi venuti dovrebbero imparare, almeno per sommi capi, la nostra lingua?
P. Possiamo, anche se la cosa non mi convince del tutto
S. E perché mai?
P. Mi sembra che costituisca violenza pretendere che i nostri ospiti, oltre a seguire le nostre leggi, siano costretti a parlare la nostra lingua.
S. Scusa o nobile amico, tu possiedi una casa vero?
P. Certo.
S. E questa casa è arredata secondo i tuoi gusti, nella libreria ci sono certi libri e non altri, in uno scaffale certi CD e non altri, vero?
P. Ovvio
S. E in casa tua si seguono certe regole, penso. Ad esempio si pranza ad una certa ora, non si fuma, o non si fuma troppo, e non si fa chiasso dopo un'altra ora, giusto?
P. Giustissimo
S. E cosa diresti se un tuo ospite arrivasse in casa tua e cambiasse i libri che hai disposto nella tua libreria, fumasse a tutte le ora come un turco, si mettesse a tavola alle ore che vuole lui e mettesse musica a tutto volume fino alle tre del mattino?
P. Beh, direi che si tratta di un gran maleducato.
S. Ed avresti ragione. E se questo ospita maleducato neppure cercasse di parlare la tua lingua e pretendesse che tu parlassi la sua, cosa diresti?
P. Direi che è prepotente oltre che maleducato.
S. Ed avresti ragione. Dimmi ora, nobile amico, potremmo considerare il paese in cui viviamo come la nostra casa comune?
P. Si o Socrate, possiamo
S. Quindi...
P. Basta Socrate! E sia, ti concedo che per integrazione deve intendersi l'osservanza delle leggi del paese accogliente e l'apprendimento della sua lingua. E con questo siamo giunti, mi pare, ad un ampio accordo.
S. Troppo ampio non mi sembra, anzi, ti dirò che questa definizione non mi convince del tutto.
P. Insomma o Socrate, possibile che tu non sia mai contento di una definizione?
S. Scusami nobile amico, lo sai come sono. Ho sempre una gran voglia di approfondire, non mi accontento mai di ciò che a prima vista appare ovvio...
P. E sia, ma dimmi perché questa definizione non ti accontenta del tutto.
S. Dimmi o Pendola, un turista giapponese in visita a Roma è tenuto ad osservare le nostre leggi?
P. E come no?
S. E se questo turista, oltre ad osservare le nostre leggi, riesce ad esprimersi in italiano, possiamo forse dire che è integrato nella nostra società, che è italiano?
P. No
S. Quindi concorderai con me se dico che per esserci davvero integrazione occorre non solo osservare le leggi e parlare la lingua del paese ospitante, ma anche riconoscersi nella sua cultura, apprezzarne la tradizione, conoscerne la storia, soprattutto condividere i valori base su cui si fonda, in quel paese, la civile convivenza.
P. E no, o Socrate, non siamo assolutamente d'accordo! Tu pretendi che chi arriva qui da noi dimentichi le sue origini! Questa è assimilazione, non integrazione!
S. Non che dimentichi le sue origini, ma che condivida valori e tradizioni del paese che lo ospita. Questo hanno fatto tanti nostri emigranti. Hanno continuato ad amare l'Italia ma si sono inseriti nei paesi che li ospitavano, sono diventati loro buoni cittadini.
P. Sarà, a me sembra che si tratti di violenza, di pura prepotenza sciovinista.
S. Mi sembra, caro amico, che sostenendo quanto ora sostieni tu cada in contraddizione con quanto poco fa avevi ammesso.
P. Proprio non ti seguo o Socrate, con cosa io cadrei in contraddizione?
S. Poco fa tu hai affermato, mi pare, che si ha integrazione quando chi accogliamo rispetta le nostre leggi, è così?
P. Si, è così, ed allora?
S. Non ti pare che molte delle nostre leggi siano legate alle nostre tradizioni, affondino le loro radici nella nostra storia e nella nostra cultura, o, più in generale nella storia e nella cultura dell'occidente?
P. Forse.
S. E non ti pare che molte delle nostre leggi mettano in atto i valori base della nostra civiltà?
P. Forse
S. Abbiamo leggi che riconoscono la libertà personale, organizzano in maniera democratica la vita politica, garantiscono la libertà di culto, sanciscono la separazione fra stato e chiesa, affermano la assoluta parità fra i sessi. Non ti pare che queste leggi mettano in atto quelli che sono i nostri valori?
P. Può essere.
S. E dimmi ora, o Pendola, è o non è vero che il potere delle leggi si basa in larga misura sulla adesione convinta che ad esse danno i cittadini?
P. Si, mi sembra.
S. Pensi che se la stragrande maggioranza dei cittadini considerasse cosa giusta lapidare una adultera una legge che proibisse questa usanza sarebbe davvero in grado di tutelare la vita delle adultere?
P. Sembrerebbe di no.
S. Una simile legge non sarebbe osservata in moltissimi casi e prima o poi sarebbe abolita se davvero tutti o quasi i cittadini la considerassero iniqua, ne convieni?
P. Penso di poter convenire.
S. Possiamo allora sostenere che la obbedienza che i cittadini devono alle leggi è legata alla adesione diffusa e convinta ai valori ed ai principi a cui queste leggi si ispirano?
P. Si, possiamo sostenerlo.
S. Quindi, anche concedendo che la integrazione si riduca alla osservanza delle leggi siamo costretti ad ammettere che questa osservanza deve basarsi sulla adesione a qualcosa di più fondamentale e profondo, cioè ai valori in cui le leggi affondano le loro radici. In mancanza di tale adesione la osservanza delle leggi sarebbe un fatto puramente formale, qualcosa di accidentale e transitorio, incapace di fondare e garantire solidi e duraturi rapporti di civile convivenza fra i cittadini. Ne convieni?
P. Non saprei, o Socrate, anche perché mi sembra che sia tu ora a cadere in contraddizione con te stesso.
S. Spiegami perché, ottimo amico, se davvero son caduto in contraddizione vedrò di correggere il mio errore.
P. Prima tu hai affermato che la semplice obbedienza alle leggi non può identificarsi con la integrazione, hai fatto l'esempio di un turista di passaggio in Italia che non può essere considerato italiano solo perché obbedisce alle leggi italiane. Ora invece sostieni che la obbedienza alle leggi implica la adesione a valori e principi basilari, il che fa pensare che questa osservanza possa identificarsi con l'integrazione.
S. Tu ringrazio per la tua osservazione, ma mi sembra che non ci sia contraddizione alcuna nelle mie parole.
P. A me sembra invece che ci sia
S. Può essere che abbia ragione tu, ottimo amico, ma dimmi, a tuo parere il tutto si identifica con la parte?
P. No
S. E non ti pare che una casa con fondamenta debolissime, ma buone mura ed ottimo tetto corra il rischio di crollare da un momento all'altro?
P. Direi che corre questo rischio
S. Ebbene, ciò che vale per la casa vale a maggior ragione per l'integrazione. L'osservanza delle leggi è parte della integrazione ma non si identifica con essa, è ben lungi dall'essere il tutto. E il tutto è costituito dalle leggi, ma anche dalla tradizione, dalla cultura, dalla lingua. Soprattutto è costituito dai valori fondanti una certa società. Ed ancora, come una casa deve avere solide fondamenta se non vuol crollare così l'integrazione non può reggere se si identifica con una osservanza delle leggi che non sia basata sulla adesione convinta e diffusa ai valori cui le leggi sono radicate. Sono riuscito ad esplicitare il mio pensiero, amico mio?
P. Non so, non saprei, ho un gran mal di testa, e poi, tu fai discorsi che non hanno nesso alcuno con la realtà, pure ipotesi fantasiose.
S. Mi spiace per il tuo mal di testa, ma dimmi, è vero o falso che nel mondo islamico bestemmia ed apostasia sono spesso punite con la morte?
P. E' vero.
S. E' vero o falso che in quel mondo l'adulterio è spesso punito con la lapidazione o la fustigazione?
P. E' vero.
S. E' vero o falso che in quel mondo esiste la poligamia?
P. Vero.
S. E l'infibulazione?
P. Vero.
E dimmi ancora, è o non è vero che la gran maggioranza di chi arriva sulle nostre coste è costituita da islamici?
P. E' vero.
S. Come puoi quindi dire che le mie sono fantasiose ipotesi?
P. Basta o Socrate, la testa mi scoppia! Guarda abbiamo raggiunto la nostra meta, la scuola in cui si tengono i corsi di integrazione. Devo salutarti o Socrate.
S. Se vuoi posso partecipare anche io a quei corsi, così potremo, tutti insieme, approfondire queste tematiche.
P. No, no, è meglio di no, addio Socrate!
S. Arrivederci ottimo amico!


giovedì 30 luglio 2015

CONSIDERAZIONI SULLA "LAUDATO SI"




E' importante l'ultima enciclica papale. Lo è non tanto perché costituisca una novità culturale: non si incontra nella “laudato si” letteralmente nulla che non sia già stato detto e ripetuto innumerevoli volte, è importante proprio perché non dice nulla di nuovo. Con la sua enciclica il papa da il suo alto avallo ad un magma ideologico fatto di pauperismo, terzomondismo, mentalità anti industriale, malthusismo, il tutto condito con una goccia di mal digerito marxismo, che è oggi egemone in larghi settori della pubblica opinione occidentale, ed è una delle cause della crisi in cui versa la nostra civiltà. Val la pena quindi di leggerla, questa enciclica, e cercare di commentarla.

