domenica 14 febbraio 2021

SCIENZA E MISTICISMO ECOLOGICO




Dalla critica ideologica alla esaltazione acritica


Chi è, come chi scrive, “diversamente giovane” lo ricorda abbastanza bene. Per almeno un paio di decenni dello scorso secolo la scienza è stata costantemente sul banco degli imputati. Lo era in realtà da molto più tempo: la reazione irrazionalistica contro la scienza inizia col romanticismo e caratterizza, con alcune importanti eccezioni, la filosofia dell’Europa continentale sino ai giorni nostri. Col movimento del ‘68 però quella che era una disputa colta, relativamente lontana dagli interessi delle persone comuni, diventa movimento di massa. Il valore euristico della ricerca scientifica viene contestato non in ristrette dispute filosofiche ma in affollate assemblee studentesche. La scienza non è ricerca del vero ma espressione teorica della alienazione umana. Il capitalismo riduce tutto a quantità, numero, rapporto di scambio. La scienza moderna, la fisica matematica soprattutto, fa la stessa cosa. Costringe la multicolore realtà del mondo in un universo di freddi numeri, aliena la natura da se stessa, esattamente come l’economia di mercato aliena da se stessi gli esseri umani. Tutto è quantità, rapporto di equivalenti. Un mondo a testa in giù caratterizzato, per dirla con Marx, da rapporti “cosali” fra gli uomini e rapporti sociali fra cose.
Marx, a dire il vero, aveva conservato un atteggiamento positivo verso la scienza. Lo sviluppo delle forze produttive che la applicazione della scienza alla tecnica rende possibile dovrebbe assicurare alla futura, perfetta, società comunista la sua indispensabile base materiale. I contestatori degli anni 70 dello scorso secolo rifiutarono simili concezioni. La tecnologia e la scienza su cui questa si basa sono un aspetto del mondo alienato. Dietro agli slogan dei contestatori stavano le teorizzazioni della scuola di Francoforte e quelle di colui che di molti francofortesi fu maestro: Martin Heidegger, che, ironia della sorte, avrebbe aderito al nazismo dal 1933 al 1945. La scienza è alienazione, allontanamento dall’essere, deiezione, tutto meno che cosa positiva, almeno potenzialmente liberatoria.
Gran parte degli attacchi irrazionalistici alla scienza non erano, in realtà, che mistificazioni o svolazzi retorici. L’accusa di ridurre tutto a rapporto quantitativo si basa sulla incomprensione della natura della ricerca scientifica, o sulla confusione fra scienza e scientismo, che è filosofia, non scienza. A parte il fatto che non tutte le scienze sono matematizzate come la fisica, non lo è la medicina, ad esempio, a parte questo “dettaglio”, la scienza matematica getta sul mondo una griglia di relazioni numeriche che ci consentono di meglio comprenderlo, senza annullare per questo il valore, umano prima di tutto, delle qualità sensibili. Il fatto che il suono sia costituito da onde non riduce la “nona” di Beethoven ad insieme di formule matematiche esattamente come la teoria newtoniana dei colori non riduce a corpuscoli la “gioconda”. Allo stesso modo le relazioni quantitative in essere sul mercato non danno vita a “rapporti sociali fra cose e cosali fra uomini”. Dietro alla relazione quantitativa che si esprime nel prezzo stanno i bisogni degli esseri umani. Se Tizio scambia due paia di scarpe con un abito non per questo trasforma abito e scarpe nel numero “due”. Dietro a quel “due” c’è il grado marginale di utilità che per Tizio hanno scarpe ed abito, e questo, il grado marginale di utilità, è un fatto squisitamente umano, riguarda Tizio, i suoi bisogni, la soggettiva scala di valore che egli attribuisce alle cose.
Alla base dell’attacco alla scienza stava quindi il rifiuto romantico di quantità, rigore logico, verifica sperimentale, e stava la pretesa di cogliere l’essenza ultima della realtà col strumenti che poco hanno a che vedere con la faticosa, e sempre soggetta ad errore, ricerca razionale ed empirica. Un’illusione.

Col passare del tempo questa illusione doveva subire un accentuato processo di interna involuzione. La scienza smetteva di essere espressione teorica di un mondo rovesciato per diventare, più prosaicamente, arma ideologica nelle mani della borghesia, poi, in un crescendo di banalizzazione propagandistica, strumento di profitto non tanto della borghesia genericamente intesa quanto delle grandi case farmaceutiche o dell’industria bellica. Nelle teorizzazioni di Beppe Grillo e dei suoi poco intelligenti seguaci gli scienziati diventano i complici di coloro che non esitano a rovinare ambiente e salute degli esseri umani pur di conseguire illimitati profitti. La critica alla scienza perdeva ogni dignità filosofica per diventare propaganda del peggior tipo, se non pura e semplice sequela di idiozie.
Eppure, paradosso dei paradossi, le stesse persone che ieri dicevano simili idiozie, o i figli ed i nipotini teorici di queste, cercano di presentarsi oggi come i più strenui difensori della scienza. Gli stessi che vedevano fino a poco tempo fa nel farmacista un potenziale avvelenatore ora si inchinano di fronte a faraonici comitati tecnico-scientifici. L’oggettività scientifica, fino a ieri irrisa e negata, si trasforma oggi in ridicola certezza.
Nulla di male, si potrebbe dire: è lecito cambiare idea. Certo, è lecito cambiare idea, a condizione che si sottopongano le idee di ieri ad una critica teorica onesta e senza reticenze. Esattamente ciò che certi personaggi si guardano bene dal fare. Fanno invece il contrario. Nel momento stesso in cui confondono verità scientifica e certezza si prostrano di fronte a personaggi che con la scienza non hanno nulla a che vedere. La piccola Greta diventa l’icona di tanti nuovi sedicenti “amici della scienza”. Dietro all’apparente entusiasmo per la scienza si nascondono nuove fughe ideologiche. Per cercare di smascherarne le fallacie val la pena di fare qualche considerazione, ovviamente di modesta portata, su ciò che realmente è la scienza.

La scienza non è democratica… ma è libera

Lo dice spesso e volentieri il professor Roberto Burioni: la scienza non è democratica.
Non dubito della competenza scientifica del professor Burioni
e non mi permetterei mai di discutere con lui di argomenti medico scientifici. La affermazione della non democraticità della scienza non è però essa stessa una affermazione scientifica. I discorsi sulla scienza, il suo status e lo status delle sue teorie non sono a loro volta discorsi scientifici. Li può quindi affrontare anche chi, come me, ha conoscenze scientifiche modeste.
La scienza in effetti non è democratica: non si può che concordare con quanto dice il professor Burioni. Peccato però che si tratti di una affermazione abbastanza ovvia, quasi banale. La scienza non è democratica come non sono democratiche arte e filosofia, tecnologia, musica e letteratura. La scienza non è democratica per il semplice motivo che le teorie scientifiche non si mettono ai voti, mai. Riusciamo ad immaginare una votazione che debba decidere quale fra la teoria della gravitazione di Newton e quella di Einstein sia corretta? O se il sistema di Platone sia da preferire a quello di Aristotele? O se Mozart sia meglio o peggio di Beethoven? Le teorie scientifiche si affermano nelle discussioni razionali e nelle verifiche sperimentali, non nelle campagne elettorali. Volere una scienza “democratica” vuol dire non aver capito cosa sia la scienza e, parimenti, vuol dire non aver capito cosa sia la democrazia. Nelle campagne elettorali si dicono alcune verità e, spesso, molte menzogne, ma non sono in gioco la verità o la falsità, i torti e le ragioni. Non è detto che chi vince le elezioni abbia ragione o che le sue concezioni politiche, la sua visione del mondo siano vere. Le elezioni devono decidere solo chi ha diritto di governare, per un certo periodo di tempo e secondo determinate modalità. Obiettivo di grande importanza, certo, ma che con il vero ed il falso di cui la scienza si occupa non ha praticamente relazione alcuna.
Eppure, nuovo paradosso, i tardivi scopritori del valore della scienza, quelli che ripetono spesso e volentieri che questa “non è democratica”, sono gli stessi che hanno organizzato a suo tempo , e sarebbero pronti ad organizzare ancora, un bel referendum sul nucleare, che partecipano a marce e scioperi contro “l’ingiustizia climatica” o a veglie di preghiera per la salute del ghiacciaio di Planpincieux. Insomma, la scienza non è democratica ma si può decidere ai voti se le centrali nucleari sono sicure o se i problemi ambientali hanno “ingiuste” cause antropiche…

La scienza non è democratica, non può esserlo ed è bene che non lo sia, ma la scienza è libera. Le verità scientifiche si affermano dentro e grazie alla libera discussione razionale, priva di veti, proibizioni e censure. Chiunque ha diritto di elaborare una teoria, anche in netta contraddizione con altre più affermate e nessuno ha diritto di impedire che una simile teoria venga esposta e discussa. Questo non vuol dire, ovviamente, che tutte le teorie scientifiche o presunte tali siano sullo stesso piano, non dà a nessuno il diritto di dire: “c’è libertà di ricerca quindi ciò che dico io, dilettante allo sbaraglio, ha lo stesso valore di ciò che dici tu, nobel per la fisica”. Chi elabora una nuova teoria non può difenderla con lo pseudo argomento secondo cui, siccome c’è libertà di ricerca ogni teoria vale quanto le altre. Deve al contrario portare a sostegno della sua teoria argomentazioni razionali e verifiche sperimentali. Allo stesso modo però chi difende una teoria vecchia ed affermata non può limitarsi a dire: “la mia teoria è vecchia di anni ed ha alle spalle l’approvazione di fior di scienziati, quindi è giusta”. No, chi difende da nuove contestazioni una teoria già affermata deve usare argomenti razionali e, se occorre, nuove verifiche sperimentali per neutralizzarle. Nella scienza il principio di autorità ha la sua importanza ovviamente: non a caso, ad esempio, è vietato l’esercizio abusivo la professione medica, ma non è mai il criterio decisivo per valutare la validità di ipotesi e teorie. Nella scienza non tutto è sullo stesso piano, ma non è l’autorità a stabilire cosa, in ultima istanza, sia accettabile e cosa no. L’ultima parola spetta sempre, per dirla con Galileo, alle “sensate esperienze ed ai corretti ragionamenti”. Né anarchia né dogmatismo quindi, solo libera discussione razionale.

