venerdì 2 agosto 2019

UNIVERSALISMO E NON DIFFERENZA

L'universale. E' uno degli argomenti più discussi nella storia del pensiero occidentale. Dalle idee di Platone alla forma aristotelica, dalla disputa medioevale fra realisti e nominalisti fino alle categorie kantiane si tratta di un tema ricorrente, sempre affrontato, da numerosi e mutevoli punti di vista. Trattare con un minimo, solo un minimo, di profondità di un simile percorso storico è impresa nettamente superiore alle forze di chi scrive. Mi limiterò quindi a discutere non degli universali ma dell'universalismo, cioè di una specifica dottrina socio-politica e filosofica, e lo farò in maniera molto limitata, con riferimento al dibattito politico attuale, nulla di più.

Il vero dell'universalismo. 


Da un certo punto di vista un liberale democratico non può che essere universalista.
Per universalismo possiamo intendere quella concezione secondo cui esistono alcune norme razionali, alcuni valori etici e, forse, alcuni criteri di giudizio estetico che valgono per gli esseri umani in quanto tali, indipendentemente dal loro sesso, dalla loro razza od etnia, dalla cultura o civiltà di appartenenza e dal periodo storico in cui vivono o sono vissuti.
Se non esistessero norme razionali interculturali, valide per gli esseri umani
in quanto tali, non potremmo capire nulla che vada oltre il nostro tempo e la nostra cultura. Ci sarebbe inesorabilmente preclusa la comprensione delle filosofie di Aristotele o di Confucio, espressioni di epoche storiche e civiltà lontanissime da noi nel tempo e nello spazio. Non potremmo neppure paragonare differenti civiltà e periodi storici; al limite non potremmo neppure dire che la attuale civiltà occidentale è diversa dalla civiltà cinese classica. Posso dire che il Monte bianco è più alto del Cervino solo se applico ad entrambi lo stesso strumento di misura. Posso affermare che la civiltà occidentale è diversa da quella cinese solo se per lo meno termini come “civiltà” o “diverso” hanno lo stesso significato in entrambe. Se “civiltà” significasse in occidente ciò che noi attribuiamo in maniera immediata a questo termine e significasse invece “torta alla crema” nella civiltà cinese qualsiasi paragone fra le due sarebbe impossibile compreso il semplice stabilirne la diversità.
Se non esistessero alcuni, pochi, valori etici
potenzialmente in grado di interessare gli esseri umani in quanto tali noi non potremmo, letteralmente, dare alcun giudizio etico su nulla.
Tutto ciò che gli esseri umani fanno è interno a qualche cultura. Se questo rendesse impossibile ogni giudizio etico dovremmo accettare tutto, ma proprio tutto.
Una società schiavista dovrebbe essere giudicata non “peggiore” ma solo “diversa” da una in cui lo schiavismo sia stato abolito. La lapidazione delle adultere sarebbe sullo stesso piano di una pratica di divorzio. Gli stessi crimini nazisti perderebbero il loro carattere mostruoso. In fondo il nazismo è stato, a modo suo, una cultura e, nel suo ambito, il genocidio del popolo ebraico era considerato non un crimine orrendo ma una positiva misura di igiene razziale.
Val la pena su questo punto di fare una rapida precisazione. Il fatto che noi oggi possiamo condannare usi e costumi di civiltà lontane nel tempo
non implica che siamo autorizzati a considerare “criminali” gli esseri umani che vissero in epoche storiche remote e che quelle pratiche invece le accettavano. Proprio perché in possesso di norme razionali sovra culturali possiamo capire le ragioni di questa accettazione, i motivi che potevano spingere gli esseri umani a rendersi schiavi a vicenda. Lo schiavismo è eticamente sbagliato, oggi come ai tempi di Aristotele, questo però non può spingerci a considerare “criminale” lo stagirita perché giustifica filosoficamente la schiavitù. Farlo vuol dire ignorare completamente i condizionamenti che l'ambiente socio economico e culturale pone al pensiero umano. Il discorso è, ovviamente, radicalmente diverso nel caso dei crimini di un Hitler, di uno Stalin o di un Mao, vissuti in epoche successive alla universale affermazione dei diritti dell'uomo. Loro possono, anzi, devono essere considerati criminali a tutti gli effetti, senza sconti o giustificazioni.
Infine, anche se è difficile giustificare teoricamente la cosa, sembra che esistano criteri sovraculturali di valutazione estetica. I poemi omerici sono espressione di una cultura definitivamente tramontata, eppure sono incredibilmente belli, conservano intatto il loro fascino anche a secoli, millenni di distanza. Considerazioni simili possono farsi per la poesia di Dante o le tragedie di Shakespeare.

Esistono quindi una razionalità genericamente umana, alcuni, pochi, valori etici che, almeno potenzialmente, possono interessare gli esseri umani in quanto tali ed alcuni criteri di valutazione estetica semplicemente umani. Negare cose simili vuol dire cadere in un relativismo nichilista che distrugge alla radice ogni possibilità di confronto ed intesa fra gli uomini, trasformare ogni civiltà, cultura, nazione, al limite ogni individuo, in una monade senza finestre sul mondo. Ben lungi dal rendere possibili il confronto ed il dialogo col diverso il relativismo “forte” li rende impossibili. In questo senso ben venga l'universalismo.
 


L'eliminazione del particolare.  

Non è questo però il senso di ciò che oggi molti chiamano, con una certa approssimazione, “universalismo”.
L'universalismo vero non distrugge il particolare e l'individuale, non elimina le differenze fra gli esseri umani, meno che mai li rende intercambiabili
. Correttamente inteso l'universalismo consente il relazionamento delle differenze, che è cosa completamente diversa dalla loro scomparsa.
Mai, in nessuna epoca storica, in nessuna parte del mondo qualcosa è stata fatta “
dall'uomo”. Ogni cosa, sempre, ovunque è stata fatta da quel certo uomo o da quei certi uomini. Nel concreto l'uomo non esiste, esiste quel certo uomo, con determinate caratteristiche fisiche e biologiche, nato in una certa parte del mondo, in un determinato periodo storico, dentro determinati rapporti sociali, in una certa nazione, cultura, civiltà. Si eliminino l'individuale ed il particolare e l'uomo scompare.

Il vero universale non nega, non può negare, l'individuale ed il particolare perché l'esistenza di individuale e particolare ed è il presupposto stesso della universalità. Semplicemente li trascende. Di me si può dire che sono nato in un certo posto, in una certa epoca storica, in una certa famiglia, dentro determinati rapporti sociali, collocati a loro volta in una certa nazione, cultura, civiltà. E,
in più, si può dire che sono un uomo.
Si possono fare considerazioni analoghe trattando delle realizzazioni della umana creatività. La filosofia greca è, appunto,
greca. Perderemmo molto della sua comprensione se cercassimo di trascurare questo particolare essenziale. Ma i dialoghi di Platone o la metafisica di Aristotele non sono solo qualcosa di greco. Parlano anche all'uomo di oggi. Sono greci, ma vanno oltre il loro essere greci, sono universali, universali di un universalismo correttamente inteso, quello che va oltre il particolare senza pretendere di negarlo. Nulla è più stupido, a ben vedere le cose, di una simile negazione. Visto che la filosofia di Platone parla anche all'uomo di oggi, potrebbe dire qualcuno, allora il suo appartenere alla cultura greca è solo un dettaglio privo di importanza. E' vero esattamente il contrario: il fatto che la cultura greca abbia prodotto una filosofia capace di parlare anche all'uomo di oggi dimostra la grandezza di quella cultura. Una cultura che riesce ad andare oltre se stessa non nega ma esalta la propria particolarità.

E' proprio questa invece la caratteristica dello pseudo universalismo in voga ai nostri giorni nell'occidente in crisi.
L'universale elimina il particolare. Visto che esistono norme razionali, valori etici, criteri di giudizio estetici genericamente umani, visto che la morale ci impone di considerare tutte egualmente degne di rispetto le persone, “allora” ciò che ci fa diversi è privo di qualsiasi importanza. Culture, civiltà, etnie, razze, nazioni o non esistono o diventano dettagli insignificanti.
L'Europa è in crisi demografica? Nessun problema, si fanno entrare nel nostro continente alcune decine (o centinaia) di milioni di africani e tutto si risolve. Il fatto che questi africani abbiano culture, tradizioni, sensi di appartenenza del tutto diversi dai nostri non ha rilevanza alcuna. Sono uomini no? Il resto non conta.
E non finisce qui. La smania di eliminare le differenze si estende oltre l'ambito socio-culturale. Le differenze fra i sessi non esistono. Il sesso non è una caratteristica essenziale degli esseri umani ma una scelta fra le tante. Si può decidere del proprio sesso più o meno come si decide se comprare o meno una certa merce al supermercato. Visto che maschi e femmine hanno la stessa dignità morale, “allora” (
ALLORA!!!) non esiste differenza alcuna fra l'essere maschi e l'essere femmine. Il ruolo diverso e complementare dei sessi nella riproduzione della specie è negato, diventa un “costrutto sociale”. In rete appaiono spesso foto di uomini barbuti con un bel pancione ed il volto sorridente tipico delle madri in dolce attesa. L'uomo non può partorire... e chi lo dice? Solo dei sessiti omofobi e reazionari possono sostenere una simile menzogna!
La famiglia segue la stessa sorte. La famiglia detta “tradizionale” formata da un uomo, da una donna e da un certo numero di figli è messa sullo stesso piano di qualsiasi altra forma di convivenza. Il padre e la madre sono sostituiti dai genitori uno e due, domani potrebbero aggiungersi i genitori tre, quattro, cinque. Già... perché attribuire tanta importanza al numero due? Alla
coppia? Se tutte le forme di convivenza fra esseri umani sono sullo stesso piano della famiglia perché non dovrebbero esistere famiglie composte da tre uomini e quattro donne? Qualcuno, un deputato del Movimento 5 stelle mi pare (ma guarda un po'), è addirittura arrivato a teorizzare il matrimonio fra uomini ed animali, ovviamente “consenzienti”. Ma si... perché no?
Già, gli animali. La distinzione fra uomo ed animale segue la stessa sorte delle altre. L'uomo non ha alcuno status etico particolare, è sullo stesso piano non solo di cani e gatti ma anche di lombrichi e sardine. Tutti gli esseri senzienti sono sullo stesso piano. Mangiare un pollo è un crimine orrendo come mangiare un bambino.
E c'è, ovviamente, chi si spinge addirittura oltre. Non solo tutti gli esseri
senzienti ma tutti gli esseri viventi sono da mettere sullo stesso piano. Per qualcuno l'eguaglianza deve estendersi ancora. Tutti gli enti esistenti hanno dignità etica, umani, animali, vegetali o minerali che siano. C'è una logica folle in questi deliri. Se non esiste differenza etica fra un uomo ed un topo perché dovrebbe esisterne una fra un topo ed un abete secolare? O fra un abete e la montagna su cui questo pianta le sue radici? E' superfluo ricordare che simili follie non hanno nulla a che vedere con la condivisibile, umana esigenza di salvaguardare mari, monti e fiumi, fauna e flora. Ovviamente.

