sabato 9 agosto 2014

CONTRO IL RELATIVISMO



Il relativismo è senza dubbio una delle filosofie oggi più di moda, soprattutto, ma non solo, nella forma di relativismo culturale. Cosa sia il relativismo culturale è presto detto. Secondo questa concezione non esistono norme razionali né valori morali validi per tutti gli esseri umani. Al contrario morale e razionalità valgono solo all’interno di determinati contesti culturali. Pretendere ad esempio che la razionalità scientifica così come è nata e si è sviluppata in occidente possa valere anche in contesti culturali non occidentali è una pericolosa forma di imperialismo. Ancora di più lo è la “pretesa” che concetti come libertà individuale, democrazia, diritti umani possano valere in tutte le culture. Dal fatto che razionalità e valori sono interni ai contesti culturali e validi solo in questi discende che ogni confronto fra culture è impossibile e a maggior ragione lo è stabilire qualsiasi tipo di gerarchia fra culture. Affermare che la tal cultura è, sotto certi aspetti, superiore alla tal altra è, di nuovo, una pericolosissima forma di imperialismo: le culture sono “diverse” fra loro ma nessuna cultura può essere considerata “superiore” a un’altra.
Le conseguenze pratiche di queste concezioni sono sotto gli occhi di tutti. Se un marito milanese picchia la moglie di Lodi tutti insorgono di fronte a tanta brutalità. Le femministe saranno naturalmente in prima linea nel reclamare la severa punizione del bruto. Ma se a picchiare la moglie è un marito islamico, se oltre a picchiarla questi le impedisce di uscire, di mostrare il volto, se la costringe a vivere con le altre tre o quattro mogli che compongono il suo harem allora si assiste al più imbarazzato dei silenzi, l’ardore delle femministe si dissolve, se qualcuno osa bollare come “barbarico” un tale comportamento è additato al pubblico disprezzo come “razzista”; può succedere, come è accaduto alla compianta Oriana Fallaci, di vedersi incriminare per “oltraggio alla religione islamica”.
Il linguaggio segue una simile sorte. Occhiuti censori vigilano per espurgare dal vocabolario tutti i termini che contrastino in qualche modo la dittatura culturale del “politicamente corretto”. Parole come “Superiore” o “inferiore” sono praticamente vietate, se riferite alle società umane. Non si può mai parlare di “usanze barbare” se ci riferisce a civiltà non occidentali, chi assimilasse alla “superstizione” le medicine primitive sarebbe bollato di “imperialismo culturale”, lo stesso uso del termine “primitivo” è alquanto sospetto. Naturalmente se ci si riferisce invece alla civiltà ed alla cultura occidentali le cose cambiano. Il massacro degli indiani d’America può tranquillamente esser definito come tale (magari aumentando il numero dei massacrati che secondo alcuni giornalisti televisivi ammonterebbero a milioni, cifra irrealistica se si tiene conto che il nord America agli inizi della colonizzazione era abitato da non più di 4/500.000 nativi…), i crociati erano “crudeli conquistatori” (e gli islamici che misero a ferro e fuoco mezza Europa?) e così via. Già nell’uso che ne fanno i suoi sostenitori il relativismo inizia a mostrare le sue aporie: vorrebbe che tutte le culture fossero “uguali” ma si vede subito che alcune sono “meno uguali” di altre. Pretende di essere una concezione anti-autoritaria ma stabilisce regole e divieti; i relativisti strillano contro “l’imperialismo culturale” ma fanno della loro dottrina una nuova forma di imperialismo culturale, proprio mentre chiedono tolleranza i relativisti si dimostrano arroganti ed intolleranti.

Naturalmente il relativismo culturale contiene alcuni importanti elementi di verità. E’ innegabile che le concezioni morali varino da cultura a cultura e da una epoca storica all’altra. Le stesse norme razionali non sono esattamente le stesse in civiltà diverse così come in differenti civiltà ed epoche storiche cambia la concezione stessa di ciò che è la razionalità. Se il relativismo si limitasse ad evidenziare e valorizzare questi innegabili fattori di diversità sarebbe una dottrina del tutto accettabile. Ma così non è. Il relativismo non si limita a sottolineare il carattere culturalmente condizionato di norme e valori, nega che esistano valori e norme universali, validi, almeno potenzialmente, per tutti gli esseri umani in quanto esseri umani. Per un relativista ad esempio la libertà non è un valore universalmente valido che alcune civiltà possono tutelare, altre interpretare secondo propri parametri, altre ancora rifiutare. No, per il relativista il fatto che alcune civiltà rigettino il concetto stesso di libertà dimostra che tale concetto è del tutto privo di interesse per gli esseri umani che fanno parte di quelle civiltà. Se un occidentale deve subire un arresto arbitrario è legittimo protestare, se lo subisce un iraniano la protesta è priva di senso perché nella civiltà islamica la libertà individuale non avrebbe valore. E se gli esseri umani cge vivono in quella civiltà protestano per gli arresti arbitrari? Se si dichiarano innocenti e chiedono che la loro colpevolezza venga dimostrata in un pubblico processo? Se reclamano garanzie giuridiche? Se, insomma, chiedono a gran voce cose che sono nate in occidente, ma non solo, e fanno parte a pieno titolo della civiltà occidentale? Che dire delle loro proteste? Esse sono legittime o dimostrano solo che questi esseri umani si sono fatti fuorviare dall’imperialismo culturale dell’occidente? Ma, se norme e valori valgono solo all’interno di una certa cultura come può una norma che è parte di questa cultura “fuorviare” un essere umano nato e vissuto in un contesto culturale del tutto diverso? Non sarà che il fatto di essere un uomo, genericamente un uomo, è più importante del fatto di essere “occidentale” o “mussulmano” ?
Questo in effetti è il punto centrale. Per i relativisti culturali la cultura (o la civiltà) vengono prima degli esseri umani, non esistono individui, persone, esistono membri di determinate civiltà. Un islamico è islamico ben prima di essere uomo. Costoro sono pronti ad indignarsi per le violazioni della libertà... se si tratta della libertà delle culture. Il filosofo Massimo Fini lo ha detto con molta chiarezza. Allontanare dal potere lo sceicco Omar in Afganistan ed indire in quel paese libere elezioni è stato un atto oppressivo e imperialista nei confronti della cultura islamica. Omar rappresenta la tradizione, la cultura dell’Afganistan, le libere elezioni non sono altro che una imposizione al popolo afgano di usi e costumi occidentali. Per Fini è del tutto ininfluente stabilire se gli afgani siano o non siano stati lieti di partecipare alle elezioni. Per lui non esistono gli afgani o gli iracheni, esistono le “culture”, le “civiltà” considerate alla stregua di super- persone metafisiche che vengono prima, molto prima, degli esseri umani in carne ed ossa. Per Fini non sono gli uomini a fare le civiltà e le culture, sono queste a fare quelli e a farli integralmente. L’uomo cessa di essere condizionato dall’ambiente culturale in cui vive per risolversi integralmente in esso.
Naturalmente, poiché culture e civiltà non esistono come super-persone metafisiche il compito di dar voce a queste entità misteriose spetta a certi super-individui. Lo sceicco Omar “rappresenta” la cultura Afgana, allo stesso modo in cui Hitler “rappresentava” la nazione tedesca o Stalin il “proletariato mondiale”. Che il signor Alì, afgano, o il signor Strauss, tedesco, o il signor Rossi, operaio metalmeccanico, non si riconoscano in Omar, Hitler o Stalin è del tutto privo di importanza per filosofi “a la” Fini. La negazione del valore degli individui va di pari passo con la attribuzione di un super valore ai super-individui.

Il relativismo culturale è del tutto legittimo se inteso nel senso “debole” di condizionamento che le culture esercitano sulla vita ed il pensiero degli esseri umani. Inteso in senso “forte” come riduzione dell’uomo al contesto socio-culturale il relativismo è invece palesemente assurdo e auto-contraddittorio.
Accettiamo per un attimo l’ipotesi che la razionalità sia un fatto culturale che vale solo in un certo contesto. Non esistono norme razionali valide universalmente, esistono norme che valgono per la cultura occidentale, altre per quella “islamica” e così via. Se questo fosse vero avrebbe senso parlare di “altre culture”? No, ovviamente. Il significato stesso del termine “altra” e del termine “cultura” sarebbe interno ad una certa cultura e solo all'interno di questa avrebbe senso parlare di culture "altre". Mai nessun discorso sull'altro potrebbe rimandarci qualcosa di realmente esterno al contesto in cui si svolge il discorso. Per i relativisti non esiste nulla di esterno al contesto ma proprio questo distrugge radicalmente ogni riferimento a contesti diversi. Io posso dire che la civiltà A è diversa dalla civiltà B solo se dispongo di norme razionali universali che mi permettano di esaminare le caratteristiche di A e B, confrontarle, giudicarle diverse. Se queste norme valgono solo in A o in B ogni dichiarazione di diversità fra B ed A è illusoria.
L’impossibilità di uscire dal contesto è un leit-motif dei relativisti ma proprio questo rende del tutto privo di senso un altro dei punti forti del loro discorso: il richiamo costante al valore dell’”altro”. Ben lungi dal valorizzare “l’altro” il relativismo lo distrugge, ben lungi dall’agevolare il dialogo fra culture il relativismo riduce le varie culture a monadi incomunicabili. Se questo non appare è solo perché il relativismo non è coerente con le sue premesse. Accade ai relativisti ciò che accade ai critici del principio di non contraddizione. Chi critica tale principio lo usa mentre lo critica, allo stesso modo i relativisti usano norme razionali universali per poter parlare della riduzione di tutta la razionalità ai diversi contesti culturali.

Il relativismo culturale non è ovviamente la sola forma di relativismo. I relativismi sono potenzialmente infiniti. A cosa un certo valore, una certa norma ecc. devono essere relativi? Al contesto culturale, o alla civiltà cui gli individui appartengono dicono alcuni, ma perché proprio a quelli? Se il relativismo vale quando si esaminano e si confrontano diverse civiltà o diversi contesti culturali, perché non dovrebbe valere quando ad essere esamiati e confrontati sono sono usi e costumi, idee e valori interni ad una certa civiltà, o ad un certo contesto culturale? Esiste un relativismo linguistico, per cui tutto vale solo all’interno di un certo linguaggio. Non esiste una realtà empirica cui il linguaggio si riferisce, la realtà è interna al linguaggio, alle sue norme semantiche e sintattiche (ma un linguaggio non è esso stesso una realtà empirica? E non si riferisce a tale realtà la frase “tutto è interno al linguaggio”?). Per Nietzsche “non esistono fatti ma solo interpretazioni” (ma questo è un fatto o una interpretazione?). Le femministe hanno contestato i valori umani per sostituirli con valori “maschili” o “femminili”, i marxisti sono invece teorici del relativismo socio economico. Parlano di morale “borghese” o “proletaria”, a suo tempo qualcuno di loro parlò anche di “scienza proletaria”, “arte proletaria” da contrapporre alle decadenti scienza ed arte “borghesi” e così via... l’elenco può allungarsi all’infinito. Il più serio di tutti resta il vecchio Protagora secondo cui “l’uomo è la misura di tutte le cose”. In effetti perché ciò a cui una norma o un valore vanno relativizzati deve essere una misteriosa entità metafisica, la civiltà, la donna, il proletariato? Se A è relativo a qualcosa nessun “qualcosa” è più reale, concreto dell’uomo, ma non l’uomo astratto, metafisico, no, l’uomo concreto, quel certo uomo: Mario, Luigi, Giacomo. Per Mario lo zucchero è dolce, ma a Luigi, che è malato, esso appare amaro. Giacomo ride di una barzelletta, ma Paolo, che ha un diverso senso dell'humor, resta del tutto indifferente ad essa. Non la “civiltà”, il “linguaggio”, il “proletariato” ma il singolo essere umano è ciò a cui tutto è relativo. La distruzione dell’universalismo è così finalmente completa, la conoscenza non esiste, tutto è frammentato fra tanti singoli privi di ogni contatto fra loro.
Protagora è molto più serio dei suoi emuli successivi e Platone lo prende in effetti molto sul serio. Nel “Teeteto” Il Socrate platonico immagina di chiedere al relativista Protagora cosa ne pensa di ciò che affermano numerosissime persone secondo cui la verità esiste. Costoro hanno torto o ragione? Se Protagora afferma che hanno ragione contraddice ovviamente la sua dottrina, se dice che hanno torto riconosce che esiste un criterio intersoggettivo di verità che permette di distinguere il torto dalla ragione e la sua dottrina viene così egualmente contraddetta. Se tutto è relativo è relativo anche il relativismo: la conclusione platonica vale contro Protagora come contro tutte le successive forme di relativismo. Chi sostiene la “verità” del relativismo si contraddice da solo, oggi come 2500 anni fa.
Naturalmente un relativista non si lascerà impressionare da questi ragionamenti. Per lui si tratta solo di “dogmatismo”. L’argomentazione platonica vale per il Socrate platonico, non per il relativista Protagora. Per il Socrate platonico la dimostrazione razionale della fallacia del relativismo è valida, per Protagora no... tutto qui. Il relativista può usare la ragione, quando gli aggrada ma può smettere di usarla quando gli aggrada non usarla, esattamente come il critico del principio di non contraddizione si arroga il diritto di usare tale principio quando il suo uso gli fa comodo. Come l’irrazionalista il relativista ha sempre ragione, gli basta dire: ”per me è così”. Una dottrina che dice di basarsi sulla tolleranza, sul “rispetto dell’altro” dimostra ancora una volta di avere nella forza il suo unico fondamento.