Il principio di autorità, val la pena di ripeterlo, è importante ma non decisivo nella scienza, una teoria non può essere difesa esclusivamente con l’argomento che la comunità scientifica la accetta. Questo però avviene oggi con la teoria del riscaldamento globale di origine antropica. La totalità degli scienziati è d’accordo con questa teoria, affermano spesso molti. Questo argomento però non è corretto. In primo luogo non è vero che tutta o quasi la comunità scientifica accetti la teoria del riscaldamento globale. Praticamente tutti gli scienziati concordano sul fatto che le attività umane hanno, o possono avere, conseguenze negative sull’ambiente, ma questo non vuol dire che concordino con la teoria del riscaldamento globale. L’inquinamento è cosa grave indipendentemente dal fatto che provochi un aumento insostenibile delle temperature. Molti scienziati, per l’Italia valgano i nomi di Zicchicci e Rubbia, non sono affatto d’accordo con i teorici del riscaldamento globale, ma le loro obiezioni non sono quasi mai propagandate dai media. In occasione di un vertice ONU sul clima 500 scienziati hanno inviato una lettera in cui mettevano in guardia dai pericoli del catastrofismo climatico, ma i media non hanno dedicato loro una parola. Inoltre, anche fra i favorevoli alle teorie del riscaldamento globale antropico le posizioni non sono affatto univoche. Quasi nessuno scienziato condivide ad esempio l’ isterismo climatico della piccola Greta, di fronte a cui si prostrano invece i politici; molti ammettono che le attività umane hanno effetti negativi sul clima ma si dividono sulla quantificazione degli stessi. Il quadro insomma è assai più complesso di quanto si cerchi di fare apparire.
Indipendentemente da tutto questo il fatto che la comunità scientifica accetti o meno una teoria non costituisce, in se, una dimostrazione della
sua correttezza. Quando Galileo scrisse il “dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo” la maggior parte della comunità scientifica di allora accettava la fisica aristotelica ed il sistema tolemaico. Alcuni, come il grande astronomo danese Tycho Brahe cercavano un compromesso fra geocentrismo ed eliocentrismo, altri, come l’accusatore di Galileo, il cardinale Bellarmino, erano disposti ad accettare l’eliocentrismo solo quale utile espediente per far quadrare i calcoli. Non erano affatto persone rozze ed ignoranti: si trattava di fior di intellettuali amanti della scienza e della filosofia. Erano loro la comunità scientifica. Ma avevano torto.

S
cienza e misticismo ecologico

Possiamo provare, tenendo conto di quanto sinora si è detto, a riassumere in maniera ultra telegrafica quelle che devono essere le caratteristiche basilari di una teoria scientifica.
Per essere considerata scientifica una teoria deve:

1) Essere logicamente coerente,
non deve cioè contenere contraddizioni.
2) Essere empiricamente controllabile.
3)
Fare previsioni che la possano confermare o falsificare. Una teoria scientifica deve dire quali fenomeni devono verificarsi e quali no se essa è vera. Una teoria che risulti vera qualsiasi cosa accada non è scientifica.
4) Essere relativamente semplice. Deve cioè spiegare il maggior numero possibile di fenomeni partendo dal minor numero possibile di presupposti.

La scienza, questo è il senso di quanto appena detto, non arriva mai a conclusioni assolutamente certe. Le verità scientifiche sono tali sino a prova contraria. Nuovi dati empirici, razionalmente discussi ed esaminati, possono mettere in crisi teorie apparentemente “a prova di bomba” o riabilitarne altre che sembravano irrimediabilmente obsolete. La scienza ha a che fare col dato, qualcosa che sta oltre il pensiero e con cui il pensiero deve misurarsi. E ciò che è dato può contraddire qualsiasi raffinatissima costruzione teorica. Se la cosa dispiace a qualcuno non possiamo che dolerci del suo dispiacere.

Val la pena, penso, di usare i 4 punti telegraficamente sopra esposti per valutare la scientificità di alcune mode dei nostri giorni. Tengo a sottolineare la parola mode. Non intendo negare la validità delle problematiche ambientaliste. Nessuna persona ragionevole può essere contraria alla difesa di un bene prezioso come l’ambiente, ciò che è inaccettabile è il misticismo ecologico, cioè la degenerazione ideologica del sano ambientalismo.
Ed ancora, p
arlando di misticismo ecologico non intendo riferirmi alle argomentazioni che gli scienziati fanno sulle problematiche ambientali, ma al modo in cui queste vengono propagandate dai media. Non si tratta un lavoro inutile o di una polemica contro avversari “facili”: il tema principe del misticismo ecologico, quello dei mutamenti climatici di origine antropica, è oggi al centro di una propaganda martellante e su di esso si giocano fondamentali battaglie economiche e politiche. Vedere se il modo in cui questo tema viene presentato alla pubblica opinione ha un qualche legame con la scienza non è perciò una perdita di tempo, al contrario.

Veniamo al punto uno.
E’ assai difficile trovare contraddizioni nelle varie teorie del riscaldamento globale per il semplice motivo che tali teorie, quando vengono presentate alla pubblica opinione, non vengono mai formulate in termini scientificamente rigorosi. Non esiste una legge del riscaldamento globale formulata come la legge di Galileo sulla caduta dei gravi o quella della gravitazione di Newton. Non esistono contraddizioni, o per lo meno io non ne conosco, nelle formulazioni scientifiche relative al riscaldamento globale di origine antropi
ca, ma ne esistono molte nel modo in cui questo viene presentato alla pubblica opinione. Faccio solo un esempio. “Siamo sull’orlo del baratro”, si sente strillare di continuo dai teleschermi. La piccola Greta, sommersa dagli applausi dei politici, ci ha detto che stiamo ormai precipitando nell’abisso. La casa brucia, siamo rovinati. Questo il senso di tanti, continui appelli catastrofistici. E poi, dopo gli strilli, l’indicazione della cura: “dobbiamo a azzerare le emissioni di CO2 in meno di 10 anni”. Che bello! Che sublime coerenza!
Se viaggio in auto a 100 chilometri orari e mi trovo a dieci metri da un burrone, posso dire che eviterò il pericolo fermandomi fra 100 metri? O riducendo la velocità da 100 a 40 chilometri orari? No ovviamente, eppure proprio questo affermano i seguaci della piccola Greta (e si tratta di leader di partito, capi di stato). Se davvero siamo ad un centimetro dall’abisso dobbiamo azzerare le emissioni subito,
dall’oggi al domani, ogni altra soluzione è del tutto inutile! Anzi, se davvero stessero così le cose nulla, ma proprio nulla ci salverebbe: anche se azzerassimo le emissioni dall’oggi al domani basterebbe l’attività vulcanica a rovinarci. E non pare che la piccola Greta sia in grado di bloccarla...
La coerenza logica manca del tutto in tante idiozie catastrofiste.

Passiamo ai punti due e tre.
La teoria del riscaldamento globale di origine antropica è sottoposta a numerose verifiche empiriche. I media non fanno altro che portare all’attenzione del grande pubblico fenomeni che confermano, tutti, tale teoria. Ma… che validità hanno queste “conferme”? Decisamente poca. Il trucco sta nel presentare come “conferma” della, o delle, teorie del riscaldamento globale antropico fenomeni che sono sempre esistiti e che vengono oggi, tutti, attribuiti a tale riscaldamento. Da sempre esistono uragani, siccità, alluvioni, oggi tutti questi fenomeni vengono invariabilmente attribuiti dai media al “riscaldamento globale”. I più accorti ricordano al popolo bue che il riscaldamento sarebbe non tanto la causa di questi fenomeni quanto di una loro  intensificazione geometrica, ma le cifre portate dai media a sostegno di tali ipotesi sono quanto meno assai  discutibili. Ad esempio, è scorretto parlare di intensificazione di fenomeni estremi come gli uragani facendo riferimento all’ammontare delle distruzioni che questi arrecano alle popolazioni. Un uragano che colpisce oggi zone densamente popolate è più distruttivo di uno che colpiva ieri zone semi desertiche... se nessuno nascesse nessuno morirebbe…
La conseguenza di tanta superficialità è che le varie teorie del riscaldamento globale antropico hanno la curiosa caratteristica di esser vere qualsiasi cosa accada. La teoria del riscaldamento globale antropico è confermata dalle alluvioni come dalla siccità, dal gran caldo come dal freddo gelido. In questo modo decade a mera tautologia: esattamente ciò che Popper, e non solo lui ritenevano inaccettabile in una teoria scientifica.
Non a caso i teorici del riscaldamento globale antropico sono piuttosto restii a fare previsioni precise, empiricamente controllabili. Prevedono come saranno le temperature fra un secolo ma non fra sei mesi. E quando le fanno, le previsioni, quasi mai c'è qualcuno che si preoccupa di verificarne l’esattezza, e se, raramente, la verifica c’è, ed è negativa, nessuno si permette di dire che la teoria forse andrebbe rivista. La piccola Greta ha stabilito anno, mese, giorno ed ora della fine del mondo, ma dubito che fra otto, nove anni (mi scuso, non ricordo la data precisa della nostra fine) qualcuno si darà la pena di verificare la correttezza della sua profezia.
Beppe Grillo un po’ di anni fa aveva predetto che il livello degli oceani si sarebbe alzato di una decina di metri in seguito allo scioglimento dei ghiacci artici. Lo sa questo buffone che i ghiacci artici sono in larga misura marini e che lo scioglimento dei ghiacci marini non provoca aumento alcuno del livello del mare? Lasciamo perdere… in ogni caso nessuno gli ha rinfacciato il fatto empiricamente controllabile da tutti che un simile disastroso aumento non c’è stato e che Venezia, data per spacciata dal comico, è ancora al suo posto.
Parlando di cose serie, il club di Roma,
una associazione di scienziati, gente seria, non dei Grillo e delle Greta qualsiasi, pubblicò nel 1972 il libro “i limiti dello sviluppo”. In quest’opera si prevedeva che entro il 2000 si sarebbero esaurite tutte le principali materie prime del pianeta, a cominciare dal petrolio. Non sembra che la previsione, formulata stavolta in termini scientificamente seri, sia stata confermata. Qualsiasi teoria scientifica che si fosse vista contraddetta in maniera tanto clamorosa dai fatti sarebbe stata quanto meno riesaminata, corretta. Non so se gli scienziati abbiano fatto qualcosa di simile a proposito della teoria del riscaldamento antropico, di certo i media nulla hanno detto in proposito. Tutti hanno continuato a parlare della fine del mondo prossima ventura come se niente fosse. Il riscaldamento globale antropico è un dato che si deve accettare, qualsiasi cosa accada, quale che sia l’esito di verifiche e controlli. Un “dato” simile in realtà non è un dato, è una proclamazione di fede, un dogma. L’esatto contrario delle scienza.