Possiamo chiamare quella dominante oggi in occidente la
ideologia della non differenza.
Si tratta di una autentica perversione del vero universalismo. Tutto è uguagliato. Stati nazioni, culture civiltà, salute e malattia, sessi, uomini ed animali non esistono più. O meglio, esistono privi del loro spessore ontologico. La disabilità perde il suo carattere dolorosamente tragico, si trasforma in “diversa abilità”. I sessi esistono solo come strumenti del gioco erotico, privi di rilevanza in quel fatto enorme che è la riproduzione della specie. Le culture esistono solo quale fatto folcloristico. E' divertente incrociare, passeggiando, una donna in burka, un po' come ammirare un bel vestito in una elegante vetrina del centro cittadino. Gli animali esistono solo come oggetto di cinguettante ammirazione. In montagna ho visto un orso! Ma che bello! Gli ho dato da mangiare un panino... che emozione! Nella generale imbecillità si dimentica un piccolo, insignificante, particolare:
l'orso non è un uomo e forse non ama i panini. E' un formidabile predatore capace di staccare la testa ad un uomo con una zampata, fregandosene della generale, indistinta non differenza fra gli enti...
E, ovviamente, la ideologia della non differenza ha nella difesa delle migrazioni il suo centro nevralgico. Stati e nazioni non esistono, quindi non esistono, non devono esistere, confini e frontiere. “Ponti, non muri”. “L'Italia è di chi ne calpesta il suolo”. “Siamo tutti italiani”. “Nessuno è straniero”. Sono solo alcuni degli slogan strillati da baldi giovanotti nella varie manifestazioni “antirazziste”. Baldi giovanotti cui sfugge l'elementare verità logica secondo cui se “tutti siamo italiani” o se “nessuno è straniero” gli italiani, e con loro gli stranieri, semplicemente cessano di esistere. E non esiste l'Italia se questa è di chi ne calpesta il suolo. Una simile “Italia” non ha un territorio delimitato da frontiere, un popolo diverso dagli altri, un centro di comando e di governo, una tradizione, per dirla in una parola, una identità. Esiste anche qui una tragica, allucinante coerenza. Le differenze sono scomparse quindi non esistono gli stati e con loro le tradizioni, le nazioni. Le identità scompaiono, tutto è eguagliato, il mondo è una enorme area grigia in cui ognuno può andare dove gli pare. E, dove, proprio per questo, parlare ancora di stati con i loro confini, le loro leggi, le loro frontiere è solo un intollerabile anacronismo razzista.
 


Un nuovo totalitarismo. 

Per i suoi teorici l'eliminazione della differenza è, insieme, un fatto ed un valore.
Il mondo va inesorabilmente incontro al suo destino e questo è rappresentato dalla fine delle differenze. Stati e nazioni, culture e civiltà, sessi e differenze sessuali sono inesorabilmente destinati a sparire. Il futuro ci prospetta una felice mistura di tutto, un grande, universale cocktail. E' vano opporsi a questo processo storico ineluttabile, chi lo fa è un bieco reazionario che cerca vanamente di fermare la “ruota della storia”.
E questo fatto scientificamente rilevabile è anche, nel contempo, un valore. La fine delle differenze, il mondo della grande, universale mistura è quanto di più bello si possa augurare al genere umano. Come i loro predecessori marxisti, e come tutti i millenaristi, i filosofi della non differenza credono di essere, nel contempo, scienziati e riformatori radicali del mondo. Fino a ieri era il comunismo la tappa conclusiva della storia. Oggi, crollato il comunismo, la fine della storia cambia aspetto: si identifica col mondialismo, la filosofia gender, l'ecologismo mistico. Ma, dietro al cambiamento di bandiere l'ideologia resta sempre la stessa. La confusione fra fatti e valori, l'idea di una conclusione definitiva della storia, con la creazione di una mitica società perfetta, soprattutto l'idea di una trasformazione totale dell'uomo e della società che, grazie all'azione di illuminati riformatori radicali (o rivoluzionari) del mondo perderanno quelle che per millenni sono state le loro caratteristiche essenziali.

Naturalmente tutte le teorizzazioni dei fanatici della non differenza sono teoricamente risibili. Che si debba considerare positivamente la scomparsa di tradizioni culturali vecchie di secoli o millenni è quanto meno assai discutibile. Quanto alla “ruota della storia” che marcerebbe ineluttabilmente verso un mondo privo di nazioni, stati e frontiere, si può solo dire è che questa “ruota” molto semplicemente non esiste. Nella storia non agiscono leggi necessarie, al massimo tendenze che possono essere favorite o contrastate. E l'analisi empirica dimostra che le tendenze principali non vanno affatto nel senso di una generale unificazione del mondo. I grandi imperi sono una caratteristica dell'antichità più che della modernità. Il crollo dell'ultimo impero, quello comunista, è stato seguito dal proliferare di rivendicazioni nazionali, non da superiori livelli di mondializzazione. Gli attuali processi migratori di cui è fatta oggetto l'Europa occidentale vengono guardati con sempre crescente ostilità dalle popolazioni dei paesi interessati. E gli stessi migranti, una volta giunti a destinazione, non mirano affatto alla mistura indifferenziata coi locali. Soprattutto quelli, la gran maggioranza, di religione islamica tendono a costruire, nei paesi europei, delle isole etniche parzialmente o totalmente separate dall'ambiente circostante. Il mondialismo è tutto meno che una scienza, è una ideologia, la nuova grande ideologia che ha preso posto dei vecchi miti ideologici. E i suoi sostenitori non sono i popoli, ma, più che altro, ristrette elites economiche ed intellettuali, o pseudo tali.

Queste elites tentano con tutti i mezzi di imporre la loro visione del mondo a popoli sempre più riluttanti. In tutto l'occidente, ma soprattutto in quello Europeo, è in atto un attacco frontale alle fondamentali libertà dei cittadini ed alla democrazia e questo attacco ha un obiettivo preciso: imporre la non differenza e la mondializzazione, criminalizzare chi non le accetta.
La non differenza viene automaticamente identificata con la virtù e chi si oppone ad essa non è considerato un essere umano con idee, interessi, valori diversi. No, si tratta nel migliore dei casi di un crasso ignorante che “ragiona con la pancia”, nel peggiore di un razzista omofobo, di un fascista, addirittura di un nazista.
Ad essere nel mirino è in primo luogo la libertà di espressione del pensiero. Qualsiasi critica a certi soggetti (migranti, omosessuali, musulmani) è ipso facto qualificata come “razzismo”, “omofobia”, “islamofobia” e chi la esprime rischia addirittura conseguenze penali. Si arriva al tentativo di criminalizzare i sentimenti: l'odio deve essere punito come un crimine: per qualcuno amare è legalmente obbligatorio, evidentemente. E la cosa è tanto più risibile se si pensa che i fanatici della non differenza sprizzano, letteralmente, odio da tutti i pori. Loro però possono odiare perché gli angeli della virtù possono odiare i biechi sostenitori del vizio. Chi incita la gente a sparare a Salvini ha diritto di farlo, ma se chi ha votato Salvini dice a questi personaggi ciò che pensa di loro rischia una incriminazione per “istigazione all'odio”.
E, insieme alla libertà di espressione, è nel mirino la memoria storica dell'occidente. Personaggi come Cristoforo Colombo o Thomas Jefferson vengono presentati come criminali solo perché non pensavano né agivano come un liberal dei nostri giorni. Su Dante pende l'accusa di “islamofobia”, per non parlare di un Tasso o di un Ariosto. E su tutti i media la propaganda a favore della non differenza è continua, martellante. Non è egemone solo negli ormai inguardabili TG: si insinua nei film, negli spettacoli di varietà, nella pubblicità, ovunque; ed investe tutti gli aspetti della vita umana. Coinvolge il linguaggio, i rapporti fra i sessi, fra genitori e figli, insegnanti e studenti. Pretende di stabilire quale debba essere il comportamento corretto di ognuno di noi nei confronti del dolore e della morte.
Ad altri livelli l'attacco alla democrazia è più diretto. La non differenza mondialista trova un formidabile ostacolo nel fatto che i vari parlamenti sono eletti su base nazionale. Le massicce migrazioni di cui l'Europa occidentale è fatta oggetto stanno modificando la base sociale di molti paesi europei, ma questo non ha ancora effetti decisivi sull'esito delle competizioni elettorali, anche per lo scarso interesse di moltissimi immigrati per la competizione democratica. Per aggirare l'ostacolo costituito dai parlamenti si cerca così di trasferire dosi sempre maggiori di sovranità a vari organismi, spesso internazionali, non eletti da nessuno. Le varie commissioni ONU, la commissione Europea, la conferenza episcopale, le ONG, il WTO, il fondo monetario sottraggono giorno dopo giorno potere ai parlamenti liberamente eletti. Visto che non è possibile, al momento, una abolizione violenta della democrazia si cerca di svuotarla gradualmente di ogni potere.
La non differenza si presenta in questo modo per quello che è: una nuova forma di totalitarismo. Meno violento, più “morbido”, per ora, dei totalitarismi classici ma comunque estremamente pericoloso.
 


L'ideologia e la realtà. 

L'ideologia della non differenza non è contraddetta solo dai fatti. Questi non ci mettono molto a smentire chi teorizza la non esistenza dei sessi o delle nazioni. E' contraddetta dalle stesse azioni dei suoi teorici.
Non esistono le nazioni e le culture, il mondo è una enorme area grigia priva di confini, in cui ognuno può andare dove vuole, affermano questi signori, e si prodigano con ogni mezzo, lecito ed illecito, per riempire l'Europa di migranti. Però, lo abbiamo già osservato, questi massicci trasferimenti di popolazioni non creano affatto situazioni di generale mistura fra culture. In generale la gran maggioranza dei nuovi arrivati, specie quelli di religione musulmana, preferiscono formare nei paesi che li hanno accolti comunità separate. In Francia ed in Belgio queste si configurano sempre più come stati negli stati, zone franche in cui valori, usi e costumi, spesso addirittura le leggi dei paesi accoglienti non hanno alcun valore.
I teorici della non differenza allora abbandonano, semplicemente, l'ideale del “superamento” di etnie e culture per proporre provvedimenti che hanno come referente proprio i gruppi etnici e culturali.
Razze e nazioni, sessi, religioni e culture esistono, ma ci sono campi in cui si deve operare come se non esistessero. Se si deve decidere chi sarà il primario del reparto di cardiologia di un grande ospedale contano, devono contare, solo le competenze mediche. Per essere premiati col nobel per la letteratura devono contare solo le qualità nello scrivere, deve andare in parlamento chi ottiene il maggior numero di voti. Colore della pelle, sesso, credo religioso non devono contare in simili circostanze,
mai.
I teorici della non differenza diventano invece in questi casi attentissimi proprio alle differenze. I sessi non esistono, ma alle donne
devono essere assegnati un certo numero di posti in parlamento. Le razze non esistono, ma chi ha la pelle nera deve avere assicurato un certo numero di accessi alle università. La religione è solo un fatto privato, ma si mettono in atto provvedimenti che riguardano solo gli appartenenti ad un certo credo, e si tratta di provvedimenti che spesso contrastano con le leggi in vigore nei vari stati. In nome della non differenza si instaura il separatismo. La società si frammenta lungo linee etnico tribali, cessa di essere un insieme di liberi cittadini, diversi ma tutti con eguale dignità, per diventare un aggregato informe di collettivi non uniti da nulla, spesso fieramente nemici fra loro.