Il relativista non nega valore universale solo alle norme razionali. Oggetto del suo nichilismo sono anche, e soprattutto, i valori morali.
Ogni cultura ha i suoi criteri per valutare di ciò che è bene o male afferma il relativista e fin qui può vantare alcune solide ragioni. Partito da questa premessa in parte condivisibile il relativista salta a conclusioni inaccettabili. Poiché i criteri di valutazione del bene e del male sono variabili in società e culture diverse non è possibile trovare alcun principio morale universale, alcuna concezione del bene e del male che valga o possa valere per tutti gli esseri umani. Vorrei sottolineare le ultime parole: che valga o possa valere per tutti gli esseri umani. Non si chiede che un certo principio sia applicato ovunque, ci si domanda se tale principio possa interessare gli esseri umani anche laddove non è applicato. Prendiamo la democrazia: che non sia applicata ovunque è una ovvietà, che in paesi non democratici la coscienza democratica sia alquanto limitata è un’altra ovvietà. Da questo però non discende che la democrazia non possa interessare gli uomini che vivono in paesi non democratici. Discorsi analoghi possono farsi per la dignità della donna. Che non si tratti di un valore ovunque perseguito è evidente, ma da questo discende che non interessi né possa interessare tutte le donne, anzi, tutti gli esseri umani? E’ quanto meno assai dubbio. I relativisti partono da un evidente dato empirico quando sottolineano la diversità di molte norme morali. Dovrebbero però stare più attenti a ciò che i dati empirici dicono realmente. Basta aver occhi per vedere per constatare che certi valori interessano anche gli esseri umani che hanno la ventura di vivere in società in cui vengono negati. La feroce determinazione dei fondamentalisti islamici nel rifiutare qualsiasi “contaminazione” con quanto è occidentale si spiega proprio con questo. A differenza dei relativisti occidentali i fondamentalisti islamici sanno benissimo che se posti nella condizione di scegliere moltissimi islamici accetterebbero alcuni valori del “corrotto” occidente, da qui il loro impegno nella lotta a morte contro l’occidente. L’universalità di certi valori è dimostrata proprio da chi li combatte senza quartiere.

Una volta stabilito che ogni cultura ha i suoi valori morali il relativista ripropone il solito appello alla tolleranza. “Non cerchiamo di imporre a tutti i nostri valori” afferma “rispettiamo le culture diverse, non comportiamoci da imperialisti”. In un paese esiste il divorzio, in un altro l’adultera può essere lapidata... che importa? Ognuno ha i suoi valori, la sua cultura. Non bisogna essere intolleranti, pretendere che tutti abbiano la nostra concezione del bene e del male, cianciare di “superiorità” o “inferiorità” delle culture: accettiamo il diverso...
Ma questa tolleranza, questa “accettazione del diverso” di cui tanto parla il relativista non è in fondo un valore universale? La tolleranza non è affatto praticata in tutte le culture, al contrario. Non tutte le culture rispettano il “diverso”, al contrario. E allora? Non è “imperialistico” fare di un valore che solo certe culture accettano un valore universale? Se qualcuno dice: “la tolleranza non è un mio valore, il mio valore principale è la lotta a chi è diverso da me, questa è l’essenza della moralità”, se qualcuno dice questo, che si deve fare? Se si accettano le premesse del relativista assolutamente nulla, si deve accettare di essere aggrediti magari belando qualcosa sulla necessità del “dialogo”. Non si tratta di un caso teorico. Il modo in cui vasti settori della sinistra “pacifista” hanno reagito agli attacchi dell’11 Settembre 2001 è significativo.
Il relativismo morale si presenta come una dottrina della pace e della tolleranza. In realtà è una dottrina che, se coerentemente perseguita, dovrebbe farci accettare tutto. Ogni essere umano fa parte di una civiltà, tutto ciò che facciamo avviene in un contesto culturale. Se la diversità dei contesti ci impedisce di condannare o assolvere allora dobbiamo accettare tutto, ma proprio tutto. Per i nazisti il massacro degli ebrei era qualcosa di meritorio, perché dovremmo essere tanto “imperialisti” da condannarli? E se a noi, si, proprio a noi, venisse in mente di regolare i conti con gli altri a suon di bombe atomiche chi avrebbe diritto di criticarci? Altro che tolleranza! Il relativismo morale, distruggendo ogni tipo di valore universale lascia che sia la pura forza, meglio, la violenza, a decidere di tutto.
Se tutto questo non appare troppo chiaramente lo si deve, di nuovo, al fatto che i relativisti non sono coerenti. Non solo erigono la tolleranza sempre e comunque a valore universale proprio mentre negano ogni universalità, ma sommergono di critiche l’occidente accusandolo di immoralità nello stesso momento in cui riducono la norma morale a una sorta di appendice del contesto culturale. Il relativismo appare in questo modo per quello che è: una forma di odio dell’occidente verso sé stesso. Forma di odio che fa della parzialità la propria norma suprema, che usa sempre il metodo dei due pesi e delle due misure. All’occidente nulla è permesso, agli altri è permesso tutto. Il relativismo serve ad assolvere i terroristi islamici ma non chi fa loro la guerra, serve a capire le “ragioni” dei ragazzi-bomba palestinesi ma non quelle degli israeliani. Nulla come il relativismo morale mette oggi in pericolo la vera tolleranza, la ricerca di un vero dialogo con l’altro, di una pace basata su basi solide.

Il relativismo assume spesso la forma del decustruzionismo, giocattolo filosofico alla moda in cui è maestro il filosofo francese Derida, ora scomparso. Di che si tratta? Di questo molto semplicemente: si prende un concetto, lo si analizza e se ne mettono a nudo le contraddizioni interne fino a svuotarlo di ogni contenuto. Nel libro “senza radici” Marcello Pera mette in evidenza questa procedura citando due esempi di “decostruzione”. Si tratta dei concetti di ospitalità e democrazia.
Essere ospitali significa accogliere l’altro. Ma noi non ci limitiamo ad accogliere l’altro, lo vogliamo integrare nella nostra società, fargli condividere i nostri valori, rispettare le nostre leggi. In questo modo però l’altro viene trasformato in uno di noi, cessa di essere un “lui” per diventare un “noi”. Ospitando l’altro lo si distrugge in quanto altro, e questa è la negazione del concetto di ospitalità. Se invece lasciamo che l’altro resti tale, non cerchiamo di integrarlo e lo releghiamo in un ghetto, egli prima o poi ci combatterà per farci diventare come lui e anche questa è la negazione del concetto di ospitalità.
Bello slalom! Passiamo ora alla democrazia. In democrazia tutti possono concorrere alle elezioni, ogni limitazione della possibilità di partecipare a, e magari vincere la, contesa elettorale costituisce la negazione del concetto di democrazia. Ma chi vince le elezioni può non essere rispettoso delle regole democratiche ed usare il potere democraticamente conquistato per distruggere la democrazia. Anche questo ovviamente nega il concetto di democrazia.
Il gioco potrebbe continuare: ospitalità, democrazia e una quantità indefinita di concetti sono intrinsecamente aporetici e quindi privi di senso. Che senso ha quindi schierarsi per la democrazia? O propugnare l’ospitalità? Nessuno, una scelta vale l’altra, è relativa (appunto) ai gusti, alle abitudini di ognuno di noi.
Peccato però che, una volta privati di ogni senso i concetti lo stesso decustruzionismo diventi insensato. Proviamo a decostruire il decostruzionismo, nulla è più facile. Per decostruire un concetto bisogna che quel concetto abbia un senso. Posso dire: “usare il potere democraticamente conquistato per distruggere la democrazia nega il concetto di democrazia” solo se conosco cosa designa tale concetto. Si può decostruire un concetto solo se questo ha un senso ma la decostruzione priva di senso i concetti. Il decostruzionismo si basa su, e nel contempo annulla il, senso dei concetti, si tratta quindi a sua volta di un concetto aporetico e quindi insensato.

Ma, a prescindere dalle precedenti considerazioni, è proprio vero che l’attività distruttrice della decostruzione è tanto efficace? Vediamo.
Riprendiamo l’esempio dell’ospitalità. Ammettiamo pure, in prima battuta, che essere ospitali significhi integrare l’altro tanto profondamente da farlo cessare di essere un altro. Ebbene, perché questo dovrebbe fare a pugni col concetto di ospitalità? Se io accolgo un estraneo nella mia famiglia e nel corso degli anni questi si trasforma per me in un figlio io non sono stato ospitale quando lo ho accolto? Il processo nel corso del quale l’estraneo diventa figlio non è iniziato con un atto di ospitalità e non si è basato per lunghi anni sulla ospitalità? Il massimo che si può dire è che alla fine, dopo un certo lasso di tempo, l’ospitalità può trasformarsi in qualcosa d’altro, ma questo non rende affatto aporetico il suo concetto. Se accolgo in casa mia una donna disperata e senza nulla al mondo sono ospitale. Se dopo dieci anni me ne innamoro e la sposo il rapporto che esiste fra noi non è più di ospitalità ma questo non dimostra affatto che per anni non lo sia stato. Inoltre, chi ha detto che per essere ospitali occorra integrare l’altro in maniera tanto totale e profonda da fargli cessare di essere un “altro”? Un cinese che vive in Italia non deve cambiare religione, abitudini alimentari o concezioni metafisiche. Non deve neppure cessare di amare la sua terra d’origine o di mantenere legami con essa. Deve solo rispettare chi lo ospita, assimilarne cultura e tradizioni, imparare la sua lingua, non assumere atteggiamenti conflittuali, obbedire alle leggi del paese ospitante. L’ospitalità è processo di integrazione ma è anche dialogo fra ospitante ed ospitato, scambio di idee, confronto di esperienze diverse. Integrarsi non vuol dire negare le proprie origini, vuol dire essere in grado di cambiare, di vivere in un contesto nuovo, di instaurare nuove relazioni. L’integrazione è un processo di modifica e insieme di conservazione, in qualche modo simile al processo di modifica e conservazione che è presente nel divenire di ognuno di noi. Ogni adulto vive in un ambiente che è più o meno profondamente diverso da quello in cui viveva da bambino, ognuno di noi deve in qualche modo “integrarsi” giorno dopo giorno in un contesto sociale in continua evoluzione. Questo distrugge forse le nostre radici? Fa di noi degli “assolutamente altri” rispetto a quello che eravamo dieci o venti anni fa? No ovviamente.
Veniamo ora alla democrazia. Certo, più di una volta forze politiche antidemocratiche hanno usato la democrazia per distruggerla. Hitler è arrivato al potere tramite elezioni democratiche, è vero. Appunto per questo la democrazia ha non solo il diritto ma anche il dovere di difendersi, anche con la forza se occorre. Impedire ad una forza politica di partecipare alle elezioni è sicuramente un atto antidemocratico, ma impedirle di usare il potere democraticamente conquistato per distruggere la democrazia non lo è. Se si ha la certezza che una forza politica userà il potere per distruggere la democrazia può addirittura essere lecito interdire a questa forza la partecipazione al voto. Era antidemocratico vietare nel dopoguerra l’attività politica del partito nazista? Sarebbe antidemocratico impedire negli Usa ad un novello Bin Laden di candidarsi alla presidenza?
La democrazia non è solo un procedimento che assegna il governo di un paese a chi ha ottenuto più voti alle elezioni. E’ un sistema complesso che esige insieme il governo della maggioranza ed il rispetto delle minoranze, la libertà di pubblica discussione dei programmi politici, il rispetto delle fondamentali libertà individuali. A volte possono sorgere contrasti fra queste aspetti tutti essenziali del concetto di democrazia. Se si tiene conto di questo l’uso di misure che, astrattamente considerate, possono esser giudicate non democratiche appare non contraddittorio col concetto di democrazia. Certo, è possibile che l’uso di certe misure vada ben oltre gli intenti originari e finisca per stritolare la democrazia, questo non prova però l’aporeticità del concetto ma solo la sua complessità.

Il relativismo culturale assegna una grande importanza alla storia e, nella storia, allo sviluppo delle civiltà. L’universalista è un ingenuo seguace di valori “astratti”, avulsi dal contesto storico e sociale, il relativista invece colloca tutto nel contesto, sta con i piedi per terra, non perde mai il contatto col divenire storico.
In realtà il relativismo è del tutto incapace di spiegare proprio l’evoluzione storica. Se il relativismo, inteso in senso forte, fosse vero allora sarebbe proprio il sorgere, lo svilupparsi ed il perire delle civiltà a risultare del tutto inspiegabile.
Inteso in senso forte il relativismo socio-culturale fa dipendere l’uomo, le sue idee, il suo operato dal contesto sociale in cui egli vive. Se questo fosse vero non si capirebbe come sia potuto sorgere un contesto sociale. Il primo “contesto” in cui sono vissuti gli esseri umani non era un contesto sociale: la natura selvaggia è stato il primo contesto con cui l’uomo ha dovuto fare i conti. Se il contesto determinasse tutto non si capisce come l’uomo abbia mai potuto uscire dallo stato di natura, come la storia sia potuta iniziare.
Considerazioni analoghe possono farsi se si pensa alla nascita, allo sviluppo ed alla decadenza di molte civiltà. Ogni civiltà nasce e si sviluppa precisamente perché gli esseri umani vanno oltre il contesto sociale in cui vivono. Una civiltà nasce e si sviluppa in costante confronto, più o meno pacifico, con altre civiltà. Nessuna civiltà si è mai sviluppata senza assimilare elementi di altre civiltà. Lo scambio fra civiltà, l’assimilazione da parte di una civiltà di culture, valori, istituzioni di altre civiltà sono una costante della storia. Si riduca l’uomo a appendice del “contesto” e diventano incomprensibili il commercio, gli scambi culturali, gli incontri e gli scontri fra i popoli. Si, anche gli scontri, anche le guerre. Non si fanno guerre con chi è assolutamente diverso da noi. Si fanno guerre con chi è diverso ma nel contempo è simile a noi. Si combatte chi interessato a cose a cui anche noi siamo interessati, ha valori che sono in contrasto con i nostri ma che ritiene possano andare bene anche per noi (ed in effetti noi potremmo accettare di subirli se costretti con la forza). Si fanno guerre economiche perché entrambi i contendenti mirano a certi beni, guerre di religione perché entrambi credono in una divinità, spesso addirittura nella stessa divinità, guerre dinastiche perché entrambi vogliono rafforzare la propria dinastia. Gli uomini si combattono perché sono simili oltre che diversi. Se l’uomo fosse una mera appendice del contesto non lotterebbe con chi fa parte di contesti diversi, l’indefinita perpetuazione del proprio contesto sarebbe la sua unica preoccupazione. Per il contestualismo storico-sociale l’uomo è il prodotto della storia; è vero il contrario: l’uomo ha una storia perché non è il mero prodotto del divenire storico.

