venerdì 31 maggio 2019

VA DIMOSTRATA L'ESISTENZA DEL MONDO?

Se mi è concesso parlare di una piccola esperienza personale, ricordo che quando, tanti anni fa, mi sono imbattuto per la prima volta nell'argomento scettico sull'esistenza del mondo esterno questo mi ha profondamente irritato. “Il mondo non esisterebbe? Che sciocchezza” mi sono detto. “Io vedo, sento, tocco le cose del mondo, come può il mondo non esistere?”. Poi, man mano che prendevo conoscenza delle sottilissime argomentazioni dei filosofi, invece che irritarmi quell'argomento ha iniziato ad inquietarmi. “Il mondo è solo in me... come posso essere certo che esista fuori di me? Io conosco solo le sensazioni, le rappresentazioni... “ tutto questo mi sembrava assurdo, non mi convinceva affatto ma, mi chiedevo, il fatto che io sia intimamente convinto che la sedia su cui sono seduto continui ad esistere anche quando mi alzo ed esco di casa non dimostra che questa davvero esista indipendentemente da ciò che io sento. Come si può dimostrare che il mondo esiste?
Come si può dimostrare l'esistenza del mondo? Bel problema... ma... è davvero un problema reale?
“E' segno di impreparazione” afferma Aristotele nella
Metafisica, “ il non saper riconoscere di quali cose si debba cercare dimostrazione e di quali no. Difatti è senz’altro impossibile che si dia dimostrazione di tutte quante le cose (in tal caso infatti si andrebbe all’infinito e quindi neppure così si produrrebbe dimostrazione).” (1)
Qui Aristotele parla del principio di non contraddizione che, in quanto principio che rende possibile ogni dimostrazione, non può a sua volta essere dimostrato, ma quello che dice ha una valenza se possibile ancora più generale. Non tutto può essere dimostrato. La dimostrazione collega certe premesse a certe conclusioni ma le premesse non sono a loro volta dimostrabili, o lo sono solo se si parte da altre premesse ancora più generali, a loro volta, di nuovo, non dimostrabili.
Il notissimo sillogismo: “tutti gli uomini sono mortali, Socrate è un uomo, quindi Socrate è mortale”collega in maniera coerente due premesse per giungere ad una conclusione necessaria. Ma la verità delle premesse non è a sua volta dimostrata, è assunta come data o è considerata vera perché attestata dalla intuizione sensibile. Certo, si potrebbe dimostrare la mortalità degli uomini con un altro sillogismo: “tutti gli animali sono mortali, tutti gli uomini sono animali quindi tutti gli uomini sono mortali” ma in questo modo sarebbero la mortalità degli animali e la appartenenza degli uomini al genere degli animali ad essere attinte dall'esperienza sensibile. Qualsiasi discorso noi si faccia attingiamo continuamente il materiale che relazioniamo logicamente da qualcosa di extra logico. L'esistenza di qualcosa non è dimostrabile, la logica relaziona A e B, non dimostra la loro esistenza. Chi pretende che l'esistenza del mondo gli venga “dimostrata” non ha compreso la logica, e meno ancora ha compreso il mondo.
Nella celebre confutazione della dimostrazione ontologica dell'esistenza di Dio Kant nega esplicitamente che l'esistenza sia un attributo. L'esistenza non è un predicato che arricchisca minimamente il concetto di una cosa: concettualmente cento talleri solo pensati non differiscono minimamente dai cento talleri che ho depositato in banca. Il fatto che siano sul conto modifica non il loro concetto ma la loro posizione nei riguardi della esperienza sensibile. “Se si trattasse di un oggetto dei sensi non potrei scambiare l'esistenza della cosa col semplice concetto della cosa. Infatti, pel concetto, l'oggetto non vien pensato se non come conforme alle condizioni generali di una possibile conoscenza empirica in generale; per l'esistenza, invece, come contenuto nel contesto dell'esperienza totale. (…) Sia quale e quanto si voglia il nostro concetto di un oggetto, noi, dunque, dobbiamo sempre uscire da esso per conferire a questo oggetto l'esistenza. Negli oggetto dei sensi questo accade mediante la connessione con una delle mie percezioni secondo le leggi empiriche” (2).
L'esistenza è fuori dal concetto, quindi anche fuori dalle relazioni fra concetti, quindi non è passibile di dimostrazione logica. Non tutto può essere dimostrato, su questo punto di cruciale importanza Kant la pensa esattamente come Aristotele.

Provare” o “dimostrare” l'esistenza del mondo non è possibile perché il mondo è dato, è dato nell'esperienza sensibile; tutto ciò che si può fare è analizzare ciò che ci è dato nell'esperienza per vedere che tipo di evidenze questa ci offre. E' proprio vero che, come dice Cartesio, solo della mia esistenza io posso essere assolutamente certo mentre l'esistenza del mondo mi è data non immediatamente ma in maniera mediata dalle mie sensazioni? Val la pena di richiamare telegraficamente alcuni punti deboli di questa concezione. L'esistenza di un mondo fenomenico caratterizzato da almeno certe regolarità empiriche è essenziale per l'autocoscienza dell'io, lo stesso dicasi del linguaggio e del suo carattere non meramente privato ma intersoggettivo. Inoltre io stesso sono fenomeno fra i fenomeni, anche la conoscenza di me, o almeno una grande parte di questa, può quindi essere considerata mediata e non immediata. Non è il caso di approfondire in questa sede queste argomentazioni. Il problema su cui invece si concentrerà l'attenzione è quello della immediatezza o meno della conoscenza del mondo esterno.
Il mondo esterno mi è dato non immediatamente ma in maniera mediata. Io ho la percezione di un albero e da questa deduco, in maniera mediata che, forse, un albero esiste realmente. Afferma Roger Scruton nel già citato: la filosofia moderna, compendio per temi: “La teoria rappresentazionale (..) sostiene che noi percepiamo gli oggetti mediante le loro rappresentazioni mentali. Queste rappresentazioni mentali possono corrispondere o meno alla loro realtà fisica, la cui natura deve perciò essere colta eliminando le illusioni, le delusioni e le ambiguità che affliggono le nostre carriere mentali” (3)
Insomma, io non vedo l'albero, vedo la rappresentazione di un albero e da questa deduco che forse esiste qualcosa dietro a quella rappresentazione, qualcosa che noi chiamiamo albero. Ma ha senso dire che io vedo, o percepisco una rappresentazione? Scruton mette molto bene in evidenza come questo modo di procedere conduca ad un regresso all'infinito. Percependo una rappresentazione io avrò una nuova rappresentazione che dovrà a sua volta essere percepita e così via, all'infinito. Si potrebbe dire, afferma Scruton che “percepiamo le rappresentazioni direttamente e gli oggetti soltanto indirettamente. Ma cosa significa? Presumibilmente questo: mentre io posso commettere errori sull'oggetto fisico non posso commetterne sulla rappresentazione che per me è immediata” (4)
A questo punto però diventa insensato affermare che io “percepisco”, più o meno direttamente, una rappresentazione. “La percezione è un modo di trovare come sono le cose; essa implica una separazione fra la cosa che percepisce e la cosa percepita, e con questa separazione arriva la possibilità dell'errore. (…) La rappresentazione mentale non è affatto percepita; essa è semplicemente parte di me. In altre parole, la rappresentazione mentale è la percezione. In questo caso il contrasto fra percezione diretta e indiretta scompare. Noi percepiamo effettivamente oggetti fisici e li percepiamo direttamente. (…) e noi percepiamo oggetti fisici avendo esperienze rappresentazionali” (5)
Io non percepisco la “rappresentazione” di un albero, percepisco l'albero e lo percepisco avendo una immagine mentale dell'albero
, proprio per questo la percezione può essere giusta o sbagliata, nitida o confusa; se l'albero coincidesse con la percezione che ho di esso questa non sarebbe mai sbagliata o confusa. Tutto questo in fondo non fa che confermare ciò che emerge chiaramente dal linguaggio comune. Nessuno dice: “vedo la rappresentazione di una casa”, o: “ascolto la rappresentazione di un concerto” o ancora: “la rappresentazione tattile di una puntura di spillo mi duole”. Tutti diciamo: “vedo una casa”, o “ascolto un concerto” o “la puntura di uno spillo mi duole”. Ed il linguaggio comune non fa a sua volta che confermare quello in cui crede in maniera immediata la totalità praticamente degli esseri umani. Il punto centrale è tutto qui, in fondo. Lo scettico afferma che il mondo esterno ci è dato solo indirettamente, risaliremmo all'esistenza del mondo esterno solo in maniera mediata, dalla sensazione al mondo, e questo comporterebbe tutta una serie di difficoltà. Ma questo, molto semplicemente, non è vero. Nessuno dice o pensa: “ho la sensazione di un albero, ora devo dedurre da questa l'esistenza reale dell'albero”, tutti diciamo: “lì c'è un albero”. Il mondo esterno ci è dato immediatamente, ci si presenta con immediata evidenza, con una evidenza almeno pari a quella con cui siano consci della nostra stessa esistenza.

Gli stessi, svariati, argomenti scettici che vorrebbero indurre il dubbio sull'esistenza del mondo esterno a partire dagli errori cui sono soggette le sue percezioni non solo non sono conclusivi, come si è già visto, ma possono benissimo essere applicati alla stessa percezione dell'io. Spesso le sensazioni inducono in errore, si dice, quando ci mettono in relazione con oggetti del mondo esterno. Una nuvola all'orizzonte ci sembra una montagna e nella nebbia un lampione può sembrarci un albero. Però, commettiamo errori simili anche a proposito di noi stessi. Dimentichiamo spesso cose fatte anche poco tempo fa, o ci può capitare di trovarci in una situazione di vuoto, se non di caos mentale. La parte di noi che davvero conosciamo è in fondo solo una piccola porzione dell'io: il flusso dei ricordi si perde inevitabilmente col passare del tempo; la scoperta dell'inconscio inoltre ci ha rivelato che parti fondamentali di noi non emergono affatto alla luce della coscienza ma restano nel profondo, lontane, difficilmente interpretabili. A livello fisico gli errori che possiamo fare su noi stessi sono numerosissimi; spesso ignoriamo l'esistenza di organi fondamentali, o possiamo avere l'illusoria convinzione di essere assolutamente sani mentre ci portiamo dentro terribili malattie.
Qualcuno potrebbe obiettare che, con tutta l'ignoranza che possiamo avere di noi, stessi è indubbio che pensiamo, proviamo sensazioni quindi esistiamo. Ma considerazioni analoghe possiamo farle per il mondo esterno. Perché, anche ammettendo che io non veda il gatto sulla poltrona ma la mia sensazione dello stesso, ed anche tralasciando di considerare le aporie cui una simile impostazione ci conduce, resta il fatto che quella sensazione è del tutto diversa da quelle che comunemente si chiamano percezioni interne. Il gatto che vedo sulla poltrona sarà anche solo sensazione, ma è altra cosa dallo scorrere dei miei pensieri o dalla tristezza che sento di provare in certe giornate. Questo senza contare che certi stati interni sono strettamente legati a sensazioni esterne: la pressione che sento sulla mano se qualcuno me la stringe è, insieme, percezione di qualcosa si esterno e sentire interno. Il "gatto sensazione" è completamente diverso dalle sensazioni interne. E', anche come sensazione, estraneo al mio interno, esterno a me.
Tutti questi discorsi si riferiscono, ovviamente, all'io empirico che altro non è, in fondo, che una parte del mondo e questo potrebbe non piacere ad uno scettico cartesiano. Spiace per lo scettico cartesiano, ma, di quale altro io possiamo avere coscienza? Solo l'io che è collocato nello spazio e nel tempo può essere oggetto di conoscenza, più o meno mediata o immediata, l'io noumenico è al di fuori della conoscenza, di qualsiasi tipo di conoscenza.