Se fossero persone serie i teorici della non differenza si renderebbero conto del carattere distruttivo di simili contraddizioni, ma persone serie non sono. Molti di loro sono dei post marxisti che, come tali, non amano troppo il principio di non contraddizione, ed hanno inoltre una formidabile capacità di mistificazione ed auto mistificazione. Per arrivare alla effettiva non differenza occorre attraversare fasi intermedie di cui la più importante è costituita dalla distruzione dei valori dell'occidente. Quando erano comunisti questi signori pensavano che si sarebbe arrivati alla società senza classi e senza stato passando per la dittatura del proletariato e la costruzione del più imponente e tirannico apparato statale di tutti i tempi. Oggi probabilmente pensano che si possa arrivare alla scomparsa di sessi, nazioni e culture passando attraverso la affermazione su scala mondiale di una cultura intollerante, che i sessi li tiene ben separati ed impone alle donne forme di oppressione mostruose. Punti di vista.
Punti di vista che svelano però cosa sta dietro la filosofia della non differenza. Il mondo unificato, armonico, arcobaleno, è solo una ridicola finzione ideologica. Non so se personaggi come Saviano od Emma Bonino ci credano davvero, la cosa del resto non ha nessuna importanza.
La filosofia della non differenza altro non è che una forma di
odio dell'occidente nei confronti di se stesso.
Non si vuole la fine delle culture ma della cultura
occidentale. Il superamento dei sessi altro non è che il superamento del legame fra eterosessualità e riproduzione. La fine degli stati e delle nazioni altro non è che la fine di certi stati e certe nazioni, quelle dell'occidente, ovviamente. Le migrazioni che si sostengono a spada tratta sono, tutte, migrazioni verso l'occidente. Le società multiculturali di cui si teorizza la ineluttabile affermazione riguardano Francia o Italia, Stati Uniti o Gran Bretagna, non l'Iran o la Nigeria. L'indistinta, illimitata tolleranza è, sempre qualcosa di cui siamo noi occidentali a doverci fare carico. Gli altri sono liberi di praticare la più assoluta intolleranza. “E' la loro cultura” cinguettano i filosofi della non differenza. Quando si recano in medio oriente donne italiane come Emma Bonino e Federica Mogherini si velano. Non chiedono di poter girare a capo scoperto in nome della tolleranza. Siamo noi a dover tollerare le donne col velo integrale.

Nessuno sostiene, ovviamente, che le varie culture siano qualcosa di immodificabile, prive di contatti fra loro. Nazioni, culture e civiltà si modificano, così come si modificano gli usi ed i costumi sessuali o i rapporti fra uomo e natura.
Ma una cosa è il modificarsi delle culture in conseguenza di scambi commerciali, processi normali e regolati di immigrazione ed emigrazione, scambi culturali, viaggi, turismo, matrimoni misti. Cosa completamente diversa è subire una immigrazione incontrollata che ci impone convivenze forzate con chi non ha, nella gran maggioranza dei casi, desiderio alcuno di rapportarsi positivamente con noi. Questo non è modifica della nostra civiltà, è la sua distruzione.
Non è il caso di dilungarsi ancora. La ideologia della non differenza favorisce lo spostamento in occidente di popolazioni che vengono da culture lontanissime dalla nostra. Sono portatrici di valori, idee ed interessi incompatibili con quelli che stanno alla base del nostro vivere civile. Per questo tale ideologia contribuisce potentemente alla crisi irreversibile della nostra civiltà. Sconfiggerla, ed in tempi brevi, è assolutamente necessario. Per la nostra sopravvivenza.

mercoledì 26 giugno 2019

CONVENZIONI INTERNAZIONALI

E' una delle palle più spesso ripetute dai media e dagli “esperti”.
Al vertice della piramide legislativa ci sarebbero gli accordi e le convenzioni internazionali. Poi verrebbero le costituzioni degli stati sovrani, le leggi costituzionali, le leggi ordinarie, i regolamenti eccetera.
Tutti gli stati sarebbero insomma a “sovranità limitata” perché qualsiasi legge contraria ad accordi e convenzioni internazionali non sarebbe vincolante per i loro cittadini. Una situazione che ricorda tempi lontani, quando la scomunica papale scioglieva i sudditi dall'obbligo di obbedienza al loro signore. Non solo, a decidere sulla conformità o meno delle legge nazionali con i trattati e le convenzioni internazionali dovrebbe essere la magistratura dei vari paesi. Lo si è visto nel caso “Salvini - Diciotti”, quando molti sostenitori dei magistrati che volevano accusare il ministro dell'interno di “sequestro di persona” rincaravano la dose ed affermavano che lo stesso ministro andava accusato di violazione degli accordi e delle convenzioni internazionali.
Tuttavia basta ragionare un attimo per capire l'implausibilità di simili posizioni. Tra l'altro, se queste avessero un minimo di fondamento tutti, ma proprio tutti, i presidenti del consiglio, i ministri dell'economia, delle finanze di tutti i governi degli ultimi decenni dovrebbero essere sotto processo. Perché nessuno, ma proprio nessuno, ha osservato i famosi parametri derivanti dalla adesione dell'Italia alla UE. Non solo, qualche magistrato americano dovrebbe mettere sotto processo il presidente Trump, visto che questi non intende osservare il trattato sul nucleare iraniano firmato dal suo predecessore.
In realtà trattati e convenzioni internazionali diventano vincolanti solo e quando le leggi ordinarie dei vari stati le recepiscono e le trasformano in leggi nazionali. Sono queste, non i trattati e le convenzioni in quanto tali d essere vincolanti. E val la pena di aggiungere che i vari stati recepiscono ognuno a modo suo le convenzioni internazionali. Moltissimi stati ad esempio accettano la dichiarazione ONU sui diritti dell'uomo, ma ciò non impedisce a questi stati di avere legislazioni penali profondamente diverse. Ci sono stati che accettano la dichiarazione ONU e mantengono nel loro ordinamento giuridico la pena di morte, altri che non prevedono neppure l'ergastolo. Se davvero trattati e convenzioni fossero al vertice della legislazione di vari stati una simile difformità non sarebbe neppure concepibile. Al vertice dell'ordinamento giuridico italiano sta la Costituzione della repubblica italiana, non gli accordi e le convenzioni internazionali. Questi sono vincolanti se, nella misura e nel modo in cui vengono fatti propri dal legislatore italiano. Soprattutto sono vincolanti fino a che l'Italia, o qualsiasi altro stato, decidono di aderire a trattati, accordi e convenzioni.
Questo è il punto davvero decisivo, su cui volutamente sorvolano i propagandisti della priorità delle convenzioni internazionali.
Per comprenderlo fino in fondo facciamo un piccolo esperimento mentale. In Italia la legislazione ordinaria considera reato l'omicidio e prevede pene detentive gravi per chi commette tale reato. Poniamo che un bel giorno Tizio faccia questo discorso: “fra me ed il governo italiano esiste una convenzione in base alla quale entrambi consideriamo reato l'omicidio. Ho cambiato idea. Ho deciso di non considerare più l'omicidio un reato, quindi mi dichiaro sciolto dall'obbligo di non uccidere. La mia famiglia ed i miei amici sono d'accordo con me, quindo da oggi io, la mia famiglia ed i miei amici ci riteniamo autorizzati a far fuori chi ci pare”.
Avrebbe un minimo di senso un simile discorso? NO, ovviamente. Le leggi dei vari stati non sono in alcun modo equiparabili ad accordi di diritto privato da cui una delle parti può recedere. Si tratta di imposizioni di una volontà originaria e sovrana nei confronti dei cittadini. Il fatto che questa volontà decida democraticamente non trasforma in alcun modo le sue delibere in accordi fra privati. Concluso l'iter democratico che porta alla sua approvazione una legge è valida per tutti e nessuno può chiamarsene fuori. Al massimo chi non è d'accordo può operare perché una nuova maggioranza parlamentare sostituisca la legge a lui sgradita con un'altra.

Nel campo degli accordi e delle convenzioni internazionali la situazione è esattamente opposta. Qui qualsiasi stato può quando vuole tirarsi fuori dall'accordo e questo per lui cessa di essere valido nel momento stesso della recessione. La Gran Bretagna aderiva alla UE. Il popolo (si, il popolo, piaccia o non piaccia questa parola) britannico ha deciso che vuole che il suo paese esca dalla UE e la Gran Bretagna sta uscendo dalla amatissima Unione Europea. Lo può fare in maniera soft, contrattando le modalità dell'abbandono o, se la cosa fallisce, può andarsene sbattendo la porta. Quale che sia il giudizio sulla sua decisione nessuno può dire che non sia in suo diritto prenderla. Nessuno oppone alla decisione britannica un presunto obbligo di obbedire ad un trattato che sarebbe al vertice della piramide legislativa.
Trattati, accordi e convenzioni obbligano gli stati uno nei confronti dell'altro, non li sottopongono ad una potestà d'imperio originale e sovrana da cui sia loro impossibile sottrarsi, ricordano più gli accordi fra privati che le leggi vincolanti per tutti. Proprio per questo motivo non sono al vertice della piramide legislativa, non vengono prima delle costituzioni, delle leggi costituzionali e delle stesse leggi ordinarie.
Dietro ad accordi e convenzioni non c'è una potestà d'imperio originale e sovrana, c'è solo la volontà dei vari stati di osservarle e c'è la autorità di varie organizzazioni internazionali, ONU in testa. Ma queste funzionano se e fino a quando gli stati le fanno funzionare. L'ONU non è un super stato che metta in secondo piano USA, Russia o Cina. Al contrario, l'ONU funziona se e fino a quando USA, Russia e Cina, e tanti altri, decidono di farla funzionare.
Accordi e convenzioni internazionali sarebbero davvero delle super leggi se esistesse un super stato mondiale, ma in questo caso non si tratterebbe, a rigore, di accordi o convenzioni ma solo di leggi, le leggi del super stato mondiale.
Non è però un caso che questo super stato, che tanti vagheggiano, non esista. Un simile super stato non può esistere oggi e non esisterà nel futuro prevedibile per molte ragioni, di cui però una è assolutamente fondamentale.
Uno stato mondiale è privo delle basi di consenso minime senza le quali nessuno stato può esistere.
Qualsiasi stato per esistere deve disporre di una base di consenso. Anche la più sanguinosa delle tirannidi non può fare a meno di un certo consenso popolare. Nessun tiranno può agire ed operare nel vuoto: quanto meno le forze della repressione devono appoggiarlo. E l'esigenza di consenso è molto maggiore per gli stati democratici, ovviamente. Non solo, per questi stati tale consenso deve avere anche precise caratteristiche qualitative. In una democrazia liberale nessun parlamento può approvare leggi che privino i partiti rimasti in minoranza alle elezioni del diritto di criticare il governo, o mettano in pericolo i diritti fondamentali delle persone.
E il consenso  non si basa a sua volta sul nulla. Dietro al consenso ci sono quanto meno alcuni valori condivisi, legami con tradizioni, storia, linguaggi, religioni, modi di vedere il mondo, interessi. Nulla di tutto questo è, oggi e nel futuro prevedibile, pensabile come fondamento di un super stato mondiale e neppure di super stati di dimensioni nettamente più modeste. Che cristiani, islamici e buddisti, laici e sostenitori della teocrazia, democratici liberali e fanatici del totalitarismo, possano, tutti insieme, fornire una qualsiasi base di consenso ad un super stato è semplicemente impensabile. Che interi popoli rinuncino al legane con le loro tradizioni e la loro storia per mettersi sotto la potestà di un mega organismo burocratico sovranazionale lo è ancora meno.

Alcuni organismi internazionali, a partire dall'ONU, hanno svolto in passato una funzione utile al mantenimento della pace, ma mai, in nessun caso, si sono trasformati in qualcosa di anche vagamente simile ad un super stato. Non solo, ai giorni nostri la stessa utilità di questi organismi è quasi interamente venuta meno. L'ONU non solo si dimostra sempre meno capace di garantire la pace, ma si caratterizza oggi per atteggiamenti di totale acquiescenza nei confronti di regimi che possono a giusta ragione esser definiti indecenti.
La assemblea generale dell'ONU è controllata da stati islamici o amici degli stessi e così molte delle commissioni ONU. Siamo così costretti ad assistere allo spettacolo di una organizzazione “garante del diritto internazionale” che sforna quasi tutti i giorni risoluzioni di condanna nei confronti di Israele ma non dice una parola sul terrorismo islamico che lo tormenta. Condanna la politica del governo italiano nei confronti dei migranti, ma non proferisce verbo sulle adultere lapidate, gli apostati decapitati, i gay impiccati in tante parti del mondo islamico. La assemblea generale dell'ONU ricorda il paradosso della democrazia: è possibile che una maggioranza voti leggi liberticide e profondamente antidemocratiche. Le democrazie liberali cercano di immunizzarsi da tale paradosso col sapiente dosaggio di principio di maggioranza e presenza di organismi di garanzia istituzionale. Nulla di tutto questo è in qualche modo presente all'assemblea generale dell'ONU. Questa vota allegramente risoluzioni che fanno a pugni con qualsiasi principio democratico e liberale. E non a caso. Moltissimi stati che fanno parte di tale consesso molto semplicemente disprezzano la democrazia liberale. Motivo in più per respingere qualsiasi pretesa ONU a diventare anche solo qualcosa di simile ad un super stato.