Ma l’universalista è davvero così ingenuamente irrealista come lo si descrive? E’ vero che chi crede in valori universali è cieco al contesto storico sociale, non tiene conto della storia? No, a meno che si tratti di un universalista sciocco e dogmatico. In molti casi anzi è proprio il relativista a cadere in un irrealismo ingenuo. I relativisti anti-occidentali ad esempio parlano dell’imperialismo degli antichi Romani con lo stesso livore con cui condannano il presunto imperialismo Usa di oggi. I massacri di cui si sono rese responsabili un po’ tutte le grandi potenze occidentali due, tre, cinque secoli fa vengono moralmente condannati senza tenere alcun conto del contesto storico, della cultura dominante in quelle epoche lontane. Il contesto storico, ottimo per giustificare i crimini di Stalin (o meglio, per trasformare quei crimini in “inevitabili costi del progresso”) scompare di fronte alla constatazione del tristissimo fenomeno dello schiavismo nella Grecia antica. L’odio per l’occidente in tutte le sue forme trasforma a volte il “realistico” relativista nel peggiore degli idealisti dogmatici.
L’universalista però non è, o non è necessariamente, un idealista dogmatico, tiene conto della storia e dei suoi contesti, ne tiene conto meglio del relativista.
Per l’universalista esistono alcuni valori che interessano tutti gli esseri umani, indipendentemente dai contesti storico-sociali in cui essi vivono. Tuttavia questi valori vengono applicati e perseguiti in maniera del tutto diversa a seconda di questi contesti. Un esempio può chiarire meglio il concetto. Gli uomini non amano essere sottoposti a schiavitù, quale che sia il contesto in cui vivono preferirebbero non essere imprigionati arbitrariamente, non essere torturati o condannati per delitti che non hanno commesso. Diventare schiavo era una prospettiva orribile ai tempi dell’antica Roma come lo è oggi, ciò non ha impedito che per secoli la schiavitù sia stata una istituzione presente ovunque o quasi. Questo è spiegabile. Ognuno ama la propria libertà ma è molto meno sensibile alla libertà degli altri. L’uomo è capace di giudizi morali ma è anche capace di opprimere i suoi simili in maniera feroce, può anteporre il proprio benessere al rispetto dell’altrui dignità. In contesti storico-sociali caratterizzati da miseria e arretratezza è del tutto naturale che questi fattori della nostra natura abbiano il sopravvento. Se l’unico modo per creare ricchezza è far lavorare alcuni come schiavi è realistico pensare che lo schiavismo prima o poi possa prender piede. Nell’antichità l’alternativa era secca: o miseria per tutti o ricchezza e cultura per pochi al prezzo della degradazione di molti. L’universalista queste cose le vede bene e capisce anche come in simili situazioni non solo possa essere sorta la schiavitù ma sia sorta e sia profondamente penetrata nella cultura e nel comune modo di pensare di interi popoli la giustificazione teorica della schiavitù. Mentre condanna senza riserve lo schiavismo l’universalista capisce le cause che lo hanno fatto sorgere e non si sogna neppure di assumere atteggiamenti astrattamente moralistici nei confronti di quei filosofi dell’antichità che lo hanno in qualche modo giustificato. Nulla sarebbe più sciocco che considerare “immorale” Aristotele perché giustifica lo schiavismo anche se è doveroso oltre che legittimo confutare le sue teorie su tale fenomeno. Per il relativista invece la confutazione delle teorie di Aristotele sullo schiavismo è inutile in quanto queste sono vere nel contesto in cui Aristotele visse; d’altra parte se il relativista è un nemico dell’occidente la condanna per lo Stagirita è certa, nessuna preoccupazione per il “contesto” salverà in questo caso il grande filosofo dalla più dura riprovazione morale.

Il contesto condiziona il valore e, soprattutto, la sua messa in pratica. A volte riesce addirittura a mettere a tacere il valore, lo espelle da sé come un corpo estraneo, contrappone al valore universale altri valori che sono propri del contesto e solo di questo. Il valore però non si lascia distruggere e coartare, resta in tensione più o meno forte col contesto, riemerge in forme diverse proprio quando lo si riteneva morto e sepolto. Proprio la giustificazione aristotelica delle schiavismo dimostra la corposa realtà di questa latente tensione fra valore universale e contesto.
Aristotele non considera lo schiavismo qualcosa di positivo, al contrario. Ridurre in schiavitù Platone è stato un crimine, come sarebbe un crimine ridurre in schiavitù un essere umano che non sia “naturalmente” portato ad essere schiavo. Lo schiavo per Aristotele è tale perché è nella sua natura esser schiavo. Un libero diventa schiavo perché è schiavo in potenza, riducendolo in catene si mette in atto ciò che potenzialmente egli era fin dall’inizio.
E’ fin troppo facile evidenziare le aporie del discorso aristotelico. Lo stagirita non fa altro che constatare un fenomeno empirico, l’esistenza della schiavitù, e decide che questo fenomeno empirico altro non è che il passaggio dalla potenza all’atto: la schiavitù esiste perchè esistono esseri umani potenzialmente schiavi. Ma come si può, una volta accettato tale procedimento, dire, ad esempio, che è stato un crimine ridurre Platone in schiavitù? Il semplice fatto che questo sia successo non dovrebbe dimostrare che Platone era “potenzialmente” schiavo?
Al di là delle aporie resta però il fatto che anche per Aristotele lo schiavismo è un fenomeno negativo che può essere giustificato solo dal fatto che lo schiavo è tale per natura. Non si coarta la natura umana riducendo in schiavitù chi è già schiavo, anche se solo in potenza, afferma Aristotele. Ciò significa che anche per lui l’uomo non potenzialmente schiavo ha un valore e nessun contesto giustifica la sua riduzione allo stato servile. La cultura della sua epoca e la stessa impostazione generale della sua filosofia spingono Aristotele a cercare di giustificare lo schiavismo che comunque gli appare, anche alla sua epoca, un fenomeno odioso. Lungi dal giustificare il contestualismo la difesa aristotelica dello schiavismo dimostra che l’universalità del valore era ben presente alla sua mente acuta.

Per concludere, si può essere realisti, figli del proprio tempo e credere fortemente in alcuni valori universali. Si può valutare l’importanza del contesto senza accettare il relativismo contestualista. Ognuno di noi non è solo un astratto essere umano, è, sempre, anche altre cose: occidentale, italiano, lavoratore, ecc e tutte queste altre cose contano nel fare di lui ciò che è. Ma resta sempre un uomo, un generico membro della razza umana. E anche questo è importante, molto importante.





martedì 5 agosto 2014

LA PAROLA AD HAMMAS




E' una caratteristica di molti occidentali. Non leggono ciò che i loro nemici scrivono, non ascoltano le loro parole. O, quando leggono e ascoltano, non prendono sul serio. Non è un fenomeno nuovo. Molti anni fa un oscuro ex caporale coi baffetti scrisse un libro. Si chiamava “Mein kampf” ed esplicitava in maniera molto chiara le idee, i programmi, i valori in cui quell'ometto insignificante si riconosceva. Non fu preso molto sul serio. "Farneticazioni di un pazzoide, idiozie, idee confuse che non potranno mai tradursi in fatti", si diceva. E quando quell'ometto insignificante divenne il capo assoluto del più potente paese europeo molti occidentali, molti capi di stato occidentali, continuarono a non credere ai suoi discorsi deliranti. Spazio vitale, distruzione dell'ebraismo, che sciocchezze! Pura propaganda, nessun uomo politico oserebbe cercare di mettere in atto un simile programma. Abbiamo visto come sono andate le cose. Nulla è più irrazionale del credere che l'irrazionalità non esista.
Le reazioni di molti occidentali alle aggressioni del fondamentalismo islamico ricordano da vicino tale tragica cecità. Non vengono prese sul serio, anzi, molto spesso vengono completamente ignorate. Eppure ci sono moltissimi eventi che dovrebbero mettere in guardia anche il più scettico degli osservatori. Se qualcuno, il dieci settembre 2001, avesse detto che Al Qaeda intendeva distruggere le torri gemelle sarebbe stato preso per pazzo. Di nuovo, si è visto come sono andate le cose. E dopo l'attacco all'America sono arrivati gli attentati a Madrid e a Londra, ed in Turchia, in India, in Russia... ovunque. In Israele soprattutto, che è da sempre nel mirino dei terroristi. Ma, per i “progressisti” il terrorismo anti israeliano sarebbe solo una reazione, giustificabile in fondo, alla politica “imperialista” dello stato ebraico.
Date un po' di terra ai palestinesi, consentite loro di fondare uno stato e tutto sarà risolto, dicono.
Allora, val la pena di esaminare il programma, facilmente rinvenibile in rete, del più implacabile nemico di Israele, Hammas, per vedere quanto le speranze delle anime belle dell'occidente siano fondate. Servirà a poco, probabilmente perché non c'è peggior sordo di chi non vuole sentire. Però nessuno potrà dire: “non sapevo”.

“Il Movimento di Resistenza Islamico è un movimento palestinese unico. Offre la sua lealtà ad Allah, deriva dall’islam il suo stile di vita, e si sforza di innalzare la bandiera di Allah su ogni metro quadrato della terra di Palestina”. Così esordisce il documento. E prosegue: “All’ombra dell’islam, è possibile per i seguaci di tutte le religioni coesistere nella sicurezza: sicurezza per le loro vite, le loro proprietà e i loro diritti. È quando l’islam è assente che nasce il disordine, che l’oppressione e la distruzione si scatenano, e che infuriano guerre e battaglie”.

Sin dall'inizio Hammas teorizza la dhimmitudine. Di cosa si tratta? Semplicemente del diritto concesso agli “infedeli” di praticare la loro fede in cambio del pagamento di una tassa e della loro riduzione a cittadini di serie B, se non peggio. I non mussulmani dovrebbero vivere in società dominate dal fondamentalismo religioso, sottoposti, come tutti, alla sharia. Le donne non mussulmane dovrebbero uscire di casa velate, nella migliore delle ipotesi; sarebbe vietato, ovviamente, agli “infedeli” di propagandare il loro credo o di pubblicare opere critiche nei confronti dell'Islam. In cambio ci sarebbe “sicurezza per le loro vite, le loro proprietà ed i loro diritti”. Quali “diritti”? Quelli gentilmente concessi dai seguaci dell'islam. Davvero una fantastica prospettiva! Qualche anima bella occidentale vada a proporre a qualche islamico di vivere la sua fede “all'ombra del cristianesimo”, o dell'ebraismo o dell'induismo, e osservi la sua reazione...
Del resto, Hammas è molto chiaro sul tipo di società che intende edificare, diamogli di nuovo laparola:

“Il Movimento di Resistenza Islamico si è sviluppato in un tempo in cui l’islam si è allontanato dalla vita quotidiana. Così i giudizi sono stati rovesciati, i concetti sono diventati confusi e i valori sono stati trasformati; il male prevale, l’oppressione e l’oscurità infuriano, e i codardi si sono trasformati in tigri. (...) Lo stato di verità è sparito, sostituito da uno stato di malvagità. Nulla è rimasto al suo posto, perché quando l’islam è assente dalla scena, tutto cambia. (...)
Quanto agli obiettivi: combattere il male, schiacciarlo, e vincerlo cosicché la verità possa prevalere; le patrie ritornino ai loro legittimi proprietari; la chiamata alla preghiera si oda dalle moschee, proclamando l’istituzione di uno Stato islamico. Così il popolo e le cose torneranno ciascuno al suo posto legittimo. E l’aiuto si chiederà ad Allah. (…)
Quando la fede è perduta, non c’è più sicurezza. Non c’è vita per coloro che non hanno fede. E chiunque è soddisfatto di una vita senza religione, egli avrà la caduta nel nulla come compagna per la vita (…) Dio come scopo, il Profeta come capo, il Corano come costituzione, il jihad come metodo, e la morte per la gloria di Dio come più caro desiderio".

Più chiari di così non si potrebbe essere. Allontanarsi dall'Islam è il male, è invece il bene costruire uno stato islamico che abbia Dio come scopo ed il Corano come COSTITUZIONE. Le anime belle occidentali che teorizzano la costruzione, al posto di Israele, di uno stato palestinese democratico, liberale, tollerante, in cui a tutti gli individui e a tutti i credo religiosi siano garantiti uguali diritti sono servite.

Andiamo avanti. Molti occidentali scambiano il conflitto israelo-palestinese con un normale scontro per la terra, una disputa, magari violenta ma classica, per stabilire dei confini. Qualcuno lo assimila ad una lotta di liberazione simile a quelle che hanno visto il sorgere di molti stati nazionali. I palestinesi non vogliono vivere in Israele, anche se quello stato garantisce loro i fondamentali diritti civili e politici, oltre che il diritto di professare in piena libertà il proprio credo religioso. Si crei quindi, accanto e non al posto di Israele, uno stato palestinese ed un conflitto che dura da 66 anni sarà infine risolto.
La prospettiva di creare uno stato palestinese che conviva accanto a, e non al posto di, Israele è ragionevole ed, in astratto, condivisibile. Ma, per mettere in atto idee ragionevoli ci vuole l'accordo di tutti gli interessati. Ora, cosa pensa Hammas in proposito?