L'io non ha quindi nessun privilegio sul mondo, l'interno non è oggetto di una conoscenza più immediata e certa di quanto non lo sia l'esterno, possiamo sbagliare a proposito del mondo come dell'io, e di entrambi possiamo essere profondamente ignoranti.
Quando Cartesio afferma, nelle “
meditazioni metafisiche” che il “cogito” non può essere oggetto di dubbio la sua affermazione appare sostenuta anche da evidenti ragioni logiche. Il pensare è infatti momento dell'esistere, se penso devo esistere, in qualche modo. L'enunciato “penso quindi esisto” appare quindi logicamente vero. Ma con eguali ragioni potrei dire: vedo, quindi esisto, passeggio, quindi esisto, parlo, corro, mangio, quindi esisto, perché il vedere, il passeggiare, il parlare, il correre, il mangiare sono tutti momenti dell'esistere.
Non solo. Le stesse ragioni logiche che mi fanno passare dal pensare (o dal vedere, mangiare, camminare...) all'esistere valgono per il mondo esterno. Esaminiamo l'enunciato: “vedo un libro sulla tavola”. Questo enunciato può essere trasformato, senza modifiche di significato, in “un libro sulla tavola è visto da me”. A questo punto ci troviamo nella stessa situazione logica di prima, perché, esattamente come il “vedere”, l'”essere visto” è momento dell'esistere. Se penso esisto, questo enunciato è analiticamente vero perché, come osservò a suo tempo in polemica con Cartesio Gassendi, si tratta di un sillogismo camuffato: “tutto ciò che pensa esiste, io penso, quindi io esisto”. Ma se questo è vero si può dire con eguale coerenza: “tutto ciò che mangia esiste, io mangio quindi io esisto”, oppure: “tutto ciò che è mangiato esiste, una bistecca è mangiata, quindi la bistecca esiste”. La logica del procedimento cartesiano conduce alla affermazione del mondo esterno come a quella del soggetto.
E' nota la risposta di Cartesio alla obiezione di Gassendi: il “cogito” non è un sillogismo camuffato ma una affermazione basata su una immediata, indubitabile evidenza. Correttamente non si dovrebbe dire “penso
quindi esisto”, ma “penso, esisto”, forma che evidenzia il carattere immediato, non deduttivo del cogito. Se però le cose stanno così scompare la pretesa superiorità della apprensione del mio esistere rispetto a quella del mondo esterno. Perché, è vero, io ho una immediata, indubitabile percezione del mio esistere e il solo fatto che io abbia questa percezione attesta che io, in qualche modo, esisto, magari solo come uomo che sogna o cervello in una vasca, per usare il celebre esperimento mentale di John Searle. E questa immediata percezione è il presupposto di ogni discorso, di ogni pensiero, di ogni dubbio. Ma con altrettante ragioni io posso affermare di avere una immediata percezione del mondo esterno ed il semplice fatto di avere questa percezione dimostra che il mondo esterno in qualche modo esiste, magari come uomo che sogna, che in quanto tale è esterno alla mia esperienza sognata (l'esperienza è sogno da cui è escluso per definizione il sognatore) o come impulso elettrico che induce nel cervello nella vasca i pensieri e le sensazioni (l'impulso è esterno al cervello).
Comunque si affronti la questione, il cogito cartesiano ci conduce ad un dilemma: o si tratta di un sillogismo camuffato, ed allora è possibile passare dal pensare, ma non solo, all'esistere del soggetto, ma anche del mondo. O si tratta di una apprensione immediata, ma in questo caso scompare la superiorità della conoscenza del me rispetto a quella del mondo.

L'evidenza del mondo esterno è tale che nessuno seriamente ne dubita, neppure il più scettico fra i filosofi, esattamente come nessuno, neppure il più scettico dei filosofi, dubita seriamente di esistere.
Ciò che è mediato non è la percezione del mondo esterno, è il dubbio sulla sua esistenza. E' il dubbio ad essere la conseguenza di un ragionamento, di un porsi domande sul mondo, insomma, di una mediazione intellettuale. Non c'è nulla di male nel ragionare e nel porsi domande, sia ben chiaro. Ma non c'è niente di male neppure nel mettere in evidenza i limiti di certi ragionamenti, le assurdità a cui conducono certi dubbi. Ciò che voglio sostenere non è l'illiceità del dubbio, è il carattere non veritiero del suo assunto fondamentale: non è vero che l'esistenza dell'altro da noi ci sia data in maniera indiretta: ci è data direttamente, appare con evidenza ai sensi e nessuno ne dubita davvero, nessuno si comporta come se davvero l'esistenza di alberi e case, sedie ed altri esseri umani sia davvero dubbia. Ovviamente possiamo sbagliare nel giudicare ciò che si presenta ai nostri occhi. E' l'esistenza, non un certo modo di essere del mondo, ad esserci data con evidenza immediata. La terra ci appare piatta eppure è sferica, un remo nell'acqua appare storto invece è dritto... però questi stessi errori dimostrano che la terra, l'acqua e i remi esistono indipendentemente dai giudizi che noi possiamo dare si di loro, ed è questo l'essenziale.

Il mondo ci appare con immediata e realistica evidenza, tuttavia non è logicamente impossibile dubitare anche della più realistica delle evidenze. Il dubbio non è logicamente contraddittorio, non può quindi essere logicamente confutato, esattamente come non si può logicamente provare o dimostrare l'esistenza del mondo. Molti sono restii ad accettare questo fatto. Non sembra sufficiente a costoro che l'esistenza del mondo sia un dato immediato dei sensi. In questo modo resta nel mondo qualcosa di non perfettamente trasparente alla ragione, il dubbio conserva un suo angolino. Per quante evidenze e buone ragioni ci siano per credere che il mondo esista, qualcuno, volendo, può avanzare argomenti per mettere in dubbio questa convinzione, e conta poco che questi argomenti non siano per niente convincenti. Il dubbio è comunque possibile, e tanta basta per lasciare in qualcuno un sottile sentimento di fastidio. Molto spesso chi avanza con più forza argomenti scettici è tutt'altro che scettico: è il desiderio di certezze assolute ad alimentare il dubbio, molto spesso.
Chi pretende che l'esistenza del mondo sia “provata” o “dimostrata” logicamente vuole in fondo una cosa sola:
mondare il mondo dal dato. Del dato si può sempre logicamente dubitare, anche quando è un dato che ci si presenta con immediata, palmare evidenza. Il fatto che il mondo ci sia dato in maniera immediata non implica che, anche nella sua immediatezza, non possa essere oggetto di dubbio. E' comprensibile in fondo che qualcuno voglia liberarsi del dato, voglia “provare” tutto, tutto “dimostrare”. Ma il dato è inesorabilmente legato alla nostra dimensione di uomini. Il mondo è dato e le stesse leggi della logica sono date. E' dato, e in quanto tale non dimostrabile, il principio sommo della logica formale: il principio di non contraddizione. Anche se fosse possibile “dimostrare” l'esistenza del mondo in questa dimostrazione resterebbe sempre qualcosa di dato, di non dimostrabile, e si tratterebbe nientemeno che del principio della dimostrazione stessa. L'unica dimostrazione che del principio sommo della logica si può dare, lo ricordava Aristotele, consiste nel suo uso: anche chi lo nega deve usarlo per cercare di contestarne la validità. E' un tipo di “dimostrazione” molto simile a quella che si può dare dell'esistenza del mondo: chi la nega deve intanto darla per scontata anche solo per poterla negare. Il solipsista che ritiene di essere l'unico essere pensante e senziente distrugge, vorrebbe teoreticamente distruggere, il mondo e col mondo gli altri esseri umani. Però vive e si rapporta al mondo, parla e interagisce continuamente con altri esseri umani. Il suo pensiero, e le sue parole, e le sue azioni, il suo stesso dichiarato solipsismo confutano in ogni istante la sua teoria. Questa è probabilmente l'unica confutazione possibile del dubbio scettico e solipsista, e nel contempo l'unica possibile “dimostrazione” dell'esistenza del mondo. Altro tipo di dimostrazione del fatto che il mondo, e nel mondo altri esseri umani, esistano non è consentita alla nostra ragione finita. A qualcuno questo provoca fastidio, irritazione? C'è chi si sente insopportabilmente impotente per il fatto che l'esistenza di alberi e case ed altri esseri umani, e con loro della totalità dell'esistente, non possa venir logicamente fondata ed acquistare così una razionale, indiscutibile certezza? Beh, non possiamo che dolerci delle sue afflizioni.






























Note1) Aristotele, Metafisica. Laterza 1988 pag 95
2)Kant: Critica della ragion pura, Laterza 1983 pag. 473 474.
3) Roger Scruton: la filosofia moderna compendio per temi. Laterza 1998 pag. 348.
4) Ibidem pag. 349
5) Ibidem pag. 349 350.

lunedì 13 maggio 2019

PERCHE' ODIANO TANTO?

Perché sono tanto faziosi? Come è possibile che riescano ad esprimere una così formidabile capacità di odiare? Perché devono avere sempre un mostro, ieri Berlusconi, oggi Salvini, da additare quale responsabile di tutti i mali del mondo? Tanta faziosità, tanta ostentazione di odio sono, tra l'altro, controproducenti. Possibile che non lo capiscano? Zingaretti e Martina non sono particolarmente intelligenti, è vero, ma anche uno stupido queste cose riuscirebbe a capirle, loro no. Perché?
La risposta è semplice: sono comunisti. Per essere più precisi, hanno da tempo abbandonato i fini comunisti ma conservano la mentalità comunista, il che è anche peggio.
Qualcuno considera il partito comunista un partito, più o meno, simile a tutti gli altri, solo più intollerante, più estremista. Il partito comunista avrà magari una forte vocazione autoritaria ma è comunque, e si sa, parte della società e mira a governarla, anche se con metodi poco ortodossi. Chi la pensa così non ha capito nulla del comunismo, meno ancora capisce la mentalità comunista
Il partito comunista non è un normale partito autoritario, non mira semplicemente a governare autoritariamente la società, al fine di tutelare determinati strati sociali, i loro interessi, i loro valori. No, è qualcosa di completamente diverso. Il partito comunista è l'autocoscienza della storia che si esprime come auto coscienza di quella classe che ha il destino storico di traghettare il genere umano dal regno della necessità a quello della libertà: il proletariato.
Il mondo borghese è un mondo alienato, gli esseri umani che vivono in questo mondo sono poveri, esangui fantasmi, non-uomini che hanno fuori di se la propria umanità. Grazie all'azione della classe operaia e del partito che ne rappresenta l'autocoscienza questo mondo sarà distrutto, si ricomporrà ad un livello più alto la originaria unità fra uomo e natura, individuo e collettività, essenza ed esistenza umana. Dopo millenni di sfruttamento ed alienazione si concluderà il dramma terreno dell'uomo. La scissione dell'uomo con se stesso sarà superata e regnerà, per sempre, una superiore armonia.
Nella teoria e nella prassi del partito comunista si esplicita e si realizza il rovesciamento della storia, dell'uomo e della società. Non l'emancipazione umana ma la trasfigurazione dell'uomo è il fine del partito comunista, la rigenerazione integrale, la torsione a 180 gradi della sua natura. Con questa torsione la storia raggiunge il suo fine immanente, il paradiso abbandona l'al di la ed entra trionfante nel mondo terreno.

Il carattere mistico ed escatologico di una simile concezione è talmente evidente che non vale  la pena di sottolinearlo troppo. Una cosa invece val la pena di mettere in evidenza: i rapporti fra i comunisti e gli esponenti di altre forze politiche non sono in nulla assimilabili ai rapporti, più o meno pacifici, che le altre forze politiche hanno fra loro. Liberali e socialdemocratici, progressisti e conservatori, laici e cattolici, per tutti c'è posto nella concezione comunista della storia e del suo corso. Però sono loro, i comunisti, a rappresentare la autocoscienza di questo corso. La vittoria finale del comunismo rappresenta il lieto fine di un dramma di cui anche gli altri sono attori, ma attori necessariamente comprimari, inconsapevoli agenti della loro stessa, inevitabile, sconfitta. I rapporti fra i comunisti e gli altri non sono, non possono mai essere, rapporti alla pari. Si tratta, sempre, di rapporti fra l'agente dello sviluppo storico ed i suoi inconsapevoli strumenti.