Per concludere passiamo al punto 4.
E’ bene che una teoria scientifica sia relativamente semplice, spieghi cioè il maggior numero possibile di fenomeni partendo dal minor numero possibile di presupposti. Rispettano le varie teorie del riscaldamento antropico un simile requisito?
NO.
Queste teorie in effetti cercano di spiegare un numero enorme di fenomeni climatici partendo da un unico presupposto: quello del riscaldamento globale
antropico. Però, per ottenere questa spiegazione sono costrette ad aumentare a dismisura le ipotesi di partenza. Cerco di spiegarmi con un esempio. Il riscaldamento globale, lo dice lo stesso nome, dovrebbe portare ovunque un gran caldo. Però, spesso e volentieri ci sono zone del mondo oppresse non dal caldo equatoriale ma dal gelo polare. Anche il gelo però è spiegabile con il riscaldamento globale ci ammoniscono dai teleschermi valenti giornalisti. Come? Semplice: i ghiacci si sciolgono, questo provoca negli oceani un aumento delle correnti fredde, queste a loro volta fanno deviare le correnti calde e da tutto ciò deriva in certe zone del mondo un gran freddo. Altro che semplicità! L’ipotesi di partenza si “arricchisce” di sempre nuove ipotesi supplementari senza naturalmente che queste vengano accompagnate dallo straccio di una previsione, per lo meno, senza che lo straccio di una previsione sia comunicato al popolo bue, oggetto di una propaganda martellante. Nessuno ci viene a dire, prima, che la corrente del golfo sarà deviata da correnti fredde di origine artica e questo porterà in Europa un gran freddo nella prossima estate. Al massimo qualcuno ci ammonisce di non confondere il clima con il meteo, come se non fossero proprio i seguaci della piccola Greta a trasformare ogni evento meteorologico in una “prova” della prossima fine del mondo. Soprattutto, senza chiarire dove finisce il meteo e comincia il clima, senza fare previsione alcuna, climatica, non meteorologica, su come sarà il clima non fra un secolo ma fra un anno.
Ricordava sempre Popper che la scienza deve fare un uso oculato delle ipotesi ad hoc,
quelle che possono salvare una teoria dalla falsificazione empirica. I teorici del riscaldamento di origine antropica ne fanno invece un uso smodato. Basterebbe questo per dubitare dello status scientifico di molte loro affermazioni.

La attendibilità scientifica di varie teorizzazioni sul riscaldamento globale antropico può essere facilmente verificata confrontandole con l’atteggiamento della comunità scientifica riguardo ai vaccini.
La validità dei vaccini ha ricevuto innumerevoli conferme empiriche. I vaccini hanno contribuito in maniera decisiva a debellare malattie che fino a
ieri mietevano vittime a milioni. Gli effetti collaterali , quasi sempre previsti, sono stati contenuti, quelli davvero gravi rappresentano percentuali statistiche minime. Soprattutto, chi ha scoperto vaccini di vario tipo non ha mai presentato le sue teorie sugli stessi in maniera tale da immunizzarle dalle verifiche empiriche. Nessun vaccino è valido qualsiasi cosa accada, se non è efficace viene semplicemente ritirato dalla circolazione. Non occorre fare troppe elucubrazioni per capire che tutto questo non avviene con le teorie del riscaldamento globale antropico. Se la previsione del valore terapeutico di un qualsiasi vaccino avesse ricevuto smentite empiriche anche lontanamente paragonabili a quelle subite dalle previsioni del club di Roma lo scopritore sarebbe stato radiato dall’ordine dei medici. E tanto basta, direi.

Transizione? E di che tipo?

Vorrei fare una precisazione, per non essere frainteso. Considero di vitale importanza la difesa dell’ambiente e sono sinceramente convinto della importanza delle tematiche ecologiche. Non credo, come i mistici ecologici sembrano credere, che esista una sorta di armonia prestabilita fra uomo e natura, un paradiso perduto che basta ritrovare per vivere felici. L’uomo non può essere semplice componete di qualche ecosistema, deve modificare l’ambiente circostante anche solo per sopravvivere, questa è la sua natura. Ma le modifiche che l’uomo apporta all’ambiente sono sempre, almeno potenzialmente, gravide di pericoli. Dobbiamo modificare l’ambiente, ma questa modifica si rivela spesso un’arma a doppio taglio. Abbiamo bisogno di case, auto ed aerei, ma anche di aria pulita e mare limpido. Queste diverse esigenze non sono destinate ad armonizzarsi automaticamente, spetta a noi, alla nostra intelligenza operare per armonizzarle, non una volta per tutte, ma di volta in volta, con sano realismo pragmatico.

La difesa dell’ambiente può anche essere una ottima occasione di sviluppo economico. Costruire termovaloriz
zatori e rigasificatori, provvedere alla raccolta differenziata dei rifiuti ed la loro smaltimento il meno inquinante possibile, mettere in sicurezza il territorio non solo preserva l’ambiente ma favorisce occupazione e sviluppo, con buona pace dei teorici della decrescita felice. Non dobbiamo però commettere l’errore di credere che se intorno a tematiche ambientali si sviluppa un notevole giro d’affari queste tematiche sono necessariamente corrette. Il fatto che la produzione e la vendita di una certa merce costituiscano un buon affare dice poco o nulla sulla qualità o sulla bontà delle merce stessa. Quando si entra in una libreria si notano sugli scaffali principali molti libri spazzatura. Probabilmente è grazie a questi che editori e, a volte, librai conseguono degli utili, ma sempre di libri spazzatura si tratta. I pannelli fotovoltaici rappresentano oggi un buon affare, ma questo non dimostra che siano davvero utili per produrre energia, meno che mai che possano sostituire in misura significativa altre forme di produzione energetica. Questo è ancora più vero se si pensa che i pannelli sono convenienti anche e soprattutto grazie ad incentivi statali pagati anche da chi non li compra. Se tutti munissero le loro case di pannelli solari la loro pretesa convenienza verrebbe meno...
Nel mondo la quasi totalità dell’energia è prodotta con petrolio, carbone e nucleare. Il peso delle cosiddette “rinnovabili” è puramente residuale . Questi sono i dati che contano per valutare se abbiano o meno ragione coloro che sostengono certe non meglio definite “transizioni ecologiche”. Anche dando per scontato che le politiche di “transizione ecologica” incrementino, per un certo periodo di tempo, determinate aree di business non è da questo che va giudicata la loro convenienza economica. L’economicità di certe scelte produttive si misura in ultima istanza non coi temporanei profitti monetari che permettono di conseguire ma con la loro capacità di produrre beni e servizi, quindi di incrementare stabilmente il PIL. Se si decide di produrre energia con il solare occorre vedere quanta, e di che qualità, energia si produce con una simile tecnologia. Se l’energia prodotta è scarsa e di cattiva qualità i profitti inizialmente conseguiti si riveleranno puramente nominali, una mera illusione monetaria.