Non esistono oggi dei veri super stati e le organizzazioni che cercano di diventare tali sono strutture burocratiche prive di qualsiasi base di consenso reale. Nessun tedesco, nessun cileno, nessun cinese considera l'ONU il suo stato, nessun francese, nessun italiano, nessun polacco considera davvero la UE come il suo stato. Nessun europeo vorrebbe che i decreti della onnipotente commissione europea sostituissero le leggi emanate dai parlamenti democraticamente eletti dai popoli d'Europa. Non a caso gli amici dei super stati mostrano un crescente disprezzo nei confronti della volontà popolare, contrappongono ai parlamenti l'onnipotenza di burocrati non eletti né controllati da nessuno.
La pretesa che trattati e convenzioni internazionali siano al vertice della piramide legislativa altro non è, in definitiva, che una aspetto della più generale pretesa di sostituire gli organi di governo democratico - liberali con il super potere di organizzazioni burocratiche prive di ogni base di consenso.
Ottimo motivo per rifiutare una simile pretesa.

venerdì 31 maggio 2019

VA DIMOSTRATA L'ESISTENZA DEL MONDO?

Se mi è concesso parlare di una piccola esperienza personale, ricordo che quando, tanti anni fa, mi sono imbattuto per la prima volta nell'argomento scettico sull'esistenza del mondo esterno questo mi ha profondamente irritato. “Il mondo non esisterebbe? Che sciocchezza” mi sono detto. “Io vedo, sento, tocco le cose del mondo, come può il mondo non esistere?”. Poi, man mano che prendevo conoscenza delle sottilissime argomentazioni dei filosofi, invece che irritarmi quell'argomento ha iniziato ad inquietarmi. “Il mondo è solo in me... come posso essere certo che esista fuori di me? Io conosco solo le sensazioni, le rappresentazioni... “ tutto questo mi sembrava assurdo, non mi convinceva affatto ma, mi chiedevo, il fatto che io sia intimamente convinto che la sedia su cui sono seduto continui ad esistere anche quando mi alzo ed esco di casa non dimostra che questa davvero esista indipendentemente da ciò che io sento. Come si può dimostrare che il mondo esiste?
Come si può dimostrare l'esistenza del mondo? Bel problema... ma... è davvero un problema reale?
“E' segno di impreparazione” afferma Aristotele nella
Metafisica, “ il non saper riconoscere di quali cose si debba cercare dimostrazione e di quali no. Difatti è senz’altro impossibile che si dia dimostrazione di tutte quante le cose (in tal caso infatti si andrebbe all’infinito e quindi neppure così si produrrebbe dimostrazione).” (1)
Qui Aristotele parla del principio di non contraddizione che, in quanto principio che rende possibile ogni dimostrazione, non può a sua volta essere dimostrato, ma quello che dice ha una valenza se possibile ancora più generale. Non tutto può essere dimostrato. La dimostrazione collega certe premesse a certe conclusioni ma le premesse non sono a loro volta dimostrabili, o lo sono solo se si parte da altre premesse ancora più generali, a loro volta, di nuovo, non dimostrabili.
Il notissimo sillogismo: “tutti gli uomini sono mortali, Socrate è un uomo, quindi Socrate è mortale”collega in maniera coerente due premesse per giungere ad una conclusione necessaria. Ma la verità delle premesse non è a sua volta dimostrata, è assunta come data o è considerata vera perché attestata dalla intuizione sensibile. Certo, si potrebbe dimostrare la mortalità degli uomini con un altro sillogismo: “tutti gli animali sono mortali, tutti gli uomini sono animali quindi tutti gli uomini sono mortali” ma in questo modo sarebbero la mortalità degli animali e la appartenenza degli uomini al genere degli animali ad essere attinte dall'esperienza sensibile. Qualsiasi discorso noi si faccia attingiamo continuamente il materiale che relazioniamo logicamente da qualcosa di extra logico. L'esistenza di qualcosa non è dimostrabile, la logica relaziona A e B, non dimostra la loro esistenza. Chi pretende che l'esistenza del mondo gli venga “dimostrata” non ha compreso la logica, e meno ancora ha compreso il mondo.
Nella celebre confutazione della dimostrazione ontologica dell'esistenza di Dio Kant nega esplicitamente che l'esistenza sia un attributo. L'esistenza non è un predicato che arricchisca minimamente il concetto di una cosa: concettualmente cento talleri solo pensati non differiscono minimamente dai cento talleri che ho depositato in banca. Il fatto che siano sul conto modifica non il loro concetto ma la loro posizione nei riguardi della esperienza sensibile. “Se si trattasse di un oggetto dei sensi non potrei scambiare l'esistenza della cosa col semplice concetto della cosa. Infatti, pel concetto, l'oggetto non vien pensato se non come conforme alle condizioni generali di una possibile conoscenza empirica in generale; per l'esistenza, invece, come contenuto nel contesto dell'esperienza totale. (…) Sia quale e quanto si voglia il nostro concetto di un oggetto, noi, dunque, dobbiamo sempre uscire da esso per conferire a questo oggetto l'esistenza. Negli oggetto dei sensi questo accade mediante la connessione con una delle mie percezioni secondo le leggi empiriche” (2).
L'esistenza è fuori dal concetto, quindi anche fuori dalle relazioni fra concetti, quindi non è passibile di dimostrazione logica. Non tutto può essere dimostrato, su questo punto di cruciale importanza Kant la pensa esattamente come Aristotele.

Provare” o “dimostrare” l'esistenza del mondo non è possibile perché il mondo è dato, è dato nell'esperienza sensibile; tutto ciò che si può fare è analizzare ciò che ci è dato nell'esperienza per vedere che tipo di evidenze questa ci offre. E' proprio vero che, come dice Cartesio, solo della mia esistenza io posso essere assolutamente certo mentre l'esistenza del mondo mi è data non immediatamente ma in maniera mediata dalle mie sensazioni? Val la pena di richiamare telegraficamente alcuni punti deboli di questa concezione. L'esistenza di un mondo fenomenico caratterizzato da almeno certe regolarità empiriche è essenziale per l'autocoscienza dell'io, lo stesso dicasi del linguaggio e del suo carattere non meramente privato ma intersoggettivo. Inoltre io stesso sono fenomeno fra i fenomeni, anche la conoscenza di me, o almeno una grande parte di questa, può quindi essere considerata mediata e non immediata. Non è il caso di approfondire in questa sede queste argomentazioni. Il problema su cui invece si concentrerà l'attenzione è quello della immediatezza o meno della conoscenza del mondo esterno.
Il mondo esterno mi è dato non immediatamente ma in maniera mediata. Io ho la percezione di un albero e da questa deduco, in maniera mediata che, forse, un albero esiste realmente. Afferma Roger Scruton nel già citato: la filosofia moderna, compendio per temi: “La teoria rappresentazionale (..) sostiene che noi percepiamo gli oggetti mediante le loro rappresentazioni mentali. Queste rappresentazioni mentali possono corrispondere o meno alla loro realtà fisica, la cui natura deve perciò essere colta eliminando le illusioni, le delusioni e le ambiguità che affliggono le nostre carriere mentali” (3)
Insomma, io non vedo l'albero, vedo la rappresentazione di un albero e da questa deduco che forse esiste qualcosa dietro a quella rappresentazione, qualcosa che noi chiamiamo albero. Ma ha senso dire che io vedo, o percepisco una rappresentazione? Scruton mette molto bene in evidenza come questo modo di procedere conduca ad un regresso all'infinito. Percependo una rappresentazione io avrò una nuova rappresentazione che dovrà a sua volta essere percepita e così via, all'infinito. Si potrebbe dire, afferma Scruton che “percepiamo le rappresentazioni direttamente e gli oggetti soltanto indirettamente. Ma cosa significa? Presumibilmente questo: mentre io posso commettere errori sull'oggetto fisico non posso commetterne sulla rappresentazione che per me è immediata” (4)
A questo punto però diventa insensato affermare che io “percepisco”, più o meno direttamente, una rappresentazione. “La percezione è un modo di trovare come sono le cose; essa implica una separazione fra la cosa che percepisce e la cosa percepita, e con questa separazione arriva la possibilità dell'errore. (…) La rappresentazione mentale non è affatto percepita; essa è semplicemente parte di me. In altre parole, la rappresentazione mentale è la percezione. In questo caso il contrasto fra percezione diretta e indiretta scompare. Noi percepiamo effettivamente oggetti fisici e li percepiamo direttamente. (…) e noi percepiamo oggetti fisici avendo esperienze rappresentazionali” (5)
Io non percepisco la “rappresentazione” di un albero, percepisco l'albero e lo percepisco avendo una immagine mentale dell'albero
, proprio per questo la percezione può essere giusta o sbagliata, nitida o confusa; se l'albero coincidesse con la percezione che ho di esso questa non sarebbe mai sbagliata o confusa. Tutto questo in fondo non fa che confermare ciò che emerge chiaramente dal linguaggio comune. Nessuno dice: “vedo la rappresentazione di una casa”, o: “ascolto la rappresentazione di un concerto” o ancora: “la rappresentazione tattile di una puntura di spillo mi duole”. Tutti diciamo: “vedo una casa”, o “ascolto un concerto” o “la puntura di uno spillo mi duole”. Ed il linguaggio comune non fa a sua volta che confermare quello in cui crede in maniera immediata la totalità praticamente degli esseri umani. Il punto centrale è tutto qui, in fondo. Lo scettico afferma che il mondo esterno ci è dato solo indirettamente, risaliremmo all'esistenza del mondo esterno solo in maniera mediata, dalla sensazione al mondo, e questo comporterebbe tutta una serie di difficoltà. Ma questo, molto semplicemente, non è vero. Nessuno dice o pensa: “ho la sensazione di un albero, ora devo dedurre da questa l'esistenza reale dell'albero”, tutti diciamo: “lì c'è un albero”. Il mondo esterno ci è dato immediatamente, ci si presenta con immediata evidenza, con una evidenza almeno pari a quella con cui siano consci della nostra stessa esistenza.