LA NATURA

L'enciclica presenta la natura come una sorta di grande ed armonioso sistema. Ogni ente è in relazione con tutti gli altri e contribuisce con gli altri alla vita del tutto. Il punto di riferimento del papa è san Francesco che considerava “qualsiasi creatura sorella, unita a lui con vincoli di affetto”. Questa concezione, secondo il papa, “non può essere disprezzata come un romanticismo irrazionale, perché influisce sulle scelte che determinano il nostro comportamento”. Solo “se noi ci sentiamo intimamente uniti a tutto ciò che esiste, la sobrietà e la cura scaturiranno in maniera spontanea”, se invece non sentiamo questa unione mistica con la totalità del creato diventeremo dominatori capaci solo di saccheggiare e distruggere l'ambiente che ci circonda.
Il papa invita a guardare la natura con occhi colmi di stupore ed ammirazione per la sua sconfinata bellezza, e basterà questo sguardo a farci sentire il legame d'amore che ci unisce a tutte le creature.
In effetti è vero che la visione della natura è uno spettacolo di sconfinata bellezza. Poche cose riempiono l'animo di tanto stupore ed ammirazione quanto la visione del cielo stellato. Ma, è proprio vero che questa visione ci fa sentire l'intimo legame che ci unisce al tutto? E' quanto meno dubbio. Quando si parla di sentimenti non è possibile fare affermazioni dimostrabili, tuttavia forse non è del tutto errato affermare che la visione del cielo stellato suscita in noi un sentimento di smarrimento: ci fa sentire piccoli ed insignificanti di fronte a qualcosa immensamente più grande di noi ed estraneo ai nostri fini ed ai nostri valori. Il sentimento del sublime, ricorda Kant, sorge in noi ogni volta che la natura ci “sbatte in faccia” la nostra nullità. Il cielo stellato, il mare in tempesta, un ghiacciaio ricco di crepacci, una enorme parete rocciosa non ci fanno sentire misticamente uniti al tutto, semmai ci danno la sensazione, splendida e dolorosa insieme, della nostra solitudine in un mondo che
non è fatto a nostra immagine.

Lasciamo perdere i sentimenti. Tutto è armonicamente collegato da fili invisibili, afferma il papa, ma noi, nella nostra superbia, non vogliamo ammetterlo. Ad esempio, “
stentiamo a riconoscere che il funzionamento degli ecosistemi naturali è esemplare: le piante sintetizzano sostanze nutritive che alimentano gli erbivori; questi a loro volta alimentano i carnivori, che forniscono importanti quantità di rifiuti organici, i quali danno luogo a una nuova generazione di vegetali.
C'è da restare esterrefatti. Un sistema in cui ogni ente esiste al solo fine di alimentarne un altro viene presentato come esempio di armonia! L'erba nutre le zebre, le zebre nutrono i leoni ed i rifiuti organici dei leoni diventano nutrimento per le zebre: tutto è equilibrio, armonia, cura. Il peggior prodotto della umana arroganza, invece, “il sistema industriale, alla fine del ciclo di produzione e di consumo, non ha sviluppato la capacità di assorbire e riutilizzare rifiuti e scorie”. Non lo ha fatto, ovviamente, a causa della perversa mentalità “usa e getta” da cui sono affetti gli uomini, come se il “riutilizzo di scorie e rifiuti” fosse impresa facile e quella fondamentale legge di natura che si chiama crescita dell'entropia non ci ricordasse che gran parte dei processi di trasformazione che avvengono in natura sono irreversibili.
Simili dettagli scientifici non interessano molto, probabilmente, l'autore dell'enciclica. Per lui madre natura non spreca nulla, l'uomo invece ha fatto dello spreco inquinante l'alfa e l'omega della sua attività insensata. Però, il capo della cristianità dovrebbe porsi qualche piccolo interrogativo sulla presunta “armonia” degli ecosistemi. Ammettiamo pure, per un attimo, che l'equilibrio degli ecosistemi miri davvero alla sopravvivenza del tutto, resta pur sempre un interrogativo: e,
i singoli? Diamolo pure per scontato: la zebra nutre il leone, il leone fa la popò e questo procura nutrimento ad altre zebre, ma, cosa ne pensa di tutto questo armonioso processo la singola zebra che viene divorata viva da un branco di leoni famelici? Il fine è l'armonia del tutto, ma questo fine viene raggiunto tramite l'eliminazione spietata dei singoli. E' davvero “armonico” tutto questo? O non è invece caratterizzato da una disarmonia insanabile, spietata, fra le esigenze della specie e quelle degli individui? Il pensiero cristiano in fondo è caratterizzato dalla esaltazione del singolo, della persona; nessuno fra i grandi pensatori cristiani ha degradato il singolo a mera componente di un tutto che lo sovrasta e lo domina, questo dovrebbe mitigare almeno un po' gli entusiasmi ecologici di papa Francesco.

Ma è poi vero che l'equilibrio degli ecosistemi mira a garantire la sopravvivenza di tutte le specie e di tutti gli enti naturali?
NO, ovviamente. La natura vivente non è caratterizzata dall'equilibrio ma da una spietata lotta per la sopravvivenza del più adatto, quella non vivente da continue e spesso catastrofiche trasformazioni. Ogni momento nell'universo muore qualche stella, e quando una stella muore trascina con se i pianeti che le ruotano attorno, e se in qualcuno di questi pianeti esistono forme di vita, tanto peggio per loro. Considerazioni simili possono essere fatte per i corpi celesti che vengono continuamente assorbiti in quelle cose inquietanti al massimo che sono i buchi neri. La natura è tanto poco “amorosa armonia” che innumerevoli specie animali si sono estinte per motivi assolutamente naturali. Dove oggi esiste il mar mediterraneo è esistito un tempo un enorme deserto, le attuali dolomiti un tempo erano scogli sommersi, i giacimenti di petrolio, tanto detestati dagli ecologisti radicali, un tempo erano lussureggianti foreste. L'enciclica considera ingenuamente lo stato attuale del mondo come qualcosa di perfetto e definitivo, ma si tratta appunto, solo di un ingenuo abbaglio ideologico. Tutti gli accorati appelli a “preservare la casa comune” dimenticano che la casa è destinata, come tutto ciò che esiste in natura, a deperire e crollare, per motivi assolutamente naturali.

Papa Francesco ripete più volte nella sua enciclica, che il cristianesimo non divinizza la natura. Però di certo lui, il papa, la antropoformizza la massimo, la natura, soprattutto la nostra terra. Nella “laudato si” la terra diventa una super persona, una sorta di gigantesco essere umano con sentimenti e sensazioni. L'uomo “offende” e “sfrutta” la terra, e questa si lamenta e soffre, unisce il suo “grido di dolore” a quello dei poveri. Siamo di fronte ad una concezione prescientifica della natura. Malgrado l'enciclica faccia qua e la riferimento agli uomini di scienza è fin troppo evidente che la natura di papa Francesco non ha nulla a che vedere con quella di un Galileo, di un Newton o di un Darwin. Ma siamo anche di fronte ad una concezione prefilosofica della natura. La concezione aristotelica della natura, con le sue sfere cristalline ed il suo primo motore, e quelle dei primi filosofi naturalisti: i presocratici e soprattutto gli atomisti, sono molto più realistiche di quella di papa Francesco. E, a ben vedere le cose, la concezione della “laudato si” retrocede anche rispetto a quello che è l'ispiratore sommo del papa: il poverello di Assisi, san Francesco. E' vero che san Francesco amava tutte le creature, ma le amava
unicamente in quanto in esse risplende la gloria del Signore; la natura è amata in quanto creazione di Dio, ed il culmine della creazione, il suo fine e beneficiario, resta, in san Francesco come in tutti i pensatori cristiani, l'uomo, unico ente creato ad “immagine e somiglianza di Dio”. In alcune fra le pagine più contorte della sua enciclica il papa cerca, è vero, di conciliare l'antropocentrismo cristiano con la sua visione organicistica della natura, ma l'unica cosa che si può dire del suo tentativo ermeneutico è che appare, quanto meno, assai “disinvolto”.
Per concludere, la concezione della natura che emerge dall'enciclica papale è prefilosofica e prescientifica, per dirla in una parola, si tratta di una concezione
mitologica, una sorta di riproposizione in chiave cristiana del mito pagano di Gaia, il pianeta vivente. Se e come questo sia conciliabile col cristianesimo resta un problema irrisolto.  