Il comunista può essere anche molto “dialogante”, a volte è dispostissimo ad accordi tattici o strategici con altri partiti, mira spesso a creare ampi fronti “democratico progressisti”, ma, sempre, considera gli altri, siano essi nemici o momentanei alleati, come esponenti di forze politiche e sociali destinate a sparire, magari dopo aver subito per un certo periodo di tempo la sua egemonia.
La faziosità del comunista nasce da qui, dalla pretesa di essere radicalmente diverso dagli altri, diverso perché destinato a realizzare un ineluttabile destino storico. Ma, attenzione, l'essere il consapevole attore di un destino storico non induce nel comunista alcun senso di quietismo. Il destino si realizza nella e grazie alla volontà, le leggi immanenti alla storia trovano la loro attuazione nella cosciente pratica rivoluzionaria. Il comunista è, insieme, determinista e volontarista, la cosa non lo preoccupa perché lui, da buon marxista hegeliano, ha “superato” il principio di non contraddizione. Si sa predestinato a riscattare il mondo e lotta con tutte le forze contro chi intende rallentare, o condizionare, o impedire questo riscatto. E' un calvinista laico.
E da buon calvinista ha una formidabile capacità di odiare, oltre che di amare. Ed odia in effetti chi in qualsiasi modo si oppone alla sua azione redentrice; soprattutto odia con la massima intensità chi non dialoga con lui, chi non accetta la sua visione escatologica della storia, la sua concezione del bene come trasfigurazione dell'uomo, insomma, chi rifiuta la sua egemonia culturale oltre che la sua politica.
Il comunista rigetta con veemenza ogni forma di reciprocità con le altre forze politiche. E' ridicolo chiedergli una sincera accettazione delle regole democratiche, o il riconoscimento del pluralismo sociale e politico o il rispetto delle libertà individuali.
Il comunista pretende il massimo rispetto dagli altri ma non è disposto a rispettarli, se non a fini tattici. Una manifestazione è una grande “espressione di democrazia” se ad essa aderiscono i comunisti, diventa “eversione populista” se a guidarla sono i suoi nemici. Il comunista è pronto a definire “borghese“ la legalità, ma la invoca se il leader di un partito nemico finisce nel mirino di qualche magistrato politicizzato. Esalta la pace quando si tratta di protestare contro un intervento armato “made in USA”, ma esalta la guerra se sono i suoi compagni a condurla, vuole la libertà di stampa ma è pronto ad eliminarla se questo favorisce la sua politica, urla contro la pena di morte, ma la sua storia è un martirologio di esecuzioni, spessissimo sommarie, sempre illegali. La democrazia va bene se agevola l'azione politica dei comunisti, può essere gettata alle ortiche se la ostacola. Si potrebbe continuare, molto, molto a lungo.
Una faziosità tanto radicale non deriva da cattiva fede, scarso attaccamento all'ideale, degenerazione corruttiva. No tanta faziosità deriva precisamente dall'attaccamento all'ideale, dalla convinzione profonda di far parte della crema del genere umano, di essere superiore agli uomini “comuni”. Il comunista è tanto più fazioso quanto più è in buona fede, è tanto più feroce quanto più è onesto, in questo è sinistramente simile al suo gemello-nemico nazista. Il nazista più pericoloso era quello più in buona fede, quello meno corruttibile, intimamente convinto della superiorità della “razza ariana” e del carattere criminale del giudaismo. Alcuni fra i più grandi ed orrendi crimini della storia sono stati commessi da persone assolutamente integerrime, spesso “incorruttibili”.

Ci sono altri due aspetti della faziosità comunista che occorre chiarire, aspetti piuttosto importanti.
Il primo risiede nella concezione comunista del bene. Si sente spesso dire che i comunisti sono meno esecrabili dei nazisti perché il loro fine sarebbe stato il “bene” degli esseri umani mentre i nazisti rivendicavano con feroce coerenza il male. Non intendo affrontare un tema tanto complesso come quello del confronto fra comunismo e nazismo, mi limito ad osservare che l'etica delle intenzioni non può guidarci nella valutazione di ciò che concretamente producono certe ideologie. Se una certa ideologia mira al bene ma sempre, in tutte le situazioni, produce solo il male può darsi che ci sia in lei qualcosa di profondamente, radicalmente sbagliato, può darsi che il bene per cui questa ideologia si batte non sia poi tanto un “bene”. E siamo così al punto. Il “bene” a cui mirano i comunisti non è lo stesso “bene” a cui mirano ad, esempio, i liberali, o i socialdemocratici. Per tutti questi è “bene” che gli esseri umani godano di estese libertà civili e politiche, che esista un buon livello di benessere, che tutti, o la gran maggioranza, degli esseri umani possano realizzare alcuni almeno dei loro fini. Si tratta insomma del bene dell'uomo empirico, dell'essere limitato, dato, accidentale che vive qui ed ora nel mondo. Il comunista ride di questa concezione del bene, si tratta per lui di una concezione piccolo borghese, filistea. Il “bene“ del comunista si identifica col superamento dell'egoismo in ogni sua forma, nella fine e di quello che Rousseau chiamava l'amor proprio, del desiderio di riconoscimento, di benessere materiale. Il bene ideale del comunista si realizza nell'integrazione senza residui dell'io nel tu, del singolo nel collettivo, nella armonia totale, senza smagliature di tutti con tutti. Si tratta non di fare il bene dell'uomo che vive qui ed ora nel mondo ma di cambiare radicalmente la natura di questo piccolo, miserabile, filisteo che è l'uomo che vive qui ed ora nel mondo. Il bene comunista si realizza nella costruzione dell'uomo nuovo, non nella soddisfazione dei meschini desideri dell'uomo “vecchio”. Si tratta di un fine impossibile, impossibile nel senso letterale del termine, posto al di fuori delle possibilità umane. Però è facilissimo uccidere milioni di uomini “vecchi” per realizzarlo; è possibile farlo perché chi ha una simile concezione del bene gli uomini vecchi in fondo li disprezza. L'ometto che vuole qualche soldo in più in busta paga, che aspetta con ansia una settimana di vacanze al mare, che è preoccupato per la scarsa sicurezza del quartiere in cui vive, fa schifo all'intellettuale comunista. Se ne possono sostenere le rivendicazioni se questo è utile alla causa, lo si può spedire in un comodo campo di concentramento se invece è questo ad essere utile; lo si può fare senza batter ciglio. Un simile sotto uomo non merita molte attenzioni.

Ed infine, la cosa forse più importante. Il grande ideale è scritto nel destino della storia ma si realizza con la volontà, nella lotta, lotta dura, durissima, spietata. E nella lotta si deve odiare, odiare senza riserve il nemico. E non si odiano una classe o un sistema economico, non si odiano delle relazioni sociali. Si odiano, si possono odiare solo degli esseri umani, esattamente come si possono amare solo degli esseri umani, in carne ed ossa. La grande causa ha bisogno di grandi leader che le folle possano adorare e di nemici che le stesse possano, anzi, debbano odiare, con tutte le loro forze. Le grandi ideologie escatologiche hanno sempre bisogno di nemici.
Ed infatti il comunismo è sempre vissuto circondato da nemici, esseri demoniaci, uomini che rappresentavano il male assoluto, mostri coi quali ogni dialogo era impossibile, che dovevano solo esser distrutti, schiacciati come vermi. Il caso più enorme è quello di Trotskj. Il protagonista del colpo di mano dell'ottobre che diventa il nemico numero uno degli operai di tutto il mondo, l'insetto velenoso che da sempre ha tramato contro il partito bolscevico, colui che era complice del fascismo prima ancora che il fascismo nascesse. E oltre a Trotskj tanti altri, interni o esterni al movimento comunista, di destra o di sinistra: il “rinnegato Kautsky”, Liu Shao Chi, Saragat, Scelba, Craxi, Almirante, fino ai mostri di iri e di oggi: Berlusconi, Salvini. La lotta per il bene assoluto ha bisogno di angeli ed ha, parimenti, bisogno di demoni. Certo, a volte le cose cambiano, col mutare delle esigenze tattiche. Qualche mostro viene riabilitato, qualche altro diventa, per limitati periodi di tempo, un po' meno mostro. Saragat è stato additato per anni come “servo degli imperialisti”, poi è stato votato, anche dai comunisti, presidente della repubblica; lo stesso Berlusconi, dopo esser stato demonizzato per anni viene oggi guardato con un certo rispetto, oggi il mostro non è più lui. Ma se si guarda alla storia del movimento comunista nel suo complesso ci si accorge subito che sempre, in questa storia, è presente qualche mostro, qualche nemico del popolo contro cui manifestare il proprio furore , la propria sacrosanta indignazione.

Qualcuno potrebbe obbiettare: “Giovanni, non ti sembra di esagerare? Zingaretti che vuole rifondare l'uomo? Martina che vuole rivoltare come un calzino la società? Ma è tutta gente impelagata con Monte Paschi!
E' vero, i post comunisti di oggi hanno abbandonato le vecchie utopie, sono ben inseriti nel sistema capitalistico, amministrano banche, a volte quasi le fanno fallire, hanno buoni rapporti con nomi importanti della nomenclatura industriale e finanziaria. Insomma, non sono affatto degli incorruttibili e spietati angeli dell'ideale, piuttosto piccoli e grandi burocrati con una moralità spesso assai elastica, più di una volta coinvolti in gravi scandali.
Però, la mentalità degli esseri umani non cambia automaticamente col variare del loro stile di vita, delle loro stesse idee. Si può accettare il sistema capitalista e continuare a sentire nei suoi confronti una sottile ostilità. Ci si può, anche in buona fede, dichiarare pluralisti ma continuare a sognare la società unificata, omogenea, priva di contrasti. I valori degli attuali leader PD sono il mondialismo e l'accoglienza illimitata, il misticismo ecologico e la filosofia gender, l'europeismo marca UE e la strenua difesa dei famosi “parametri”. Tutte cose che col comunismo hanno decisamente poco a che vedere. Tutto vero, ma qui non si tratta del
merito dei valori e degli obiettivi oggi difesi dalla sinistra, ma della loro forma. E questa è oggi, più o meno la stessa di ieri. La società integrata, multicolore, caratterizzata da una illimitata mobilità, priva di sessi e di ruoli sessuali è considerata oggi un valore assoluto esattamente come erano fino a ieri valori assoluti la pianificazione centralizzata di tutta l'economia e la difesa sempre e comunque della “patria del socialismo”. E l'incondizionata fedeltà che oggi il PD giura alla UE ricorda abbastanza da vicino la vecchia fedeltà al “campo socialista”. La sinistra proprio non riesce a considerare le idee, gli interessi, i valori che difende come qualcosa di non assoluto, come normali idee, interessi, valori che devono convivere con altri, anch'essi pienamente legittimi, in una società pluralista. Chi non accetta la loro visione del mondo è, sempre, un essere abbietto, un nemico del progresso, della pace, della democrazia, qualcuno da espellere dalla contesa politica , non da battere politicamente. In questo un Martina ed uno Zingaretti restano, nella forma mentis, comunisti, come erano comunisti Longo o Togliatti.

Al momento del suo crollo l'impero comunista era tutto meno che il regno dell'ideale incontaminato, era divorato da una corruzione generalizzata, distruttiva. Però i vecchi modi di pensare e sentire restavano, ben saldi, convivevano con una realtà gretta, miserabile. E nessuno fra i vecchi modi di pensare e sentire è tanto saldo, duro a morire quanto la faziosità, la convinzione di essere comunque superiori agli altri. Tanto più l'ideale viene contraddetto dalla prassi tanto più si fa forte questa convinzione, tanto più feroce diventa, a volte, questa faziosità. Si tratta di un'arma difensiva, in fondo, qualcosa che tiene lontane le insidie del mondo e permette al post comunista di non rimettere in discussione la sua storia, i suoi valori, di far convivere la sua grigia prassi presente con i nobili e mai rinnegati ideali di ieri.

Fino a quando i post comunisti non diventeranno ex comunisti, fino a quando cioè non sottoporranno ad un esame spietato la loro vecchia ideologia, fino a quando continueranno a voler far convivere passato e presente, idealità e grigia prassi quotidiana, fino a quel momento resteranno, sempre, degli insopportabili faziosi. Divorati dall'odio.






















mercoledì 10 aprile 2019

UN ORRORE ORWELLIANO

Risultati immagini per foto del papa coi migranti ed uno striscione



Lo scorso 6 aprile Papa Francesco ha festeggiato i 150 anni di vita del collegio arcivescovile San Carlo di Milano. In quella occasione ha detto a studenti e docenti cose di cui sarebbe sbagliato sottovalutare la gravità. Val la pena di esaminarle e commentarle in dettaglio.