Gli stessi, svariati, argomenti scettici che vorrebbero indurre il dubbio sull'esistenza del mondo esterno a partire dagli errori cui sono soggette le sue percezioni non solo non sono conclusivi, come si è già visto, ma possono benissimo essere applicati alla stessa percezione dell'io. Spesso le sensazioni inducono in errore, si dice, quando ci mettono in relazione con oggetti del mondo esterno. Una nuvola all'orizzonte ci sembra una montagna e nella nebbia un lampione può sembrarci un albero. Però, commettiamo errori simili anche a proposito di noi stessi. Dimentichiamo spesso cose fatte anche poco tempo fa, o ci può capitare di trovarci in una situazione di vuoto, se non di caos mentale. La parte di noi che davvero conosciamo è in fondo solo una piccola porzione dell'io: il flusso dei ricordi si perde inevitabilmente col passare del tempo; la scoperta dell'inconscio inoltre ci ha rivelato che parti fondamentali di noi non emergono affatto alla luce della coscienza ma restano nel profondo, lontane, difficilmente interpretabili. A livello fisico gli errori che possiamo fare su noi stessi sono numerosissimi; spesso ignoriamo l'esistenza di organi fondamentali, o possiamo avere l'illusoria convinzione di essere assolutamente sani mentre ci portiamo dentro terribili malattie.
Qualcuno potrebbe obiettare che, con tutta l'ignoranza che possiamo avere di noi, stessi è indubbio che pensiamo, proviamo sensazioni quindi esistiamo. Ma considerazioni analoghe possiamo farle per il mondo esterno. Perché, anche ammettendo che io non veda il gatto sulla poltrona ma la mia sensazione dello stesso, ed anche tralasciando di considerare le aporie cui una simile impostazione ci conduce, resta il fatto che quella sensazione è del tutto diversa da quelle che comunemente si chiamano percezioni interne. Il gatto che vedo sulla poltrona sarà anche solo sensazione, ma è altra cosa dallo scorrere dei miei pensieri o dalla tristezza che sento di provare in certe giornate. Questo senza contare che certi stati interni sono strettamente legati a sensazioni esterne: la pressione che sento sulla mano se qualcuno me la stringe è, insieme, percezione di qualcosa si esterno e sentire interno. Il "gatto sensazione" è completamente diverso dalle sensazioni interne. E', anche come sensazione, estraneo al mio interno, esterno a me.
Tutti questi discorsi si riferiscono, ovviamente, all'io empirico che altro non è, in fondo, che una parte del mondo e questo potrebbe non piacere ad uno scettico cartesiano. Spiace per lo scettico cartesiano, ma, di quale altro io possiamo avere coscienza? Solo l'io che è collocato nello spazio e nel tempo può essere oggetto di conoscenza, più o meno mediata o immediata, l'io noumenico è al di fuori della conoscenza, di qualsiasi tipo di conoscenza.

L'io non ha quindi nessun privilegio sul mondo, l'interno non è oggetto di una conoscenza più immediata e certa di quanto non lo sia l'esterno, possiamo sbagliare a proposito del mondo come dell'io, e di entrambi possiamo essere profondamente ignoranti.
Quando Cartesio afferma, nelle “
meditazioni metafisiche” che il “cogito” non può essere oggetto di dubbio la sua affermazione appare sostenuta anche da evidenti ragioni logiche. Il pensare è infatti momento dell'esistere, se penso devo esistere, in qualche modo. L'enunciato “penso quindi esisto” appare quindi logicamente vero. Ma con eguali ragioni potrei dire: vedo, quindi esisto, passeggio, quindi esisto, parlo, corro, mangio, quindi esisto, perché il vedere, il passeggiare, il parlare, il correre, il mangiare sono tutti momenti dell'esistere.
Non solo. Le stesse ragioni logiche che mi fanno passare dal pensare (o dal vedere, mangiare, camminare...) all'esistere valgono per il mondo esterno. Esaminiamo l'enunciato: “vedo un libro sulla tavola”. Questo enunciato può essere trasformato, senza modifiche di significato, in “un libro sulla tavola è visto da me”. A questo punto ci troviamo nella stessa situazione logica di prima, perché, esattamente come il “vedere”, l'”essere visto” è momento dell'esistere. Se penso esisto, questo enunciato è analiticamente vero perché, come osservò a suo tempo in polemica con Cartesio Gassendi, si tratta di un sillogismo camuffato: “tutto ciò che pensa esiste, io penso, quindi io esisto”. Ma se questo è vero si può dire con eguale coerenza: “tutto ciò che mangia esiste, io mangio quindi io esisto”, oppure: “tutto ciò che è mangiato esiste, una bistecca è mangiata, quindi la bistecca esiste”. La logica del procedimento cartesiano conduce alla affermazione del mondo esterno come a quella del soggetto.
E' nota la risposta di Cartesio alla obiezione di Gassendi: il “cogito” non è un sillogismo camuffato ma una affermazione basata su una immediata, indubitabile evidenza. Correttamente non si dovrebbe dire “penso
quindi esisto”, ma “penso, esisto”, forma che evidenzia il carattere immediato, non deduttivo del cogito. Se però le cose stanno così scompare la pretesa superiorità della apprensione del mio esistere rispetto a quella del mondo esterno. Perché, è vero, io ho una immediata, indubitabile percezione del mio esistere e il solo fatto che io abbia questa percezione attesta che io, in qualche modo, esisto, magari solo come uomo che sogna o cervello in una vasca, per usare il celebre esperimento mentale di John Searle. E questa immediata percezione è il presupposto di ogni discorso, di ogni pensiero, di ogni dubbio. Ma con altrettante ragioni io posso affermare di avere una immediata percezione del mondo esterno ed il semplice fatto di avere questa percezione dimostra che il mondo esterno in qualche modo esiste, magari come uomo che sogna, che in quanto tale è esterno alla mia esperienza sognata (l'esperienza è sogno da cui è escluso per definizione il sognatore) o come impulso elettrico che induce nel cervello nella vasca i pensieri e le sensazioni (l'impulso è esterno al cervello).
Comunque si affronti la questione, il cogito cartesiano ci conduce ad un dilemma: o si tratta di un sillogismo camuffato, ed allora è possibile passare dal pensare, ma non solo, all'esistere del soggetto, ma anche del mondo. O si tratta di una apprensione immediata, ma in questo caso scompare la superiorità della conoscenza del me rispetto a quella del mondo.

L'evidenza del mondo esterno è tale che nessuno seriamente ne dubita, neppure il più scettico fra i filosofi, esattamente come nessuno, neppure il più scettico dei filosofi, dubita seriamente di esistere.
Ciò che è mediato non è la percezione del mondo esterno, è il dubbio sulla sua esistenza. E' il dubbio ad essere la conseguenza di un ragionamento, di un porsi domande sul mondo, insomma, di una mediazione intellettuale. Non c'è nulla di male nel ragionare e nel porsi domande, sia ben chiaro. Ma non c'è niente di male neppure nel mettere in evidenza i limiti di certi ragionamenti, le assurdità a cui conducono certi dubbi. Ciò che voglio sostenere non è l'illiceità del dubbio, è il carattere non veritiero del suo assunto fondamentale: non è vero che l'esistenza dell'altro da noi ci sia data in maniera indiretta: ci è data direttamente, appare con evidenza ai sensi e nessuno ne dubita davvero, nessuno si comporta come se davvero l'esistenza di alberi e case, sedie ed altri esseri umani sia davvero dubbia. Ovviamente possiamo sbagliare nel giudicare ciò che si presenta ai nostri occhi. E' l'esistenza, non un certo modo di essere del mondo, ad esserci data con evidenza immediata. La terra ci appare piatta eppure è sferica, un remo nell'acqua appare storto invece è dritto... però questi stessi errori dimostrano che la terra, l'acqua e i remi esistono indipendentemente dai giudizi che noi possiamo dare si di loro, ed è questo l'essenziale.

Il mondo ci appare con immediata e realistica evidenza, tuttavia non è logicamente impossibile dubitare anche della più realistica delle evidenze. Il dubbio non è logicamente contraddittorio, non può quindi essere logicamente confutato, esattamente come non si può logicamente provare o dimostrare l'esistenza del mondo. Molti sono restii ad accettare questo fatto. Non sembra sufficiente a costoro che l'esistenza del mondo sia un dato immediato dei sensi. In questo modo resta nel mondo qualcosa di non perfettamente trasparente alla ragione, il dubbio conserva un suo angolino. Per quante evidenze e buone ragioni ci siano per credere che il mondo esista, qualcuno, volendo, può avanzare argomenti per mettere in dubbio questa convinzione, e conta poco che questi argomenti non siano per niente convincenti. Il dubbio è comunque possibile, e tanta basta per lasciare in qualcuno un sottile sentimento di fastidio. Molto spesso chi avanza con più forza argomenti scettici è tutt'altro che scettico: è il desiderio di certezze assolute ad alimentare il dubbio, molto spesso.
Chi pretende che l'esistenza del mondo sia “provata” o “dimostrata” logicamente vuole in fondo una cosa sola:
mondare il mondo dal dato. Del dato si può sempre logicamente dubitare, anche quando è un dato che ci si presenta con immediata, palmare evidenza. Il fatto che il mondo ci sia dato in maniera immediata non implica che, anche nella sua immediatezza, non possa essere oggetto di dubbio. E' comprensibile in fondo che qualcuno voglia liberarsi del dato, voglia “provare” tutto, tutto “dimostrare”. Ma il dato è inesorabilmente legato alla nostra dimensione di uomini. Il mondo è dato e le stesse leggi della logica sono date. E' dato, e in quanto tale non dimostrabile, il principio sommo della logica formale: il principio di non contraddizione. Anche se fosse possibile “dimostrare” l'esistenza del mondo in questa dimostrazione resterebbe sempre qualcosa di dato, di non dimostrabile, e si tratterebbe nientemeno che del principio della dimostrazione stessa. L'unica dimostrazione che del principio sommo della logica si può dare, lo ricordava Aristotele, consiste nel suo uso: anche chi lo nega deve usarlo per cercare di contestarne la validità. E' un tipo di “dimostrazione” molto simile a quella che si può dare dell'esistenza del mondo: chi la nega deve intanto darla per scontata anche solo per poterla negare. Il solipsista che ritiene di essere l'unico essere pensante e senziente distrugge, vorrebbe teoreticamente distruggere, il mondo e col mondo gli altri esseri umani. Però vive e si rapporta al mondo, parla e interagisce continuamente con altri esseri umani. Il suo pensiero, e le sue parole, e le sue azioni, il suo stesso dichiarato solipsismo confutano in ogni istante la sua teoria. Questa è probabilmente l'unica confutazione possibile del dubbio scettico e solipsista, e nel contempo l'unica possibile “dimostrazione” dell'esistenza del mondo. Altro tipo di dimostrazione del fatto che il mondo, e nel mondo altri esseri umani, esistano non è consentita alla nostra ragione finita. A qualcuno questo provoca fastidio, irritazione? C'è chi si sente insopportabilmente impotente per il fatto che l'esistenza di alberi e case ed altri esseri umani, e con loro della totalità dell'esistente, non possa venir logicamente fondata ed acquistare così una razionale, indiscutibile certezza? Beh, non possiamo che dolerci delle sue afflizioni.






























Note1) Aristotele, Metafisica. Laterza 1988 pag 95
2)Kant: Critica della ragion pura, Laterza 1983 pag. 473 474.
3) Roger Scruton: la filosofia moderna compendio per temi. Laterza 1998 pag. 348.
4) Ibidem pag. 349
5) Ibidem pag. 349 350.

lunedì 13 maggio 2019

PERCHE' ODIANO TANTO?

Perché sono tanto faziosi? Come è possibile che riescano ad esprimere una così formidabile capacità di odiare? Perché devono avere sempre un mostro, ieri Berlusconi, oggi Salvini, da additare quale responsabile di tutti i mali del mondo? Tanta faziosità, tanta ostentazione di odio sono, tra l'altro, controproducenti. Possibile che non lo capiscano? Zingaretti e Martina non sono particolarmente intelligenti, è vero, ma anche uno stupido queste cose riuscirebbe a capirle, loro no. Perché?
La risposta è semplice: sono comunisti. Per essere più precisi, hanno da tempo abbandonato i fini comunisti ma conservano la mentalità comunista, il che è anche peggio.
Qualcuno considera il partito comunista un partito, più o meno, simile a tutti gli altri, solo più intollerante, più estremista. Il partito comunista avrà magari una forte vocazione autoritaria ma è comunque, e si sa, parte della società e mira a governarla, anche se con metodi poco ortodossi. Chi la pensa così non ha capito nulla del comunismo, meno ancora capisce la mentalità comunista
Il partito comunista non è un normale partito autoritario, non mira semplicemente a governare autoritariamente la società, al fine di tutelare determinati strati sociali, i loro interessi, i loro valori. No, è qualcosa di completamente diverso. Il partito comunista è l'autocoscienza della storia che si esprime come auto coscienza di quella classe che ha il destino storico di traghettare il genere umano dal regno della necessità a quello della libertà: il proletariato.
Il mondo borghese è un mondo alienato, gli esseri umani che vivono in questo mondo sono poveri, esangui fantasmi, non-uomini che hanno fuori di se la propria umanità. Grazie all'azione della classe operaia e del partito che ne rappresenta l'autocoscienza questo mondo sarà distrutto, si ricomporrà ad un livello più alto la originaria unità fra uomo e natura, individuo e collettività, essenza ed esistenza umana. Dopo millenni di sfruttamento ed alienazione si concluderà il dramma terreno dell'uomo. La scissione dell'uomo con se stesso sarà superata e regnerà, per sempre, una superiore armonia.
Nella teoria e nella prassi del partito comunista si esplicita e si realizza il rovesciamento della storia, dell'uomo e della società. Non l'emancipazione umana ma la trasfigurazione dell'uomo è il fine del partito comunista, la rigenerazione integrale, la torsione a 180 gradi della sua natura. Con questa torsione la storia raggiunge il suo fine immanente, il paradiso abbandona l'al di la ed entra trionfante nel mondo terreno.