Le rivoluzioni economiche ed industriali  sono state finora la conseguenza di innovazioni tecnologiche, scoperte geografiche, scoperta di nuove fonti di energia o della composizione di questi tre fattori. La “transizione ecologica” di cui oggi parlano in tanti sembra invece essere, insieme, la conseguenza di una deriva ideologica, delle aspirazioni mondialiste di enormi gruppi multinazionali e del tentativo di alcuni stati, la Cina in primo luogo, di assurgere al rango di incontrastate super potenze mondiali. Tutte cose che, come si vede, hanno poco a che vedere con la tutela dell’ambiente e con uno sviluppo economico insieme sostenuto ed attento alle ricadute ecologiche.
A differenza di precedenti rivoluzioni industriali la attuale “transizione ecologica” contrasta inoltre con lo sviluppo tecnologico, non a caso i suoi più convinti sostenitori sono i teorici della “decrescita felice”, i figli ed i nipotini di coloro che una trentina di anni fa bollavano scienza e tecnologia come “strumenti del potere borghese” e che oggi, superata la vulgata marxista,
le definiscono risultato di una insana “volontà di potenza” dell’uomo.
I seguaci di Beppe Grillo quelli che hanno fatto della “transazione ecologica” la loro bandiera, sono contrari alle acciaierie, all’alta velocità, ai termovalorizzatori ed ai rigasificatori, alle auto ed alle autostrade, contrastano tutte le opere pubbliche, dai ponti alle tratte ferroviarie. Sono coloro che tengono bloccati da decenni i lavori della TAV e da anni quelli del terzo valico. Soprattutto, sono contrari alla plastica, al nucleare, al carbone ed al petrolio. Basta guardarsi intorno per rendersi
conto di quanto simili programmi siano demenziali. Si elimini dal mondo la plastica e tutte le economie collassano nel giro di pochi mesi, forse poche settimane. Si cerchi di produrre con le sole “rinnovabili” non dico tutta, ma una porzione significativa dell’energia di cui abbiamo bisogno ed il mondo piomba nella più assoluta povertà e nel caos, con centinaia di milioni di disoccupati e, probabilmente, nuove guerre.
Non solo, simili demenziali proposte sono anche profondamente antiecologiche. Per produrre quantità appena discrete di energia con eolico e solare occorrerebbe riempire di pale e pannelli aree sterminate, con conseguenze disastrose su ambiente, fauna e flora selvatiche, e ci sarebbe sempre il problema enorme dello smaltimento di questi “ecologici” strumenti di produzione di energia una volta giunti al termine del loro ciclo produttivo. Non a caso la proposta
vera dei mistici dell’ecologia è la drastica riduzione dei consumi: meno consumi, meno produzione, meno energia: il ritorno al “buon tempo antico”, quando la vita media non superava i 30, al massimo i 40 anni e gran parte della energia di cui comunque si aveva bisogno era costituita dalla forza muscolare animale e umana. L’epoca in cui esistevano lo schiavismo e la servitù della gleba. Una meraviglia!
Qualcuno potrebbe
obbiettare che queste sono solo farneticazioni di pochi fanatici, ma, a parte il fatto che questi fanatici oggi governano l’Italia, non solo di loro si tratta. La piccola Greta fa proposte ancora più radicali di quelle di Grillo e di fronte a lei si prosternano fior di uomini di stato. L’obiettivo dell’azzeramento delle emissioni di CO2 in meno di 10 anni non è del solo Grillo ma anche dei principali Leader del PD e della UE. Nella sua enciclica “Laudato si” Bergoglio ha fatto discorsi del tutto simili. Insomma, non vorrei essere troppo pessimista, ma non siamo di fronte a poche farneticazioni ma ad una ideologia molto diffusa, intrecciata con interessi economici e politici molto potenti.
Il misticismo ecologico è una pericolosissima forma di nichilismo, particolarmente insidiosa perché riguarda tematiche che non possono non interessare ogni persona ragionevole. E che spesso inibiscono alle persone ragionevoli la capacità di sottoporre a critica severa le idiozie. Perché sotto sotto hanno paura, le persone ragionevoli, di apparire contrarie ad una giusta causa come quella delle difesa ambientale.
Occorre invece superare ogni timidezza. Il nichilismo antiscientifico va combattuto, senza se e senza ma, anche se riveste i panni rassicuranti dell’amico della scienza, e si fa bello con amorevoli richiami a vette immacolate e mari cristallini.

 

venerdì 29 gennaio 2021

IL GRANDE RESET: COMPLOTTO, DESTNO O SCELTA POLITICA?

 

Si sente spesso parlare da un po' di tempo a questa parte di “grande reset”. Si tratterebbe di un disegno tendente ad imporre un po' ovunque una sorta di ibrido comunista capitalista. Una economia mondiale totalmente dominata da enormi imprese multinazionali strettamente alleate con il potere politico. Per imporsi questo modello dovrebbe distruggere, o quanto meno ridimensionare drasticamente il tessuto delle piccole e medie imprese, colpire il ceto medio, eliminare o rendere totalmente marginali gli stati nazionali ed i parlamenti che su base nazionale sono eletti. Al mercato ed alla democrazia pluralista si sostituirebbe una sorta di pianificazione sovranazionale di tipo burocratico – monopolista. Per farla breve, si tratterebbe di una estensione a tutto il mondo del “modello cinese”. Un ibrido, appunto fra capitalismo ultra centralizzato e potere politico comunista. Qualcosa di mai visti prima nella storia.
Di cosa è risultante questo ibrido? Si tratta di un complotto? O della conseguenza di scelte politiche non necessarie? O di un destino fatale?
I processi spontanei in atto a livello economico e sociale vanno in questa direzione? E' davvero in corso, ed è irresistibile, una tendenza alla centralizzazione economica che spazzi via le piccole e medie imprese, distrugga il ceto medio, renda marginali gli stati nazionali? O si tratta invece di forzature politiche che intervengono su alcune, non le uniche, tendenze in atto?
Non si tratta di domande nuove, sono anzi estremamente vecchie.

Marx e la piccola impresa.

La previsione della fine delle piccole e medie imprese non è affatto una novità. L'idea di una centralizzazione burocratica e sovranazionale dell'economia che distrugge la piccola e media impresa risale al socialismo pre marxiano ed è stata formulata con la massima precisione proprio da Karl Marx.
Nelle fasi iniziali del suo dominio la borghesia, afferma Marx, distrugge la proprietà privata basata sul lavoro personale. Questa viene soppiantata dalla proprietà privata capitalistica, basata sul lavoro salariato. Questo però è solo il primo passo di un processo ampio e tormentato. Man mano che il modo di produzione capitalistico si afferma i processi di espropriazione assumono forma nuova: “a questo punto”, scrive Marx nel
Capitale, “non è più il lavoratore indipendente che lavora per se quello che deve essere espropriato, bensì il capitalista che sfrutta molti operai. Questa espropriazione si attua mediante il meccanismo delle leggi immanenti della produzione capitalistica stessa, mediante la centralizzazione dei capitali. Ogni capitalista ne getta giù molti altri”. (1)
Il borghese capitalista espropria il piccolo produttore individuale, l'artigiano, il contadino parcellare, ma i meccanismi della accumulazione capitalistica fanno si che i capitalisti più forti mettano fuori mercato i più deboli. Il processo di concentrazione e socializzazione dell'economia procede implacabile:
“Parallelamente (…) all'espropriazione di molti capitalisti da parte di pochi si sviluppano in maniera sempre più ampia la forma cooperativa del processo di lavoro (… ) la trasformazione dei mezzi di lavoro in mezzi di lavoro da adoperarsi solo collettivamente, la economia di tutti i mezzi di produzione tramite il loro uso come mezzi di produzione del lavoro sociale combinato...” (2)
Il meccanismo della concorrenza rende sempre più concentrata l'economia. Le imprese diventano sempre più grandi, l'uso dei mezzi di produzione assume sempre più un carattere immediatamente sociale.
Questo processo ha carattere internazionale. Gli stati nazionali sono destinati a perdere sempre più importanza in seguito al processo di concentrazione sovranazionale delle economie capitaliste. “Con lo sfruttamento del mercato mondiale” afferma Marx nel celeberrimo
Manifesto del partito comunista “la borghesia ha dato un'impronta cosmopolitica alla produzione ed al consumo di tutti i paesi. Ha tolto di sotto i piedi all'industria il suo terreno nazionale, con gran rammarico dei reazionari” (3)
La borghesia è una classe internazionale e lo è, ancora di più il suo antagonista storico: il proletariato:
“Gli operai non hanno patria. (…) Le separazioni e gli antagonismi nazionali dei popoli vanno scomparendo sempre più già con lo sviluppo della borghesia, con la libertà di commercio, col mercato mondiale, con l'uniformità della produzione industriale delle corrispondenti condizioni d'esistenza. Il dominio del proletariato li farà scomparire ancora di più”. (4)
Il discorso di Marx è coerente. Lo sviluppo della concorrenza porta ad una crescente centralizzazione dell'economia che è destinata ad abbattere le stesse frontiere nazionali. I processi di concentrazione hanno come risultato una radicale semplificazione della società. Il pluralismo cede il passo ad una polarizzazione che vede contrapposti un pugno di grandissimi capitalisti ad una massa enorme di proletari. A livello internazionale i contrasti di nazionalità vengono soppiantati dai contrasti di classe.  Non a caso
il Manifesto termina con la celebre esortazione: “proletari di tutti i paesi unitevi”. Nel 1914 Lenin la tradurrà in un programma politico molto preciso e radicale: “trasformare a guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria”.
In effetti il processo storico che Marx prevede non somiglia affatto al tranquillo evolversi della società borghese verso il suo “superamento” sognato dalla componente riformista del movimento operaio. Si tratta di un processo che da un lato si traduce in sfruttamento ed oppressione di masse enormi di proletari da parte di un numero sempre più esiguo di parassiti capitalisti. Ed è, dall'altro, un processo che la borghesia
non può portare a termine.
Il monopolio del capitale diventa un ostacolo al progredire del modo di produzione sorto insieme ad esso e sotto di esso. L'accentramento dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro arrivano ad un punto in cui entrano in contraddizione col loro rivestimento capitalistico. Ed esso viene infranto. Suona l'ultima ora della proprietà privata capitalistica. Gli espropriatori divengono espropriati. (…) La produzione capitalistica partorisce dal suo seno, con la necessità di un processo della natura, la propria negazione. E' la negazione della negazione” (5)
Il contrasto fra crescente centralizzazione della produzione e proprietà capitalista altro non è che la forma specifica che assume il contrasto fra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione che per Marx è la molla della evoluzione storica. E la classe operaia, il cui impoverimento e le cui dimensioni sono accentuate al massimo dai processi di concentrazione, è la forza sociale destinata a risolvere questo contrasto. Non è un caso che, al termine della sua profezia, Marx riesumi la hegeliana “negazione delle negazione”. La sua è, hegelianamente, una storia a soggetto.
Deve concludersi con la riunificazione di ciò che la alienazione capitalista ha diviso.