“I migranti siamo noi”, così ha esordito il papa, “Gesù è stato migrante”.
Probabilmente quando definisce “migrante” Gesù il papa si riferisce alla fuga in Egitto: sarebbe infatti eccessivo anche per lui definire “migrazioneil viaggio di Maria e Giuseppe a Betlemme, fatto per ottemperare ad un decreto imperiale sul censimento delle popolazioni ebraiche. Anche la fuga in Egitto, di cui parla solo il vangelo di Matteo, serve poco comunque al fine di far passare per “migrante” Gesù Cristo. Quella fuga, ammesso ci sia stata, fu un breve trasferimento in un paese vicino messo in atto al fine di sfuggire ad un pericolo gravissimo. Passato il pericolo la sacra famiglia fece ritorno in tutta fretta a casa sua e li restò. Tutta la predicazione di Gesù si svolse nelle terre patria del popolo ebraico. Mai il Messia si recò in Egitto, né cercò di recarsi in Grecia o a Roma. Definirlo “migrante” è, come minimo, esagerato.
Ma questi in fondo sono dettagli. Valenza ben più importante hanno le cose che il papa dice subito dopo la sua introduzione.
“Dobbiamo ringraziare Dio perché il dialogo tra persone, culture, etnie è una ricchezza.
A chi obietta che i tuoi figli non cresceranno puri, dico che la purezza è come l’acqua distillata, non ha sapore, l’acqua della vita è la multiculturalità”.
Le culture “pure” sono come l'acqua distillata, insapori, vuote. C'è da restare allibiti. A cosa si riferisce papa Francesco quando definisce “acqua distillata” le culture “pure”? Forse la nostra cultura, la cultura occidentale, è una sorta di “acqua distillata”? Una civiltà che ha prodotto Platone ed Aristotele, Kant e Newton, Dante e Shakespeare, Galileo ed Einstein, Leonardo e Michelangelo, Mozart e Beethoven e moltissimi altri simili giganti è riducibile ad “acqua distillata”? O Francesco ritiene che Aristotele, Dante o Bach siano il risultato del dialogo fra Europa ed Africa sub sahariana?
Per papa Francesco ha valore solo la “multiculturalità”. La purezza culturale è “acqua distillata”, solo dalla mistura fra culture diverse nascerebbe l'acqua della vita. Che le culture possano mischiarsi è un'ovvia verità, come lo è che da questa mistura possano nascere (anche) cose buone. Ma la contrapposizione fra culture pure ed insapori e culture miste, vive e vitali, non solo è storicamente infondata, è' anche logicamente contraddittoria. Qualsiasi multuculturalità infatti altro non è che una mescolanza di culture pure. Ora, se queste sono “acqua distillata” anche il loro amalgama multiculturale sarà tale. Mischiando acqua con acqua non si ottiene vino, solo altra acqua. La multiculturalità è invece per Francesco una sorta di miracolo in grado di trasformare l'acqua in vino. Ma pare che un simile miracolo sia riuscito solo a Nostro Signore.
Ma, lasciamo perdere. Non approfondiamo troppo l'equiparazione papale fra la cultura “pura” e l'acqua distillata. Ammettiamo che quel riferimento “acquatico” sia stato solo un eccesso polemico e che il santo padre conceda una valenza positiva anche alle povere culture pure. Resta il fatto che per lui qualsiasi giustapposizione culturale, qualsiasi accostamento eclettico di diversità ha un grande valore positivo. E qui, di nuovo, papa Francesco incappa in un grossolano errore di logica. Cade in quella che si chiama la
fallacia della composizione che consiste nell'attribuire al tutto le stesse qualità delle parti.
"La marmellata è buona, il pesce fritto è buono,
quindi una frittura di pesce condita con marmellata è buona". Non occorre un genio della logica per capire che quel “quindi” è completamente fuori posto e che la deduzione è del tutto errata. Quando si tratta di culture però moltissimi fanno deduzioni ancora più ridicole. "Una cattedrale gotica è bella, un tempio buddista è bello, quindi una piazza in cui sorgano una cattedrale gotica ed un tempio buddista è bella". Di nuovo, il “quindi” è leggermente fuori posto.
Negli esempi mi sono limitato a mettere insieme cose buone o belle. Per il papa la fallacia della composizione va addirittura oltre: per lui il tutto è positivo anche se alcune delle sue parti non lo sono affatto. Una società in cui coesistano diritti delle donne e burka, laicità e teocrazia, libero pensiero e carcere (o peggio) per gli apostati è di certo una società molto mista, molto “multiculturale”; non assomiglia in niente alla detestabile acqua distillata delle culture “pure”. Però pochi la considererebbero una buona società, credo.

Ovviamente il dialogo fra culture e civiltà è non solo possibile ma anche desiderabile. Ma due o più culture o civiltà possono dialogare, e nel dialogo arricchirsi a vicenda, se ognuna è
quello che è. Per dialogare occorre avere una identità, cose da dire, valori da difendere. E nel dialogo si può cambiare, certo, ma, a parte il fatto che possono cambiare tutti gli interlocutori e non solo uno di loro, a parte questo, cambiando ognuno resta se stesso. La vita di ognuno di noi è un costante cambiamento, ma cambiando ognuno di noi non si trasforma in una miscela indeterminata, in una giustapposizione di idee, sentimenti, aspirazioni priva di un centro unificante. La civiltà occidentale non è oggi quello che era duemila o più anni fa. Eppure non facciamo nessuna difficoltà a collocare entro la stessa civiltà  pensatori come Aristotele e Kant, pittori come Raffaello e Gauguin o musicisti come Bach e Beethoven. La grande cultura cinese è stata in grado di assorbire quanto di universale esiste nella cultura occidentale, ma questo non ha distrutto per i cinesi la continuità con le loro tradizioni. Culture e civiltà possono dialogare perché ogni grande cultura da un lato è legata a delle particolarità, ad una storia, a linguaggi, tradizioni, dall'altro le trascende, assume un afflato universale. Culture e civiltà non sono né acqua distillata né misture: sono identità capaci di confronto, capaci di confronto proprio perché identità.
Se culture e civiltà sono identità capaci di confronto è fin troppo chiaro che la politica dei “ponti e non muri” è pericolosa oltre che sbagliata.
Il cuore è aperto per accogliere tutti. Se io ho il cuore razzista devo capire il perché e convertirmi” ha affermato il papa nel discorso di cui stiamo parlando. Ma accogliere tutti vuol dire inevitabilmente perdere la propria identità. Se io accolgo tutti i casi sono tre: o i “tutti” che accolgo diventano più o meno come me, o io come loro o insieme formiamo una mistura indeterminata in cui nessuno è più quello che è. In ogni caso la identità originaria è persa ed il dialogo diventa impossibile. Si, impossibile, perché io non posso dialogare con Tizio se sono diventato come lui o lui come me o se entrambi siamo diventati Sempronio. Il dialogo non esiste senza identità.
E qui si parla solo una molto ipotetica ed astratta situazione ottimale: quella in cui l'accogliere tutti si riferisce a dei “tutti” desiderosi in qualche modo di integrarsi, cosa che ben difficilmente può essere detta di coloro che papa Francesco sembra amare più di ogni altra cosa al mondo: gli islamici. Di fatto la illimitata accoglienza non da vita ad alcuna integrazione. Non può farlo perché si possono integrare i singoli ed i gruppi, non interi popoli o frazioni consistenti degli stessi. Fuori dalle ipotesi di comodo, nel mondo reale, il multiculturalismo che il papa non fa che invocare disaggrega il corpo sociale lungo linee etnico tribali. La società si frantuma, diventa un insieme di tribù non unite da nulla, che nella migliore delle ipotesi si ignorano, nella peggiore scendono in guerra l'una contro l'altra armate.

E' sotto gli occhi di tutti un fatto inoppugnabile: processi disordinati ed illegali di immigrazione portano a gravi situazioni di degrado. E' sempre stato così ed oggi lo è particolarmente. Ma anche questo fatto incontestabile, che anche un sostenitore di ampi flussi migratori potrebbe riconoscere, non è ammesso da papa Francesco:
“Qualcuno potrebbe dire che sono delinquenti. Ma anche noi ne abbiamo tanti. La mafia non è stata inventata dai nigeriani, La mafia è, diciamo, un "valore" nazionale. È nostra, italiana”.

Questo, proprio questo
ha affermato il Vescovo di Roma. Certo, in Italia esistono una delinquenza ed una mafia italiane, esattamente come esistono una mafia cinese in Cina o una mafia russa in Russia. Il problema non è ovviamente decidere se gli italiani siano o meno più bravi degli stranieri, ma di stabilire se una politica di accoglienza massiccia, indiscriminata e priva di regole contribuisca o meno a creare situazioni sociali in cui la delinquenza e le mafie possono più facilmente prosperare. Il papa sembra pensare che, visto che esiste la mafia italiana, non dobbiamo preoccuparci se ad essa si affianca la mafia nigeriana. Il fatto che circolino in Italia decine, forse centinaia di migliaia di persone prive di documenti, di cui spesso non si conosce nulla, neppure il nome o la data di nascita o il paese di provenienza non dovrebbe costituire motivo di preoccupazione alcuna.
“I migranti sono coloro che ci portano ricchezze.
Sempre.” esclama, ed aggiunge: “anche l’Europa è stata fatta da migranti”
I migranti ci arricchiscono,
sempre, punto e basta. Sarebbe commovente tanta illimitata fiducia se non fosse preoccupante. Quanto all'Europa “fatta dai migranti”... c'è solo da aggiungere che se i vari stati europei si sono formati anche in seguito a migrazioni di popoli....europei, queste migrazioni sono state molto spesso fenomeni tragici e sanguinosi (altro che arricchimento sempre e comunque!) ed hanno dato vita a diversi stati, abitati da diversi popoli, ognuno con la propria identità. Nulla di simile ad una qualche forma di universale meticciato o di generalizzata mistura “multiculturalista”.