Il carattere mistico ed escatologico di una simile concezione è talmente evidente che non vale  la pena di sottolinearlo troppo. Una cosa invece val la pena di mettere in evidenza: i rapporti fra i comunisti e gli esponenti di altre forze politiche non sono in nulla assimilabili ai rapporti, più o meno pacifici, che le altre forze politiche hanno fra loro. Liberali e socialdemocratici, progressisti e conservatori, laici e cattolici, per tutti c'è posto nella concezione comunista della storia e del suo corso. Però sono loro, i comunisti, a rappresentare la autocoscienza di questo corso. La vittoria finale del comunismo rappresenta il lieto fine di un dramma di cui anche gli altri sono attori, ma attori necessariamente comprimari, inconsapevoli agenti della loro stessa, inevitabile, sconfitta. I rapporti fra i comunisti e gli altri non sono, non possono mai essere, rapporti alla pari. Si tratta, sempre, di rapporti fra l'agente dello sviluppo storico ed i suoi inconsapevoli strumenti.

Il comunista può essere anche molto “dialogante”, a volte è dispostissimo ad accordi tattici o strategici con altri partiti, mira spesso a creare ampi fronti “democratico progressisti”, ma, sempre, considera gli altri, siano essi nemici o momentanei alleati, come esponenti di forze politiche e sociali destinate a sparire, magari dopo aver subito per un certo periodo di tempo la sua egemonia.
La faziosità del comunista nasce da qui, dalla pretesa di essere radicalmente diverso dagli altri, diverso perché destinato a realizzare un ineluttabile destino storico. Ma, attenzione, l'essere il consapevole attore di un destino storico non induce nel comunista alcun senso di quietismo. Il destino si realizza nella e grazie alla volontà, le leggi immanenti alla storia trovano la loro attuazione nella cosciente pratica rivoluzionaria. Il comunista è, insieme, determinista e volontarista, la cosa non lo preoccupa perché lui, da buon marxista hegeliano, ha “superato” il principio di non contraddizione. Si sa predestinato a riscattare il mondo e lotta con tutte le forze contro chi intende rallentare, o condizionare, o impedire questo riscatto. E' un calvinista laico.
E da buon calvinista ha una formidabile capacità di odiare, oltre che di amare. Ed odia in effetti chi in qualsiasi modo si oppone alla sua azione redentrice; soprattutto odia con la massima intensità chi non dialoga con lui, chi non accetta la sua visione escatologica della storia, la sua concezione del bene come trasfigurazione dell'uomo, insomma, chi rifiuta la sua egemonia culturale oltre che la sua politica.
Il comunista rigetta con veemenza ogni forma di reciprocità con le altre forze politiche. E' ridicolo chiedergli una sincera accettazione delle regole democratiche, o il riconoscimento del pluralismo sociale e politico o il rispetto delle libertà individuali.
Il comunista pretende il massimo rispetto dagli altri ma non è disposto a rispettarli, se non a fini tattici. Una manifestazione è una grande “espressione di democrazia” se ad essa aderiscono i comunisti, diventa “eversione populista” se a guidarla sono i suoi nemici. Il comunista è pronto a definire “borghese“ la legalità, ma la invoca se il leader di un partito nemico finisce nel mirino di qualche magistrato politicizzato. Esalta la pace quando si tratta di protestare contro un intervento armato “made in USA”, ma esalta la guerra se sono i suoi compagni a condurla, vuole la libertà di stampa ma è pronto ad eliminarla se questo favorisce la sua politica, urla contro la pena di morte, ma la sua storia è un martirologio di esecuzioni, spessissimo sommarie, sempre illegali. La democrazia va bene se agevola l'azione politica dei comunisti, può essere gettata alle ortiche se la ostacola. Si potrebbe continuare, molto, molto a lungo.
Una faziosità tanto radicale non deriva da cattiva fede, scarso attaccamento all'ideale, degenerazione corruttiva. No tanta faziosità deriva precisamente dall'attaccamento all'ideale, dalla convinzione profonda di far parte della crema del genere umano, di essere superiore agli uomini “comuni”. Il comunista è tanto più fazioso quanto più è in buona fede, è tanto più feroce quanto più è onesto, in questo è sinistramente simile al suo gemello-nemico nazista. Il nazista più pericoloso era quello più in buona fede, quello meno corruttibile, intimamente convinto della superiorità della “razza ariana” e del carattere criminale del giudaismo. Alcuni fra i più grandi ed orrendi crimini della storia sono stati commessi da persone assolutamente integerrime, spesso “incorruttibili”.

Ci sono altri due aspetti della faziosità comunista che occorre chiarire, aspetti piuttosto importanti.
Il primo risiede nella concezione comunista del bene. Si sente spesso dire che i comunisti sono meno esecrabili dei nazisti perché il loro fine sarebbe stato il “bene” degli esseri umani mentre i nazisti rivendicavano con feroce coerenza il male. Non intendo affrontare un tema tanto complesso come quello del confronto fra comunismo e nazismo, mi limito ad osservare che l'etica delle intenzioni non può guidarci nella valutazione di ciò che concretamente producono certe ideologie. Se una certa ideologia mira al bene ma sempre, in tutte le situazioni, produce solo il male può darsi che ci sia in lei qualcosa di profondamente, radicalmente sbagliato, può darsi che il bene per cui questa ideologia si batte non sia poi tanto un “bene”. E siamo così al punto. Il “bene” a cui mirano i comunisti non è lo stesso “bene” a cui mirano ad, esempio, i liberali, o i socialdemocratici. Per tutti questi è “bene” che gli esseri umani godano di estese libertà civili e politiche, che esista un buon livello di benessere, che tutti, o la gran maggioranza, degli esseri umani possano realizzare alcuni almeno dei loro fini. Si tratta insomma del bene dell'uomo empirico, dell'essere limitato, dato, accidentale che vive qui ed ora nel mondo. Il comunista ride di questa concezione del bene, si tratta per lui di una concezione piccolo borghese, filistea. Il “bene“ del comunista si identifica col superamento dell'egoismo in ogni sua forma, nella fine e di quello che Rousseau chiamava l'amor proprio, del desiderio di riconoscimento, di benessere materiale. Il bene ideale del comunista si realizza nell'integrazione senza residui dell'io nel tu, del singolo nel collettivo, nella armonia totale, senza smagliature di tutti con tutti. Si tratta non di fare il bene dell'uomo che vive qui ed ora nel mondo ma di cambiare radicalmente la natura di questo piccolo, miserabile, filisteo che è l'uomo che vive qui ed ora nel mondo. Il bene comunista si realizza nella costruzione dell'uomo nuovo, non nella soddisfazione dei meschini desideri dell'uomo “vecchio”. Si tratta di un fine impossibile, impossibile nel senso letterale del termine, posto al di fuori delle possibilità umane. Però è facilissimo uccidere milioni di uomini “vecchi” per realizzarlo; è possibile farlo perché chi ha una simile concezione del bene gli uomini vecchi in fondo li disprezza. L'ometto che vuole qualche soldo in più in busta paga, che aspetta con ansia una settimana di vacanze al mare, che è preoccupato per la scarsa sicurezza del quartiere in cui vive, fa schifo all'intellettuale comunista. Se ne possono sostenere le rivendicazioni se questo è utile alla causa, lo si può spedire in un comodo campo di concentramento se invece è questo ad essere utile; lo si può fare senza batter ciglio. Un simile sotto uomo non merita molte attenzioni.

Ed infine, la cosa forse più importante. Il grande ideale è scritto nel destino della storia ma si realizza con la volontà, nella lotta, lotta dura, durissima, spietata. E nella lotta si deve odiare, odiare senza riserve il nemico. E non si odiano una classe o un sistema economico, non si odiano delle relazioni sociali. Si odiano, si possono odiare solo degli esseri umani, esattamente come si possono amare solo degli esseri umani, in carne ed ossa. La grande causa ha bisogno di grandi leader che le folle possano adorare e di nemici che le stesse possano, anzi, debbano odiare, con tutte le loro forze. Le grandi ideologie escatologiche hanno sempre bisogno di nemici.
Ed infatti il comunismo è sempre vissuto circondato da nemici, esseri demoniaci, uomini che rappresentavano il male assoluto, mostri coi quali ogni dialogo era impossibile, che dovevano solo esser distrutti, schiacciati come vermi. Il caso più enorme è quello di Trotskj. Il protagonista del colpo di mano dell'ottobre che diventa il nemico numero uno degli operai di tutto il mondo, l'insetto velenoso che da sempre ha tramato contro il partito bolscevico, colui che era complice del fascismo prima ancora che il fascismo nascesse. E oltre a Trotskj tanti altri, interni o esterni al movimento comunista, di destra o di sinistra: il “rinnegato Kautsky”, Liu Shao Chi, Saragat, Scelba, Craxi, Almirante, fino ai mostri di iri e di oggi: Berlusconi, Salvini. La lotta per il bene assoluto ha bisogno di angeli ed ha, parimenti, bisogno di demoni. Certo, a volte le cose cambiano, col mutare delle esigenze tattiche. Qualche mostro viene riabilitato, qualche altro diventa, per limitati periodi di tempo, un po' meno mostro. Saragat è stato additato per anni come “servo degli imperialisti”, poi è stato votato, anche dai comunisti, presidente della repubblica; lo stesso Berlusconi, dopo esser stato demonizzato per anni viene oggi guardato con un certo rispetto, oggi il mostro non è più lui. Ma se si guarda alla storia del movimento comunista nel suo complesso ci si accorge subito che sempre, in questa storia, è presente qualche mostro, qualche nemico del popolo contro cui manifestare il proprio furore , la propria sacrosanta indignazione.

Qualcuno potrebbe obbiettare: “Giovanni, non ti sembra di esagerare? Zingaretti che vuole rifondare l'uomo? Martina che vuole rivoltare come un calzino la società? Ma è tutta gente impelagata con Monte Paschi!
E' vero, i post comunisti di oggi hanno abbandonato le vecchie utopie, sono ben inseriti nel sistema capitalistico, amministrano banche, a volte quasi le fanno fallire, hanno buoni rapporti con nomi importanti della nomenclatura industriale e finanziaria. Insomma, non sono affatto degli incorruttibili e spietati angeli dell'ideale, piuttosto piccoli e grandi burocrati con una moralità spesso assai elastica, più di una volta coinvolti in gravi scandali.
Però, la mentalità degli esseri umani non cambia automaticamente col variare del loro stile di vita, delle loro stesse idee. Si può accettare il sistema capitalista e continuare a sentire nei suoi confronti una sottile ostilità. Ci si può, anche in buona fede, dichiarare pluralisti ma continuare a sognare la società unificata, omogenea, priva di contrasti. I valori degli attuali leader PD sono il mondialismo e l'accoglienza illimitata, il misticismo ecologico e la filosofia gender, l'europeismo marca UE e la strenua difesa dei famosi “parametri”. Tutte cose che col comunismo hanno decisamente poco a che vedere. Tutto vero, ma qui non si tratta del
merito dei valori e degli obiettivi oggi difesi dalla sinistra, ma della loro forma. E questa è oggi, più o meno la stessa di ieri. La società integrata, multicolore, caratterizzata da una illimitata mobilità, priva di sessi e di ruoli sessuali è considerata oggi un valore assoluto esattamente come erano fino a ieri valori assoluti la pianificazione centralizzata di tutta l'economia e la difesa sempre e comunque della “patria del socialismo”. E l'incondizionata fedeltà che oggi il PD giura alla UE ricorda abbastanza da vicino la vecchia fedeltà al “campo socialista”. La sinistra proprio non riesce a considerare le idee, gli interessi, i valori che difende come qualcosa di non assoluto, come normali idee, interessi, valori che devono convivere con altri, anch'essi pienamente legittimi, in una società pluralista. Chi non accetta la loro visione del mondo è, sempre, un essere abbietto, un nemico del progresso, della pace, della democrazia, qualcuno da espellere dalla contesa politica , non da battere politicamente. In questo un Martina ed uno Zingaretti restano, nella forma mentis, comunisti, come erano comunisti Longo o Togliatti.