Il Movimento di Resistenza Islamico crede che la terra di Palestina sia un sacro deposito (waqf), terra islamica affidata alle generazioni dell’islam fino al giorno della resurrezione. Non è accettabile rinunciare ad alcuna parte di essa. Nessuno Stato arabo, né tutti gli Stati arabi nel loro insieme, nessun re o presidente, né tutti i re e presidenti messi insieme, nessuna organizzazione, né tutte le organizzazioni palestinesi o arabe unite hanno il diritto di disporre o di cedere anche un singolo pezzo di essa, perché la Palestina è terra islamica affidata alle generazioni dell’islam sino al giorno del giudizio. Chi, dopo tutto, potrebbe arrogarsi il diritto di agire per conto di tutte le generazioni dell’islam fino al giorno del giudizio?”

Altro che “due popoli due stati”! La Palestina, tutta la Palestina, è terra islamica e tale deve essere, fino al giorno del giudizio. Sarebbe inutile ricordare ai militanti di Hammas che non sono mai esistiti né uno stato né un movimento nazionale palestinesi o che gli ebrei si sono insidiati in Palestina comprando, non espropriando terre. Sarebbe inutile perché ad essere decisivo per Hammas è il carattere islamico della Palestina e nessun accordo, nessuna vendita, nessuna trattativa possono mettere in discussione tale carattere.
Ma, da cosa deriva la Palestina il suo carattere “islamico”? Di certo non è islamica da sempre, di certo un tempo gli ebrei vivevano in Palestina, anche se allora non aveva questo nome (e neppure dopo lo ebbe, a voler essere precisi). Di nuovo, la risposta di Hammas è di una cristallina chiarezza. La Palestina è islamica perché le terre di quella che è l'attuale Palestina, cioè le terre su cui sorge lo stato di Israele, sono un tempo state conquistate dagli islamici e le terre che gli islamici hanno conquistato devono restare islamiche, per sempre.

“Questa è la regola nella legge islamica (shari’a), e la stessa regola si applica a ogni terra che i musulmani abbiano conquistato con la forza, perché al tempo della conquista i musulmani la hanno consacrata per tutte le generazioni dell’islam fino al giorno del giudizio.”

Conquistare una terra vuol dire consacrarla all'Islam, per sempre. Quello che c'era prima e quello che è avvenuto dopo la conquista, non contano nulla.

“Così avvenne che quando i capi delle armate musulmane conquistarono la Siria e l’Iraq, si rivolsero al [secondo] califfo dei musulmani, ‘Omar ibn al-Khattab [591-644], chiedendo la sua opinione sulle terre conquistate: dovevano dividerle fra le loro truppe, lasciarla a chi se ne trovava in possesso, o agire diversamente? Dopo consultazioni e discussioni tra il califfo dei musulmani, ‘Omar ibn al-Khattab, e i compagni del Messaggero di Allah – possano le preghiere e la pace di Allah rimanere con lui – decisero che la terra dovesse rimanere a chi ne era in possesso affinché beneficiasse di essa e della sua ricchezza. Quanto alla titolarità ultima della terra, e alla terra stessa, occorreva considerarla come waqf, affidata alle generazioni dell’islam fino al giorno del giudizio.
La proprietà della terra da parte del singolo proprietario va solo a suo beneficio, ma il waqf durerà fino a quando dureranno i Cieli e la Terra. Ogni decisione presa con riferimento alla Palestina in violazione di questa legge islamica e nulla è senza effetto, e chi la prende dovrà un giorno ritrattarla".
Il singolo proprietario terriero potrà godere dei frutti della terra ma non potrà
mai, in nessun caso, metterne in discussione il carattere islamico. Che, partendo da simili premesse, Hammas neghi radicalmente il diritto all'esistenza dello stato di Israele è fin troppo ovvio. Hammas nega questo diritto in maniera tanto radicale da non chiamare mai col suo nome lo stato di Israele, sempre definito come “entità sionista”. Di nuovo, i fondamentalisti di Hammas non sbagliano: chiamare Israele col suo nome vuol dire concedergli una sorta di “riconoscimento linguistico” e questo è per loro assolutamente inaccettabile.
Ma, attenzione. Hammas nega in prospettiva il diritto di esistere non solo allo stato di Israele ma a tutti quegli stati che sorgono su terre un tempo islamiche perché conquistate, a suo tempo dagli islamici.
Tutte le terre che sono state islamiche devono tornare ad esserlo. E, va da se, le terre che islamiche non sono, e non sono mai state, in prospettiva devono diventarlo. Lo scontro è oggi con Israele perché Israele è li, in medio oriente, confinante con paesi mussulmani, uno stato che con la sua stessa esistenza costituisce per loro un intollerabile insulto. Ma lo scontro con Israele è la punta di diamante di uno scontro più vasto, volto a restituire all'Islam le terre che furono sue e a fargliene conquistare di nuove. Lo scontro insomma è fra il fondamentalismo islamico ed l'occidente, tutto l'occidente. Non a caso Hammas si dichiara amico di tutti i movimenti islamici:

“Il Movimento di Resistenza Islamico considera gli altri movimenti islamici con rispetto e ammirazione. Anche quando si trova in disaccordo con loro su un particolare aspetto o punto di vista, rimane d’accordo con loro su altri aspetti e punti di vista. Considera questi movimenti come compresi nella categoria dello
ijtihad [cioè dell’interpretabile], fin quando hanno buone intenzioni, rimangono devoti ad Allah, e la loro condotta rimane nei confini del circolo islamico. (...)
Il Movimento di Resistenza Islamico considera tutti questi movimenti come suoi, e chiede che Allah guidi e ispiri retta condotta a tutti. Non mancherà di continuare a innalzare la bandiera dell’unità, e a sforzarsi di realizzarla sulla base del Libro e dell’insegnamento del Profeta."

Inutile ricordare che Al Qaeda fa parte di questi movimenti islamici per i quali Hammas esprime “rispetto ed ammirazione”.

L'integralismo estremistico di hammas risulta ancora più chiaro nelle parti del suo statuto dedicate al delicato problema delle trattative di pace.

Le iniziative di pace, le cosiddette soluzioni pacifiche, le conferenze internazionali per risolvere il problema palestinese contraddicono tutte le credenze del Movimento di Resistenza Islamico. In verità, cedere qualunque parte della Palestina equivale a cedere una parte della religione. Il nazionalismo del Movimento di Resistenza Islamico è parte della sua religione, e insegna ai suoi membri ad aderire alla religione e innalzare la bandiera di Allah sulla loro patria mentre combattono il jihad.”

E, per essere ancora più chiari:

“Di tanto in tanto, si sente un appello a organizzare una conferenza internazionale per cercare una soluzione al problema palestinese. Alcuni accettano l’idea, altri la rifiutano per una ragione o per un’altra, domandando il rispetto di una o più condizioni come requisito per organizzare la conferenza o per parteciparvi. Ma il Movimento di Resistenza Islamico – che conosce le parti che si presentano alle conferenze e il loro atteggiamento passato e presente rispetto ai veri problemi dei musulmani – non crede che queste conferenze siano capaci di rispondere alle domande, o restaurare i diritti o rendere giustizia agli oppressi. Queste conferenze non sono nulla di più che un mezzo per imporre il potere dei miscredenti sui territori dei musulmani. E quando mai i miscredenti hanno reso giustizia ai credenti? (...). Non c’è soluzione per il problema palestinese se non il jihad. Quanto alle iniziative e conferenze internazionali, sono perdite di tempo e giochi da bambini.”
 

Si potrebbe continuare ma si correrebbe il rischio di ripetersi. Di tutto si possono accusare i terroristi di Hammas meno che di non parlar chiaro. La soluzione del problema palestinese è nella Jihad, tutto il resto è, nella migliore delle ipotesi, una “perdita di tempo”. Le anime belle occidentali possono far finta di non vedere o di non sentire, le cose non cambiano.
Naturalmente le anime belle non si danno per vinte. Quelle fra loro che hanno letto il programma di Hammas belano che non è roba da prendere sul serio, che bisogna capire una rabbia legittima, far distinzioni, essere “razionali”. Altri dicono, che Hammas “non è simpatica” ma questo non giustifica la “politica genocida” di Israele, magari che i razzi di Hammas sono “giocattoli”. Gli occidentali “buoni” sono abilissimi nel crearsi un mondo fatto a loro immagine e somiglianza. Se la realtà non coincide con i propri sogni, vada al diavolo la realtà.
Qualcuno potrebbe dire che Hammas non si identifica con tutti i palestinesi, né li rappresenta tutti. Verissimo. Ci sono di certo molti, forse moltissimi, palestinesi che non ne possono più della retorica bellicista di Hammas che procura loro solo lutti a non finire, e che vorrebbero un loro stato, ma convivente, non in guerra con Israele. Voci critiche nei confronti di Hammas cominciano del resto a sentirsi anche nei paesi arabi, in Egitto soprattutto. Ma occorre che il dissenso, se c'è, cresca e si faccia sentire, e lo si può aiutare solo se si toglie qualsiasi appoggio ad Hammas, non gli si concede giustificazione alcuna, a nessun livello. Nulla ostacola una presa di coscienza critica fra i palestinesi quanto il giustificazionismo nei confronti dei terroristi che li guidano e pretendono di parlare a loro nome
E non hanno tutti i torti neppure coloro che sollecitano Israele a non rifugiarsi in ipotesi solo militari, a cercare, per quanto è possibile, soluzioni politiche. A patto però di aver ben chiaro che intanto gli israeliani
devono difendersi ed hanno tutto il diritto di farlo. Loro non possono permettersi di filtrare con il buonismo giustificatorio ed imbelle. Sono in prima fila, nell'occhio del ciclone. E combattono. Alla faccia di tutti i “buoni” del mondo.

giovedì 5 giugno 2014

I BREVIARI, DI IERI E DI OGGI




“Principi del leninismo” è, come si sa, una delle principali opere “teoriche” di Giuseppe Stalin. Intere generazioni di militanti del vecchio PCI si sono formate su questo libro, e questo spiega molte cose. Per capire di che tipo di opera “teorica” si tratti, basta una sola citazione. Cediamo la parola a Iosif Vissarionovic Dzugasvili.

“Dunque, che cosa è il leninismo?
Gli uni dicono che il leninismo è l’applicazione del marxismo alle condizioni originali della situazione russa. In questa definizione vi è una parte di verità, ma essa è ben lontana dal contenere tutta la verità. Lenin ha effettivamente applicato il marxismo alla situazione russa e l’ha applicato in modo magistrale. Ma se il leninismo non fosse che l’applicazione del marxismo alla situazione originale della Russia, sarebbe un fenomeno puramente nazionale (...) Invece noi sappiamo che il leninismo è un fenomeno internazionale, che ha le sue radici in tutta l’evoluzione internazionale e non soltanto un fenomeno russo. (...)
Altri dicono che il leninismo è la rinascita degli elementi rivoluzionari del marxismo del decennio 1840-1850, (...) bisogna riconoscere che anche questa definizione, (...) contiene una parte di verità. Questa parte di verità consiste nel fatto che Lenin ha effettivamente risuscitato il contenuto rivoluzionario del marxismo (…). Ma questa non è che una parte della verità. La verità intera è che il leninismo non solo ha risuscitato il marxismo, ma ha fatto ancora un passo avanti, sviluppando ulteriormente il marxismo nelle nuove condizioni del capitalismo e della lotta di classe del proletariato.
Che cosa è dunque, in ultima analisi, il leninismo?
Il leninismo è il marxismo dell’epoca dell’imperialismo e della rivoluzione proletaria..."

Non è mia intenzione entrare nel merito di quanto Stalin afferma, né, tanto meno, cercare di sottoporlo a critica. In realtà le affermazioni staliniane non sono criticabili.
Si possono criticare delle argomentazioni, o delle analisi dei dati di fatto, o le conclusioni che si traggono da queste analisi. Ma quelle di Stalin non sono né analisi del mondo empirico, né generalizzazioni tratte da queste analisi, né, ancora, argomentazioni, affermazioni inserite in catene deduttive che da alcune premesse traggono determinate conclusioni. Quelle di Stalin sono affermazioni apodittiche la cui verità non può che essere accettata. Alcuni dicono X, afferma Stalin, ma si tratta di una verità parziale, altri dicono Y, ma si tratta ancora di una verità parziale, la verità totale e Z. Quali siano le ragioni, logiche o di fatto, che fanno si che X ed Y siano verità “parziali” e Z la verità “intera”, Stalin non lo dice. “La verità intera è che il leninismo non solo ha risuscitato il marxismo, ma ha fatto ancora un passo avanti” afferma ad esempio Stalin, ma non si preoccupa minimamente di ribattere alle obiezioni dei molti, eminenti, socialisti che ritenevano il leninismo non un “passo avanti” ma uno indietro rispetto alla elaborazione teorica di Marx. Stalin del resto disponeva di strumenti di “persuasione” ben più efficaci dell'analisi teorica.
Stalin era stato seminarista, e nella prosa del dirigente bolscevico si rispecchia la formazione culturale del giovane educato in seminario. Lunghe serie di affermazioni apodittiche, domande a cui risponde con formule dichiarate vere a priori; oppure serie di esortazioni, di impegni a cui si giura di essere fedeli. Tipica a questo proposito l'orazione funebre tenuta da Stalin ai funerali di Lenin.

“Lasciandoci il compagno Lenin ci ha comandato di tener alto e serbar puro il grande appellativo di membro del partito. Ti giuriamo, compagno Lenin, che noi adempiremo con onore al tuo comandamento (…)
Lasciandoci il compagno Lenin ci ha comandato di salvaguardare, come la pupilla dei nostri occhi, l'unità del nostro partito. Ti giuriamo, compagno Lenin, che adempiremo con onore al tuo comandamento. (...)
Lasciandoci il compagno Lenin ci ha comandato di salvaguardare e rafforzare la dittatura del proletariato. Ti giuriamo, compagno Lenin, che non risparmieremo le nostre forze per adempire con onore a questo tuo comandamento...”

E così via, in una lunga serie di “comandamenti” e “giuramenti”.