La profezia e la storia

Marx afferma alcune cose difficilmente contestabili, coglie tendenze reali dell'evoluzione economica, tuttavia la sua analisi è viziata da alcuni errori di fondo. Faccio solo un telegrafico accenno ad uno di questi prima di passare al punto qui più importante. Marx è spinto quasi inavvertitamente a considerare “sociale” solo ciò che è frutto di una scelta collettiva intenzionale. La centralizzazione accentua il carattere sociale dell'economia, afferma a più riprese, come se i rapporti di mercato non fossero rapporti sociali e non fosse un fatto eminentemente sociale la concorrenza. Marx incorre in quella che Von Hayek definisce la superstizione del costruttivismo: solo le organizzazioni coscientemente create per conseguire determinati fini sono strutture sociali. L'ordine spontaneo non sarebbe invece qualcosa di sociale. Eppure non solo il mercato, ma anche fenomeni eminentemente sociali come il linguaggio e un certo numero di regole di condotta sono in larga misura misura prodotti da quest'ordine.

Torniamo al discorso sulla centralizzazione economica. Marx coglie in questa, val la pena di ripeterlo, un tendenza reale dell'economia di mercato, in un certo senso si dimostra addirittura profetico: oggi più che ai tempi di Marx è semplicemente impossibile negare la rilevanza del gigantismo economico. Tuttavia l'analisi di Marx è viziata, dall'inizio alla fine, da un grave difetto: l'unilinearismo estrapolazionista. Marx analizza una tendenza reale della società a lui contemporanea, ma sottovaluta, quando non ignora completamente, le tendenze diverse, a volte addirittura opposte, che pure esistono; non se ne cura neppure quando queste tendenze diverse sono alimentate dalla stessa tendenza oggetto della sua analisi. Lo sviluppo della grande industria dà vita all'indotto ed in questo prosperano moltissime medie e piccole, a volte piccolissime, imprese. Lo sviluppo capitalistico incrementa la produttività del lavoro, Marx lo riconosce senza esitazioni, ma questa favorisce sia la crescita dei salari reali che la riduzione dell'orario di lavoro, qualcosa di ben lontano dal pauperismo profetizzato da Marx. Lo sviluppo del commercio internazionale ben lungi dal decretare la fine degli stati nazionali li spinge a cercare in questo una posizione di forza o di prestigio. Marx non si cura troppo di queste controtendenze o le riduce a semplici epifenomeni della produzione e dello sfruttamento capitalistici. Soprattutto, non le ritiene in grado di ostacolare seriamente la marcia del modo di produzione capitalistico verso la propria autodistruzione. Estrapola da alcune tendenze reali le loro conseguenze senza curarsi troppo del gioco estremamente complesso di tendenze e contro tendenze.

La storia doveva dargli clamorosamente torto. Nel 1899 Eduard Bernstein, esponente di prestigio della seconda internazionale, pubblicò “
i presupposti del socialismo ed i compiti della socialdemocrazia”, in cui sottoponeva a critica radicale l'intera previsione marxiana. La centralizzazione capitalistica, che pure esisteva, non distruggeva la piccola e media impresa, né marginalizzava il ceto medio. Non era in atto un processo di impoverimento globale della classe operaia. Gli stati nazionali conservavano la loro importanza. Lo sviluppo della democrazia permetteva l'integrazione della classe operaia in una libera società pluralista. Si trattava di una revisione radicale delle fondamenta stesse del marxismo rivoluzionario, revisione che provocò una valanga di polemiche roventi. Berntein venne accusato di essere un “traditore” del socialismo ed in effetti, in un certo senso, lo era. Ma nelle linee generali la sua critica era corretta. La componente non rivoluzionaria del movimento operaio finì dopo un lungo travaglio con l'accettare le tesi fondamentali di Bernstein. Non solo, a veder bene le cose, le tesi di Bernstein vennero, in un certo senso, accettate dalla stessa componente rivoluzionaria leninista. Questa infatti si concentrò non tanto sull'analisi delle tendenze del sistema capitalistico, quanto sul ruolo che in queste doveva giocare la volontà rivoluzionaria. Oggettivamente il capitalismo non va, forse, verso l'autodistruzione, ma un partito ferreamente organizzato, capace di sfruttare la “buona occasione”, può comunque forzare la storia e condurre la società verso la realizzazione dell'ideale. La forzatura fu fatta, con i tragici risultati che tutti conoscono.

Tendenze e controtendenze economiche

Quando si parla delle tendenze di lungo periodo dell'economia di mercato si commette spesso errore abbastanza grossolano. Si considera la concorrenza come una sorta di guerra di tutti contro tutti che ogni impresa combatte senza esclusione di colpi cercando di espellere tutte le altre dal mercato o di assorbirle. Questa però è una semplificazione sostanzialmente errata. La concorrenza è lotta ma è anche cooperazione. L'impresa A è concorrente di B ma può anche essere sua fornitrice o sua cliente. Anche se producono più o meno lo stesso tipo di merci A e B non sono necessariamente in guerra. A può rivolgersi ad un segmento di clientela che a B non interessa o interessa meno. Nel centro di ogni grande città si possono trovare, a pochi metri di distanza l'uno dall'altro, il ristorante raffinatissimo, la tavola calda e la paninoteca. Tutti operano nel settore della ristorazione ma la concorrenza fra loro non è una guerra. Offrono i loro servizi a persone diverse o anche alle stesse persone, ma per soddisfare loro esigenze diverse: una cena raffinata o il panino nell'intervallo pasto, ad esempio. O mirano a soddisfare le stesse esigenze delle stesse persone in maniera diversa: Mc Donald, tavola calda, e paninoteca mirano tutti a ristorare i lavoratori nell'intervallo pasto, ma ognuno lo fa a modo suo, conquistando una propria fetta di mercato. Più si diffonde, anche in seguito ai processi di concentrazione industriale, il benessere più aumenta questa possibilità di conquistare nicchie di mercato che permettono ad imprese di piccole, spesso piccolissime dimensioni di vivere e a volte prosperare. L'esclusione dal mercato delle imprese meno competitive è sicuramente una tendenza dell'economia capitalistica, ma non è l'unica e non riguarda tutte le imprese. Né riguarda solo le piccole imprese. Si può essere piccoli ma competitivi se si è in grado di fornire merci e servizi di buona qualità a prezzi convenienti non a tutti, ma determinati target di clientela. Allo stesso modo si può essere grandi e niente affatto competitivi, se i vantaggi delle economie di scala vengono annullati da elefantiasi burocratica, con relativa incapacità di adeguare le politiche industriali alle sempre mutevoli esigenze del mercato. Alle sinergie delle grandi imprese le piccole possono contrapporre la conoscenza delle realtà locali in cui sono inserite. Una banca di dimensioni regionali come la Carige non poteva certo competere col San Paolo sul piano nazionale ed internazionale, ma la sua conoscenza e presenza capillare del mercato ligure le permetteva di resistere, livello regionale, a qualsiasi sfida concorrenziale. Questo fino a che una dirigenza mediocre, incantata dalle sirene che predicavano continui ampliamenti dimensionali, non la ha fatta entrare in crisi.
Né bisogna commettere l'errore di considerare le piccole imprese sempre impegnate in una lotta mortale, e necessariamente perdente, contro le grandi. I processi di concentrazione e di gigantismo industriale hanno come conseguenza, lo si è già detto, lo sviluppo dell'indotto e nell'indotto crescono moltissime imprese di medie e piccole dimensioni. Avviene qualcosa di simile anche nella rete. Il suo sviluppo favorisce al massimo la concentrazione dell'economia: i giganti del web hanno dimensioni mondiali e la loro potenza pone problemi non piccoli che i governi dovranno decidersi, prima o poi, ad affrontare. Ma la rete favorisce nel contempo lo sviluppo di molte attività autonome, di piccole, a volte piccolissime dimensioni. Di nuovo, le tendenze non sono univoche. Ciò che da un lato spinge verso il gigantismo favorisce dall'altro non solo la sopravvivenza, ma la proliferazione di piccole imprese.

Diamo una telegrafica occhiata alle statistiche. Nel 2016 in Italia esistevano 8,2 milioni di partite IVA, di cui 6,2 attive, 3,9 milioni riguardano persone fisiche. Sempre in Italia le imprese, comprese quelle individuali, hanno in media 4 dipendenti l'una ed esistono 66 imprese ogni 1.000 abitanti. Secondo dati della commissione europea nel 2020 le PMI in Italia ammontano a 148.531. Di queste, 123.495 sono piccole imprese e 25.036 sono medie aziende. Convenzionalmente si definisce micro impresa quella con meno di 10 addetti, è piccola quella che ne ha meno di 50 e media quella che non supera i 250.
Negli Stati Uniti, secondo un’interessante ricostruzione compiuta da AFME-Finance for Europe e da Boston Consulting le piccole e medie imprese sono 28 milioni, sei milioni più che in Europa, ed esprimono il 49 per cento dell’occupazione e il 46 per cento del valore aggiunto.
Non voglio dare soverchia importanza questi numeri, tutti facilmente controllabili in rete. So bene che se debitamente torturati i numeri possono dirci tutto ciò che vogliamo e so anche che una cosa sono i numeri relativi a piccole, medie e grandi imprese, altra cosa il loro potere economico e politico. Ma, appunto, di potere politico ed economico si tratta, non di inevitabile espulsione della piccola e media impresa dal mercato. Oggi come ai tempi di Bernstein le piccole e medie imprese mantengono posizioni chiave in tutte le economie di mercato. I grandi processi di concentrazione ed internazionalizzazione influiscono sul ruolo e l'importanza delle imprese di medie e piccole dimensioni senza tuttavia distruggerle. La tendenza alla grande concentrazione esiste, ma la previsione marxiana secondo cui questa avrebbe segnato la campana a morto delle piccole e medie imprese si è dimostrata clamorosamente errata.