Al momento del suo crollo l'impero comunista era tutto meno che il regno dell'ideale incontaminato, era divorato da una corruzione generalizzata, distruttiva. Però i vecchi modi di pensare e sentire restavano, ben saldi, convivevano con una realtà gretta, miserabile. E nessuno fra i vecchi modi di pensare e sentire è tanto saldo, duro a morire quanto la faziosità, la convinzione di essere comunque superiori agli altri. Tanto più l'ideale viene contraddetto dalla prassi tanto più si fa forte questa convinzione, tanto più feroce diventa, a volte, questa faziosità. Si tratta di un'arma difensiva, in fondo, qualcosa che tiene lontane le insidie del mondo e permette al post comunista di non rimettere in discussione la sua storia, i suoi valori, di far convivere la sua grigia prassi presente con i nobili e mai rinnegati ideali di ieri.

Fino a quando i post comunisti non diventeranno ex comunisti, fino a quando cioè non sottoporranno ad un esame spietato la loro vecchia ideologia, fino a quando continueranno a voler far convivere passato e presente, idealità e grigia prassi quotidiana, fino a quel momento resteranno, sempre, degli insopportabili faziosi. Divorati dall'odio.






















mercoledì 10 aprile 2019

UN ORRORE ORWELLIANO

Risultati immagini per foto del papa coi migranti ed uno striscione



Lo scorso 6 aprile Papa Francesco ha festeggiato i 150 anni di vita del collegio arcivescovile San Carlo di Milano. In quella occasione ha detto a studenti e docenti cose di cui sarebbe sbagliato sottovalutare la gravità. Val la pena di esaminarle e commentarle in dettaglio.

“I migranti siamo noi”, così ha esordito il papa, “Gesù è stato migrante”.
Probabilmente quando definisce “migrante” Gesù il papa si riferisce alla fuga in Egitto: sarebbe infatti eccessivo anche per lui definire “migrazioneil viaggio di Maria e Giuseppe a Betlemme, fatto per ottemperare ad un decreto imperiale sul censimento delle popolazioni ebraiche. Anche la fuga in Egitto, di cui parla solo il vangelo di Matteo, serve poco comunque al fine di far passare per “migrante” Gesù Cristo. Quella fuga, ammesso ci sia stata, fu un breve trasferimento in un paese vicino messo in atto al fine di sfuggire ad un pericolo gravissimo. Passato il pericolo la sacra famiglia fece ritorno in tutta fretta a casa sua e li restò. Tutta la predicazione di Gesù si svolse nelle terre patria del popolo ebraico. Mai il Messia si recò in Egitto, né cercò di recarsi in Grecia o a Roma. Definirlo “migrante” è, come minimo, esagerato.
Ma questi in fondo sono dettagli. Valenza ben più importante hanno le cose che il papa dice subito dopo la sua introduzione.
“Dobbiamo ringraziare Dio perché il dialogo tra persone, culture, etnie è una ricchezza.
A chi obietta che i tuoi figli non cresceranno puri, dico che la purezza è come l’acqua distillata, non ha sapore, l’acqua della vita è la multiculturalità”.
Le culture “pure” sono come l'acqua distillata, insapori, vuote. C'è da restare allibiti. A cosa si riferisce papa Francesco quando definisce “acqua distillata” le culture “pure”? Forse la nostra cultura, la cultura occidentale, è una sorta di “acqua distillata”? Una civiltà che ha prodotto Platone ed Aristotele, Kant e Newton, Dante e Shakespeare, Galileo ed Einstein, Leonardo e Michelangelo, Mozart e Beethoven e moltissimi altri simili giganti è riducibile ad “acqua distillata”? O Francesco ritiene che Aristotele, Dante o Bach siano il risultato del dialogo fra Europa ed Africa sub sahariana?
Per papa Francesco ha valore solo la “multiculturalità”. La purezza culturale è “acqua distillata”, solo dalla mistura fra culture diverse nascerebbe l'acqua della vita. Che le culture possano mischiarsi è un'ovvia verità, come lo è che da questa mistura possano nascere (anche) cose buone. Ma la contrapposizione fra culture pure ed insapori e culture miste, vive e vitali, non solo è storicamente infondata, è' anche logicamente contraddittoria. Qualsiasi multuculturalità infatti altro non è che una mescolanza di culture pure. Ora, se queste sono “acqua distillata” anche il loro amalgama multiculturale sarà tale. Mischiando acqua con acqua non si ottiene vino, solo altra acqua. La multiculturalità è invece per Francesco una sorta di miracolo in grado di trasformare l'acqua in vino. Ma pare che un simile miracolo sia riuscito solo a Nostro Signore.
Ma, lasciamo perdere. Non approfondiamo troppo l'equiparazione papale fra la cultura “pura” e l'acqua distillata. Ammettiamo che quel riferimento “acquatico” sia stato solo un eccesso polemico e che il santo padre conceda una valenza positiva anche alle povere culture pure. Resta il fatto che per lui qualsiasi giustapposizione culturale, qualsiasi accostamento eclettico di diversità ha un grande valore positivo. E qui, di nuovo, papa Francesco incappa in un grossolano errore di logica. Cade in quella che si chiama la
fallacia della composizione che consiste nell'attribuire al tutto le stesse qualità delle parti.
"La marmellata è buona, il pesce fritto è buono,
quindi una frittura di pesce condita con marmellata è buona". Non occorre un genio della logica per capire che quel “quindi” è completamente fuori posto e che la deduzione è del tutto errata. Quando si tratta di culture però moltissimi fanno deduzioni ancora più ridicole. "Una cattedrale gotica è bella, un tempio buddista è bello, quindi una piazza in cui sorgano una cattedrale gotica ed un tempio buddista è bella". Di nuovo, il “quindi” è leggermente fuori posto.
Negli esempi mi sono limitato a mettere insieme cose buone o belle. Per il papa la fallacia della composizione va addirittura oltre: per lui il tutto è positivo anche se alcune delle sue parti non lo sono affatto. Una società in cui coesistano diritti delle donne e burka, laicità e teocrazia, libero pensiero e carcere (o peggio) per gli apostati è di certo una società molto mista, molto “multiculturale”; non assomiglia in niente alla detestabile acqua distillata delle culture “pure”. Però pochi la considererebbero una buona società, credo.

Ovviamente il dialogo fra culture e civiltà è non solo possibile ma anche desiderabile. Ma due o più culture o civiltà possono dialogare, e nel dialogo arricchirsi a vicenda, se ognuna è
quello che è. Per dialogare occorre avere una identità, cose da dire, valori da difendere. E nel dialogo si può cambiare, certo, ma, a parte il fatto che possono cambiare tutti gli interlocutori e non solo uno di loro, a parte questo, cambiando ognuno resta se stesso. La vita di ognuno di noi è un costante cambiamento, ma cambiando ognuno di noi non si trasforma in una miscela indeterminata, in una giustapposizione di idee, sentimenti, aspirazioni priva di un centro unificante. La civiltà occidentale non è oggi quello che era duemila o più anni fa. Eppure non facciamo nessuna difficoltà a collocare entro la stessa civiltà  pensatori come Aristotele e Kant, pittori come Raffaello e Gauguin o musicisti come Bach e Beethoven. La grande cultura cinese è stata in grado di assorbire quanto di universale esiste nella cultura occidentale, ma questo non ha distrutto per i cinesi la continuità con le loro tradizioni. Culture e civiltà possono dialogare perché ogni grande cultura da un lato è legata a delle particolarità, ad una storia, a linguaggi, tradizioni, dall'altro le trascende, assume un afflato universale. Culture e civiltà non sono né acqua distillata né misture: sono identità capaci di confronto, capaci di confronto proprio perché identità.
Se culture e civiltà sono identità capaci di confronto è fin troppo chiaro che la politica dei “ponti e non muri” è pericolosa oltre che sbagliata.
Il cuore è aperto per accogliere tutti. Se io ho il cuore razzista devo capire il perché e convertirmi” ha affermato il papa nel discorso di cui stiamo parlando. Ma accogliere tutti vuol dire inevitabilmente perdere la propria identità. Se io accolgo tutti i casi sono tre: o i “tutti” che accolgo diventano più o meno come me, o io come loro o insieme formiamo una mistura indeterminata in cui nessuno è più quello che è. In ogni caso la identità originaria è persa ed il dialogo diventa impossibile. Si, impossibile, perché io non posso dialogare con Tizio se sono diventato come lui o lui come me o se entrambi siamo diventati Sempronio. Il dialogo non esiste senza identità.
E qui si parla solo una molto ipotetica ed astratta situazione ottimale: quella in cui l'accogliere tutti si riferisce a dei “tutti” desiderosi in qualche modo di integrarsi, cosa che ben difficilmente può essere detta di coloro che papa Francesco sembra amare più di ogni altra cosa al mondo: gli islamici. Di fatto la illimitata accoglienza non da vita ad alcuna integrazione. Non può farlo perché si possono integrare i singoli ed i gruppi, non interi popoli o frazioni consistenti degli stessi. Fuori dalle ipotesi di comodo, nel mondo reale, il multiculturalismo che il papa non fa che invocare disaggrega il corpo sociale lungo linee etnico tribali. La società si frantuma, diventa un insieme di tribù non unite da nulla, che nella migliore delle ipotesi si ignorano, nella peggiore scendono in guerra l'una contro l'altra armate.

E' sotto gli occhi di tutti un fatto inoppugnabile: processi disordinati ed illegali di immigrazione portano a gravi situazioni di degrado. E' sempre stato così ed oggi lo è particolarmente. Ma anche questo fatto incontestabile, che anche un sostenitore di ampi flussi migratori potrebbe riconoscere, non è ammesso da papa Francesco:
“Qualcuno potrebbe dire che sono delinquenti. Ma anche noi ne abbiamo tanti. La mafia non è stata inventata dai nigeriani, La mafia è, diciamo, un "valore" nazionale. È nostra, italiana”.