E' stato detto che il leninismo è una semplificazione del marxismo e lo stalinismo una semplificazione del leninismo. C'è molto di vero in queste affermazioni. Marx, per quanto criticabili possano essere le sue conclusioni, analizza, studia, deduce. Lenin molto spesso sostituisce l'invettiva alla analisi. Gli basta dimostrare che il rivale, quasi sempre un esponente del movimento operaio, contraddice questa o quella affermazione di Marx o di Engels per bollarlo come “rinnegato”. A differenza che gli scritti di Marx, quelli di Lenin sono letteralmente traboccanti di citazioni, ed ogni citazione rappresenta “il verbo”, la verità di cui è empio anche solo dubitare. Stalin sostituisce l'invettiva leniniana con la affermazione apodittica, la formula sacramentale da recitare come si recitano le preghiere. Mao Tze Tung andrà, se possibile, ancora oltre. Le sue formulette, riunite nel libretto rosso, autentico breviario di preghiere, saranno recitate collettivamente da milioni di giovani cinesi. Nella prefazione al "libretto rosso" Lin Piao scriverà che le citazioni del presidente Mao devono essere lette di frequente da ogni buon comunista (e tutti i cinesi devono essere buoni comunisti) nel corso della giornata; meglio ancora è bene che vengano imparate a memoria. Per sua sfortuna Lin Piao diventerà anche lui, passata la fase calda della “rivoluzione culturale”, un ennesimo “traditore”. E sarà eliminato, come tanti altri. Il libretto rosso non lo aiuterà a salvare la pelle.

Parlare di Marx e di comunismo, di Lenin, Stalin e Mao sembra quasi, oggi, un vezzo di chi ama storia. Una distanza abissale sembra separare, ed in effetti separa, l'odierna sinistra italiana dall'esperienza comunista. Il comunismo è stato qualcosa di tragicamente unitario. Dietro alle formule da breviario di Stalin stavano grandi eventi storici, una concezione del mondo semplificata al massimo ma compatta, coerente; stavano soprattutto uno stato ed un paese immenso, indicato ai lavoratori di tutto il mondo come la “loro patria”.
Oggi tutto questo non esiste più. Il crollo del comunismo ha lasciato moltissime persone del tutto prive di punti di riferimento. Bramosi di assoluto molti militanti di sinistra si sono trovati, quasi dall'oggi al domani, ad esserne orfani. E sono andati alla ricerca di nuovi assoluti. E ne hanno trovati. Tanti piccoli assoluti in tono minore, frammenti di ideologie sono andati a sostituire il grande, compatto assoluto in cui per anni, addirittura per decenni, tanti militanti della sinistra avevano ciecamente creduto. Il femminismo radicale, con la donna che sostituisce la classe operaia quale “soggetto collettivo” capace di rifondare il mondo. L'ecologismo mistico, che predica l'integrazione armoniosa, senza alcun residuo o frizione, di uomo e ambiente. La retorica della moltiplicazione dei “diritti positivi”: diritto alla salute, alla casa, al lavoro, all'aria pulita ed al mare limpido, alla pratica sportiva, alla felicità, all'amore, al sesso, e chi più ne ha più ne metta. Più l'assoluto si dimostrava inaccessibile alla dimensione umana più si moltiplicavano gli assoluti fai da te. Salutismo, diete vegetariane, animalismo radicale, per finire con la teorizzazione, e l'invocazione, della assoluta onestà e la mitizzazione dei suoi supremi custodi. E, accanto agli assoluti positivi, quelli negativi. Il capitalismo quale fattore di crisi e sfruttamento è stato sostituito dai “capitalisti disonesti”, dai “magnati della finanza”, spesso “ebraica”, dai “politici papponi”, ed infine, da un solo uomo, un singolo essere umano incarnazione del male,  un mostro ributtante da combattere giorno e notte, con ogni mezzo. Qualcuno ne conosce il nome?
Se quanto appena detto ha anche solo un minimo di fondamento non deve stupire che spesso e volentieri gli odierni discorsi degli esponenti della italica sinistra ricalchino lo stile da breviario caro a Stalin e Mao. E, ad essere sinceri sino in fondo, lo stile da breviario non è appannaggio solo degli esponenti della sinistra. E' ben presente nei media, in tutti i media, anche in quelli “berlusconiani”, coinvolge spesso anche partiti e movimenti che di sinistra non sono. Segno dei tempi.
Certo, le formule sono ben diverse. Nessuno parla più di rivoluzione comunista, o di dittatura del proletariato, ma lo stile non è, in fondo, troppo diverso. Come nei breviari maoisti e staliniani l'analisi della realtà e la coerenza logica scompaiono, ed il loro posto è preso da affermazioni apodittiche, sulla cui verità non è consentito avanzare il minimo dubbio.

Nel 1971 Carla Lonzi, esponente del femminismo radicale scriveva “la donna clitoridea e la donna vaginale”, un breve pamphlet in sui si sosteneva che:
“ Il sesso femminile e' la clitoride, il sesso maschile e' il pene.
Nell'uomo il meccanismo del piacere e' strettamente connesso al meccanismo della riproduzione, nella donna meccanismo di piacere e meccanismo della riproduzione sono comunicanti, ma non coincidono.
Avere imposto alla donna una coincidenza che non esisteva come dato di fatto nella sua fisiologia e' stato un gesto di violenza culturale che non ha riscontro in nessun altro tipo di colonizzazione.
La cultura sessuale patriarcale, essendo rigorosamente procreativa, ha creato per la donna un modello di piacere vaginale”.
Nel 1971 il comunismo non era ancora crollato, e l'estrema sinistra comunista era molto forte in Italia. Il femminismo radicale stava però mettendone in crisi i presupposti ideologici. La contraddizione lavoro - capitale stava per essere sostituita da quella uomo – donna. Lo stile declamatorio, l'enunciazione di verità su cui ogni dubbio è ritenuto a priori impossibile però non cambiava. La Lonzi dimostrava forse che “nell'uomo il meccanismo del piacere e' strettamente connesso al meccanismo della riproduzione”, o che l'orgasmo vaginale è la risultante di una “colonizzazione” imposta alle donne? Le sue parole erano sostenute da una analisi dei dati di fatto? Non è forse vero che anche l'orgasmo maschile può essere non riproduttivo? E non è vero che le donne hanno un ciclo mestruale, un utero, delle mammelle, che possono restare in cinta eccetera? Inezie. Visto che la “contraddizione principale” è quella fra uomo e donna l'orgasmo vaginale, in cui la presenza dell'uomo è necessaria, o, quanto meno, importante, diventa la risultante di una “violenza”; e la donna a cui questo tipo di orgasmo piace diventa ipso facto “subalterna alla cultura del pene”, una povera alienata che non sa neppure distinguere il piacere “vero” da quello “imposto”. Molti esponenti del movimento gay faranno, tempo dopo, considerazioni simili. La prevalenza numerica dei rapporti eterosessuali non avrebbe alcuna base naturale, alcun legame con un fatterello secondario come la riproduzione della specie. Sarebbe, di nuovo, la risultante di una imposizione violenta. Però, come è stata possibile questa "imposizione" se non esisteva già una prevalenza della eterosessualità sulla omosessualità? Mistero.
Cambiamo argomento e veniamo a periodi più vicini ai nostri.
James Lovelock, un esponente dell'ecologismo radicale ebbe ad affermare: “Gli umani sulla terra si comportano per certi versi come un organismo patogeno, o come le cellule di un tumore o di una neoplasia (…) la specie umana è talmente numerosa da costituire una grave malattia planetaria: Gaia soffre di primatemaia disseminata, un’epidemia di genti”.
L'uomo è un "tumore" insomma, ma “la natura” può guarire da un simile tumore se l'uomo rinuncia alla sua “follia” e si integra armoniosamente nell'ecosistema. Però, se siamo un tumore perché non dovremmo comportarci da tumore? In natura ogni specie vivente,  ed ogni individuo, mirano alla propria sopravvivenza, a scapito di quella altrui.  Le cellule tumorali distruggono le cellule dell’organismo che le ospita, questa è la loro natura; è vero che così facendo finiscono per autodistruggersi, ma è anche vero che se facessero diversamente accelererebbero la loro fine. Ridurre l’uomo a componente subordinata di una totalità naturale e pretendere nel contempo che agisca diversamente da come la sua natura lo spinge ad agire significa cadere in una grossolana contraddizione. Ma questo non preoccupa gli esponenti dell'ecologismo radicale. L'importante è sostenere tesi scioccanti, la coerenza logica può andare a farsi benedire.

Si potrebbe continuare ma non sarebbe troppo utile. Del resto, ad ognuno di noi capita di sentire, credo,  frasi del tipo: “Le prostitute sono, tutte, povere schiave”, o “I “migranti” in realtà sono rifugiati politici”, oppure “ovunque le donne subiscono violenza. Non trasformiamo la lotta alla violenza sulle donne in occasione di scontro con i nostri fratelli mussulmani”. Affermazioni simili costituiscono l'A B C dei discorsi di moltissimi esponenti della sinistra italiana; e ce le ripetono giorno e notte i media, con ossessiva, goebbelsiana insistenza.
Nessuno, ovviamente, fornisce al popolo bue dati che confermino che “tutte le prostitute sono schiave”, o che tutti i “migranti” sono “rifugiati politici”. E nessuno cerca di chiarire la contraddizione insita nel dichiararsi, insieme, per l'emancipazione femminile e l'amicizia con chi lapida le dultere. La coerenza logica, la corrispondenza fra il mondo e ciò che si dice del mondo non interessano; sono state sostituite da brevi frasette, esortazioni, indicazioni di imperativi assoluti. Esattamente come nei breviari di Stalin e Mao.
Da un certo punto di vista la situazione attuale è addirittura peggiore di quella dei breviari mao staliniani. Oggi non ci si limita a sostituire verità e coerenza con formulette stereotipate, si cambiano addirittura le parole per farle meglio aderire al senso (o al non senso) di queste formulette. Anche i breviari staliniani e maoisti erano pieni di orribili neologismi: “socialfascista”, “gruppo antipartito”, “comintern”, “socialimperialismo”; questi sembrano però poca cosa di fronte all'orgia di parole costruite a tavolino che sta oggi letteralmente pervertendo la lingua parlata e scritta. I vecchi neologismi riguardavano prevalentemente la politica, quelli nuovi la vita nel suo complesso. L'attuale discorso politicamente corretto ha eliminato, quando le vittime sono donne, l'omicidio per sostituirlo col “femminicidio”. Ha eliminato termini come “immigrati” o “clandestini”, per sostituirli con “migranti”, ha reso “non vedenti” i ciechi e “verticalmente svantaggiati” coloro che non superano il metro e settanta di altezza. Il pensiero unico politicamente corretto, non contento di aver sfregiato logica e verità, prende d'assalto la bellezza e la musicalità della lingua, e con queste il semplice, vecchio buon senso.

Non voglio essere, e neppure apparire, esagerato, estremista. So benissimo che dietro alle litanie mao staliniane c'era qualcosa di più che non un pensiero unico intollerante e fanatico. C'erano i gulag e i laogai, e le deportazioni di massa, ed i plotoni d'esecuzione. Paragonare la dittatura politicamente corretta che sta cercando di imporsi in occidente con simili orrori non è solo ingiusto e profondamente stupido, è anche offensivo per le innumerevoli vittime del terrore maoista e staliniano.
Però, sarebbe sbagliato sottovalutare quanto il pensiero unico politicamente corretto sia pericoloso per la democrazia e, soprattutto, per la libertà. L'ideologia politicamente corretta, dietro all'apparente mitezza, alla ostentata, mielosa, “bontà”, persegue un obiettivo profondamente autoritario, meglio, totalitario: il controllo globale della vita sociale, l'imposizione a tutti di modelli di vita e di pensiero dichiarati a priori come gli unici buoni.
In occidente nessuno, per ora, rischia il carcere o i lavori forzati se parla di “clandestini” invece che di “migranti”. Però... però subito viene additato al pubblico disprezzo come “razzista xenofobo”. Se Tizio non usa il termine “femminicidio” viene guardato come se fosse un amico di chi usa violenza alle donne, se Caio è contrario ai matrimoni gay diventa immediatamente “omofobo”, e se Sempronio definisca “barbarie” la pena di morte per gli apostati è affetto da “islamofobia”. Chi non si integra nella ideologia politicamente corretta non è un individuo che sbaglia (ammesso che sbagli), o che ha idee, valori, interessi comunque legittimi. No, è un essere cattivo, intollerante, non rispettoso degli altri. Non è un criminale, per ora, ma potrebbe diventarlo presto.

Viviamo un brutto momento, a tutti i livelli, ed il pessimismo è d'obbligo. Ma, per fortuna, c'è qualcosa che ci consente di moderarlo. A livello di massa l'ideologia politicamente corretta è molto meno forte di quanto potrebbe sembrare a prima vista. Fortissimo, quasi invincibile, anche perché non contrastato praticamente da nessuno, sui media, il politicamente corretto è abbastanza estraneo alla maggioranza degli esseri umani. Nel linguaggio di tutti i giorni nessuno usa i neologismi che impazzano in TV, e, sotto sotto, sono in pochi a credere davvero alle formulette che i media presentano come verità indubitabili. Questo però non basta. Non basta la difesa passiva contro le litanie da oratorio progressista. Queste litanie si trasformano in leggi, regolamenti, obblighi, penetrano in profondità nella vita sociale fino a trasformarla del tutto. Possono pervertire le coscienze quando la resistenza viene sgretolata. Se questo avviene ci si ritrova, tutti, molto meno liberi, forse non più liberi. Forse (FORSE) siamo ancora in tempo per evitare una simile fine.

lunedì 10 marzo 2014

GUERRE ED ECONOMIA. CONSIDERAZIONI SU UN DIFFUSO LUOGO COMUNE





E' uno dei luoghi comuni che si sentono più spesso: “le guerre hanno cause economiche” e, come tutti i luoghi comuni, contiene un po' di verità. In effetti spesso le guerre hanno anche cause economiche e praticamente ogni guerra ha conseguenze economiche. Conquistare dei territori, smembrare uno stato o ridurlo al rango di protettorato, modificare dei confini sono tutte cose che hanno pesanti ripercussioni economiche, è innegabile. Ma, il fatto che una guerra abbia conseguenze economiche implica che anche le sue cause siano di tipo economico? Una guerra in fondo ha conseguenze che riguardano un po' tutti i settori della vita sociale: culturali, politiche, religiose; questo ci obbliga a dire che la guerra ha sempre e solo cause culturali, politiche, religiose? E, più in generale, cosa vuol dire, precisamente, che la guerra ha solo o prevalentemente cause economiche? Per cercare di uscire dai luoghi comuni occorre approfondire.