Da oltre venti anni il terrorismo islamico non fa che crescere. Colpisce ovunque nel mondo, è in guerra con l'occidente. Ed a questa guerra si affiancano sempre nuovi conflitti interislamici. In questo quadro ha assunto dimensioni mostruose la persecuzione contro i cristiani. Un orribile fenomeno che provoca tutti i giorni migliaia di vittime e su cui i media hanno steso una cortina di vergognoso silenzio. Sarebbe normale che il capo della Chiesa cattolica dicesse parole chiare su una simile tragedia. Ma così non è. Ogni tanto il papa denuncia i massacri di cristiani, ma si guarda bene dal denunciare i loro autori. Piange le vittime, ma non dice nulla sui carnefici. Non dice
CHI sono i massacratori. Un po' come se ieri qualcuno avesse condannato il genocidio degli ebrei senza mai pronunciare la parola “nazismo” o avesse denunciato l'eliminazione dei kulak in quanto classe senza mai pronunciare il nome "Stalin".
Nel discorso di cui stiamo parlando papa Francesco riesce addirittura ad andare oltre a tanta reticenza. Infatti, afferma che “Se ci sono le guerre nel mondo è perché qualcuno vende le armi per ammazzare i bambini, per ammazzare la gente.
Siamo noi a fare le differenze, sono la ricca Europa e l’America a vendere le armi”. La colpa insomma è, ancora una volta, solo nostra.
A parte il fatto che stati come l'Iran o il Pakistan le armi (anche atomiche) se le costruiscono da soli o vorrebbero farlo, con la benedizione dei “pacifisti”, a parte il fatto che la vendita di armi ai terroristi è ovviamente vietata in occidente, a parte tutto questo, è incredibile che le responsabilità di guerre e terrorismo vengano addebitate principalmente non a chi le armi le compra e le usa, ma a chi le costruisce e le vende. Certo, è criminoso vendere armi, ad esempio, all'Iran, ma questo non può farci scordare che sono gli iraniani a minacciare di distruzione Israele. Se i terroristi islamici sgozzano gente innocente sono loro gli assassini, non i costruttori di coltelli. Vendere armi all'Isis o ad Hammas è criminale perché l'Isis ed Hammas sono delle organizzazioni terroristiche e criminali. Per il papa invece l'esistenza di occidentali venditori di armi ai terroristi islamici elimina il terrorismo dalla scena mondiale. ISIS, Boko Aram, Al Qaeda, Hammas, Fratelli Musulmani, Hezbhollah, Talebani e tantissimi altri gruppi terroristici scompaiono. E con loro scompaiono gli uomini bomba, gli attentati, gli sgozzamenti. Scompaiono i cristiani massacrati, le chiese bruciate, tutto insomma. Restano solo i cattivoni occidentali che le armi le fabbricano. Si chiederà mai il santo padre come mai la Svizzera o la Finlandia non sono in guerra con nessuno malgrado che nel mondo ci siano tanti costruttori e venditori di armi? Perché mai cattolici, protestanti e buddisti non sgozzano nessuno anche se il mondo brulica di coltelli? Perché mai sono quasi sempre certi stati ed i seguaci di una certa religione a
comprarle, le armi?
Papa Francesco detesta l'occidente, questo è il punto. La sua critica ai mercanti di armi non è rivolta ad alcuni aspetti patologici della nostra società, a gruppi criminali che si arricchiscono trafficando coi terroristi. No, la sua è una condanna della civiltà occidentale, dell'economia di mercato e della democrazia liberale in quanto tali.
“Il fatto che vi siano persone che vivono in povertà? I bambini affamati? Le differenze tra la gente? Non è Dio a volerlo, ma
le fa anche questo sistema economico ingiusto dove ogni giorno ci sono più o meno ricchi con tanti soldi e tanti poveri senza nulla. Siamo noi con questo sistema economico ingiusto a fare la differenza, a fare che i bambini siano affamati”.
La colpa di tutti i mali del mondo è di una società che produce miseria, arricchisce i ricchi ed impoverisce i poveri. Questo il centro del pensiero del pontefice.
Certo, quella occidentale è ben lungi dall'essere una società perfetta, del resto non esistono società perfette, almeno in questo mondo. Ma è di certo una società che ha garantito a vaste masse umane un livello di benessere prima sconosciuto ed ha, insieme, assicurato a tutti il godimento dei fondamentali diritti civili e politici. I paesi economicamente arretrati hanno iniziato ad uscire da una povertà abbruttente quando hanno adottato almeno alcune delle istituzioni occidentali. E' la via seguita ieri dal Giappone ed oggi, con ritardi, passi indietro, errori e contraddizioni, dalla Cina, dall'India, dal Brasile, dal Cile. Paesi molto poveri, in certi casi poverissimi fino a ieri ed oggi avviati a diventare (o già diventati) grandi potenze economiche, piene di problemi certo, ma non più oppresse da una miseria generalizzata.
Certo, nella storia dell'occidente ci sono molte cose vergognose. Ma queste non sono, contrariamente a quanto sembra pensare papa Francesco, nostro monopolio. Guerre di rapina, imperialismi, schiavismo sono caratteristiche di tutte le civiltà. E' invece, sembra, nostro monopolio la critica di queste brutture e la lotta per eliminarle. Lo schiavismo non è di certo monopolio dell'occidente, lo è invece il movimento antischiavista. Il potere assoluto di re ed imperatori è comune a tutte le culture e le società. E' invece occidentale la scoperta, o l'invenzione, dei diritti umani, del garantismo, della democrazia politica. La sottomissione della donna è esistita in Inghilterra come nel mondo arabo. Ma è solo in quest'ultimo che
oggi le adultere vengono imprigionate, frustate o addirittura lapidate.
Soprattutto, il papa dovrebbe riflettere sull'esito dei tentativi di sostituire alla orribile società di mercato ed alla democrazia liberale altre forme, più “giuste” ed “avanzate”, di organizzazione sociale. Miseria generalizzata con la comparsa di carestie devastanti, in certi casi del cannibalismo, organizzazione totalitaria della società, potere assoluto del partito al potere e del suo leader, distruzione delle libertà politiche e religiose: questi gli esiti delle rivoluzioni “proletarie” dello scorso secolo. Alle
decine di milioni di vittime di quegli esperimenti sventurati il papa non dedica mai una parola.

Nel discorso di cui stiamo parlando papa Francesco si è reso probabilmente conto di essersi spinto un po' troppo oltre nelle sue considerazioni, infatti, subito dopo la filippica sulle ingiustizie della civiltà occidentale ha aggiunto:
“Qualcuno potrebbe dire che non sapeva che il Papa è un comunista. No, risponderei, questo ce lo ha insegnato Gesù ed è su questo che saremo giudicati”.
Non accusatemi di essere comunista, esclama il santo padre. Non lo sono. Le cose che dico le ha dette prima di me Gesù.
Non sono affatto un esperto di teologia, ma non mi sembra che Gesù abbia mai detto qualcosa di simile. Gesù
NON è mai stato un rivoluzionario, o un riformatore del mondo e neppure un politico. Gesù è figlio di Dio, meglio, è insieme, vero Dio e vero uomo, è Dio che si incarna per mondare l'uomo dal peccato originale che rende impossibile la riconciliazione fra creatore e creatura. La salvezza di cui parla Gesù non è di questo mondo; quando Gesù dice che gli ultimi saranno i primi non si riferisce alla terra ma al cielo. Gesù non avanza proposte di riforma terrena, dice chiaramente di “dare a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”. Ne lui né i primi cristiani proposero mai la abolizione dello schiavismo né cercarono di ribellarsi al dominio di Roma. La chiesa cristiana al contrario, superate le persecuzioni, si alleò col potere temporale e il cristianesimo divenne la religione ufficiale dell'impero romano.
Ad un non credente o ad un agnostico tutto questo può non piacere; un cristiano impegnato in politica può affiancare alla fede l'impegno per migliorare le cose del mondo, tutto perfettamente lecito, anche condivisibile. Ciò che invece non è né lecito né condivisibile, e forse neppure cristiano, è il tentativo di trasformare Cristo in ciò che non è mai stato.
Concludendo, val la pena di ripeterlo: Papa Francesco non ama l' occidente. Non lo ama non perché in esso esistano ancora sacche di povertà, ma, al contrario, per la sua opulenza, il benessere in esso diffuso. Non critica l'occidente per le sue carenze, perché in occidente le libertà personali e la democrazia liberale non sono ancora compiutamente realizzate. Lo critica proprio perché è una civiltà che si basa sui diritti personali e la democrazia liberale. La civiltà occidentale è troppo prospera, troppo individualista, consumista, troppo laica per piacere al Papa. L'attuale pontefice considera un valore la povertà ed un disvalore la ricchezza, detesta il consumismo, preferisce vincoli comunitari anche opprimenti alle libertà personali. Si sente a casa sua, lo ha ripetuto infinite volte, nelle baraccopoli . Ha un atteggiamento di rigetto nei confronti dell'arte e della grande musica. Come può non detestare l'occidente? Ed infatti
lo detesta.
Ed ama l'Islam perché, con tutti i suoi errori ed eccessi, l'Islam è una alternativa all'occidente, l'unica che abbia oggi l'estensione e la forza per mettere in crisi la nostra civiltà. E nulla è in grado di cambiare, meglio, travolgere i valori chiave su cui questa si regge quanto l'ondata migratoria attualmente in atto.
E' bene dirlo con chiarezza: nessuna persona seria è contraria alla immigrazione in quanto tale. Nessuno sogna società chiuse a riccio, la distruzione dei ponti. Ma una cosa sono processi di immigrazione ed emigrazione regolamentati da leggi, graduali, controllati. Cosa completamente diversa l'apertura incontrollata ed indiscriminata delle frontiere, la pretesa folle di accogliere tutti. Una cosa è una società che si modifica in seguito agli scambi culturali e commerciali, ai viaggi ed al al turismo, ai matrimoni misti, cosa del tutto diversa una società che viene travolta da ondate migratorie che deve solo subire. Una cosa sono i ponti che affiancano i muri, cosa del tutto diversa l'abbattimento di ogni muro.
Gli stati, le nazioni, le culture, le civiltà esistono. La loro sparizione non arricchirebbe nessuno, impoverirebbe tutti. Il che non vuol dire, ovviamente, che non sia fortemente auspicabile la sparizione di quegli aspetti di certe culture, quella islamica in primis, che sono incompatibili con la universale dignità degli esseri umani.
E' molto significativo una slogan che papa Francesco ama: “
non esistono stranieri”. Sembra molto bello, dolce, accogliente. E' al contrario il sunto di una distopia. Esistono gli stranieri perché esistono le identità. Gli stranieri sono gli altri, e gli altri esistono perché esistono gli IO. Esistono i loro perché esistiamo noi. Un mondo senza stranieri è un mondo senza altri, senza tu, senza loro. Per questo è un mondo senza io e senza noi. Un orrore orwelliano.

lunedì 4 febbraio 2019

LA DEGENERAZIONE "LIBERAL" DELL'IDEA LIBERALE

Bisogna ammetterlo, anche se è triste doverlo fare. L'idea liberale sta subendo, meglio, ha subito, un progressivo processo di degenerazione che la ha trasformata in qualcosa di completamente diverso ed inaccettabile: una nuova ideologia. Il liberale è diventato un “liberal”. Poca cosa una vocale, si potrebbe dire. Non sempre: in questo caso dietro a quella vocale si cela la radicale perversione di una grande idea.
Certo, si tratta di un processo non ancora concluso che non coinvolge tutti i liberali. Molti di loro, quelli veri, rifiutano la trasformazione di una filosofia politica per sua essenza non ideologica in una nuova, pericolosa ideologia. Ma è un processo di cui sarebbe pericoloso sottovalutare la portata e che coinvolge tutti i punti chiave dell'idea liberale. Va quindi la pena di esaminarlo analiticamente, in relazione a questi.

INDIVIDUO E RELAZIONI SOCIALI
Nella dottrina liberale è centrale il valore del singolo.
Tizio è un uomo, un generico appartenente alla specie umana ed ha valore per questa generica appartenenza. Non importa quale sia la collettività in cui Tizio è inserito, quale il colore della sua pelle, quale il suo sesso, quale la sua classe sociale. Tizio è un singolo essere umano, un individuo ed ha valore in quanto individuo umano. Ha una dignità che nessuno deve offendere, è un ente morale che è dovere di tutti rispettare.
Ma se afferma il valore centrale dell'individuo l'idea liberale non teorizza affatto l'individuo privo di relazioni sociali, un individuo ridotto ad atomo o, peggio, a monade senza finestre sul mondo. Certo, l'individuo è la base di ogni relazione sociale. Il liberalismo rifiuta l'idea essenzialista della società che fa di questa una sorta di super persona di cui gli individui in carne ed ossa non sarebbero altro che componenti, un po' come cuore e polmoni sono componenti del corpo. La società altro non è che l'insieme coordinato degli individui e delle loro relazioni, ma queste relazioni contribuiscono a formare l'identità degli individui, ne influenzano in maniera profonda la vita ed il pensiero.
L'individuo vive nelle relazioni con gli altri. Dal linguaggio allo studio, dai rapporti affettivi al lavoro, dallo sport alla compravendita... si elimini il contenuto relazionale dalla vita degli individui e questi si trasformano in pura potenzialità, astrazioni non molto dissimili dall'astrazione della società organica che riduce il singolo ad un ruolo subordinato e predeterminato.
In certi pseudo liberali dei nostri giorni si tende invece a considerare l'individuo in maniera del tutto avulsa dal suo contesto sociale, dalla sua cultura, dalle sue tradizioni.
Prendiamo ad esempio il problema delle migrazioni. Qualcuno afferma che il flusso continuo di migranti dall'Africa all'Europa sarebbe “utile” perché ci permetterebbe di far fronte al calo demografico del vecchio continente. L'Europa invecchia, quindi “ci servono” forze giovani che vengono dall'Africa o dal medio oriente. Questo affermano presunti “intellettuali progressisti” lanciando sorrisini di compatimento a chi è tanto sciocco da non pensarla come loro.
Quello che questi patetici personaggi non capiscono, o fingono di non capire, è che gli individui non sono, appunto, meri atomi, pedine incolori che è possibile trasferire da una parte all'altra del mondo. Gli esseri umani non sono mattoncini del “lego” con cui è possibile costruire un po' di tutto, e questo in fondo è un paragone inappropriato perché i mattoncini del “lego” sono ormai in gran parte personalizzati, non interscambiabili.
“Intellettuali” come Emma Bonino al contrario sono convinti che gli individui umani siano
meno dei mattoncini del lego. Confondono l'individualità con la mancanza di relazioni sociali, di legami con culture e tradizioni. I loro “individui sono esseri amorfi privi di storia. Non veri individui, solo pallide astrazioni.