L'UOMO IRRESPONSABILE INQUINATORE  

“La terra, nostra casa”, afferma l'enciclica papale, “sembra trasformarsi sempre più in un immenso deposito di immondizia. In molti luoghi del pianeta, gli anziani ricordano con nostalgia i paesaggi d’altri tempi, che ora appaiono sommersi da spazzatura”. La causa di questo miserevole stato di cose è da ricercarsi nella “cultura dello scarto, che colpisce tanto gli esseri umani esclusi quanto le cose che si trasformano velocemente in spazzatura”. Il consumismo sfrenato dei popoli ricchi sta trasformando il mondo in una latrina e questo ha effetti devastanti sullo stesso uomo, in particolare sugli “esclusi”, gli abitanti delle zone periferiche del pianeta.
i gemiti di sorella terra, che si uniscono ai gemiti degli abbandonati del mondo, con un lamento che reclama da noi un’altra rotta. Mai abbiamo maltrattato e offeso la nostra casa comune come negli ultimi due secoli” afferma l'enciclica.
Il guaio insomma è cominciato circa due secoli fa, quando l'uomo, accecato dalla sua insana volontà di potenza, ha intrapreso la strada della industrializzazione. Qualcuno potrebbe retrodatare l'inizio della catastrofe e collocarlo, più correttamente, fra il '500 ed il '600, al tempo della rivoluzione scientifica, ma questi sono dettagli.
Però, anche ad un esame superficiale le cose non sembrano quadrare troppo. Si, perché gli ultimi 200 anni sono stati quelli che hanno visto una riduzione della miseria ed uno sviluppo del benessere mai visti prima nella storia. Fino al 1400 un neonato poteva sperare di vivere al massimo 20, 30 anni e solo un bambino su due raggiungeva il quinto compleanno. In Francia nel 1845 l'aspettativa di vita era di circa 45 anni, oggi nei paesi sviluppati sfiora gli 80 anni ed anche in molti paesi economicamente arretrati si avvicina ai 70. Considerazioni simili possono essere fatte per tutti gli indicatori di benessere. Negli ultimi 200 anni si è contratto fin quasi a scomparire l'analfabetismo ed è cresciuta ovunque la scolarizzazione. Un tempo malattie infettive oggi completamente debellate falcidiavano gli esseri umani a milioni. La causa di questo massacro non va ricercata solo nello scarso sviluppo della scienza medica, ma anche nella sporcizia e nell'inquinamento. Sono figlie dell'industrializzazione non solo auto e ferrovie, ma anche le reti idriche e fognarie che hanno radicalmente migliorato la vita di milioni di esseri umani. Anche se in maniera non uniforme questo processo ha interessato tutti i paesi, compresi quelli meno sviluppati, molti dei quali del resto hanno cessato di essere tali precisamente perché hanno imboccato la strada della industrializzazione: si pensi alla Cina o all'India, all'Argentina, al Cile od al Brasile. Restano poveri invece quei paesi, in Africa sopratutto, che quella strada, per tutta una serie di motivi, non sono riusciti ad imboccarla. Forse il mondo di oggi è davvero una invivibile latrina mentre quello dei bei tempi andati era una specie di piccolo paradiso, però chi in quei tempi ci ha vissuto è stato molto felice di abbandonarlo, quel paradiso, e di imboccare la strada infernale dello sviluppo economico.

I miglioramenti di tutti gli indici di benessere negli ultimi due secoli è talmente evidente che stupisce che questi vengano presentati come una sorte di catastrofe per il pianeta ed il genere umano. Ma in realtà non ci si deve stupire più di tanto. Tutta l'enciclica è pervasa da una idea molto precisa: lo sforzo dell'uomo per migliorare la propria condizione è qualcosa di molto pericoloso, addirittura di potenzialmente satanico. L'industrializzazione, l'innovazione, lo sviluppo sono guardati nella migliore delle ipotesi con sospetto, nella peggiore con profonda avversione. L'aumento della ricchezza è bollato come “consumismo” ed è considerato fonte di degrado umano ed ambientale. I problemi innegabili che sorgono dal processo di sviluppo sono considerati non come qualcosa di oggettivo, da affrontare con pragmatismo realistico, si tratta invece di problemi che hanno la loro origine nella natura dell'uomo di oggi, sfigurata dal “
consumismo compulsivo”, e a cui sarebbe facile porre rimedio se tutti accettassimo uno stile di vita “più sobrio”. Esemplare è, a questo proposito, il rifiuto di considerare l'eccessivo incremento demografico come una delle cause di problemi che ci attanagliano: “Incolpare l’incremento demografico e non il consumismo estremo e selettivo di alcuni, è un modo per non affrontare i problemi”, afferma il pontefice. Si diventi “sobri” e si avranno, insieme, uscita dalla povertà per due miliardi circa di infelici, incremento demografico indefinito ed assenza di problemi ambientali: non ci sarebbero problemi se i “ricchi” consumassero meno. Però, sorge spontanea una domanda: visto che la causa di tutti i guai è l'eccesso di consumo, anche se “i icchi” consumassero meno i maggiori consumi di quasi due miliardi di poveri non creerebbero a loro volta problemi ecologici? Davvero uno stile di vita “più sobrio” può essere considerato il toccasana? Ed in cosa si tradurrebbe poi questa “sobrietà”? L'enciclica non da mai risposte concrete a questo interrogativo, si limita ad auspicare un mutamento nei modelli di consumo e a metter sotto accusa... i condizionatori d'aria: “Le abitudini nocive di consumo, non sembrano recedere, bensì estendersi e svilupparsi. E’ quello che succede, per fare solo un semplice esempio, con il crescente aumento dell’uso e dell’intensità dei condizionatori d’aria”. Molto interessante.
In realtà, se L'analisi dell'enciclica fosse anche solo minimamente realistica, se davvero fossimo sull'orlo del baratro, nulla potrebbe salvarci. Altro che “sobrietà”! Se la situazione fosse davvero così come la si presenta potremmo anche chiudere tutte le fabbriche e tutte le centrali, interrompere dall'oggi al domani ogni attività produttiva, saremmo comunque spacciati. Perché? Semplice, perché basterebbe
l'attività vulcanica a darci il colpo di grazia. Il clima è sempre cambiato nel corso dei millenni, spesso in maniera catastrofica. I ghiacci si sono espansi fino sin quasi all'equatore e si sono poi ritirati sino alle dimensioni attuali; per non andare troppo indietro nel tempo negli ultimi due millenni periodi caldi si sono alternati a periodi freddi, e questo in epoche in cui la rivoluzione industriale era ancora “un mente dei”. Le cause sono state soprattutto l'attività solare, gli spostamenti dell'asse terrestre e l'attività vulcanica. Nel graffiante pamphlet “le bugie degli ecologisti” Riccardo Cascioli ed Antonio Gaspari ricordano che una sola grande eruzione vulcanica “immette nell'atmosfera 17 miliardi di tonnellate di biossido di carbonio, circa due volte e mezzo l'emissione annua causata dalle attività umane a livello mondiale”. Più che sufficiente, direi a farci precipitare nell'abisso.
Le cose non stanno così, per fortuna, per il semplice motivo che l'analisi della “laudato si” è tutto meno che realistica. Sembra che chi la ha scritta provi quasi un sottile piacere nel presentare i problemi ecologici enormemente più gravi di quanto già non siano. Dà spazio alle visioni apocalittiche dei profeti di sventura senza curarsi minimamente di confrontarle con i fatti. Il celebre “club di Roma” profetizzò lo scorso secolo l'esaurimento della gran parte delle risorse del pianeta entro l'anno 2000. Si sa come sono andate le cose. Non sembra che l'enciclica papale tenga in gran conto questo genere di smentite.