Un equivoco.
Molti hanno fatto notare che le guerre sono spesso dei formidabili volani dello sviluppo economico. La cosa non deve stupire, in fondo. La guerra porta con se immani distruzioni e dove ci sono distruzioni esiste la necessità di ricostruire. Se a questo si aggiunge che dopo un conflitto distruttivo il tenore di vita delle popolazioni è molto basso e che è di conseguenza basso il livello dei salari l'arcano sembra definitivamente svelato: la guerra è la miglior ricetta dello sviluppo. Una bella guerra assicura lavoro e produzione, occupazione e sviluppo. Facile no? Troppo facile! Chi ragiona in questo modo dimentica un piccolissimo particolare. La prosperità economica può essere valutata da due diversi punti di vista: come flusso o come stock. Dal punto di vista del flusso indubbiamente la guerra favorisce lo sviluppo, se però si esamina l'economia dal punto di vista dello stock di beni disponibili ci si rende subito conto che la guerra è quanto di economicamente (oltre che umanamente) più distruttivo si possa immaginare. Certo, se una città è distrutta ci saranno tanti omini che lavorano per ricostruirla, ma con tutto il loro lavoro questi omini, non faranno altro che ricostruire uno stock di beni che già esisteva. E, anche se occupati, questi industriosi omini saranno per molto tempo enormemente più poveri di altri omini che prima della guerra languivano nella disoccupazione. Per quanto tempo? Più o meno per tutto il tempo necessario a ricostituire l'originario stock di beni di produzione e di consumo.
Guardare all'economia tenendo conto solo dei flussi e non degli stock è quanto di più stupido si possa immaginare. Dal punto di vista dei flussi la Cina o l'India sono più ricche degli Stati uniti, ma tutti sanno che le cose stanno ben diversamente. I tassi di crescita vanno valutati tenendo conto dei livelli di partenza, cioè degli stock di beni accumulati. Crescere del 2% partendo da mille è ben diverso che crescere del 10% partendo da 100 o da 50. Del resto, se davvero le distruzioni belliche fossero la ricetta che garantisce lo sviluppo avremmo trovato un mezzo formidabile per superare ogni crisi: basterebbe ogni tanto distruggere quasi tutte le fabbriche e qualche città. Nessun imprenditore, oltre che nessun cittadino, sarebbe particolarmente entusiasta di una simile “ricetta”.

La posizione marxista.
Una premessa: fare una storia, anche brevissima, anche telegrafica delle posizioni marxiste sulla guerra non solo esula dagli obiettivi di questo scritto, ma costituisce un'impresa assolutamente superiore alle forze di chi scrive. Qui ci si limiterà quindi ad alcuni rapidissimi cenni sulle posizioni di Marx e di due importantissimi marxisti: Lenin e Rosa Luxemburg.

Che le guerre abbiano cause economiche è implicito nella concezione materialistica della storia. Sviluppo delle forze produttive sociali e conseguenti rapporti fra le classi costituiscono per Marx la struttura della società, struttura che determina, in maniera più o meno mediata, tutto il resto: la politica, le istituzioni giuridiche, le idee e la cultura, la religione, i rapporti fra gli stati, siano essi di pace o di guerra. Il rapporto fra guerra ed economia va ricondotto al rapporto fra i meccanismi che regolano l'economia capitalistica e la politica internazionale. Nell'era della borghesia alla radice delle guerre non sta, infatti, per Marx, una generica “economia”, sta il funzionamento di un preciso sistema economico sociale: il capitalismo. In particolare la guerra serve a contrastare gli effetti delle crisi economiche. Tramite le guerre il sistema ritrova, per qualche tempo, quell'equilibrio che le sue leggi immanenti tendono inesorabilmente a spezzare. Tuttavia non si trova in Marx una teoria esaustiva e chiaramente esposta del rapporto capitalismo – guerra; negli scritti politici che prendono in esame situazioni di guerra, come quelli sulla Comune di Parigi, Marx si dimostra anzi molto attento a non lasciarsi andare ad indebite generalizzazioni.

Chi invece elabora una teoria compiuta e coerente del rapporto guerra – capitalismo è la marxista polacca Rosa Luxemburg. Per Rosa Luxemburg la causa fondamentale delle crisi economiche va cercata nel sottoconsumo che sarebbe intimamente connesso alla economia capitalistica. Il sistema capitalistico si basa sullo sfruttamento di masse sempre più numerose di esseri umani. Il capitalista deve estorcere quantità crescenti di plusvalore alla classe operaia per ampliare sempre più i propri profitti. In questo modo però atrofizza il mercato: a chi vendere le merci prodotte se il mercato è intasato da una massa sempre crescente di miserabili che vivono di bassi salari? Per non soffocare il sistema capitalistico può seguire una sola strada: conquistare nuovi mercati di sbocco per le sue merci, espandersi, allargare sempre più il mercato sino a farlo coincidere col mondo intero. Tutte le potenze capitaliste inseguono questo obiettivo, per questo sono inesorabilmente obbligate ad entrare in contrasto fra loro. Imperialismo e guerra sono la conseguenza inevitabile della contraddizione fondamentale del capitalismo: essere un sistema economico che fonda l'ampliamento della produzione sulla drastica riduzione del consumo. L'espansione coloniale ed imperialistica non possono però risolvere le contraddizioni del sistema. Imperialismo e guerra ampliano ed unificano il mercato riproponendo a livelli sempre più alti la contraddizione fondamentale che affligge il sistema. Il crollo del capitalismo è perciò per la Luxemburg una necessità storica, esattamente come sono necessità storiche l'imperialismo e le guerre imperialiste.
Però, ne “
l'accumulazione del capitale”, testo ponderoso che la Luxemburg dedica all'argomento, la marxista polacca è costretta a polemizzare nientemeno che col suo maestro. Nel secondo volume del “capitale” infatti Marx parla degli schemi di riproduzione allargata. L'intero sistema può schematicamente essere diviso in due settori: quello che produce beni di consumo e quello che produce mezzi di produzione. In estrema sintesi il sistema cresce quando ogni settore produce plusvalore in quantità tale da soddisfare la domanda aggiuntiva che sorge al suo interno e nell'altro. Rosa Luxemburg non accetta queste conclusioni di Marx, che le appaiono in contrasto con quanto il suo maestro afferma in altre parti della sua opera principale. Senza entrare nel merito di una polemica ormai vetusta è chiaro che la posizione luxemburghiana non regge, o regge poco, anche ad una critica del tutto interna al marxismo ed alle sue categorie.

La maggior parte dei marxisti suoi contemporanei non accettò le analisi di Rosa Luxemburg, tuttavia condivise con lei la teoria secondo cui il capitalismo andava incontro ad un crollo inevitabile e, col crollo, a guerre sempre più vaste e sanguinose. Anche questi critici avevano del resto sostanziosi appoggi nel testo marxiano. Anche in Marx è ravvisabile in effetti una teoria del crollo, solo, il filosofo di Treviri lega questo non tanto al sottoconsumo quanto alla
caduta tendenziale del saggio di profitto. In sintesi telegrafica, il saggio di profitto è dato dal rapporto fra il plusvalore estorto agli operai e l'intero capitale investito. Col tempo la parte del capitale globale investita in capitale variabile, cioè in lavoro umano, decresce rispetto a quella investita in capitale fisso (macchine, attrezzi). Solo il lavoro umano crea però, per Marx, plusvalore, quindi, col crescere della componente fissa del capitale globale il tasso di profitto tende inevitabilmente a calare. Senza approfondire troppo, è sin troppo evidente come questa teoria sia legata alla teoria del valore lavoro, oggi ormai quasi universalmente abbandonata. Ed è anche evidente che chi la sostiene non può rispondere ad una semplicissima domanda: perché mai i capitalisti aumenterebbero costantemente la componente fissa del capitale investito, a scapito della variabile, se solo dalla componente variabile estraggono plusvalore, ed il calo di questa componente contrae il saggio di profitto? La risposta che Marx da ad un quesito simile: solo il lavoro socialmente necessario, cioè il lavoro adeguato ad un certo livello di sviluppo tecnico, crea valore, non risolve i problemi: perché mai capitalisti lavorano nel senso di ridurre le ore di lavoro socialmente necessarie se questo fa calare il loro tasso di profitto?
Non è il caso di insistere su questo argomento, rimando quanti fossero interessati al mio scritto: “
La teoria marxiana dello sfruttamento” su questo stesso blog. A prescindere dalle critiche, la caduta tendenziale del saggio di profitto dimostra, per Marx, che è il capitale il limite immanente alla produzione capitalistica. Molti marxisti posteriori a Marx riprendono questa sua concezione. Il sistema capitalistico, nelle loro analisi, reagisce alla caduta dei profitti precisamente con la guerra. Colonialismo, imperialismo, guerre fra le potenze imperialiste servono ad assicurare al capitale mano d'opera e materie prime a basso costo. Saccheggiando ed impoverendo il mondo il capitalismo cerca di reagire alle sue crisi, preparandone però di nuove e più gravi. Lenin è il più radicale di questi critici. Tuttavia non è possibile trovare nella più importante opera di Lenin sull'argomento, “l'imperialismo, fase suprema del capitalismo”, alcuna teoria chiaramente esposta del rapporto fra imperialismo, guerra e meccanismi che presiedono al funzionamento della economia capitalistica. Lenin è un politico geniale ma non eccelle come teorico; per lui la teoria è un'arma di azione politica e la politica è per lui sempre finalizzata ad un unico fine: la conquista del potere da parte del partito rivoluzionario. “L'imperialismo” è più un pamphlet polemico che un libro di teoria economica marxista. Lenin vede che nel mondo ci sono il capitalismo, l'imperialismo e la guerra e fa dipendere gli ultimi due dal primo. Con questo però da per dimostrato ciò che è tutto da dimostrare. E quando Kautskij afferma che l'imperialismo è una politica del capitalismo, ma non l'unica possibile, Lenin reagisce coprendolo di insulti. Colui che lo stesso Lenin aveva definito come il “più eminente teorico marxista” diventa così il “rinnegato Kautskij”, lo ”sicofante al servizio della borghesia”.

Lenin scrisse “
l'imperialismo fase suprema del capitalismo” nel 1916. Sono passati 98 anni ed il capitalismo è ancora in piedi. E' crollato invece, quasi ovunque, il comunismo, lasciando in eredità al genere umano decine di milioni di cadaveri. La sinistra anticapitalista di oggi non cerca più di analizzare il rapporto fra guerra e capitalismo, non cerca neppure, a dire il vero, di analizzare criticamente il sistema capitalistico in quanto tale. Si limita ad additare al pubblico ludibrio le nefandezze di determinati gruppi di capitalisti ( i petrolieri, i finanzieri), o, spesso, di un solo capitalista (chissà chi sarà?). Non è possibile alcun paragone fra i marxisti classici ed i loro tardi epigoni. La prosa violenta e spesso elementare di Lenin appare un esempio di raffinatezza analitica se paragonata alle idiozie di personaggi come Vendola o Diliberto. Parlare di loro è solo tempo perso, quindi non ne parliamo.

Economia e politica di potenza
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Si può ritenere che le guerre abbiano sempre o quasi cause economiche anche se si rifiuta la connessione marxiana fra guerre, crisi economiche e meccanismi che sovraintendono al funzionamento dell'economia capitalistica. Ogni stato, indipendentemente dal suo regime sociale ed economico, ha bisogno di materie prime, accessi al mare, superfici coltivabile, territori, e la guerra può essere un ottimo strumento per procurarsi tutte queste cose. Può essere, certo, ma
deve esserlo? Deve esserlo sempre e comunque? Una guerra può scatenarsi, ad esempio, per il possesso di certe fonti di materie prime è vero, ma forse non è una cosa che capita troppo spesso. Le materie prime possono essere procurate tramite il commercio, e si può rinunciare ad un accesso al mare se gli stati confinanti concedono, a prezzi ragionevoli, il diritto di passaggio verso il mare, quanto alle superfici coltivabili, è discutibile se conquistarle armi in pugno sia economicamente più vantaggioso che non importare i frutti delle coltivazioni. La guerra è qualcosa di estremamente costoso ed è quanto meno dubbio che i suoi vantaggi economici superino i costi. Ciò è tanto più vero se si considera che i costi economici di una guerra non terminano col cessare dei combattimenti. Mantenere per anni una forza di occupazione in uno stato straniero ha costi economici di gran lunga superiori ai vantaggi derivanti dal “saccheggio” dei suoi beni naturali, e questo indipendentemente dai costi umani e politici che una simile avventura implica. Poniamo che gli stati uniti vogliano, ad esempio, invadere l'Iran per “rapinarlo del suo petrolio”. Tralasciamo i costi umani e politici di una simile avventura, davvero qualcuno può seriamente pensare che mandare in Iran un esercito d'invasione, battere le armate iraniane, mantenere per anni il paese occupato sia qualcosa di profittevole dal punto di vista economico? L'invasione dell'Irak è stata un buon affare per gli Stati uniti? Pensare che far la guerra sia economicamente più vantaggioso che commerciare è quasi sempre sbagliato.
Coloro che sostengono che le cause delle guerre siano sempre o quasi di tipo economico hanno inoltre una concezione assai discutibile di quello che è la ricchezza. Di solito identificano la ricchezza con le risorse naturali, il petrolio soprattutto. Ora, di certo le risorse naturali sono ricchezza, ma non sono l'unica ricchezza né, oggi, la più importante. Un certo bene esistente in natura è
risorsa, quindi ricchezza, solo se e esiste un certo livello di sviluppo tecnologico. Il petrolio ha iniziato a diventare una risorsa quando è stato utilizzato per il trasporto e poi per la produzione di energia elettrica, prima era solo un liquido maleodorante. Si possono fare considerazioni analoghe per la gran maggioranza delle materie prime. In realtà, specie nel mondo di oggi, la ricchezza è legata più alla ricerca, allo sviluppo tecnologico che non alle materie prime o alla terra, e lo sviluppo tecnologico è la risultante degli investimenti in ricerca e sviluppo, degli scambi culturali e commerciali, di buone scuole ed università; di certo non si conquista con la guerra.