Fine degli stati nazionali?

La tendenza alla internazionalizzazione delle economia esisteva già ai tempi di Marx ed è quanto mai forte e vitale ai nostri giorni. Non si tratta solo di commercio internazionale, ma anche di movimenti di capitali, spostamenti di cifre da capogiro da un'area del mondo all'altra. Negare l'importanza di simili tendenze è impossibile, e, prima ancora, profondamente stupido. La domanda non riguarda l'esistenza e l'importanza di tendenze che sono sotto gli occhi di tutti. Queste tendenze portano ad una progressiva marginalizzazione, se non addirittura alla scomparsa degli stati nazionali? Questa è la domanda corretta che dobbiamo porci. Lo stato nazionale è destinato a sparire, travolto dalla globalizzazione o, anche in questo caso, ci troviamo di fronte ad fenomeni complessi, all'intrecciarsi di tendenze e controtendenze che rendono il quadro assai più articolato di quanto potrebbe sembrare a prima vista?

Ai sostenitori del mondialismo piace presentarsi come coloro che “seguono la ruota della storia”. Chi considera ancora importanti gli stati nazionali, quindi ritiene non superati confini e frontiere, viene guardato con una certa aria di commiserazione. Anche quando, generosamente, non lo si definisce “razzista” lo si compatisce. Si tratta di una persona con lo sguardo rivolto all'indietro, nel migliore dei casi di un romantico incapace di stare al passo coi tempi.
E' quanto meno assai dubbio che esista una “ruota della storia”. Nella storia agiscono tendenze che è possibile favorire o contrastare, cosa ben diversa dall'inarrestabile, fatale procedere di presunte “ruote”. Specificato questo val la pena di chiedersi: è davvero scontato che simili tendenze marcino nel senso della abolizione di stati, confini e frontiere? La risposta è molto semplice:
NO.
I grandi imperi sono una caratteristica dei epoche passate più che dei tempi presenti. La storia antica è in larga misura storia di formazione e dissoluzione di imperi e forse non è un caso che i livelli di più elevato sviluppo culturale raggiunti nell'antichità riguardino la polis greca, non gli imperi persiano o macedone o lo stesso, pur assai civile, impero romano.
Il ventesimo secolo è stato caratterizzato dal crollo dell'impero austro ungarico prima, poi dal crollo degli imperi coloniali inglese e francese, infine dal crollo rovinoso dell'ultimo impero: quello comunista. Ed i crolli di questi imperi hanno tutti dato vita ad un gran numero di stati nazionali.
Oggi esistono nel mondo ben 208 stati nazionali, di cui 196 riconosciuti internazionalmente. Erano molto meno all'inizio del ventesimo secolo. In 30 anni circa, dal 1990 ad oggi, sono sorti 32 nuovi stati nazionali, più o meno uno all'anno. Forse lo stato nazionale è destinato a sparire, ma ad oggi questa sparizione sembra assai lontana. Più che sparire, gli stati a dimensione nazionale tendono a moltiplicarsi.

I processi di globalizzazione esistono, sono fortissimi e sono anche, in una certa misura, positivi. Il commercio esiste da quando esiste la divisione del lavoro, cioè da tempo immemorabile. Gli scambi internazionali e gli stessi movimenti internazionali di capitali esistono da quando esistono nazioni e stati. Negare simili fenomeni o cercare di sminuirne l'importanza è semplicemente stupido. Questi processi però, ben lungi dal distruggere i sentimenti di appartenenza nazionale dei vari popoli li hanno accentuati.
“L'impulso alla integrazione del mondo è reale” scrive Samuel Huntington nel celeberrimo
Lo scontro delle civiltà, “ed è esattamente questo che genera resistenza ai distinguo culturali e a una maggiore presa di coscienza della propria civiltà di appartenenza”. (6)
I popoli inseriti nel vortice della globalizzazione non intendono tanto ritagliarsi impossibili isole autarchiche quanto affermare, dentro questo vortice, il valore della propria identità. Questa, oltre che nazionale, tende ad essere culturale. Le identità nazionali, pur restando tali, tendono a raggrupparsi secondo linee culturali.
“Gli stati nazionali sono e resteranno i protagonisti della politica internazionale, ma i loro interessi, legami e conflitti vengono determinati in misura sempre maggiore da fattori inerenti alla loro cultura e civiltà di appartenenza”. (7) Globalizzazione da un lato e riscoperta dall'altro del valore delle proprie identità, sia più ristrette, nazioni, che più larghe, civiltà. Un processo ben più articolato e complesso di quello immaginato da molti.
Il crollo del comunismo e la fine della guerra fredda avevano invece determinato in molti l'illusione di una unificazione liberal democratica del globo, spinta dal vento della globalizzazione. Il libro di un nippo americano: Francis Fukuiama: “
la fine della storia e l'ultimo uomo” aveva espresso in termini teoricamente dignitosi questa speranza. Che però doveva rivelarsi una mera illusione: “il modello di un unico mondo armonioso appare palesemente troppo distante dalla realtà per poter fungere da utile guida del mondo post guerra fredda” (8). E' difficile non condividere questo giudizio di Huntington.
Val la pena di aggiungere che la profezia di Fukuyama non solo si sarebbe rivelata illusoria, ma avrebbe subito una sorta di degenerazione interna. Il mondo preconizzato dal saggista nippo americano non era  brutto: si trattava di un mondo unificato che conservava però, nell'unificazione, alcune delle sue particolarità positive. Il mondialismo politicamente corretto doveva però trasformare l'utopia di Fukluyama nella distopia di un mondo privo di differenze. Una enorme area grigia senza confini e nazioni, culture e civiltà, senza sessi e senza storia. Il mondo di quello che oggi molti definiscono “il grande reset”.

Destino, complotto o scelte politiche?

Il grande reset è scritto a lettere cubitali nel libro del destino? Molti lo pensano. Il nostro futuro è segnato, andiamo verso il “capitalismo di relazione” o l'ibrido comunista capitalista. Il mondo sarà dominato da alcune enormi concentrazioni economiche, alleate col potere politico. La piccola e media impresa non hanno futuro, il ceto medio è destinato a contrarsi e a perdere rilevanza. Gli stati nazionali saranno marginalizzati, i confini perderanno senso. Gli spostamenti di popolazioni da un paese e da un continente all'altro diventeranno la norma ancor più di quanto già oggi non siano. Chi cerca di opporsi a tutto questo è un “sovranista razzista” o, nella migliore delle ipotesi, uno stupido che non capisce il corso ed il senso della storia.
In realtà le cose
NON stanno così. Certo, esistono forti tendenze che vanno in questo senso, ma non sono le uniche né sono fatalmente destinate ad affermarsi. E non sono neppure tanto generalizzate quanto i loro entusiasti sostenitori cercano di far credere. La fine di confini e frontiere ad esempio, riguarda solo gli stati occidentali, come solo la cultura occidentale è fatta oggetto di continui attacchi nichilistici. La marginalizzazione degli stati nazionali dal canto suo non colpisce nella stessa misura tutti gli stati. Riguarda l'Italia o la Grecia, molto meno gli USA o la Germania, non riguarda affatto la Cina.
Esistono forti tendenze verso il “grande reset”, ma non si tratta del fatale e generalizzato procedere di una presunta “ruota della storia”. Se il mondo sembra muoversi verso il “modello cinese” o “capitalismo di relazione” questo avviene
non per destino ma per determinate, e non obbligate, scelte politiche.
Ci tengo a sottolinearlo con la massima chiarezza:
si tratta di scelte politiche, non di complotti. I grandi flussi migratori, la centralizzazione e globalizzazione delle economie, il diffondersi in occidente di mode culturali nichiliste non sono una invenzione di un pugno di avidi finanzieri: si tratta di tendenze oggettive che riguardano decine, centinaia di milioni di esseri umani. Non sono però né le uniche né sempre e necessariamente in radicale contrasto con altre, pure assai forti, né, meno che mai, fatalmente destinate ad affermarsi. I governi intervengono sulle tendenze in atto privilegiandone alcune a scapito di altre, favorendo determinate forze sociali, politiche e culturali ed ostacolandone, spesso con mezzi ignobili, altre. E lo fanno in maniera differenziata, scontrandosi ognuno con ostacoli e difficoltà. Negli USA i mondialisti si sono dovuti sorbire quattro anni di presidenza Trump, un incubo per loro, poi sono riusciti ad impedire la rielezione del “mostro” solo grazie ai brogli, rischiando di una acutizzazione senza precedenti dello scontro politico e sociale.
Nella vecchia Europa i fanatici della UE hanno alla fine dovuto accettare la brexit, in Italia questi stessi fanatici vanno avanti a tentoni, imponendo al popolo governi che suscitano la nausea di un numero sempre crescente di persone, i paesi dell'est, dal canto loro, non hanno la minima intenzione di aprirsi ai “migranti”.