IL GRIDO DEI POVERI

Il degrado ambientale è anche degrado umano e sociale. Le folli pratiche consumistiche distruggono l'ambiente e condannano nel contempo gli emarginati della terra ad una vita sempre più miserabile. Per papa Francesco la miseria di tante parti del mondo non è dovuta alla mancanza o alla insufficienza dello sviluppo, è al contrario l'effetto dello sviluppo. La lotta per salvare nostra sorella terra è nel contempo lotta per garantire ai poveri un avvenire migliore. “Oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che
un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri.
Non si tratta di una tesi nuova. La hanno sostenuta in moltissimi negli anni 70 del secolo scorso, quelli del “grande rifiuto”; ha avuto fra i suoi massimi teorici, il presidente Mao Tze Tung ed il suo fido luogotenente Lin Piao, prima di fare la brutta fine che ha fatto.
Però, si tratta di una tesi particolarmente difficile da sostenere oggi, dopo che numerosi paesi dell'Asia e dell'America latina sono riusciti ad uscire, o fra mille difficoltà stanno uscendo, da una endemica miseria precisamente imboccando la strada della industrializzazione, dell'innovazione tecnologica, del tanto aborrito mercato, in una parola, dello sviluppo.
Ma al papa questi esempi interessano poco. La sua visione dell'economia è essenzialmente redistributiva. Esiste un grande forziere colmo di risorse, queste sarebbero sufficienti ad assicurare un dignitoso livello di vita a tutti, ma una minoranza di avidi consumisti si appropria della maggior parte dei beni contenuti in questo forziere condannando gli altri alla miseria. Da un lato ci sono le risorse dall'altro i consumi; che si parli dell'acqua, della fame o dei mutamenti climatici, il clichè è sempre lo stesso: i “ricchi” saccheggiano, si appropriano di una quantità spropositata di ricchezza, inquinano e fanno pagare agli altri, i poveri, il prezzo del loro “consumismo compulsivo”.
Un venti per cento della popolazione mondiale consuma risorse in misura tale da rubare alle nazioni povere e alle future generazioni ciò di cui hanno bisogno per sopravvivere (...) C’è un vero “debito ecologico”, soprattutto tra il Nord e il Sud, connesso a squilibri commerciali con conseguenze in ambito ecologico, come pure all’uso sproporzionato delle risorse naturali compiuto storicamente da alcuni Paesi (…) In diversi modi, i popoli in via di sviluppo, dove si trovano le riserve più importanti della biosfera, continuano ad alimentare lo sviluppo dei Paesi più ricchi a prezzo del loro presente e del loro futuro”.

Le citazioni potrebbero continuare ma il discorso dovrebbe essere abbastanza chiaro. Per l'enciclica la ricchezza si identifica per lo più con le risorse naturali. Certi paesi sono ricchi di risorse naturali ma sono oppressi dalla miseria, altri invece, dotati di minori risorse, nuotano nell'abbondanza, questo proverebbe che è in atto un “saccheggio” dei paesi ricchi a danno di quelli poveri. Ma le risorse naturali, se sono un presupposto della ricchezza, non si identificano affatto con essa. La ricchezza occorre
produrla, col lavoro, la ricerca e l'innovazione tecnologica. Le risorse sono tali solo in relazione al lavoro ed alla tecnologia. Il petrolio non è stato una risorsa, ma solo un liquido maleodorante per moltissimi secoli. E' diventato risorsa quando la tecnologia ha creato auto e motonavi, aerei e centrali elettriche. Lo stesso discorso vale per quasi tutte le risorse naturali. Il problema dell'acqua, per fare un esempio solo leggermente diverso, non deriva dallo spreco che di acqua fanno i consumisti dei paesi sviluppati. Pensare che in Africa si soffra la sete perché in America si annaffiano troppo i giardini è, molto semplicemente, una idiozia. A differenza del petrolio l'acqua è una risorsa sempre indispensabile, indipendentemente dal livello di sviluppo tecnologico di un paese, e non è una risorsa troppo scarsa. Ma non è quasi mai immediatamente utilizzabile. L'acqua va cercata, estratta, depurata, trasportata il località spesso molto lontane dai luoghi di estrazione. E' la mancanza di tecnologie adeguate, non lo “spreco” consumistico a rendere drammatico il problema dell'acqua. Considerazioni simili possono essere fatte per il cibo, la cui carenza è messa in relazione, tanto per cambiare, con lo spreco consumistico e con lo scandalo degli alimenti che il ricco occidente butta via mentre in Africa la gente muore di fame. Di nuovo, pensare che la denutrizione in certi paesi del mondo sia la risultante della diffusione della obesità in altri è semplicemente ridicolo, ed ancora di più lo è il pensare che chi getta via, o da in pasto al suo cane, un pezzo della bistecca che non è riuscito a mangiar tutta, contribuisce alla fame di tanti sventurati. Il problema del cibo è legato alla produttività agricola, alla possibilità di collegare rapidamente i luoghi in cui i generi alimentari vengono prodotti a quelli in cui vengono consumati, allo sviluppo dell'industria del freddo. Un contadino o un allevatore americano producono in una giornata di lavoro una quantità di cereali o di carne enormemente superiore a quella che sono in grado di produrre un contadino o un allevatore africano. Non solo, il contadino o l'allevatore americano sono in grado di rifornire rapidamente i mercati di sbocco e, grazie all'industria del freddo, di conservare a lungo i loro prodotti, tutte cose che il contadino o l'allevatore africano non sono in grado di fare. Il “consumismo compulsivo” con tutto questo non c'entra assolutamente niente.
Ma l'enciclica non si limita a metter sotto accusa lo sfruttamento che il nord consumistico del mondo metterebbe in atto ai danni del sud sofferente. I paesi industrializzati inquinano oltre che saccheggiare e le conseguenze nefaste del loro inquinamento gravano, di nuovo, sui paesi più poveri. “
Il riscaldamento causato dall’enorme consumo di alcuni Paesi ricchi ha ripercussioni nei luoghi più poveri della terra, specialmente in Africa, dove l’aumento della temperatura unito alla siccità ha effetti disastrosi sul rendimento delle coltivazioni”.
Insomma, se una fabbrica inquina in Germania aumenta la temperatura... in Nigeria. Come questo sia possibile resta alquanto misterioso; fino a ieri pensavamo che le località più vicine alle fonti inquinanti fossero quelle maggiormente danneggiate dalle emissioni. Le prime vittime del disastro di Chernobyl sono stati gli Ucraini, fino a prova contraria. Papa Francesco ci dice che non è vero. Non ci resta che credergli sulla parola.

E' difficile trovare in tutta l'enciclica una parola di elogio nei confronti della attività produttiva, che costituisce la vera fonte della ricchezza individuale e sociale. Per il papa la produzione è sempre o quasi causa di inquinamento, degrado, arricchimento di alcuni a danno di altri. Il santo padre è un assertore di quella che il filosofo britannico Roger Scruton chiama “la fallacia della somma zero”. Non esistono attività che siano vantaggiose per tutti, la ricerca e lo sviluppo tecnologico non sono in grado di alimentare uno sviluppo che sia cumulativo ed abbia costi sociali ed ambientali limitati. No, per papa Francesco se qualcuno guadagna qualcun altro deve, inevitabilmente, perdere. Non stupisce quindi più di tanto questa affermazione contenuta nell'enciclica:

è arrivata l’ora di accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo procurando risorse perché si possa crescere in modo sano in altre parti”. Se l'Africa vuole crescere Europa ed America devono decrescere. Si tratta di una affermazione che contraddice tutte le leggi economiche che parlano invece del carattere propulsivo sia dello sviluppo che del non sviluppo. Se un paese cresce la sua crescita è uno stimolo per l'economia di altri paesi, se un paese invece attraversa una fase recessiva altri rischiano di essere trascinati nella recessione. Non a caso le attuali difficoltà della Cina preoccupano moltissimo i mercati. Ma il santo padre non è affatto interessato alla scienza economica: questa rappresenta per lui qualcosa di troppo legato all'egoismo individualista per essere considerata positivamente. E così pensa che la decrescita in occidente potrebbe favorire lo sviluppo dei paesi poveri. Gli operatori economici di questi paesi, specie quelli legati alle esportazioni, di certo non gradirebbero una simile eventualità, ma, che importa? Si tratta, probabilmente, di gente attratta dalle sirene del “consumismo compulsivo”.