Eppure le guerre si fanno. Ma, davvero si fanno perché è economicamente conveniente farle? E' davvero l'utile economico, sempre e comunque, il loro fine?
NO.
Uno stato non mira solo al benessere economico, mira ad avere un ruolo importante nella politica internazionale, ad essere potente, influente e militarmente temibile. Ogni stato ha la sua politica di potenza che è cosa ben diversa dalla mera ricerca del benessere economico.
L'importanza geo politica di uno stato non coincide affatto con la sua prosperità economica. La Svizzera è molto più prospera della Cina, ma ha una importanza geopolitica del tutto trascurabile, per non parlare della sua irrilevante potenza militare. Si fanno molte guerre non per motivi economici ma per motivi geo politici, anzi, molte volte quelle che appaiono a prima vista cause economiche di un conflitto sono in realtà cause accessorie legate alle, fondamentali, cause geo politiche. Uno stato, ad esempio, vuole conquistarne un altro per avere a disposizione le sue materie prime. Non lo fa per motivi prevalentemente economici, se questi determinassero la sua politica la soluzione migliore sarebbe, probabilmente, il commercio. Lo fa perché il controllo diretto di quelle materie prime aumenta la sua potenza, migliora la sua posizione geopolitica nello scacchiere internazionale. Spesso non viene dato il peso che merita a questo fattore, col risultato che si scambia per guerra causata prevalentemente da motivi economici un conflitto nato invece da contrasti geo politici fra potenze. 

Il denaro è tutto?

L'uomo è un essere limitato, finito. Dipende dal mondo esterno ed ha bisogno di modificarlo per organizzare le sue condizioni di vita. In un modo o nell'altro, qualsiasi cosa faccia, quali che siano le sue preferenze, l'uomo ha bisogno di beni materiali. Ne ha bisogno anche per le sue attività più squisitamente spirituali. Un musicista ha bisogno di beni materiali non solo per mangiare, ripararsi dal freddo e vestirsi, ne ha bisogno anche per comporre la sua musica.
In quanto limitati noi siamo sempre costretti al calcolo economico.
Fare A significa non fare B e si sceglie fra A e B in base al raffronto fra i vantaggi di A e quelli di B o fra la penosità di B ed il piacere che A ci procura, o fra la penosità di entrambi, per scegliere la minore. Tutto questo non è necessariamente legato al materialismo, non si tratta sempre di scegliere sempre fra beni materiali. Il mistico che passa la vita in preghiera ritiene che il vantaggio spirituale che gli deriva da una simile scelta sia enormemente superiore agli effimeri beni del mondo. Anche se non lo ammetterebbe mai, anche lui ha fatto un calcolo economico quando a deciso di dedicare l'esistenza alla ricerca dell'assoluto. In questo senso quindi ogni attività umana è economica. Però non è questo il senso in cui si usa normalmente il termine “economico”. Nel suo, ristretto, significato corrente l'attività economica dell'uomo è quella che mira alla massimizzazione dei suoi beni materiali e delle sue disponibilità finanziarie. Poniamo che Tizio ami sopra ogni cosa scalare le montagne. Tizio acquisterà i beni materiali che gli permettono di realizzare il suo sogno, dovrà possedere attrezzature, pagarsi viaggi e spostamenti, magari l'aiuto di guide esperte; e preferirà queste cose a tutte le altre, le riterrà maggiormente belle e gratificanti. In questo senso è possibile definire “economica” l'attività di Tizio. In senso più comune e ristretto però una simile conclusione sarebbe del tutto falsa. Tizio non ha interesse a massimizzare il suo stock di beni materiali o di disponibilità finanziarie. Non gli interessa diventare ricco, gli interessa solo raggiungere vette immacolate. E quello che vale per le montagne può valere per molte altre cose. Il denaro può essere un fine ma è molto spesso solo un mezzo. In senso ampio la attività di chi cerca di aiutare i bisognosi, e si procura fondi che gli servano a questo scopo, è attività economica, in senso più ristretto questo non è vero; in senso stretto è economica quella attività che vede nell'incremento di ricchezza un fine in se. E' solo il caso di aggiungere che vedere nell'incremento della ricchezza un fine in se non è per niente cosa gretta ed immorale. In fondo l'incremento della ricchezza globale è ciò che rende possibile il raggiungimento di una quantità sempre crescente e differenziata di fini. L'avversione per il benessere è un atteggiamento sciocco e snobistico, spesso caratteristico di chi di ricchezza ne ha accumulata molta.

Ciò che vale per gli individui vale spesso anche per gli stati, Poniamo che un certo stato sia governato da una teocrazia fondamentalista, poniamo che sia i governanti che la maggioranza della popolazione di questo stato ritengano che il più nobile obiettivo che ci si possa porre sia quello di distruggere gli infedeli e conquistare il mondo intero alla “vera religione”. Un simile stato avrà bisogno di ricchezza, ovviamente, ne avrà bisogno anche per realizzare il grande fine che unisce la maggior parte dei suoi abitanti ed i suoi governanti. Però, sarebbe del tutto sbagliato affermare che la politica di questo stato sia mossa da motivazioni economiche; è mossa da motivazioni religiose, e la ricerca di beni materiali e disponibilità finanziarie altro non è che un mezzo per realizzare queste motivazioni. Poniamo che questo stato possieda grandi disponibilità di petrolio e che venda la sua ricchezza solo a quegli stati che prendono certe misure in campo religioso, ad esempio, aprano numerosi centri islamici e scuole coraniche, o impongano alle donne l'uso del burka. E poniamo che un altro stato rifiuti simili imposizioni ma pretenda che gli sia venduto comunque il petrolio, a prezzi di mercato. Molto probabilmente fra i due stati sorgerà un contenzioso molto grave, forse scoppierà una guerra. Molti “pacifisti” scenderanno in piazza strillando che la guerra che potrebbe scoppiare sarebbe causata dalla brama di petrolio dei cattivissimi capitalisti. Ma, starebbero così le cose? No, ovviamente. Se il petrolio viene usato come un'arma a fini integralisti è questo uso improprio la causa prima dei conflitti che inevitabilmente seguiranno. 

Guerre religiose, ideologiche, e di altri tipi
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Spesso gli occidentali, non solo quelli affetti dal politicamente corretto, non vogliono neppur sentir parlare di guerre religiose o ideologiche. Tutto ciò che non rientra nell'economia intesa nel senso stretto di cui si parlava, non ha per loro rilevanza alcuna. Certo, la storia è piena di guerre di religione, di crociate e contro crociate, è un dato di fatto difficile da negare. Ma questo non scoraggia troppo l'occidentale politicamente corretto o sedicente “realista”. La religione sarebbe solo un pretesto, si dice. Si scavi dietro le motivazioni religiose ed emergono quelle economiche. Procedimento troppo facile, e facilmente reversibile. Ogni guerra ha conseguenze in tutti i capi della vita umana, lo si è già detto. Si guardi meglio, si vada oltre le motivazioni economiche e si scopriranno le motivazione vere, quelle religiose, o ideologiche, o culturali, si potrebbe dire; e ci saranno sempre degli eventi che “confermeranno” simili tesi. In realtà gli esseri umani si sono massacrati spesso e volentieri per motivi religiosi. Anche ammettendo che le motivazioni religiose fossero solo “coperture” di altri, più materiali interessi, resta sempre la domanda:
perché solo in presenza di quelle “coperture” le guerre sono scoppiate? Se due popoli si odiano e si fanno a pezzi per il possesso di una città santa si può davvero dire che la causa “vera” della mattanza sia la mancata attuazione di certi contratti commerciali? Contratti commerciali se ne fanno ovunque ed ovunque danno a volte luogo a controversie, ma quasi mai causano guerre, questo avviene solo in certi luoghi ed in certe circostanze storiche. E' difficile ipotizzare che un disputa commerciale fra Svezia ed Olanda possa causare una guerra mentre è facile pensare che potrebbe causarla, ad esempio, fra Israele ed Egitto. E' casuale questo? Non credo.
A proposito di Israele, le terre su cui sorge questo stato, ed in particolare la città di Gerusalemme, sono oggi le più contese del mondo. Eppure si tratta di terre di dimensioni molto ridotte, più o meno quelle della Lombardia, e prive di ricchezze naturali. In Israele non c'è petrolio, né gran quantità di materie prime, né sbocchi al mare privilegiati, né grandi terreni da coltivare; gli israeliani hanno reso fertile la loro terra, ma ce ne sarebbe moltissima altra da dissodare e coltivare, volendo. Eppure Israele è in guerra dal momento in cui è nato, nel 1948. Solo astraendo del tutto dalla realtà si possono cercare cause economiche in un conflitto che dura ininterrotto da oltre 66 anni.

Ovviamente la religione non è sempre causa di guerre né è l'unica causa di guerra, ci mancherebbe. Quasi sempre è invece causa di guerra
l'ideologia.
Per Marx l'ideologia è
falsa coscienza. L'ideologia è una visione del mondo che viene considerata, insieme, vera e buona a priori, indipendentemente da ogni analisi razionale ed ogni verifica empirica; e, in quanto vera e buona, l'ideologia va messa in atto, a tutti i costi. Se il mondo la accetta bene, se non la accetta essa va imposta al mondo. In questo senso, malgrado le polemiche di Marx contro la “falsa coscienza ideologica” il marxismo è senza dubbio una ideologia.
Solo astraendo completamente dalla realtà si può minimizzare il peso dell'ideologia nella storia ed in particolare in quei tragici eventi della storia che sono le guerre.
Cosa era più ideologico del concetto hitleriano di “spazio vitale”? Hitler voleva conquistare un ampio spazio ad est della Germania, da trasformare in colonia agricola, popolata da forti e biondi agricoltori “ariani”. Le popolazioni locali dovevano essere trasferite altrove, quelle “inferiori” come gli slavi, deportate, gli ebrei massacrati. Esiste un minimo di razionalità economica in tutto questo? L'hitleriano “spazio vitale poteva diventare un mercato di sbocco per le merci tedesche da esportare? E' ridicolo il solo pensarlo. Lo “spazio vitale” del capitalismo è il mercato globale, le sue “armate invincibili” sono le merci di buona qualità a prezzi convenienti. Ed era “razionale“ dal punto di vista geopolitico la allucinata visione hitleriana? Costruire, nel pieno del ventesimo secolo, un enorme impero coloniale e razzista in Europa era il modo migliore per dare alla Germania il ruolo di potenza egemone? No, ovviamente, e la storia lo ha confermato. Tutta la politica tesa a conquistare per la Germania uno “spazio vitale” aveva un senso solo ideologico, era “razionale” solo se rapportata ad una ideologia malata.
Esaminiamo un'altra grande tragedia dello scorso secolo. In Cambogia, appena conquistato il potere, i Kmer rossi svuotano le città, covi di corruzione capitalista. Le popolazioni vengono mandate a lavorare i campi e devono farlo senza usare nessuna delle mostruose invenzioni della scienza e della tecnologia “borghesi”: si dissoda il terreno, si scavano canali e si coltiva il riso a mani nude. La cultura è “borghese”, quindi gli “intellettuali”, spesso chi solo sa leggere e scrivere, vengono fucilati. La religione è “oppressiva”, quindi chi prega finisce all'altro mondo, la famiglia è ancora più oppressiva, quindi i figli vengono strappati ai genitori, se qualcuno vuole sposarsi deve avere la autorizzazione del partito. Nella “Campucea rossa” risorge il cannibalismo, in pieno ventesimo secolo. Esiste un minimo di razionalità economica in tutto questo? O esiste in questa follia una razionalità geopolitica? Non scherziamo. Si elimini l'ideologia e la tragedia cambogiana diventa del tutto incomprensibile. Gli esempi potrebbero continuare. La staliniana collettivizzazione forzata dell'agricoltura o o il gran balzo in avanti di Mao, o, sempre di Mao, la “grande rivoluzione culturale proletaria”. Tutte politiche sanguinose che possono trovare una spiegazione esauriente solo se si fa ricorso al concetto di ideologia.
Le guerre di religione ed ideologiche non solo esistono, ma sono anche particolarmente difficili da risolversi, e non a caso. Un ragionevole compromesso che permetta a due stati di spartirsi i proventi dell'estrazione del petrolio è sempre possibile, come è possibile dividersi un territorio conteso, ma una città santa non può essere divisa. Certo, ci si può accordare per garantire ai pellegrini di tutte le fedi interessate l'accesso a quella città, nel rispetto di tutti i luoghi di culto, ma questo è possibile solo se tutti gli interessati sono tolleranti, cosa che non sempre capita quandoci sono di mezzo dei credi fondamentalisti. Ed, allo stesso modo, se interi popoli, ed i loro governanti, considerano la stessa esistenza di un certo stato cosa empia, la guerra che li oppone a quello stato tenderà ad incancrenirsi; la storia del conflitto arabo israeliano è, di nuovo, molto eloquente a riguardo. Nessun interesse economico, nessuna disputa territoriale possono spiegare una guerra che dura dal 1948 contro uno stato di dimensioni ridottissime, in una zona del mondo in cui tutto manca meno che la terra.
Le guerre ideologiche e di religione sono in fondo espressioni di scontri ancora più generali che, molto più che le guerre legate all'economia o a ragioni geopolitiche, toccano i sentimenti profondi di intere popolazioni: mi riferisco agli scontri fra nazionalismi e a quelli di civiltà.
I nazionalismi hanno avuto un tal peso nello scoppio di conflitti distruttivi che è difficile sopravalutarne l'importanza. Tra l'altro sono stati legati al fenomeno del colonialismo assia più dei tanto enfatizzati motivi economici. Quanto alle civiltà... le civiltà sono diverse, per certi aspetti molto diverse. E le differenze fra civiltà coinvolgono direttamente la vita delle persone, il modo in cui gli esseri umani si rapportano fra loro, le cose in cui credono, i valori in cui si identificano. Così come possono convivere le civiltà possono scontrarsi e quando questo accade il conflitto che le oppone è sempre particolarmente duro. Lo è perché suscita negli esseri umani amore ed odio reali, intimamente sentiti e vissuti. Negare questa componente, queste cause del fenomeno “guerra” non è prova di sano realismo, è un atteggiamento del tutto irrealistico, potremmo dire... ideologico.