Dietro al reset non ci sono complotti né destini, solo scelte politiche. Scelte politiche talmente impopolari che spesso chi le sostiene deve, per cercare di farle digerire a recalcitranti opinioni pubbliche, fare un uso sfacciato di vere o presunte emergenze.
Le fondamentali sono ad oggi due, una autentica ed una in larga misura fasulla. Si tratta, è chiaro, della pandemia Covid e dei “mutamenti climatici”.
Il Covid esiste e rappresenta una minaccia grave per tutti noi, però è molto evidente che molti cercano di usarlo per spingere il mondo in una certa direzione. Grazie al Covid la Cina, da cui tutto ha avuto origine, sta diventando la prima potenza economica del mondo. In occidente il covid diventa pretesto per chiedere più centralizzazione, più cessioni di sovranità dagli stati nazionali a grandi organizzazioni burocratiche sovranazionali. Queste, lo si è visto benissimo nel corso della pandemia, non sono affatto più efficienti nella lotta alla malattia. Che la centralizzazione significhi sempre e comunque più efficienza è solo un mito, la tragica esperienza del comunismo sta lì a dimostrarlo. Ma questo interessa poco ai fanatici del mondialismo.
I mutamenti climatici di origine antropica sono invece una emergenza fasulla. Certo, esiste ed è giustamente sentita da molti l'esigenza di salvaguardare l'ambiente dagli affetti a volte distruttivi delle attività umane, ma nessuno oggi pensa
davvero che fra otto o nove anni ci sarà la fine del mondo, come profetizzato dalla piccola Greta; probabilmente nessuno si accorgerebbe della “emergenza” climatica se non fosse per la propaganda continua, martellante dei media. I mutamenti climatici ovviamente esistono, sono sempre esistiti, probabilmente le attività umane hanno contribuito negli ultimi due secoli ad aggravarli, anche se in misura limitata, ma tutto questo dista anni luce dall'allarmismo isterico che sui mutamenti climatici è stato innestato. E su cui giocano i sostenitori del mondialismo. Le attività umane portano alla fine del mondo, quindi bisogna lottare centralmente contro i mutamenti climatici di origine antropica, occorre che a decidere non siano i parlamenti degli stati nazionali, eletti dai popoli, ma la commissione europea, L'ONU, o qualche organismo mondiale posto a difesa del clima (come se il clima potesse essere “difeso” da quattro burocrati). La strada è sempre quella.

Non è il caso di rendere ancora più lungo uno scritto certo non breve. Il grande reset non è né un complotto né un destino che dovremo obbligatoriamente subire. Si tratta della risultante, ancora in divenire, di scelte politiche volte a favorire certe tendenze a scapito di altre, a far diventare uniche tendenze che invece avanzano spesso strettamente intrecciate ad altre.

Contrapporre ai processi di concentrazione, digitalizzazione ed internazionalizzazione delle economie chiusure autarchiche o l'ideologia della “decrescita felice” è una idiozia criminosa. Ma è altrettanto idiota e criminoso ignorare o sottovalutare i pericoli di cui è gravida la distopia mondialista politicamente corretta. Tanto più che, paradosso dei paradossi, le due distopie, quella della decrescita e quella mondialista, sono spesso sostenute dalle stesse persone.
Ad essere centrale in questa fase è la capacità di governare i processi in atto, in tutta la loro complessità. Oggi torna ad essere centrale la politica. Intesa intesa in senso nobile, al di fuori degli spettacoli degradanti cui questa ci sta abituando. Dentro e fuori dall'Italia.




sabato 14 novembre 2020

LA SOCIETA' GASSOSA


Churchill “razzista”, perché in Inghilterra hanno imbrattato la sua statua  - Il Riformista

Partendo da lontano.


Polemizzando contro chi nega il principio di non contraddizione Aristotele afferma nella metafisica:
“In verità è impossibile che essere uomo abbia lo stesso significato che non essere uomo, se è esatto che il termine uomo sta a significare non solo l'attributo di un'unica cosa ma anche quella stessa unica cosa (difatti noi non reputiamo che l'espressione significare un'unica cosa si identifichi con l'espressione significare un qualche attributo di un'unica cosa, giacché in questo caso i termini musico, bianco e uomo avrebbero un solo significato, e di conseguenza tutte quante le cose sarebbero un'unica cosa dato che esse verrebbero ad essere sinonime)”. (1)
Vediamo di chiarire. Per Aristotele l'errore fondamentale dei critici del principio di non contraddizione consiste nella confusione che questi fanno fra soggetto e predicato, sostanza ed attributi della sostanza.
L'enunciato: “Tizio è alto e giovane” non viola in alcun modo il principio di non contraddizione, eppure i termini “Tizio”, “alto” e “giovane” hanno diversi significati. Da un lato dire che A è B sembra eguagliare i significati di A e di B, dall'altro tali significati sono diversi fra loro. Sembra che il principio di non contraddizione sia violato. Le cose però non stanno così, per il semplice motivo che “alto” e “giovane” sono attributi che si predicano, da diversi punti di vista, di una stessa sostanza: “Tizio”. Dire che Tizio è alto non eguaglia il significato del termine “Tizio” con quello del termine “alto”, attribuisce al soggetto Tizio un determinato predicato. Allo stesso modo dire che Tizio è alto e giovane non eguaglia i significati di alto e di giovane. Si limita ad attribuire, da diversi punti di vista, a Tizio due diversi predicati. Il tutto perché esiste una differenza fondamentale fra soggetto e predicato, sostanza ed attributi della sostanza. Se questa differenza non esistesse nella proposizione: “Tizio è alto e giovane” la è verbo e la e congiunzione eguaglierebbero i significati di Tizio, alto e giovane. Come ben osserva Aristotele tutte le parole diverrebbero sinonime,”uomo” sarebbe lo stesso di “non uomo”, dire “uomo” equivarrebbe a dire “trireme” visto che di certo la trireme non è un uomo. Qualsiasi discorso sensato diverrebbe impossibile.

I succo del discorso di Aristotele che qui ci interessa è costituito da concetto di sostanza. Mi limito in maniera stringatissima all'essenziale. La sostanza aristotelica è sinolo di materia e forma, un ente unitario, empiricamente rilevabile e diverso sia dalle sue parti che dall'insieme dei suoi attributi. Un albero è qualcosa che mi è dato dai sensi e che sono in grado di distinguere da foglie e radici, e sono parimenti in grado di considerare separatamente dalla sua altezza o dalla durezza del suo tronco. Le cose sono, naturalmente, assai complicate. Il concetto di sostanza è stato al centro di serrate discussioni e polemiche che hanno attraversato praticamente tutta la storia del pensiero, ma non è di queste che intendiamo qui discutere. Del resto l'approfondimento serio di un simile tema sarebbe nettamente al di sopra delle forze di chi scrive. Ai fini del nostro discorso basta sottolineare la “durezza” della sostanza. La sostanza aristotelica non è mero aggregato, semplice collezione di parti o qualità. E' qualcosa di unitario, con una sua precisa identità. Quando si modifica, la sostanza lo fa in un certo modo, legato al suo essere quella certa sostanza e non altra. Il bambino diventa uomo, il seme pianta, il cucciolo animale adulto. Le sostanze possono interagire e modificarsi interagendo, ma ognuna lo fa a partire dalle sue caratteristiche specifiche, se queste vengono a mancare la sostanza semplicemente scompare. Interagendo con la freccia del cacciatore la sostanza cervo perisce. La sostanza costituisce la parte solida, pesante dell'essere. E' quella certa cosa li che nasce e si modifica restando tuttavia in tutto questo processo quella certa cosa lì. Fino al suo perire.

Uomo, società

Quali che siano i dibattiti e gli approfondimenti filosofici sul tema della sostanza la maggioranza dei filosofi e la quasi totalità del genere umano (filosofi compresi) concorda su un punto: il mondo esiste ed è costituito da enti che hanno caratteristiche proprie. Qualcosa che si può studiare, con cui si può interagire, che è possibile in una certa misura modificare ma sempre partendo da ciò che è. Gli enti del mondo non sono qualcosa di evanescente, fluttuante, inafferrabile. Sono realtà dotate di una loro identità ed una loro almeno relativa stabilità. Qualcosa di duro, di una durezza da cui è impossibile prescindere.
E fra questi enti è centrale l'uomo. Non è il caso qui di cercare una definizione di “uomo”. Molte ce ne sono, tutte evidenziano aspetti essenziali della sostanza uomo, tralasciandone altri. L'uomo è un bipede implume, un animale razionale, o politico, o tecnologico. Un animale simbolico, parlante, creativo. Un ente morale, l'unico, a quanto ne sappiamo, in grado di formulare imperativi etici ed obbedire, sia pure a fatica, agli stessi. Su ognuna di queste definizioni si può discutere, e si è discusso, moltissimo. Ma non è indispensabile farlo, a ben vedere le cose. Ognuno di noi sa che l'uomo è quell'essere li, quello che ognuno di noi è e con cui ognuno di noi si rapporta, tutti i giorni. Un ente fondamentale fra gli enti del mondo.