LAVORO E TECNOLOGIA

Le attività a più elevato contenuto tecnologico sono anche quelle a minor impatto ambientale. Per secoli gli uomini sono stati cacciatori e raccoglitori. Se ci procurassimo ancora da vivere in questo modo distruggeremmo il pianeta nel giro di pochi mesi, se i nostri antichissimi progenitori non lo hanno fatto ciò è dovuto solo al loro numero estremamente esiguo. La agricoltura intensiva ha un impatto ambientale molto minore di quella estensiva e l'applicazione della scienza all'agricoltura riduce ulteriormente tale impatto. Molti sono convinti che le famose fonti rinnovabili abbiano un impatto ambientale molto ridotto, ma si tratta di un errore grossolano. Se dovessimo procurarci non dico la totalità, ma anche solo una quota rilevante dell'energia di cui abbiamo bisogno col solare o l'eolico trasformeremmo aree enormi dei nostri territori in distese di panelli solari o pale eoliche, con effetti devastanti sulla flora e sulla fauna selvatiche. Il tanto detestato nucleare non presenta simili problemi. Ne può presentare altri, ovviamente, ma, se si applicano con rigore le normative di sicurezza, resta una fonte di energia insieme redditizia ed ecologicamente sostenibile. Se un giorno si dovesse realizzare il nucleare per fusione molti dei problemi ecologici che ci opprimono diverrebbero molto meno pressanti.
Chi, come il papa, è giustamente attento ai problemi ecologici dovrebbe quindi guardare con simpatia alla tecnologia. Tutta l'enciclica “laudato si” invece è pervasa da un forte spirito anti tecnologico. A parte alcune frasi di circostanza sulle buone cose che ci può offrire, la tecnica è sempre guardata con sospetto se non con forte ostilità, ed è continua la polemica contro chi pensa che i problemi ambientali possano essere risolti, o comunque resi meno gravi, dalla tecnologia.
Il paradigma su cui si basa la tecnica moderna, afferma l'enciclica, risponde ad una logica di dominio sfrenato dell'uomo sul mondo. “ Da tale paradigma risalta una concezione del soggetto che progressivamente, nel processo logico-razionale, comprende e in tal modo possiede l’oggetto che si trova all’esterno. Tale soggetto si esplica nello stabilire il metodo scientifico con la sua sperimentazione, che è già esplicitamente una tecnica di possesso, dominio e trasformazione (…). L’intervento dell’essere umano sulla natura si è sempre verificato, ma per molto tempo ha avuto la caratteristica di accompagnare, di assecondare le possibilità offerte dalle cose stesse (…) Viceversa, ora ciò che interessa è estrarre tutto quanto è possibile dalle cose attraverso l’imposizione della mano umana, che tende ad ignorare o a dimenticare la realtà stessa di ciò che ha dinanzi. Per questo l’essere umano e le cose hanno cessato di darsi amichevolmente la mano, diventando invece dei contendenti.”
La tecnologia e sua madre, la scienza moderna, rispondono ad un'ottica di dominio che rompe il rapporto armonioso dell'uomo con la natura. E' illusorio cercare di usare a fini buoni la tecnica perché questa non è qualcosa di neutro, il rapporto fra tecnica e dominio non è accidentale, ma strutturalmente connesso all'essenza stessa della tecnica moderna. "
Occorre riconoscere che i prodotti della tecnica non sono neutri, perché creano una trama che finisce per condizionare gli stili di vita e orientano le possibilità sociali nella direzione degli interessi di determinati gruppi di potere".
Ancora una volta, nulla di nuovo sotto il sole. Che scienza e tecnica non siano neutrali i più anziani lo hanno sentito ripetere mille volte negli anni della contestazione globale, da Herbert Marcuse sino all'ultimo liceale. Ma si tratta di idee tanto suggestive quanto infondate.

La tecnica non dice nulla sui fini che gli esseri umani possono darsi, si limita ad indicare i mezzi necessari al raggiungimento di determinati fini, risponde a quello che Kant ha chiamato imperativo ipotetico:
se vuoi X devi fare Y. Se un uomo gravemente ammalato deve subire un ad intervento chirurgico bisogna usare una determinata tecnica per salvargli la vita, se invece si deve eseguire una sentenza di morte occorrerà usare una tecnica diversa per togliergli la vita. Posso decidere che volare non mi interessa, ma se voglio volare devo servirmi di determinate macchine costruite secondo certe modalità tecniche. Nuotare è una tecnica ma lo sono anche lo scrivere o il suonare il pianoforte. E sono frutto della tecnica un'auto come un violino, una nave spaziale come un revolver, una trivella petrolifera come un pannello solare o un depuratore. Pensare che, in quanto tale, la tecnica ci imponga determinati fini significa, molto semplicemente confondere i fini coi mezzi, un po' come ritenere che, visto che esistono tecniche in grado di rendere particolarmente potenti i nostri pugni, noi tutti siamo obbligati a diventare pugili. Una evidente sciocchezza.
Da sempre l'uomo usa la tecnica per rendere il mondo che lo circonda compatibile coi suoi fini. Lo fa perché è l'unico animale a non adattarsi istintivamente all'ecosistema in cui è inserito, l'unico, per quanto possiamo saperne, a porsi coscientemente dei fini; in questo senso poche cose sono tanto
intimamente umane come la tecnica. Secondo l'enciclica nel bel tempo andato la tecnica non “violentava” la natura, di modo che uomo e natura potevano darsi amichevolmente la mano. Le cose stanno in realtà in maniera leggermente diversa. Un tempo le tecniche non erano “dolci”, erano solo più primitive e, in certi casi, inefficaci. Cercare di curare un tumore con un salasso è una tecnica esattamente come lo è sottoporre il paziente a chemioterapia, solo, non è una buona tecnica. Altro che uomo e natura che si davano amichevolmente la mano! Quando le tecniche non rispondevano ad una “logica di dominio” un bambino su due non raggiungeva i cinque anni d'età, epidemie di vario tipo dimezzavano la popolazione di interi continenti e una donna su dieci era destinata a morire di parto nel corso della sua vita. Un modo molto bizzarro di “darsi la mano”.

L'avversione del papa bei confronti della tecnica è tanto marcata che la sua enciclica giunge a riproporre, in maniera neppure troppo velata, autentiche tematiche luddiste.
Non si deve cercare” afferma il papa, “di sostituire sempre più il lavoro umano con il progresso tecnologico: così facendo l’umanità danneggerebbe sé stessa. Il lavoro è una necessità, è parte del senso della vita su questa terra, via di maturazione, di sviluppo umano e di realizzazione personale (…) l’orientamento dell’economia ha favorito un tipo di progresso tecnologico finalizzato a ridurre i costi di produzione in ragione della diminuzione dei posti di lavoro, che vengono sostituiti dalle macchine. È un ulteriore modo in cui l’azione dell’essere umano può volgersi contro sé stesso”.
C'è da restare sbalorditi, ed anche da chiedersi se il santo padre abbia un consigliere economico. Per il papa il lavoro è uno strumento di realizzazione personale, ma qui il papa fa una confusione che Smith e, in parte, lo stesso Marx si sono invece ben guardati dal fare. Il lavoro può essere, è vero, un fine in se. Scrivere, dipingere, tagliare l'erba del proprio giardino, giocare al pallone, educare i propri figli sono fini prima che essere mezzi. Nessuno scrittore vorrebbe che fosse una macchina a scrivere il romanzo a cui lui sta lavorando e nessuna madre accetterebbe di delegare ad una macchina l'educazione dei propri figli. Ma né lo scrittore né la madre corrono simili rischi. Il lavoro che si cerca di sostituire con macchine non è il lavoro inteso come autorealizzazione, il lavoro – fine, è il lavoro – mezzo, il lavoro - fatica che serve per ottenere beni e servizi, quello che si fa per un salario o uno stipendio, il
lavoro propriamente detto. Ebbene, questo lavoro ha senso solo se è produttivo. Se fatico dieci ore per produrre un bene che sarebbe possibile produrre in cinque fatico a vuoto per cinque ore, se al termine di una giornata lavorativa ho prodotto beni che non interessano a nessuno ho sprecato il mio lavoro; la mia giornata lavorativa, dal punto di vista sociale è una perdita secca. L'enciclica sembra condividere l'opinione ingenua secondo cui lavorare sia sempre e comunque qualcosa di positivo, indipendentemente dai risultati del lavoro che si svolge. Per secoli gli esseri umani hanno lavorato moltissimo restando molto poveri, semplicemente perché il loro lavoro era scarsamente produttivo. L'applicazione della scienza all'industria e lo sviluppo tecnologico hanno reso il lavoro enormemente più produttivo e questo, nel lungo periodo, ha permesso sia un incremento generalizzato del benessere che una riduzione a volte molto marcata dell'orario di lavoro. Nella “Ricchezza delle nazioni” Smith osserva che un operaio dei suoi tempi era, da certi punti di vista, più ricco che un principe del passato. L'apparente paradosso di Smith è ancora più accentuato ai nostri giorni: un comune cittadino italiano di oggi vive più a lungo, è più sano, mangia meglio, viaggia più, in molti casi è più colto di un re di tre secoli fa. Cosa ha reso possibile un fatto tanto strano? L'incremento della produttività del lavoro, conseguenza dello sviluppo tecnologico. E' quasi imbarazzante dover scrivere cose tanto banalmente vere, ma sono le “bizzarrie” dell'enciclica a costringere a farlo.