Certo, l'inserimento in diversi quadri socio-culturali non trasforma le persone in epifenomeni delle culture, non elimina la loro libertà né la loro capacità di criticare le stesse culture di appartenenza e di integrarsi in culture diverse, ma si tratta di un processo lungo e faticoso e che parte comunque dal franco riconoscimento della realtà della appartenenza culturale. Per qualcuno invece il problema neppure si pone. Siamo tutti individui, quindi le culture da cui gli individui provengono non hanno importanza alcuna. Se in Italia siamo troppo vecchi “importiamo” un po' di Africani, li “integriamo” costruendo per loro qualche campo di calcetto e tutto si risolve. A parte il razzismo implicito in simili concezioni, è fin troppo facile rendersi conto come in queste la stessa “integrazione” con cui tanti si riempiono la bocca diventa qualcosa di assolutamente secondario. L'Europa e l'Italia restano le stesse quale che siano le idee, i valori, gli interessi profondi degli italiani e degli europei. Parità di diritti fra i sessi o supremazia del maschio? Stato laico o teocrazia? Libero pensiero o pena di morte per gli apostati? Legame con una storia, una tradizione, una cultura o ripudio delle stesse? Tutto questo non ha rilevanza alcuna per chi spoglia l'individuo di ogni relazione sociale, lo priva di qualsiasi quadro culturale di riferimento. L'unica cosa che conta sono gli individui e la loro età. In questo modo, non si rende più giovane l'Europa, la si cancella in quanto tale.

 

UNIVERSALITA' E PARTICOLARITA'
 Il liberalismo è universalista. L'universalismo democratico e liberale si può sintetizzare nella affermazione che esistono regole razionali, norme etiche e probabilmente anche criteri di valutazione estetica che valgono per gli esseri umani in quanto tali, indipendentemente da epoche storiche, paesi, civiltà. Oggi possiamo capire la filosofia di Aristotele e quella di Confucio, per quanto sia grande la distanza spaziale e temporale che ci separa da questi filosofi. Stuprare una fanciulla è azione vergognosa sempre e comunque. Non si dice: “la nona sinfonia di Beethoven mi piace”. Si dice: “la nona sinfonia è bella”. Inteso in questo senso l'universalismo liberale è l'altra faccia dell'individualismo. L'individuo vale perché è parte della specie umana, il singolare compreso nell'universale. E' Tizio che può instaurare con Caio e Sempronio, Anna e Luisa rapporti fondati sulla ragione, l'etica, il gusto estetico.
Esattamente come l'individualismo anche l'universalismo liberale ha però subito una grave degenerazione ad opera dei filosofi “liberal”. L'universalismo liberale e democratico
non cancella le particolarità. Il fatto che io abbia valore in quanto generico essere umano non elimina ciò che mi fa diverso da Tizio, Caio e Sempronio e non elimina il fatto che io sia membro di comunità sovra individuali, particolari, diverse da quelle in cui Tizio, Caio e Sempronio sono inseriti. Io devo rispettare tutti gli esseri umani, ma non sono amico di tutti, non amo tutti, né provo per tutti la stessa simpatia. Un italiano ha la stessa dignità di un Giapponese, ma io condivido con l'italiano un linguaggio, una tradizione, dei sentimenti, che non condivido con un giapponese. La comune appartenenza al genere umano non elimina le classi sociali, le civiltà, le culture, le nazionalità, le patrie, gli stati. Quindi non elimina i confini, i tanto detestati muri. L'universalismo democratico liberale relaziona le differenze, mira ad instaurare fra individui, classi, stati e nazioni, relazioni basate sul reciproco rispetto. Lo pseudo universalismo dei liberal tende invece ad annullare le differenze, ad annacquare tutto ciò che è particolare nell'astrazione indistinta di un universalismo fasullo. Un po' come se per il fatto che io riconosco a Tizio una dignità pari alla mia pretendessi di annullare ogni differenza fra la mia famiglia e la sua, teorizzassi che la sua casa è anche la mia, che i miei figli sono anche i suoi e viceversa, o che col suo lavoro lui è tenuto a mantenere anche me, esattamente come mantiene i suoi cari. Una caricatura, meglio, una perversione dell'universalismo vero; una perversione che minaccia proprio la libertà, l'universale libertà che ci spetta in quanto generici esseri umani. Si, la minaccia, e gravemente, perché è parte essenziale di questa libertà il potersi riconoscere in una tradizione, una cultura, una famiglia, una patria.

Sintesi e conclusione di questa perversione della universalità è la concezione liberal del
mercato. I liberali sono da sempre favorevoli al commercio internazionale, contrari alla chiusura particolaristica o, peggio, autarchica delle frontiere. Ma il commercio internazionale è, appunto, un commercio fra le nazioni e fra individui di diversa nazionalità, relaziona, non elimina le particolarità. Ora si vuole sostituire a questo un commercio senza le nazioni, un insieme di relazioni economiche che si svolgono in un mondo privo di particolarità. E' il mondialismo, la distopia di un mondo senza confini, enorme area grigia in cui ognuno va dove vuole, fuori da qualsiasi regola. La sostituzione del mondialismo al commercio internazionale è l'altra faccia della sostituzione delle migrazioni di popoli ai normali processi di immigrazione ed emigrazione di gruppi od individui, un processo che sta distruggendo l'occidente.

L'universalismo democratico liberale relaziona, val la pena di ripeterlo, non annulla le particolarità. Certo, da questo possono nascere problemi anche molto gravi. Perché non tutte le particolarità sono egualmente rispettose degli universali diritti umani. Non tutte le culture rispettano la libertà dei singoli, non tutte riconoscono a uomini e donne pari dignità e diritti o tutelano la libertà di pensiero. Possono esistere addirittura culture che ritengono sia loro diritto opprimere le culture diverse, imporre con la forza i loro “valori”. Che fare in casi simili? Personalmente sono convinto che non sia eticamente inammissibile intervenire negli affari interni di stati in cui i fondamentali diritti umani siano calpestati in maniera gravissima. L'atteggiamento di chi in casi simili dice: “deve essere il popolo di quel tal paese a sbarazzarsi del tal tiranno” è, nella migliore delle ipotesi, profondamente ipocrita: a proteggere i tiranni ci sono molto spesso i carri armati. I problemi semmai sono non tanto di ordine etico quanto pratico-culturale. Il tentativo di “esportare la democrazia” è stato quasi sempre fallimentare, forse non a caso...
In ogni caso, si tratta di problemi reali da affrontare in maniera non ideologica, con una buona dose di sano pragmatismo. Ed è proprio di fronte a problemi simili che i liberal cadono in vistose contraddizioni. Molto spesso infatti, subito dopo aver teorizzato la fine delle particolarità culturali e statali affermano con la massima forza il valore di queste particolarità per opporsi a qualsiasi pressione esterna nei confronti di regimi immondi. Il mondo è privo di confini per i migranti ma guai se Trump fa pressioni per far cadere un tirannello come Maduro. In questo caso i confini risorgono e l'autonomia del Venezuela diventa un dogma intoccabile. Anche se il
popolo del Venezuela è stremato e fa di tutto per liberarsi di un regime criminale. 

L'ELIMINAZIONE DELLA DIFFERENZA

Le idee dell'individuo slegato dalle sue relazioni sociali, dell'universalità che sopprime le particolarità altro non sono in fondo che casi particolari di una idea più generale, autentica base della filosofia “liberal”. Possiamo chiamarla eliminazione della differenza.
Si tratta di una idea molto semplice: parte dall'assunto, del tutto condivisibile, della pari dignità degli esseri umani, e, con un autentico salto mortale logico, arriva alla conclusione che le differenze fra questi non esistano o non abbiano rilevanza alcuna, siano, nella migliore delle ipotesi, puri accidenti privi di spessore ontologico.
L'eliminazione della differenza è il dogma fondamentale della filosofia liberal e del collegato pensiero politicamente corretto, tocca tutti gli aspetti della vita umana, tutte le caratteristiche dell'uomo. Influisce sulla politica ma non solo: coinvolge il linguaggio, le relazioni interpersonali, di qualsiasi tipo esse siano, i rapporti fra uomo ed animali, uomo e natura. Nulla sfugge alla sua influenza mortifera. Val la pena di esemplificare con una certa ampiezza, anche se in maniera necessariamente incompleta, il suo enorme campo di applicazione.

Tutti gli esseri umani hanno pari dignità. Per i liberal politicamente corretti questo significa che tutte le
realizzazioni degli esseri umani sono sullo stesso piano. Aveva cominciato don Lorenzo Milani teorizzando che la cultura di un contadino semi analfabeta non è inferiore ma solo “diversa” da quella di un nobel per la fisica. I liberal amplificano questo discorso applicandolo alle culture ed alle civiltà. Una civiltà che ha prodotto Platone ed Aristotele, Dante e Shakespeare, Leonardo e Michelangelo, Mozart e Beethoven non è superiore ma solo “diversa” da altre che non hanno prodotto nulla di simile. Ovviamente chi non è d'accordo è subito bollato come “razzista”...

Quella sessuale è una delle più rilevanti caratteristiche degli esseri umani. Maschi e femmine sono diversi, sia fisicamente che, in parte, psicologicamente, ma l'ideologia politicamente corretta dei liberal annulla o banalizza questa differenza. Ancora una volta, si parte da un presupposto del tutto corretto: la pari dignità fra uomo e donna, per giungere, con un triplo salto mortale logico, a conseguenze aberranti. Maschi e femmine hanno pari dignità “quindi” la differenza sessuale non esiste o se esiste è completamente secondaria. Ridenominata “differenza di genere” la differenza sessuale perde ogni rilevanza sociale, diventa qualcosa di puramente ludico, che vale solo nel gioco erotico, priva di importanza per la stessa riproduzione della specie. E, ovviamente, la negazione di questa differenza implica la fine di ogni differenziazione fra coppie etero ed omosessuali, domani potrebbe implicare la negazione di ogni differenza fra famiglie fondate sulla coppia ed altre fondate sull'unione di un numero variabile di maschi e/o di femmine: tre maschi ed una femmina, sei femmine e cinque maschi, dieci maschi, tredici femmine, tutto va bene.
Eliminata ogni rilevanza della differenza sessuale la famiglia letteralmente esplode. Padri e madri scompaiono sostituiti da “genitori uno e due”, domani potrebbero subentrare i genitori tre, quattro o cinque. Si apre uno iato incolmabile fra amore, sesso e riproduzione della specie. I figli cessano di essere una parte di noi stessi, qualcosa della nostra natura destinata a sopravviverci, diventano qualcosa che grazie alla pratica dell'utero in affitto, si può, letteralmente, comprare. La riproduzione viene assorbita nella produzione, come nei più allucinati incubi del nazismo. Il tutto in nome della libertà.

Ancora una volta, è del tutto corretto rivendicare per ognuno il diritto di soddisfare come meglio crede le proprie esigenze erotiche, se con questo non danneggia altri. Ma è aberrante far derivare da questo diritto la pretesa che ogni tipo di unione sessuale fra esseri umani abbia lo stesso valore sociale di tutte le altre. Tizio può soddisfare le sue esigenze erotiche in maniera solitaria, accoppiandosi con una donna, o con un uomo, o con tre donne e quattro uomini. Ma non può pretendere che i vari modi in cui soddisfa il suo eros abbiano lo stesso peso sociale della famiglia cosiddetta “tradizionale”. Compare qui un aspetto particolarmente inquietante della ideologia liberal: la pretesa di
trasformare i desideri in diritti. Io posso essere omosessuale e posso nel contempo avere il desiderio di essere padre, fin qui nulla di male. Non posso però pretendere che questo desiderio di paternità che accompagna il mio essere omosessuale si trasformi in diritto ad essere padre rifiutando nel contempo l'unione con persone di sesso diverso dal mio. Un omosessuale che vuole essere padre deve scegliere fra desiderio di paternità ed omosessualità. Il fatto che desideri entrambe le cose non gli da il diritto di comprare un bambino grazie all'utero in affitto. Non può dargli questo diritto perché anche i bambini hanno i loro diritti, compreso quello di avere un padre ed una madre.