Cerchiamo di concludere.
Le guerre hanno a volte cause economiche, altre volte cause geopolitiche, altre ancora religiose o ideologiche, nazionali o culturali. Spesso hanno non una ma numerose cause interconnesse. Una guerra con motivazioni geopolitiche può avere aspetti ideologici, economici e religiosi. Malgrado i molti sorrisini di sufficienza con cui la cosa è accolta, a volte le guerra possono avere addirittura cause umanitarie. Nei paesi democratici la pubblica opinione ha un peso a volte determinante, e se la pubblica opinione è scossa, ad esempio, dalle notizie di massacri che avvengono in un certo paese, e preme per un intervento i governi possono essere indotti all'intervento, anche se dal punto di vista economico o geopolitico questo non sarebbe raccomandabile.
In definitiva, la notissima teoria secondo cui le guerre hanno sempre e comunque cause economiche è, molto semplicemente, sbagliata. Deriva da una inammissibile semplificazione analitica, e dalla tendenza, tutta occidentale, di ridurre tutto al mero calcolo economico, inteso nel senso stretto, monetario del termine. Il mondo però è molto più ampio e complicato di quanto lo intendano alcuni suoi improvvisati semplificatori.

sabato 1 marzo 2014

IL CANALE




Arcipelago gulag” di Aleksandr Solzenicyn. Qualcuno lo può trovare un’opera confusa: né saggio, né romanzo, né autobiografia, una sorta di "mistura" senza il rigore del saggio nè la bellezza estetica del romanzo.  Anche io leggendolo, tempo fa, ho avuto, sulle prime questa impressione. Ma si trattava, appunto, di una impressione, ed alquanto superficiale La grandezza di quest’opera sta proprio nel suo carattere anomalo. Quel continuo alternare ricordi della propria esperienza e narrazioni di esperienze altrui, prosa carica di umana partecipazione ed esposizione minuziosa, quasi fredda, di fatti, date, cifre fanno di “Arcipelago gulag” un capolavoro della letteratura di tutti i tempi, il gigantesco affresco di una esperienza fra le più tragiche della storia.

Vorrei ricordare uno fra i tanti eventi che Solzenicyn descrive con la sua prosa piana, colloquiale ed efficacissima. Nel 1931 Stalin ebbe una splendida idea: bisognava costruire un canale che collegasse il mar Bianco col mar Baltico e bisognava costruirlo alla svelta, molto alla svelta!
“Il canale deve essere costruito in un termine breve e costare poco! Questa è l’indicazione del compagno Stalin (..) Venti mesi! Questo fu il tempo dato dal grande duce (..): dal settembre 1931 all’aprile 1933. Non potè dar loro neppure due anni completi, tanta fretta aveva. Duecentoventisei chilometri. Terreno roccioso, pianure ingombre di massi; paludi, sette chiuse nella scala di Povenec, dodici sulla discesa verso il mar baltico”(1)
Sicuramente doveva trattarsi di un’opera di enorme importanza se c’era tanta fretta di costruirla potrebbe pensare un lettore un po’ ingenuo, ma le cose stavano diversamente. Il canale era tanto importante che non fu stanziato per la sua costruzione neppure un copeco! Come è possibile una cosa simile? E le macchine? Non costano forse le scavatrici, i treni che devono portare materiale ai cantieri, le gru? Non costa la mano d’opera? Non costano gli operai, i tecnici, gli ingegneri? Beata ingenuità! “Fate lavorare contemporaneamente centomila detenuti, quale capitale vi può rendere di più? (..) C’era davvero da inferocirsi contro gli ingegneri sabotatori. Faremo strutture di cemento armato dicono. I cekisti rispondono: non c’è tempo. Gli ingegneri dicono: occorre molto ferro. I cekisti: sostituitelo col legno. Gli ingegneri dicono: occorrono trattori, gru, macchine! I cekisti: non ci sarà nulla di tutto questo, non un copeco, fate tutto a braccia” (2). Un canale di duecentoventisei chilometri in un territorio gelato per oltre metà dell’anno costruito senza l’ausilio di macchine moderne, a braccia, usando picconi, pale e carriole. Costruito da quegli schiavi che erano i detenuti nei gulag: questo era il piano di Stalin, piano che venne puntualmente realizzato. “I detenuti arrivano, continuano ad arrivare nel luogo del canale” continua Solzenicyn "e non vi sono ancora baracche, vettovaglie, arnesi e nemmeno un piano preciso: che cosa si deve fare? (non ci sono baracche ma in compenso c’è un precoce autunno nordico) (..) abbiamo tanta fretta che gli ingegneri finalmente giunti sul posto non posseggono carta millimetrata, righelli, puntine da disegno (!) e neanche c’è luce nella baracca di lavoro” (3).

Le condizioni di lavoro sono atroci, ovviamente: “la norma è: spaccare due metri di roccia granitica e trasportarli con una carriola a distanza di cento metri, nevica, tutto viene ricoperto (..) Le carriole sbandavano sulle assi bagnate, si rovesciavano (..) una carriola richiede un’ora per essere caricata non diciamo di pietre ma anche solo di terra ghiacciata. (..) gli uomini si aggiravano inciampando nei sassi . A due, a tre si chinavano, abbracciavano un masso, tentavano di sollevarlo. Il masso non si muoveva, allora chiamavano un quarto, un quinto. Ma a questo punto interviene la tecnica del nostro secolo glorioso, i massi vengono tirati fuori dalla depressione in una rete attaccata ad una fune a sua volta azionata da un tamburo fatto ruotare da un cavallo” (4). Non ci sono neppure asce e seghe per abbattere gli alberi e procurarsi il legname che serve per il lavoro. Che fare? A tutto c’è rimedio: “Anche a questo riesce la nostra ingegnosità: si legano funi agli alberi e le brigate tirano alternativamente in direzioni opposte” (5).
In terre ghiacciate, con temperature polari decine di migliaia di "controrivoluzionari" si "redimono" contribuendo alla costruzione del socialismo! “Sta proprio in ciò la grandiosità della costruzione: si compie senza l’intervento della tecnica moderna e senza forniture dal paese! Non è il ritmo del decadente capitalismo europeo e americano. Sono ritmi socialisti” (6) tutto ciò che occorre viene fatto sul posto, dai detenuti che lavorano allegramente, in spirito di emulazione socialista. “No, non sarebbe giusto” prosegue Solzenicyn “confrontare questa pazzesca costruzione del XX secolo, un canale sul continente costruito con la piccozza ed il piccone, con le piramidi egiziane: Infatti per quelle si usò la tecnica del tempo. La nostra tecnica era infatti arretrata di quaranta secoli rispetto al tempo in cui vivevamo. Erano queste le nostre camere della morte. Ci mancava il gas per fare le camere a gas” (7).
"Ci mancava il gas per fare le camere a gas"! Stragismo tecnologicamente arretrato quello di Stalin, stragismo ecologico, a chilometro zero! Niente gas, niente macchine, niente attrezzi e inquinamento; solo gelo e sudore umano!
E come costringere tanta gente a lavorare in una simile  maniera? Con la più dura repressione contro gli “sfaticati sabotatori”, l’uso dei delinquenti comuni contro i “politici” e gli incitamenti all’emulazione socialista. Piccoli “privilegi” (ad esempio potersi riscaldare accanto ad un falò) come premio per il raggiungimento di obiettivi sempre più folli ed irrealistici. L’impresa ha costi umani atroci, ovviamente: “Dicono che nel primo inverno, dal 1931 al 1932, morirono in centomila” (8), afferma Solzenicyn, che valuta in un quarto di milione di vittime il costo umano complessivo di quest’opera folle. “Alla fine della giornata lavorativa sul cantiere rimangono dei cadaveri. La neve ricopre le loro facce. Qualcuno si è rannicchiato sotto una carriola capovolta, ha nascosto le mani in tasca ed è morto così. Là sono congelati in due, appoggiati uno alla schiena dell’altro (…) Di notte parte una slitta per raccattarli (..) d’estate si trovano le ossa dei cadaveri non raccolti per tempo.” (9)

Costi umani altissimi certo, ma, ma alla fine sarà pur rimasto qualcosa, una grande opera pubblica, un canale di enorme utilità per la patria del socialismo! No, neppure questo. Solgenicyn racconta di aver visitato il canale, tanti anni dopo, nell’era della cosiddetta destalinizzazione, e di averlo trovato incredibilmente deserto. “Quel giorno passai sul canale circa otto ore. Durante quel tempo un barcone navigò da Povenek a Soroka e un altro dello stesso tipo da Soroka a Povenek. (..) il carico era identico: tronchi di pino ammuffiti buoni solo come legna da ardere” (10)
Il canale era troppo poco profondo, non più di cinque metri e costruito malissimo, neppure i sommergibili, che pescano pochissimo potevano attraversarlo, insomma: un’opera praticamente inutile, costata però circa duecentocinquantamila vite umane!
“A Stalin occorreva” afferma Solzenicyn “in un posto qualunque una grande impresa realizzata da detenuti che assorbisse molta mano d’opera e molte vite umane (l’eccedenza di uomini dovuta al piano di eliminazione dei kulaki), efficace come una camera della morte ma più a buon mercato di questa, lasciando al tempo stesso un grande monumento, sul tipo delle piramidi, del suo regno” (11). La cosa può apparire folle, e lo è, ma si tratta della follia tipica dei totalitarismi, una follia che ha in fondo una sua sinistra razionalità. I kulaki (cioè i contadini considerati “ricchi” ) erano per il tiranno georgiano degli implacabili nemici, eliminarli (ed eliminare con loro moltissimi altri) facendoli sfiancare di lavoro poteva in fondo essere "razionale" , dal suo punto di vista, ovviamente.
Questo del resto è solo un evento, uno solo fra i tantissimi che Solgenicyn racconta. Quel quarto di milione di vittime sono solo una piccola parte del totale delle vittime sacrificate sull’altare della nuova società.

Noi occidentali siamo spesso straordinariamente miopi. Vediamo molto bene le brutture che ci sono vicine ma riusciamo a non vedere brutture ben più gravi se solo vengono perpetrate un po’ lontano da noi. Quanti sapevano del canale? Quanti ne sanno qualcosa oggi? Pochi, molto pochi.  Democratici, progressisti, difensori dei diritti umani, associazioni umanitarie sono riusciti solo a tacere mentre nella Russia staliniana veniva perpetrata una delle più formidabili mattanze della storia, anzi, molti "intellettuali impegnati", poeti, scrittori, registi hanno firmato appelli, petizioni, manifesti in difesa.. di chi? Delle vittime del padre dei popoli? No, in difesa dell’Unione sovietica minacciata dall’"imperialismo americano"! Altri si giustificano: "non si sapeva" dicono, "non si poteva sapere". E lo stesso avviene oggi. Oggi non sappiamo cosa avviene in Corea del nord, come ieri non sapevamo quel che avveniva in Cina o in Cambogia, come avremmo potuto, come potremmo condannare? Si, l’altro ieri non si sapeva cosa avveniva in URSS, ieri non si sapeva della Cambogia, oggi della Corea de Nord. Ma si sapeva, si sa, che quei paesi erano (e sono) protetti da una formidabile cortina che impedisce ogni testimonianza. Si trattava, e si tratta, di paesi in cui non si poteva né entrare né uscire se non guardati a vista da funzionari governativi, paesi da cui non escono notizie, testimonianze, scritti che non siano filtrati e controllati. Quando un silenzio impenetrabile circonda un paese si può star certi che entro i suoi confini stanno avvenendo cose mostruose, non ci vuol molto a capirlo, basta volerlo capire. Solzenicyn ci ha sbattuto in faccia la verità, ci ha detto chiaramente cosa avveniva dietro la cortina del silenzio, delle frasi fatte, delle visite guidate, ci mostra un panorama infernale che deve farci riflettere, che ci obbliga a fare i conti con la nostra coscienza.
Certo, essere grati a Solzenicyn non significa condividerne tutto il pensiero, non vuol dire accettare senza riserve la sua filosofia. Il grande scrittore è un rivale della modernità, è uno dei tanti convinti che il comunismo sia il risultato velenoso ma in fondo coerente del processo di secolarizzazione: la via che conduce ai gulag inizierebbe con l’illuminismo. In questo il suo pensiero (del resto assai complesso e poco riducibile a formule) è in qualche modo simile a quello di Dostoevskji e di papa Wojtila; personalmente, ed umilmente, mi permetto di non essere d’accordo con questa impostazione. Ma, quali che possano essere i distinguo forse nessuno scrittore contemporaneo merita come lui il titolo di grande.


Note

1) A. Solzenicyn: Arcipelago Gulag, Mondatori. Volume 2° pag. 90-91
2) Ibidem pag. 91
3) Ibidem pag. 92
4) Ibidem pag. 94
5) Ibidem pag. 94
6) Ibidem 95-96
7) Ibidem pag. 96
8) Ibidem pag 103
9) Ibidem pag. 103
10) Ibidem pag. 106
11) Ibidem pag. 90