PER CONCLUDERE


Non è il caso di commentare l'enciclica in tutti i suoi molteplici aspetti. Farlo renderebbe il presente scritto intollerabilmente lungo, e non sarebbe neppure troppo utile. Al di la di questa o quella affermazione lo spirito generale che informa l'enciclica papale è infatti sin troppo chiaro. Qua e là nel suo lavoro il papa assume posizioni più “moderate”. Riconosce l'utilità di molte realizzazioni della tecnologia, ammette che il diritto di proprietà, ovviamente sottoposto a numerosissimi limiti e controlli, va tutelato, giunge addirittura a parlare di “nobiltà” della funzione imprenditoriale. Ma si tratta di posizioni che stridono con l'impostazione generale della “laudato si”. Tutta l'enciclica è infatti caratterizzata da una avversione fortissima nei confronti di quanto è sviluppo economico e tecnologico, mercato, scambio, denaro. Soprattutto è caratterizzata da una fortissima, quasi violenta, avversione nei confronti del “consumismo”. Il consumismo appare, nell'enciclica papale un fenomeno dai contorni quasi satanici. Trasforma alcuni uomini in una sorta di macchine per consumare, egoisti senz'anima capaci solo di circondarsi di beni “inutili”, e condanna altri esseri umani alla più degradante miseria. Il consumismo è il responsabile dei principali drammi dell'umanità: povertà, guerre ed inquinamento sono causati, più o meno direttamente dalla follia consumistica delle popolazioni “ricche” del pianeta.
Il consumismo è parte di un processo storico che inizia con la rivoluzione industriale. Prima di quell'evento la gran maggioranza dei beni era destinata alle classi ricche. Si produceva per le classi elevate della società, al popolo restavano le briciole. Con la rivoluzione industriale questo quadro cambia radicalmente. Le imprese iniziano a produrre beni destinati al consumo di massa. I referenti principali della produzione cessano di essere le classi alte, al loro posto si fanno avanti gli uomini e le donne “normali”. Contrariamente a quanto avveniva un paio di secoli fa i beni destinati alle elites costituiscono oggi una minoranza, spesso una piccola minoranza, del monte prodotti complessivo.
L'espansione del consumo di massa costituisce l'aspetto economico di quel processo di
entrata delle masse nella storia che ha sul piano politico il suo corrispettivo nell'affermazione della democrazia. Si è trattato e si tratta di un processo ricco di luci e di ombre, caratterizzato da pericoli che fior di pensatori liberali hanno denunciato; un processo però di cui è impossibile disconoscere il carattere storicamente progressivo. Grazie a quel processo milioni e milioni di esseri umani hanno abbandonato una posizione di degradante marginalità sociale, sono diventati a tutti gli effetti cittadini ed hanno conquistato un livello di vita finalmente dignitoso. Solo con una buona dose di snobismo intellettuale è possibile sottovalutare cose simili.

Eppure è letteralmente impossibile trovare nella enciclica papale una analisi equilibrata di un processo storico tanto importante e complesso. Nel corso di tutta l'enciclica il papa non fa che lanciare anatemi contro il “consumismo”, contrapponendo spesso alla sua “follia” la presunta serena felicità delle età preindustriali.
L'avversione del pontefice nei confronti della “opulenza consumistica” è tanto forte da far nascere sospetti sul senso vero della sua simpatia nei confronti dei poveri. Bisogna ascoltare il grido dei poveri, ripete costantemente il papa, ma, ascoltarlo per fare cosa? Per aiutare i poveri a cessare di essere tali? C'è da dubitarne.
Nel corso degli ultimi decenni importanti paesi, ieri caratterizzati da estrema, degradante povertà, hanno imboccato, fra mille difficoltà, la strada dello sviluppo. Lo hanno fatto seguendo, nella sostanza, la via già percorsa dalle grandi potenze economiche dell'occidente: investimenti in ricerca e sviluppo, tecnologia, mercato, espansione dei consumi. Il papa auspica un simile percorso per quei paesi che nel sottosviluppo ci sono ancora immersi fino al collo? Non mi sembra si possa dare una risposta positiva ad una simile domanda, al contrario. Certo, per Francesco il modello occidentale è improponibile perché “il pianeta non lo reggerebbe”. E molto dubbio che questa previsione si basi su una analisi scientifica seria della realtà, ma, a prescindere da simili considerazioni, val la pena di porsi la domanda: se fosse possibile l'attuazione di un simile modello questa sarebbe, per papa Francesco, desiderabile? Non si può che rispondere
NO. Indipendentemente dalla sua realizzabilità, per il papa il modello di sviluppo occidentale è intrinsecamente negativo, perverso, forse addirittura satanico. Se paragonata al degrado morale di cui il consumismo è portatore la povertà appare al il pontefice, come qualcosa di positivo. I poveri sarebbero portatori di valori umani fondamentali che gli abitanti dei paesi ricchi hanno ormai da tempo obliato. L'ideologia che traspare dalla enciclica papale è, fin troppo chiaramente, il pauperismo. Per questo la povertà non è tanto un problema ed un nemico quanto un valore. Si devono aiutare i poveri, ma non certo per farli diventare i mostri egoisti e dissipatori che sono i “ricchi” del nord del mondo.
E' lecito allora sospettare che la prospettiva di un mondo in cui non risuonasse più “il grido dei poveri”, un mondo in cui la povertà fosse ridotta a dimensioni marginali e tutti avessero raggiunto un decente livello di consumo, non rappresenti per il papa un sogno, al contrario. Una simile prospettiva è molto probabilmente per lui un incubo, forse il peggiore dei suoi incubi.
Tutta l'enciclica papale conferma un simile sospetto, purtroppo.