Il liberale autentico non è, non può essere razzista. Anche il liberal non lo è. Ma, facendo l'ennesimo salto mortale logico, il liberal collega il rifiuto del razzismo con la
negazione della esistenza stessa delle razze. “Esiste una sola razza, la razza umana”, afferma con una certa enfasi. Qualcuno aggiunge polemicamente: “le razze non esistono, i razzisti si”.
Si tratta di affermazioni profondamente stupide. In primo luogo parlare di “razza umana” è una idiozia per il semplice motivo che non esiste una
razza ma una specie umana: le razze sono sottospecie della specie, o se si vuole del genere umano. Parlare di razza umana è un po' come parlare di “nazione umana”, una scemenza perché le nazioni costituiscono gruppi in cui gli uomini si dividono.
In secondo luogo affermare che non esistono le razze ma esistono i razzisti vuol dire commettere un pacchiano errore di logica. Se le razze non esistono i razzisti non possono esistere. In questo caso il razzista è un folle visionario che vede entità inesistenti, o un criminale che appiccica ad altri etichette fasulle al solo fine di poterli depredare e perseguitare.
Di nuovo, una cosa è affermare la pari dignità di tutti gli esseri umani, quali che siano le loro caratteristiche fisiche ereditarie, cosa ben diversa negare queste caratteristiche. E' razzista solo chi collega arbitrariamente alcuni caratteri secondari degli uomini come il colore della pelle con l'essenza umana comune a tutti e che tutti ci rende titolari di pari diritti e doveri.

La tendenza nichilista alla abolizione delle differenze non si limita al mondo umano. Parte del movimento ecologico e di quello animalista arrivano a contestare la attribuzione di uno status etico particolare all'uomo. Quello che per millenni è stato considerato il confine che delimita l'area del mondo etico viene travolto, come tutti gli altri confini. L'accusa di “specismo” bolla come “razzista” chi considera la vita di un bambino ontologicamente superiore a quella di un topo. I più fanatici, ma anche i più coerenti, fra i mistici dell'ecologia vanno ancora più in la estendendo a tutta la natura non umana la dignità etica che per millenni era stata monopolio dell'uomo. Ai merluzzi ed ai toporagni si affiancano così nuovi soggetti etici: pioppi ed abeti, fiumi e montagne.
Val solo la pena di ricordare che tutto questo non ha nulla a che fare con l'ammirazione ed i sentimenti benevoli che possono suscitare in noi gli animali e con le giuste preoccupazioni per la tutela dell'ambiente. E' invece manifestazione di una filosofia malata che teorizza una sorta di “armonia prestabilita” fra uomo e natura, che solo “l'umana follia” rischierebbe di spezzare. L'enorme clamore mediatico che accompagna la teoria del “riscaldamento globale”, con annesso business miliardario, ne è conseguenza.
Si può amare un cane e, sia pure in modo diverso, una pianta o una località, ma solo una autentica follia nichilista ci può spingere a considerare soggetti morali enti che è ridicolo definire colpevoli o innocenti o in qualche modo
moralmente responsabili di qualcosa.

Siamo esseri razionali finiti, il dolore è parte ineliminabile della nostra vita. La filosofia liberal non può abolire il dolore, così cerca di negarlo eliminando la differenza fra salute e malattia, abilità e disabilità. Per i liberali i malati ed i disabili non solo hanno gli stessi diritti delle persone sane, ma hanno anche diritto al loro aiuto ed alla loro assistenza. Per i liberal invece tutto si risolve negando la corposa realtà di malattie e disabilità. Il disabile diventa “diversamente abile”, il concetto stesso di normalità vine assimilato al “razzismo” e criminalizzato. Tutti siamo “normali”, vedenti e non vedenti, deambulanti e non deambulanti. Naturalmente ogni buon liberal preferisce far parte dell'insieme dei vedenti e dei deambulanti...
E quando la differenza è talmente radicale che non è possibile mascherarla con terminologia politicamente corretta si cerca di non vederla, ignorarla. Una delle caratteristiche più diffuse dell'occidente politicamente corretto è la
rimozione della morte. Non si muore, si “parte”. Non si è vecchi, quindi più vicini alla morte, si è “anziani”. Inutili, patetici eufemismi con cui si cerca di mascherare il dato della nostra insopprimibile finitezza.

LIBERTA' E VERITA'

 Nessun confine è tanto importante come quello che divide il vero dal falso. Si tratta di un confine che trova le sue radici proprio nella universalità. La differenza fra vero e falso è legata alla generica ragione umana: due più due fa quattro per neri e banchi, cristiani e musulmani; ed è legata al dato originario di un mondo almeno in parte regolare e di una esperienza condivisibile fra gli esseri umani. “Parigi è capitale della Francia”: questo enunciato è vero per un francese come per un giapponese, per Tizio come per Caio. Se così non fosse Tizio e Caio, francesi e giapponesi non potrebbero in nessun modo comunicare fra loro. Non esisterebbe una esperienza umana ma tante esperienze quante sono le nazioni o gli individui.
Per il liberalismo classico il concetto di verità non contrasta in alcun modo con la libertà di pensiero. Libertà di pensiero è prima di tutto libertà di cercare la verità. Libertà di ricerca quindi e di analisi, di discussione. Discussione libera, in cui ognuno deve cercare di convincere i propri interlocutori con argomentazioni razionali e col rimando alle “sensate esperienze”, senza uso di alcuna forza che non sia la forza della ragione. La verità deve emergere dal confronto libero. Una tesi che si imponesse grazie alla prevaricazione ed alla violenza potrebbe anche essere vera, ma sarebbe la forza, non il legame con la verità la causa del suo prevalere. Con la tortura si può imporre qualcuno ad affermare, addirittura a
credere, che due più due fa quattro, oppure cinque, oppure quattro e cinque nel contempo, ricorda Orwell in “1984”. Tutto questo con la verità non ha proprio nulla a che vedere, e neppure, ovviamente, con la libertà.

La filosofia liberal invece contesta il concetto stesso di verità. La verità limiterebbe la libertà, porrebbe dei limiti al pensiero. Tizio ha tutto il diritto di pensare e dire ciò che vuole, e se qualcuno obbietta che sta dicendo il falso, o una palese assurdità, limita in questo modo la sua libertà. La verità non esiste, meglio, si identifica con l'opinione ed esistono tante verità quante sono le opinioni. L'ultimo confine è abbattuto, l'ultima barriera distrutta. Vero e falso si sovrappongono e si confondono. Tutti hanno ragione, quindi tutti hanno torto. Tutti dicono il vero, quindi nessuno lo dice.
Simili concezioni sono in primo luogo truffaldine. Si, truffaldine perché nessuno impedisce a Tizio di dire il falso. Nessuno gli impedisce di dire o di pensare che due più due fa cinque o che Parigi sia la capitale d'Italia. Gli si contesta solo, con argomentazioni razionali ed il richiamo alla esperienza, che simili affermazioni siano
vere. La cosa è leggermente diversa.
In secondo luogo si tratta di concezioni aporetiche. Perché se tutto è vero è vera anche l'opinione di chi non crede che tutto sia vero, e se tutto è falso è falsa anche l'opinione di chi crede che sia falso tutto.
Certo, la logica contemporanea ha in parte risposto a simili paradossi, ad esempio con la proposta di dividere il linguaggio in metalinguaggio e linguaggio oggetto, ma, a parte il fatto che si tratta di soluzioni non definitive, queste non toccano ciò di cui si sta ora parlando. Se la verità coincide con l'opinione è infatti valida anche l'opinione di chi certe soluzioni le rifiuta, ad esempio, non accetta la divisione fra metalinguaggio e linguaggio oggetto. E tutte le aporie si ripresentano.

Lasciamo perdere le truffe concettuali e le aporie. E' vero che la libertà contrasta con la verità? Assolutamente
NO! La stessa concezione di una scienza mai definitiva, sempre aperta a revisioni e falsificazioni è legata al concetto di verità. Perché mai abbandonare una teoria scientifica se tutte le teorie sono vere, o false? Perché sottoporre a controlli rigorosi le proprie previsioni se la verità è una chimera? Perché discutere liberamente su tutti abbiamo ragione, o torto?
Se la verità non esistesse nella migliore delle ipotesi fra gli esseri umani regnerebbe una totale indifferenza: “di pure quello che vuoi, non mi interessa. Tu hai ragione ma anche io la ho”. Nella peggiore i loro rapporti si baserebbero sulla violenza: “tutti abbiamo ragione, o torto, e io ti impongo con la forza la
mia ragione”.
Non si tratta di vaneggiamenti letterari, o di pure speculazioni. Tutti i tiranni totalitari hanno letteralmente fatto a pezzi il concetto stesso di verità. La verità imponeva dei limiti ai loro deliri di onnipotenza. Per questo andava distrutta e sostituita dal più selvaggio volontarismo.
Hitler si inventò letteralmente il concetto di “spazio vitale” e lo impose con spietata brutalità ai popoli d'Europa. Prima di precipitare il suo paese nel baratro.
Stalin irrise le più elementari leggi economiche ed impose al suo popolo la collettivizzazione dell'agricoltura e l'industrializzazione a tappe forzate. Morirono a milioni. E l'economia rimase arretrata.
Mao e Pol Pot cercarono di imporre agli esseri umani una nuova natura. Non crearono l'uomo nuovo, solo montagne di cadaveri.
Orwell fa dire al protagonista dei “
1984”: La libertà è poter dire che due più due fa quattro. Si, la libertà comincia da lì, perché si arriva a dire che due più due fa quattro usando liberamente la propria ragione, ed il fatto che due più due faccia quattro limita l'arbitrio dei tiranni, pone in qualche modo sullo stesso piano un re e l'uomo comune. L'uno e l'altro sono sottoposti allo stesso vincolo, possono sbagliare o dire il giusto solo usando liberamente la loro dote più sostanzialmente, universalmente umana.
Eliminare la verità favorisce solo il nichilismo, non la libertà. Ma i liberal non sembrano comprendere un concetto tanto facile.
 

L'APPRODO SEPARATISTA 

 Il filosofo liberal detesta confini e barriere, differenze e particolarità. Sogna un mondo unificato, unisex, privo di nazioni, culture, civiltà, popolato da individui scissi da contesti sociali e tradizioni. Riduce tutto ad una universalità fasulla, artificiosamente contrapposta alle particolarità. Ed elegge a supremo principio dell'etica i gusti ed i desideri dei singoli. Il tutto in nome della “libertà”.
Ma tutta la sua costruzione va incontro, inevitabilmente, a paralizzanti contraddizioni.
E' sommamente contraddittorio teorizzare, insieme, l'universalità e la fine dei limiti. Questo per il semplicissimo motivo che
l'universalità è un limite. Ci impone, fra le altre cose, il rispetto per gli altri e il rispetto delle regole della convivenza civile. E ci impone di non definire “vero” il falso e viceversa. Un'etica basata unicamente sul soddisfacimento dei desideri trova proprio nella universalità un limite invalicabile.
Ed infatti i liberal tradiscono la loro presunta universalità, la tradiscono quando negano il valore della verità, e la tradiscono in maniera ancora più macroscopica quando mettono in atto le loro politiche multiculturaliste.