Questo, proprio questo
ha affermato il Vescovo di Roma. Certo, in Italia esistono una delinquenza ed una mafia italiane, esattamente come esistono una mafia cinese in Cina o una mafia russa in Russia. Il problema non è ovviamente decidere se gli italiani siano o meno più bravi degli stranieri, ma di stabilire se una politica di accoglienza massiccia, indiscriminata e priva di regole contribuisca o meno a creare situazioni sociali in cui la delinquenza e le mafie possono più facilmente prosperare. Il papa sembra pensare che, visto che esiste la mafia italiana, non dobbiamo preoccuparci se ad essa si affianca la mafia nigeriana. Il fatto che circolino in Italia decine, forse centinaia di migliaia di persone prive di documenti, di cui spesso non si conosce nulla, neppure il nome o la data di nascita o il paese di provenienza non dovrebbe costituire motivo di preoccupazione alcuna.
“I migranti sono coloro che ci portano ricchezze.
Sempre.” esclama, ed aggiunge: “anche l’Europa è stata fatta da migranti”
I migranti ci arricchiscono,
sempre, punto e basta. Sarebbe commovente tanta illimitata fiducia se non fosse preoccupante. Quanto all'Europa “fatta dai migranti”... c'è solo da aggiungere che se i vari stati europei si sono formati anche in seguito a migrazioni di popoli....europei, queste migrazioni sono state molto spesso fenomeni tragici e sanguinosi (altro che arricchimento sempre e comunque!) ed hanno dato vita a diversi stati, abitati da diversi popoli, ognuno con la propria identità. Nulla di simile ad una qualche forma di universale meticciato o di generalizzata mistura “multiculturalista”.

Da oltre venti anni il terrorismo islamico non fa che crescere. Colpisce ovunque nel mondo, è in guerra con l'occidente. Ed a questa guerra si affiancano sempre nuovi conflitti interislamici. In questo quadro ha assunto dimensioni mostruose la persecuzione contro i cristiani. Un orribile fenomeno che provoca tutti i giorni migliaia di vittime e su cui i media hanno steso una cortina di vergognoso silenzio. Sarebbe normale che il capo della Chiesa cattolica dicesse parole chiare su una simile tragedia. Ma così non è. Ogni tanto il papa denuncia i massacri di cristiani, ma si guarda bene dal denunciare i loro autori. Piange le vittime, ma non dice nulla sui carnefici. Non dice
CHI sono i massacratori. Un po' come se ieri qualcuno avesse condannato il genocidio degli ebrei senza mai pronunciare la parola “nazismo” o avesse denunciato l'eliminazione dei kulak in quanto classe senza mai pronunciare il nome "Stalin".
Nel discorso di cui stiamo parlando papa Francesco riesce addirittura ad andare oltre a tanta reticenza. Infatti, afferma che “Se ci sono le guerre nel mondo è perché qualcuno vende le armi per ammazzare i bambini, per ammazzare la gente.
Siamo noi a fare le differenze, sono la ricca Europa e l’America a vendere le armi”. La colpa insomma è, ancora una volta, solo nostra.
A parte il fatto che stati come l'Iran o il Pakistan le armi (anche atomiche) se le costruiscono da soli o vorrebbero farlo, con la benedizione dei “pacifisti”, a parte il fatto che la vendita di armi ai terroristi è ovviamente vietata in occidente, a parte tutto questo, è incredibile che le responsabilità di guerre e terrorismo vengano addebitate principalmente non a chi le armi le compra e le usa, ma a chi le costruisce e le vende. Certo, è criminoso vendere armi, ad esempio, all'Iran, ma questo non può farci scordare che sono gli iraniani a minacciare di distruzione Israele. Se i terroristi islamici sgozzano gente innocente sono loro gli assassini, non i costruttori di coltelli. Vendere armi all'Isis o ad Hammas è criminale perché l'Isis ed Hammas sono delle organizzazioni terroristiche e criminali. Per il papa invece l'esistenza di occidentali venditori di armi ai terroristi islamici elimina il terrorismo dalla scena mondiale. ISIS, Boko Aram, Al Qaeda, Hammas, Fratelli Musulmani, Hezbhollah, Talebani e tantissimi altri gruppi terroristici scompaiono. E con loro scompaiono gli uomini bomba, gli attentati, gli sgozzamenti. Scompaiono i cristiani massacrati, le chiese bruciate, tutto insomma. Restano solo i cattivoni occidentali che le armi le fabbricano. Si chiederà mai il santo padre come mai la Svizzera o la Finlandia non sono in guerra con nessuno malgrado che nel mondo ci siano tanti costruttori e venditori di armi? Perché mai cattolici, protestanti e buddisti non sgozzano nessuno anche se il mondo brulica di coltelli? Perché mai sono quasi sempre certi stati ed i seguaci di una certa religione a
comprarle, le armi?
Papa Francesco detesta l'occidente, questo è il punto. La sua critica ai mercanti di armi non è rivolta ad alcuni aspetti patologici della nostra società, a gruppi criminali che si arricchiscono trafficando coi terroristi. No, la sua è una condanna della civiltà occidentale, dell'economia di mercato e della democrazia liberale in quanto tali.
“Il fatto che vi siano persone che vivono in povertà? I bambini affamati? Le differenze tra la gente? Non è Dio a volerlo, ma
le fa anche questo sistema economico ingiusto dove ogni giorno ci sono più o meno ricchi con tanti soldi e tanti poveri senza nulla. Siamo noi con questo sistema economico ingiusto a fare la differenza, a fare che i bambini siano affamati”.
La colpa di tutti i mali del mondo è di una società che produce miseria, arricchisce i ricchi ed impoverisce i poveri. Questo il centro del pensiero del pontefice.
Certo, quella occidentale è ben lungi dall'essere una società perfetta, del resto non esistono società perfette, almeno in questo mondo. Ma è di certo una società che ha garantito a vaste masse umane un livello di benessere prima sconosciuto ed ha, insieme, assicurato a tutti il godimento dei fondamentali diritti civili e politici. I paesi economicamente arretrati hanno iniziato ad uscire da una povertà abbruttente quando hanno adottato almeno alcune delle istituzioni occidentali. E' la via seguita ieri dal Giappone ed oggi, con ritardi, passi indietro, errori e contraddizioni, dalla Cina, dall'India, dal Brasile, dal Cile. Paesi molto poveri, in certi casi poverissimi fino a ieri ed oggi avviati a diventare (o già diventati) grandi potenze economiche, piene di problemi certo, ma non più oppresse da una miseria generalizzata.
Certo, nella storia dell'occidente ci sono molte cose vergognose. Ma queste non sono, contrariamente a quanto sembra pensare papa Francesco, nostro monopolio. Guerre di rapina, imperialismi, schiavismo sono caratteristiche di tutte le civiltà. E' invece, sembra, nostro monopolio la critica di queste brutture e la lotta per eliminarle. Lo schiavismo non è di certo monopolio dell'occidente, lo è invece il movimento antischiavista. Il potere assoluto di re ed imperatori è comune a tutte le culture e le società. E' invece occidentale la scoperta, o l'invenzione, dei diritti umani, del garantismo, della democrazia politica. La sottomissione della donna è esistita in Inghilterra come nel mondo arabo. Ma è solo in quest'ultimo che
oggi le adultere vengono imprigionate, frustate o addirittura lapidate.
Soprattutto, il papa dovrebbe riflettere sull'esito dei tentativi di sostituire alla orribile società di mercato ed alla democrazia liberale altre forme, più “giuste” ed “avanzate”, di organizzazione sociale. Miseria generalizzata con la comparsa di carestie devastanti, in certi casi del cannibalismo, organizzazione totalitaria della società, potere assoluto del partito al potere e del suo leader, distruzione delle libertà politiche e religiose: questi gli esiti delle rivoluzioni “proletarie” dello scorso secolo. Alle
decine di milioni di vittime di quegli esperimenti sventurati il papa non dedica mai una parola.

Nel discorso di cui stiamo parlando papa Francesco si è reso probabilmente conto di essersi spinto un po' troppo oltre nelle sue considerazioni, infatti, subito dopo la filippica sulle ingiustizie della civiltà occidentale ha aggiunto:
“Qualcuno potrebbe dire che non sapeva che il Papa è un comunista. No, risponderei, questo ce lo ha insegnato Gesù ed è su questo che saremo giudicati”.
Non accusatemi di essere comunista, esclama il santo padre. Non lo sono. Le cose che dico le ha dette prima di me Gesù.
Non sono affatto un esperto di teologia, ma non mi sembra che Gesù abbia mai detto qualcosa di simile. Gesù
NON è mai stato un rivoluzionario, o un riformatore del mondo e neppure un politico. Gesù è figlio di Dio, meglio, è insieme, vero Dio e vero uomo, è Dio che si incarna per mondare l'uomo dal peccato originale che rende impossibile la riconciliazione fra creatore e creatura. La salvezza di cui parla Gesù non è di questo mondo; quando Gesù dice che gli ultimi saranno i primi non si riferisce alla terra ma al cielo. Gesù non avanza proposte di riforma terrena, dice chiaramente di “dare a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”. Ne lui né i primi cristiani proposero mai la abolizione dello schiavismo né cercarono di ribellarsi al dominio di Roma. La chiesa cristiana al contrario, superate le persecuzioni, si alleò col potere temporale e il cristianesimo divenne la religione ufficiale dell'impero romano.
Ad un non credente o ad un agnostico tutto questo può non piacere; un cristiano impegnato in politica può affiancare alla fede l'impegno per migliorare le cose del mondo, tutto perfettamente lecito, anche condivisibile. Ciò che invece non è né lecito né condivisibile, e forse neppure cristiano, è il tentativo di trasformare Cristo in ciò che non è mai stato.
Concludendo, val la pena di ripeterlo: Papa Francesco non ama l' occidente. Non lo ama non perché in esso esistano ancora sacche di povertà, ma, al contrario, per la sua opulenza, il benessere in esso diffuso. Non critica l'occidente per le sue carenze, perché in occidente le libertà personali e la democrazia liberale non sono ancora compiutamente realizzate. Lo critica proprio perché è una civiltà che si basa sui diritti personali e la democrazia liberale. La civiltà occidentale è troppo prospera, troppo individualista, consumista, troppo laica per piacere al Papa. L'attuale pontefice considera un valore la povertà ed un disvalore la ricchezza, detesta il consumismo, preferisce vincoli comunitari anche opprimenti alle libertà personali. Si sente a casa sua, lo ha ripetuto infinite volte, nelle baraccopoli . Ha un atteggiamento di rigetto nei confronti dell'arte e della grande musica. Come può non detestare l'occidente? Ed infatti
lo detesta.
Ed ama l'Islam perché, con tutti i suoi errori ed eccessi, l'Islam è una alternativa all'occidente, l'unica che abbia oggi l'estensione e la forza per mettere in crisi la nostra civiltà. E nulla è in grado di cambiare, meglio, travolgere i valori chiave su cui questa si regge quanto l'ondata migratoria attualmente in atto.
E' bene dirlo con chiarezza: nessuna persona seria è contraria alla immigrazione in quanto tale. Nessuno sogna società chiuse a riccio, la distruzione dei ponti. Ma una cosa sono processi di immigrazione ed emigrazione regolamentati da leggi, graduali, controllati. Cosa completamente diversa l'apertura incontrollata ed indiscriminata delle frontiere, la pretesa folle di accogliere tutti. Una cosa è una società che si modifica in seguito agli scambi culturali e commerciali, ai viaggi ed al al turismo, ai matrimoni misti, cosa del tutto diversa una società che viene travolta da ondate migratorie che deve solo subire. Una cosa sono i ponti che affiancano i muri, cosa del tutto diversa l'abbattimento di ogni muro.
Gli stati, le nazioni, le culture, le civiltà esistono. La loro sparizione non arricchirebbe nessuno, impoverirebbe tutti. Il che non vuol dire, ovviamente, che non sia fortemente auspicabile la sparizione di quegli aspetti di certe culture, quella islamica in primis, che sono incompatibili con la universale dignità degli esseri umani.
E' molto significativo una slogan che papa Francesco ama: “
non esistono stranieri”. Sembra molto bello, dolce, accogliente. E' al contrario il sunto di una distopia. Esistono gli stranieri perché esistono le identità. Gli stranieri sono gli altri, e gli altri esistono perché esistono gli IO. Esistono i loro perché esistiamo noi. Un mondo senza stranieri è un mondo senza altri, senza tu, senza loro. Per questo è un mondo senza io e senza noi. Un orrore orwelliano.