domenica 19 luglio 2015

LO STERCO DEL DEMONIO


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Il denaro è un po’ come il sesso. Tutti o quasi ne sono attirati ma tutti o quasi mostrano una certa repulsione nei suoi confronti. Come il sesso il denaro è, dicono i moralisti, intrinsecamente un po’ sporco: è qualcosa che si desidera, che è bene avere, ma è anche corruttore, spinge l’uomo ad azioni spregevoli ed è esso stesso, in fondo, abbastanza spregevole. Il denaro appartiene alla dimensione dell’avere, anzi, ad una forma particolarmente alienante di questa dimensione. Grazie al denaro l’avere prevale sull’essere. Col denaro l’uomo può acquistare ciò che non ha e grazie a questa acquisizione diventa ciò che non è. Parafrasando Shakespeare e Goethe Marx afferma, nei Manoscritti economico filosofici: “Ciò che posso pagare, ciò che il mio denaro può comprare quello sono io stesso, il possessore del denaro medesimo. (…) le caratteristiche del denaro sono le mie stesse caratteristiche (..) ciò che io sono e posso non è quindi affatto determinato dalla mia individualità. Io sono brutto ma posso comprarmi la più bella fra le donne. E quindi non sono brutto (..) io, considerato come individuo, sono storpio ma il denaro mi procura ventiquattro gambe; quindi non sono storpio”. Il denaro fa di me ciò che io non sono, c’è del vero in questa affermazione, ma cosa significa realmente? Una cosa molto semplice ed importante: l'essere dell'uomo non è determinato unicamente dalle sue caratteristiche psicofisiche. Una fondamentale caratteristica dell’uomo è la sua capacità di modificare a propri fini il mondo circostante e questo influisce sulla sua stessa natura. Un tempo se un uomo nasceva privo di un arto era per sempre condannato ad una vita molto difficile, a volte invivibile. Oggi grazie alla tecnologia si possono costruire arti artificiali che permettono ai loro portatori una esistenza quasi normale. Questo significa che l’uomo odierno ha alienato da se la sua essenza autentica? Che l’avere ha prevalso sull’essere? No, significa che nell’essere dell’uomo è presente la dimensione dell’avere. Io sono ciò che sono anche grazie a ciò che ho, così come ho ciò che ho anche grazie a ciò che sono. L’avere non si identifica con l’essere ma non è neppure assolutamente contrapposto a questo. Il fatto di poter leggere, viaggiare, ascoltare musica, quindi avere dei libri, dei CD, dei mezzi di trasporto contribuisce a sviluppare le mie potenzialità, a bloccarne altre magari, quindi a fare di me ciò che sono.
Il denaro spinge l’uomo ad azioni spregevoli, è vero. Si uccide per denaro, ma si uccide anche per amore, passione, sesso. Si uccide per ideologia, religione, addirittura per noia. Si uccide perché si odia ma anche perché si ama, si ammazzano i nostri simili per freddo e lucido interesse ma anche per spassionato disinteresse. L’uomo compie azioni spregevoli quando egoisticamente antepone in maniera assoluta sé stesso agli altri e non obbedisce all’imperativo che ci obbliga a rispettare i nostri simili, ma compie azioni altrettanto se non ancora più spregevoli quando, spinto da idealistico e nobile altruismo, vorrebbe rendere felici tutti gli esseri umani. Alcuni fra i peggiori delitti della storia sono stati compiuti da uomini assolutamente disinteressati, pronti a sacrificare la propria vita, insieme a quella di milioni di altri, per quello che consideravano il bene dell’umanità.
L’uomo è capace di fare il male, è molto bravo a farlo. Pensare che sia la diabolica forza del denaro a spingere l’uomo al male significa scambiare l’effetto con la causa. L’uomo compie delitti (anche) per impossessarsi di denaro ma non è il denaro la causa dei delitti, la causa è la nostra capacità di compiere azioni malvagie. Addossare le nostre colpe allo “sterco del demonio” è solo un ingegnoso tentativo di auto assolverci.

Nessuno ha inventato il denaro. E’ sorto spontaneamente dall’interagire degli uomini; nessun governo ne ha programmato la comparsa. Forse per questo è tanto antipatico a chi crede nella assoluta superiorità della pianificazione sul mercato.
Gli esseri umani sono passati gradualmente dall’economia di auto consumo a quella di scambio (il che tra l’altro ha prodotto una considerevole diminuzione della violenza) e successivamente dal baratto all’uso di certi beni in funzione di denaro. Il processo che porta dal baratto al denaro è spontaneo: esistono dei beni che servono a tutti o quasi gli individui e che hanno caratteristiche che ne rendono particolarmente agevole la trasferibilità. Poniamo che A e B posseggano rispettivamente conigli e galline da scambiare e che sia A che B posseggano e desiderino avere pelli di castoro. Prima o poi A e B inizieranno a scambiare non galline con conigli ma galline e conigli con pelli di castoro. Un bene di largo consumo che tutti accettano diventa in questo modo gradualmente denaro. Nessuno ha deciso che le pelli di castoro diventino denaro, nessuno obbliga A e B ad accettarle come strumenti di pagamento, eppure gradualmente le normali transazioni fra gli esseri umani portano a questo risultato in partenza non voluto né programmato da nessuno. Un bene diventa denaro se è accettato come tale dalla grande maggioranza delle persone interessate agli scambi. E non si tratta di un processo che riguarda solo tempi antichissimi, avviene spesso sotto i nostri occhi ai giorni nostri. Un tempo non troppo lontano divennero nei fatti denaro i gettoni telefonici, oggi potrebbero diventarlo i ticket restourant che molte aziende distribuiscono ai loro dipendenti. Per andare su strumenti di pagamento più usati: assegni, bancomat, carte di credito sono ormai a pieno titolo sostituiti del denaro. Fino a quando non è consegnato per l’incasso e fino a che viene accettato come strumento di pagamento un assegno libero è a qualcosa di molto simile ad una banconota. Il fenomeno è tanto accentuato che le banconote legali ormai più che da strumento di pagamento assolvono al ruolo di riserva a garanzia della moneta bancaria in circolazione. E’ stata la graduale espansione del credito e dei depositi bancari a condurre a questo risultato.

Questo carattere spontaneo è stata la caratteristica di tutte le più importanti trasformazioni del denaro. Il passaggio dalla moneta aurea alla carta moneta è avvenuto in diverse fasi, non decise in anticipo da alcun governo. Ricchi mercanti depositavano nelle banche grosse quantità di monete auree e le banche rilasciavano loro dei biglietti che ne attestavano la proprietà. Lentamente i mercanti iniziarono ad usare questi biglietti per regolare le loro transazioni. Tizio vendeva certi beni a Caio per 100 monete d’oro e Caio dava a Tizio non 100 monete ma un biglietto attestante che nella banca X egli aveva in deposito 100 monete; presentandosi alla banca Tizio esibiva il biglietto e poteva ottenere il rilascio delle monete. In questo modo, lentamente, la circolazione dei biglietti affiancò quella delle monete. Il passo veramente decisivo però fu un altro. I banchieri si resero conto che le monete che dovevano effettivamente restituire ai loro legittimi proprietari erano solo una piccola parte di quelle conservate nei loro forzieri. Iniziarono allora a dare in prestito il denaro dei loro depositanti. X, Y e Z depositavano monete per 100 e la banca concedeva prestiti a W, K ed R per un importo pari a 80. Il 20 che restava era sufficiente per far fronte alle eventuali domande di rimborso dell’oro da parte dei depositanti. Inoltre anche coloro che avevano ottenuto credito non portavano con se l’oro ma lo lasciavano depositato ed avevano biglietti che attestavano la loro proprietà di certe quantità di monete auree. Era iniziato quello che in gergo tecnico si chiama effetto leva: l’attività di intermediazione creditizia moltiplica la liquidità che circola in un paese, gli strumenti di pagamento hanno un valore facciale superiore al valore dell’oro che essi rappresentano. Questo processo non ha fatto che ampliarsi fino ai nostri giorni. Oggi la funzione che fu ieri dall’oro è svolta in parte dalla carta moneta. La moneta bancaria in circolazione (assegni, carte di credito ecc) supera il valore delle banconote depositate presso le banche. Se per ipotesi tutti i depositanti dovessero presentarsi agli sportelli per ritirare il loro denaro le banche non potrebbero far fronte alle loro richieste, la porta sarebbe aperta al fallimento e fallendo le banche trascinerebbero nella rovina molte altre imprese.

E’ quasi un luogo comune legare il denaro al più crasso materialismo eppure nulla è più immateriale del denaro, se si escludono, naturalmente, le anime di noi poveri peccatori. Un tempo facevano funzione di denaro i più svariati oggetti: pelli, pesci essiccati, conchiglie, balle di tabacco. Poi questo ruolo è stato svolto dai metalli preziosi, poi dalle banconote cartacee e poi ancora dagli assegni e dalle varie forme di moneta bancaria. Oggi il denaro quasi non esiste, o meglio, esiste assai spesso nella forma eterea di un segnale elettronico, di una cifra che compare nel monitor di un computer. Una cifra, un numero bianco o azzurrino e davanti a quel numero una D o una A, un segno + o un segno – e quel segno, quella lettera, stanno ad indicare se sei ricco o sei povero, se hai un debito o un credito. Cosa potrebbe esserci di meno materiale? Cosa di più genuinamente spirituale? Il denaro è l’essenza pura della ricchezza, la sua anima; è ricchezza che non ha forma alcuna perché nello scambio può assumere ogni forma. Non solo, questa ricchezza spiritualizzata è molto vicina all’anima di ognuno di noi, alla nostra psiche. I nostri stati mentali influiscono profondamente sul valore del denaro, nel denaro si riflettono molte nostre paure, molte nostre speranze, progetti, aspettative. Si pensi alla borsa: se tutti o molti pensano che si sia alla vigilia di una fase espansiva il valore dei titoli sale, se invece prevale la sensazione che una crisi sia alle porte possono verificarsi disastrosi crolli. La stabilità del sistema bancario, quindi delle borse, quindi dell’economia nel suo complesso è intimamente legata ad un fattore psicologico, ad una propensione dell’animo umano e questa si chiama fiducia.Se per un qualsiasi motivo una banca perde la fiducia dei suoi depositanti la via al fallimento è aperta. E il fallimento di una banca, o almeno di una grande banca, è qualcosa di molto pericoloso. La sfiducia determina la corsa al prelievo: i depositanti temono che la banca non possa far fronte ai propri debiti e ritirano il denaro che hanno depositato. Ma nessuna banca può far fronte all’assalto ai propri sportelli, non esiste in nessuna banca una liquidità che le permetta di restituire tutti i depositi. Per cercare di far fronte all’assalto agli sportelli la banca deve chiedere la restituzione delle somme date in prestito agli investitori. Neppure questi però possono disporre di tali somme: esse sono state investite, con quelle somme si sono acquistati macchinari, materie prime, si sono pagarti operai e impiegati. Il fallimento della banca porta con se il fallimento di altre imprese e questo contagia altre banche e così via. Può scatenarsi un incontrollabile effetto domino dalle conseguenze imprevedibili. Le autorità monetarie naturalmente (e giustamente) non lasciano che le cose vadano in questo modo, intervengono iniettando liquidità nel sistema, si accollano una parte delle perdite, contribuiscono a ricreare un clima di fiducia. Devono farlo ed è bene che lo facciano se si vuole evitare il disastro.