Le particolarità sono difficili da eliminare, tanto più che sono proprio i soggetti che i  liberal amano alla follia a non volerne sapere di abolire le differenze che li contraddistinguono. Nel momento stesso in cui, ad esempio, i cattolici  si affannano a  negare tutto ciò che costituisce la loro identità storica e culturale questa viene affermata con orgoglio dai musulmani. Loro non ne vogliono sapere di integrarsi come individui in una società di  individui. Per loro una simile integrazione equivarrebbe ad accettare alcuni dei valori fondanti di una civiltà, quella occidentale, che sentono estranea, non del tutto a torto, occorre ammetterlo. L'universale meticciato vale solo per gli occidentali.
Del resto, malgrado tutti i tentativi di nascondere ed eliminare le differenze queste sono ben lungi dallo scomparite. Si può affermare di continuo che quelli di padre e madre sono concetti superati, da sostituire con quello di “genitori uno e due”, ma i figli continuano ad avere un padre ed una madre. Si può ripetere all'infinito che nulla di serio distingue un occidentale laico da un islamico estremista perché l'Islam è una religione di pace, laica e democratica. L'islamico estremista continua a ritenere gli uomini superiori alle donne, le adultere degne della lapidazione e gli apostati della decapitazione. Si può sostenere in mille dibattiti televisivi che le razze non esistono. Continueranno ad esserci esseri umani con la pelle nera ed altri con la pelle bianca. E nella società occidentali, almeno per ora, gli eterosessuali restano molto più numerosi degli omosessuali, i bianchi dei neri, i cristiani e i non credenti dei musulmani.
Tutto questo costituisce per il liberal una intollerabile forma di “discriminazione”. Non a caso, perché il liberal nasconde dietro alle sue dichiarazioni universaliste una antipatia profonda, spesso addirittura un profondo odio, per la sua civiltà. L'egualitarismo rozzo che lo spinge a negare le particolarità lo porta a ritenere la affermazione mondiale dell'occidente come una sorta di peccato originale, una offesa dei forti nei confronti dei deboli, una macchia che occorre cancellare. Il liberal si vergogna della sua storia e cerca oggi di por riparo a quelle brutture del passato che considera monopolio della sua civiltà.
Lo fa, cerca di farlo, riconoscendo diritti particolari a gruppi etnici, razziali, religiosi, sessuali. I neri non sono abbastanza numerosi nelle università? Devono essere assicurate nelle stesse delle “quote nere”. Non si entra in una certa facoltà per i propri meriti, ma, almeno in parte per il colore della propria pelle. Le donne non sono abbastanza numerose in politica? Devono esserci delle “quote rosa” nelle istituzioni che assicurino loro la “giusta rappresentanza”. Si arriva addirittura a teorizzare, ed in parte a mettere in pratica, una differenziazione di legislazioni per “rispettare” i valori di altre religioni. Di fatto la poligamia è quasi accettata, c'è chi ne chiede la piena legalizzazione. Lo stesso può dirsi della finanza islamica. Chissà, domani potrebbero essere accettate la lapidazione delle adultere, il ripudio delle mogli o le spose bambine.

L'universalità liberale riconosce l'importanza delle particolarità ma impedisce che queste possano stravolgere le basi della convivenza sociale. Nei paesi democratici dell'occidente il patto sociale è stipulato in termini individualistici. Gli individui sono caratterizzati dalle loro particolarità, fanno parte di gruppi diversi, ma hanno, tutti, gli stessi diritti e doveri. I liberal cercano di riscrivere il patto sociale. Ad essere decisivi non sono più i diritti dei singoli ma gli pseudo diritti dei gruppi. Le donne “devono “ avere una certa presenza in parlamento, anche se elettrici ed elettori preferiscono non votarle. I neri “devono” avere un certo numero di iscritti alla università, indipendentemente dal merito. La democrazia liberale, nel momento stesso in cui riconosce l'importanza del particolare non lo vede,
non lo vuole vedere, quando si tratta di attribuire i fondamentali diritti e doveri. Non vede colore della pelle o sesso, o credo religioso, se si tratta di stabilire chi deve diventare senatore , o chi deve occupare il posto di primario in un ospedale. In questi casi contano solo la professionalità individuale e l'individuale capacità di conquistare voti alle elezioni.
I liberal con la loro politica detta della “azione positiva” distruggono questa che è la caratteristica principale della democrazia, meglio sarebbe dire della civiltà, liberale. Partiti dalla esaltazione di una universalità fasulla arrivano a colpire a morte l'universalità proprio laddove essa deve essere intoccabile. Partiti dalla abolizione delle differenze le eternizzano nella loro forma peggiore. Non più differenze che coesistono, arricchendola, con la universale pari dignità di tutti, ma differenze fra gruppi chiusi al cui interno la dignità dei singoli può subire le peggiori violenze. Se sei donna e fai parte di un gruppo in cui le donne sono obbligate a vestire in un certo modo non puoi lamentarti. Ad essere decisive sono le regole del gruppo, non i tuoi diritti di individuo. Le particolarità che i liberali tutelano sono, almeno in linea di principio, aperte: puoi aderire ad un certo credo, ma puoi anche abbandonare la tua fede, puoi abitare in un quartiere in cui i neri sono maggioranza, ma puoi anche cambiare abitazione e diventare vicino di casa e amico di un bianco. Puoi essere un immigrato che non conosce la lingua del paese accogliente, ma la puoi imparare.
Le particolarità che i liberal cercano di imporre sono invece chiuse. Dividono la società lungo linee etnico tribali. Prevedono quote ovunque, per questo e quello. Negli Usa teorizzano il bilinguismo e percorsi di studio diversi per gli ispanici. In Europa in interi quartieri di grandi città vige di fatto la sharia.
La società multi etnica, integrata, arcobaleno di cui i liberal si riempiono la bocca non esiste da nessuna parte. Il multiculturalismo si realizza di fatto come frammentazione delle società occidentali, loro regresso tribale. I liberal partono da un individualismo e da un universalismo fasulli ed approdano al collettivismo dei gruppi e al separatismo tribale. Polemizzano incessantemente contro i confini, le frontiere ed i muri ma tutta la loro azione porta ad innalzare muri non la dove è giusto vengano innalzati, ai
confini degli stati, ma dentro questi. L'occidente è oggi pieno di muri. Proteggono dagli attacchi terroristici chiese e centri commerciali, piazze e monumenti. E muri invisibili separano un quartiere da un altro, una parte dall'altra di paesi e città.
Teorizzare la fine di confini e frontiere non distrugge i muri. Distrugge solo quei muri che difendono la nostra civiltà. Mentre dentro la nostra civiltà sempre nuovi muri si alzano.
 

AUTORITARISMO E DISPREZZO PER LA DEMOCRAZIA

 I liberal esaltano la libertà individuale fino al punto di trasformare i desideri in diritti e di abbracciare un assoluto relativismo, si scusi il bisticcio di parole. Il metro di valutazione supremo è dato dalla opinione individuale, al di la di ogni criterio che distingua il vero dal falso, il giusto dall'ingiusto, il bene dal male. Ma, come tutti i teorici della libertà senza limiti si trovano di fronte ad un problema piuttosto grosso. Una illimitata libertà è per forza di cose aporetica: deve considerare legittime anche le azioni di chi odia e combatte la libertà. Anche il liberalismo classico si trova a fare i conti con questa aporia, ed infatti quel liberalismo non teorizza la libertà priva di limiti, al contrario. In una società libera vengono represse le azioni (le azioni, in tempi normali non i pensieri e le parole) tendenti a distruggere la libertà.
Chi però si aspettasse anche dai liberal un atteggiamento di questo genere sbaglierebbe di grosso. I liberal non si limitano a criminalizzare le azioni di chi attenta alla libertà ed alla democrazia, criminalizzano azioni, pensieri e parole di chi non è liberal. Il pensiero liberal non considera se stesso una delle tante posizioni culturali e politiche legittime in una società pluralista, identifica se stesso con la libertà e considera quindi nemico della libertà chi non condivide le sue teorie. E, purtroppo per i liberal, a non condividere queste teorie è la gran maggioranza degli esseri umani che hanno la fortuna di vivere in società libere.

L'estendersi del pensiero politicamente corretto è stato accompagnato in occidente da un progressivo restringersi di tutte le libertà, a partire dalla fondamentale libertà di pensiero. E' rinata la censura, un tempo nemica mortale dei liberali. Qualsiasi posizione non politicamente corretta viene subito assimilata al “razzismo” o al “sessismo” e considerata quindi indegna di essere espressa. Per impedire le critica all'Islam si è inventato il nuovo reato di islamofobia. Chi afferma che i bambini hanno un padre ed una madre rischia di incorrere nel reato di “omofobia”.
La censura si è estesa al linguaggio. L'uso di certe parole, un tempo comunissime, è stato proibito. Termini che un tempo usava un campione della emancipazione dei neri americani come Martin Luther King sono oggi vietati. Chi li usa è “razzista”. Canzoni in cui un tempo nessuno avrebbe potuto scorgere contenuti “razzisti” sono oggi fuorilegge. Qualcuno vuole introdurre un nuovo reato: quello di “odio”, come se un sentimento potesse essere criminalizzato. La vecchia, classica distinzione liberale fra pensieri, parole ed azioni, peccati e reati viene sempre più messa in discussione.
Ed accanto alla censura diventa sempre più estesa la menzogna. Visto che il mondo reale non è come lo descrivono i liberal non si comunicano al popolo bue gli eventi del mondo reale. I terroristi diventano “squilibrati”, se un migrante compie un reato non si dice alla gente normale che si trattava di un migrante, i TG tacciono nomi e nazionalità di criminali non italiani, salvo poi sottolineare con la massima enfasi la nazionalità di un delinquente se questo è nostro connazionale. I missili di Hammas su Israele non raggiungono l'onore della cronaca, la raggiungono invece le sacrosante rappresaglie israeliane. La rete è oggetto di attacchi sempre rinnovati, e non a caso: costituisce un ostacolo formidabile contro i nuovi emuli di Joseph Goebbels.

E l'attacco alle libertà si combina con l'attacco sempre più virulento alla democrazia. In questo i liberal sono piuttosto astuti. Ogni volta che i loro rivali conseguono delle affermazioni elettorali, cosa che capita piuttosto spesso, cominciano a recitare la parte di bravi liberali. Chi vince le elezioni non ha il potere di fare ciò che vuole ripetono in coro. Bella scoperta! Chi vince le elezioni non può fare ciò che vuole perché ha il dovere, etico e giuridico, di rispettare le minoranze ed i fondamentali diritti dei cittadini, ma ha
diritto di governare, di attuare il suo programma. Ma è proprio questo che i liberal contestano, e non a caso. Per loro il programma liberal si identifica tout court con la libertà, mettere in atto qualcosa di diverso significa, per loro, attentare ai fondamentali diritti dei cittadini.
E così il buon liberal, ogni volta che subisce una sconfitta elettorale cerca in qualche modo di mettere in discussione il voto popolare. E' successo in Gran Bretagna come negli USA, come in Italia. Si manifesta contro il risultato elettorale, si cerca di colpire i rivali politici con inchieste giudiziarie ridicole, si strilla contro l'ignoranza del popolo, si arriva a mettere in discussione il principio di maggioranza. Noi siamo giovani, colti, aperti, voi vecchi, ignoranti, chiusi, strillano i liberal. Perché mai il vostro voto dovrebbe valere come il nostro? Presunti intellettuali si pavoneggiano di continuo sui media contrapponendo la loro enorme “cultura” ai biechi istinti di un popolino che “vota con la pancia”.

E così il processo è compiuto. I liberal partono dalla universalità ed approdano al particolarismo tribale separatista. Vogliono abolire le differenze ed eternizzano ogni differenza. Partono dall'esaltazione della illimitata libertà dell'individuo ed approdano alla censura. Si dichiarano fautori della democrazia ed arrivano a teorizzare la fine del principio di maggioranza. Stabiliscono che non esiste differenza alcuna fra la cultura di un contadino semi analfabeta e quella di un nobel per la fisica ed arrivano a manifestare un intollerabile disprezzo per la gente comune. Criticano il concetto stesso di verità in nome della libertà di pensiero ed approdano alla difesa di un opprimente pensiero unico.
Tutta la loro filosofia è caratterizzata dal costante passaggio dalla esaltazione di una libertà priva di limiti alla negazione di ogni libertà. Ricorda in questo la filosofia comunista che non a caso passa dalla promessa del paradiso interra alla costruzione, ed alla difesa teorica, dell'inferno, sempre qui, in terra.
E' l'ultima grande ideologia. Pericolosa, come tutte le ideologie. E da combattere, senza se e senza ma.