Quello che è avvenuto negli Stai Uniti con la crisi dei mutui del 2008 è indicativo a questo proposito. C’è stata per anni negli Usa una grande espansione del mercato dei mutui. Le banche hanno iniziato a concedere mutui senza troppo badare alla capacità di rimborso dei mutuatari. Mutui al 100%, mutui con scadenza trentennale, mutui a persone con scarsi redditi. I crediti derivanti dai mutui sono stati poi cartolarizzati. Il procedimento è semplice. La banca vende il proprio credito nei confronti dei mutuatari ad una società che lo trasforma in obbligazioni e vende a sua volta queste obbligazioni sul mercato. Nel meccanismo non c’è nulla di diabolico: serve ad immettere nuove dosi di liquidità nel sistema e la liquidità, lo si è già detto, si trasforma in investimenti, produzione, occupazione. Ma se ad un certo punto i mutuatari cessano di pagare le rate dei mutui le cose si complicano, il sistema rischia di entrare in crisi con conseguenze catastrofiche (amplificate dal fatto che le obbligazioni garantite dai mutui sono intanto finite in fondi di investimento mobiliare, addirittura in fondi pensione). E non occorre che i mutuatari non paghino davvero, basta che il pubblico abbia la sensazione che questi potrebbero non pagare. I possessori di obbligazioni garantite da mutui le vendono, il valore di titoli crolla e con questo la fiducia nelle banche o nei fondi che li hanno in portafoglio. Solo interventi assai forti delle autorità monetarie possono, raddrizzare la situazione.
La genesi della crisi greca è diversa ma, alla base di tutto, sta sempre un livello patologico di indebitamento.
In Grecia i vari governi hanno creduto di potere garantire, insieme, un pressione fiscale molto bassa ed una elevatissima spesa pubblica improduttiva. Per cercare di tenere in piedi la baracca lo stato si è indebitato oltre misura, e molti dei suoi titoli sono finiti, come sempre accade, nei portafogli di banche greche e in seguito di banche straniere. Quando è apparso chiaro che lo stato greco non era in grado di far fronte ai suoi impegni c'è stato un crollo di fiducia nei confronti del sistema Grecia. Le banche estere hanno cercato di ridurre la loro esposizione nei confronti di quelle greche, i depositi sono crollati e le banche elleniche si sono trovate di fronte ad una spaventosa crisi di liquidità. Il resto è storia nota. Ancora una volta l'illusione di creare ricchezza semplicemente indebitandosi si è rivelata per quella che è: una illusione, molto pericolosa.
Il denaro è allora davvero qualcosa di diabolico? La finanza un veleno per l’economia? No, ovviamente. Perché se è vero che denaro e finanza possono innescare moltiplicatori negativi possono innescarne, e di fatto ne innescano, anche di positivi. L’economia è tutta fondata sulla anticipazione. Nel processo produttivo i costi precedono i ricavi, i debiti i crediti. Non esiste in economia un equilibrio assoluto, una situazione statica in cui tutti i debitori potrebbero pagare i loro debiti e tutti i creditori riscuotere i loro crediti dall’oggi al domani. L’economa è per definizione squilibrio, esposizione. Cosa fa si che lo squilibrio si trasformi o meno in crisi, l’indebitamento in crollo o in sviluppo del sistema? Sostanzialmente un rapporto equilibrato o squilibrato fra economia reale ed economia monetaria. L'immissione di liquidità nel sistema può stimolare la crescita, se però la liquidità diventa eccessiva, se passa l'idea che l'indebitamento, pubblico o privato, possa sostituire la produzione di beni e servizi, ci si può trovare nel bel mezzo di crisi di dimensioni catastrofiche.

Solo le economie di mercato sono in senso proprio economie monetarie. L’economia sovietica, o quella della Cina di Mao, non erano economie monetarie. Quando una autorità centrale decide cosa, quanto e come produrre il denaro non è strumento di scambio e misura del valore, è solo un mezzo per rendere più agevole la distribuzione dei prodotti. Il pianificatore decide di produrre tot beni e decide di distribuirli in un certo modo alla popolazione; potrebbe effettuare direttamente la distribuzione ma ciò è troppo complesso, dà allora ai cittadini dei buoni merce (impropriamente in questo caso chiamati denaro) con cui questi possono ottenere ciò che il pianificatore ha deciso che deve spettare loro.
In una economia libera il mercato seleziona gli investimenti indirizzandoli verso i settori in cui essi si riveleranno più produttivi. Chi investe in beni e servizi che non incontrano i gusti dei consumatori vedrà inesorabilmente svalorizzarsi il suo capitale. Nel caso di un’economia pianificata centralmente le cose sono ben diverse. Qui lo stato è padrone di tutto e non teme le scelte dei consumatori, non può andare incontro a fallimenti o crisi. Lo stato pianificatore non ha bisogno di vendere ciò che produce e neppure ha bisogno di fare degli utili: ha già in mano tutto, nessun imprenditore concorrente lo insidia, il suo capitale non può essere svalorizzato perché il valore riguarda gli scambi e lo stato centralizzato non deve scambiare nulla con nessuno. Se lo stato decide di produrre beni che non piacciono ai consumatori a star male saranno solo loro. E’ capitato nella Russia staliniana che alcune fabbriche di scarpe producessero paia di scarpe entrambe sinistre o destre. Per un imprenditore privato questo sarebbe stata una tragedia, nella Russia staliniana la tragedia c’è stata solo per i consumatori: questi potevano scegliere solo se calzare scarpe destre nei piedi sinistri o non avere scarpe.
Dotato di un potere enorme lo stato pianificatore non è in grado di sapere quali sono le effettive preferenze dei consumatori, non esiste il meccanismo del mercato che lo indirizza in questo senso. E anche se fosse in grado di conoscere queste preferenze allo stato pianificatore ciò non interesserebbe più di tanto. Ciò che è avvenuto nella vecchia Unione sovietica, in Cina e in pressoché tutti i paesi comunisti è a questo proposito indicativo. Scelte economiche che hanno di fatto condannato a morte milioni di persone sono state prese nelle stanze del politboureau, con assoluta nonchalance. Stalin decide che tot milioni di tonnellate di grano devono essere trasferite dalle campagne alle città e questo viene fatto. E se i contadini non intendono trasferire il loro grano? Se chiedono che venga pagato loro ad un certo prezzo? Peggio per loro. L’economia centralmente e totalmente pianificata è una economia di comando, slegata da ogni considerazione sui gusti e le preferenze del pubblico. Non conosce, è vero, fallimenti, squilibri, crisi, ma questo solo perché è totalmente indifferente ai bisogni dei consumatori. Le sofferenze che una siffatta economia riserva agli esseri umani si sono dimostrate enormemente più gravi di quelle che può provocare la peggiore delle crisi capitalistiche.
Forse il denaro è davvero lo sterco del demonio. Ma, pur dando il giusto peso ai problemi spesso molto gravi cui vanno incontro le economie monetarie, possiamo dire: ben vanga un tale sterco.