L'uomo non è un monolite immutabile o una monade senza finestre sul mondo. L'uomo è capace di modifica ed automodifica, è relazione, confronto, spesso scontro. E' un ente inquieto, in movimento, ma non è qualcosa di evanescente, inafferrabile. Non è una X di cui nulla si può dire perché in ogni momento è e non è se stessa. L'uomo è una sostanza e come tutte le sostanze ha una sua robusta, ineliminabile “durezza”.
Io sono un uomo, non “l'uomo in se”, questo è solo una idea astratta, importantissima ma priva di autonoma esistenza, tranne che per i platonici. Io sono quel certo uomo, col suo patrimonio genetico, le sue caratteristiche psicofisiche, la sua cultura, la sua storia personale inserita in una storia collettiva. Sono nato in una certa epoca, in una certa famiglia, in un determinato ambiente sociale, dentro una certa cultura e civiltà. Tutto questo fa di me ciò che sono, costituisce la mia identità.
Certo, posso cambiare e cambio, ma lo faccio sempre a partire da ciò che sono. Posso modificare alcune mie caratteristiche: la mia cultura, il mio aspetto fisico, alcuni aspetti del mio carattere, ma posso farlo sempre e solo facendo leva su altre mie caratteristiche, altri aspetti del mio carattere. Posso relazionarmi agli altri, e in questa relazione modificare alcune idee e punti di vista, ma posso farlo sempre partendo da idee e punti di vista che sono miei. La stessa propensione a confrontarmi ed eventualmente a cambiare è una mia caratteristica, parte della mia identità. In una parola, io posso cambiare perché non sono un mero fluttuare, perché ho la mia identità, sono io e non altro. Se non fossi una sostanza unitaria non potrei cambiare. Non potrei subire, o aver subito, quel processo naturale di cambiamento costituito dal passaggio dall'infanzia alla gioventù, dalla maturità alla vecchiaia, e non potrei esser stato protagonista di alcun cambiamento volontario, fisico o culturale. Il cambiamento si innesta sempre su alcuni fondamentali elementi di “durezza”, un po' come la scalata di una parete rocciosa è possibile solo se esistono solidi punti di appoggio. Chi fluttua, chi è ed insieme non è se stesso non cambia Per cambiare occorre essere in primo luogo uguali a se stessi.

Si possono fare considerazioni simili per la società. Certo, la società non è un super individuo di cui i singoli siano parti subordinate. Tizio, Caio e Sempronio non sono nella società qualcosa di paragonabile a ciò che cuore o polmoni sono nell'organismo umano. La società è un aggregato di individui e non ha quindi una unitarietà paragonabile a quella dei singoli. Ha però la sua unitarietà. La società è un aggregato, ma ogni aggregato per essere tale deve avere qualcosa che lo unifichi e gli dia forma. Senza un qualche collante gli aggregati si disperdono, allo stesso modo le società esistono, e continuano ad esistere, finché gli individui che le compongono sono in tenuti insieme da qualcosa. Le leggi innanzitutto, e dietro alle leggi le istituzioni, e chi le leggi le crea e le fa osservare. E, ancora più indietro, alcuni valori, idee, interessi largamente condivisi. Se la stragrande maggioranza dei membri di una società fosse convinta che è giusto scippare una vecchietta nessuna legge potrebbe proteggere le vecchiette dagli scippi, non ci sarebbe neppure chi arresta o condanna gli scippatori. Ed oltre a leggi ed istituzioni, idee, valori ed interessi ci sono i legami territoriali, linguistici, storici e culturali.
Nelle società libere e pluraliste dell'occidente ogni individuo vale e conta come individuo, ma non è una monade isolata. E' una sostanza unitaria che vive dentro una rete di relazioni sociali e culturali, si riconosce in certe tradizioni e certi valori, ha interessi che leggi ed istituzioni difendono e garantiscono. Se si sfalda questa solida rete di relazioni la società cessa di esistere e gli individui diventano degli sradicati privi di identità. La fine del vincolo sociale degrada il singolo a triste caricatura di se stesso.

Ordine o evanescenza

Le società, e con loro le culture e le civiltà, non hanno la stessa “durezza” sostanziale degli individui, non sono in alcun modo paragonabili ad organismi. Nazioni, classi sociali, etnie, culture, civiltà non sono super persone, ma non sono neppure aggregati fluttuanti, privi di collante e di identità.
Le società libere, aperte e pluraliste dell'occidente sono invece state fatte spesso oggetto di accuse di tal fatta. La società libera sarebbe un mero fluttuare privo di valori unificanti, un aggregato accidentale di individui sradicati.
E' interessante notare che se simili accuse fossero fondate le società libere e pluraliste non sarebbero più o meno difettose e meritevoli di critica, sarebbero semplicemente
impossibili. Una società priva di collante semplicemente non può esistere come società. I casi sono due: o le società pluraliste esistono, ed allora di tutto le si potrà accusare meno che di non costituire una forma di aggregazione relativamente stabile fra gli individui, o non hanno alcuna forma di aggregazione ed allora non possono esistere ed è insensato sottoporle a critica. Del resto, nessuno dei filosofi liberali si è mai sognato di sostenere che la società libera sia in quanto tale disgregata. I liberali sono stati prima sostenitori della monarchia costituzionale, poi la maggior parte loro di loro ha accettato la democrazia politica. Il principio della autodecisione delle nazioni è stato sostenuto con forza da molti grandi del liberalismo. Per restare solo allivello della analisi economica, i teorici del liberalismo e dello stesso liberismo economico non hanno mai considerato il mercato come un caos privo di centro unificante. La “mano invisibile” di Smith è appunto un potente centro di unificazione di quel caos, apparente, che sembra essere il mercato. Hayek ha contrapposto il “cosmos” alla “taxis”, l'ordine spontaneo alle regole stabilite centralmente, Proprio per questo non si è mai neppure sognato di teorizzare un mercato senza ordine.

Eppure da un po' di anni a questa parte le moderne democrazie liberali stanno assumendo aspetti che sembrano confermare le peggiori critiche dei nemici del pluralismo liberale. Bisogna avere il coraggio di guardare in faccia la realtà. Le moderne società liberali, più in generale la grande civiltà occidentale stanno subendo un processo di degenerazione verso quella che si può definire la
società gassosa. Una società priva di centro unificante, evanescente, mero aggregato di individui sradicati. Ed insieme ad una tale degenerazione della civiltà occidentale assistiamo al crescere di teorizzazioni su quello che dovrebbe essere l'uomo nuovo occidentale: un individuo senza di radici culturali, identità, sesso, valori. Una piuma sbattuta qua e la dal vento di mode effimere e di effimeri desideri. Un nulla in forma umane.
E' bene chiarire subito una cosa: una simile distopia
non può realizzarsi. La società disgregata non può esistere. L'affermarsi della disgregazione segnerebbe non la nascita di qualcosa ma solo la morte della nostra cultura e con questa delle nostre società. Né può davvero affermarsi l'uomo piuma. Ci piaccia o meno ognuno di noi ha la sua identità, il suo carattere, il suo sesso, la sua cultura. Possono però affermarsi e diffondersi a livello di massa i comportamenti, le idee, i valori dell'uomo piuma. E' un processo da tempo in atto nel decadente occidente dei giorni nostri, segno del nichilismo che ci sta divorando.

La società gassosa

A volte piccoli episodi costituiscono l'indice di grandi, profondi sconvolgimenti sociali.
Il 31 Ottobre 2020 è morto Sean Connery, a mio parere l'unico, il vero James Bond.
Tutti abbiamo presente che tipo fosse l'agente 007. Forte, coraggioso, donnaiolo, un po' maschilista, ma in maniera autoironica, simpatica. Poteva piacere non piacere, per lo più piaceva, alle donne più che agli uomini, ma in ogni caso James Bond era quel tipo lì. Protagonista di avventure dense di pericoli, conquistatore irresistibile di fantastiche fanciulle, amante del vodka Martini “agitato, non shakerato”.
Di recente è stato annunciato che sta per uscire un nuovo film (l'ennesimo) della serie James Bond. Solo che stavolta l'agente 007 sarà una donna, una bella ragazza di colore.
Sembra una notizia di poco conto, qualcosa che può riguardare al massimo i pettegolezzi, invece è sintomo dello stato attuale dell'occidente. I ruoli non esistono più. Non nel senso che non sono chiusi, predeterminati per sempre. Nel senso ben diverso che ognuno può ricoprire qualsiasi ruolo perché nessuno ha più una identità. Ognuno può essere se stesso e l'altro da se stesso; uno, nessuno e centomila.
James Bond cambia sesso e diventa donna. Domani potrebbe diventare gay, o disabile. Potremmo avere un Bond astemio o fanatico delle diete vegane, un Bond non violento che porge l'altra guancia ai cattivoni della Spectre. Avevamo un Bond al servizio di Sua Maestà britannica, potremmo avere un Bond nigeriano, russo o neozelandese. L'uomo piuma può essere tutto o il contrario di tutto, o nessuno.

Qualsiasi società è caratterizzata dalla esistenza di ruoli. Ciò che differenzia le società libere e pluraliste non è la mancanza di ruoli ma le modalità con cui è possibile accedervi. Chiunque, almeno sulla carta, può diventare presidente della repubblica, o primario in un grande ospedale, o campione sportivo, ma questo non vuol dire che chiunque può essere oggi presidente della repubblica e domani centravanti di sfondamento. Si è liberi di accedere al tal ruolo ma vi si accede o meno a partire da ciò che si è. Chi è deboluccio in matematica non diventerà mai nobel per la fisica, un tipino gracile che pesa 50 chili non può sfidare il campione del mondo dei massimi, ancora meno può misurarsi con lui una ragazzina che di chili ne pesa 40. Ed ancora, alcuni ruoli sono aperti a tutti, altri no perché legati ad ineliminabili caratteristiche naturali. Un maschio non potrà mai partorire, se lo facesse cesserebbe di essere maschio. E' difficile che una donna gravida possa lavorare in miniera. Ogni essere umano ha la stessa dignità di tutti gli altri, gli stessi diritti e gli stessi doveri fondamentali. Ma da questo non segue che tutti possano ricoprire tutti i ruoli.
Eppure proprio questo accade nell'occidente politicamente corretto di oggi. Si confonde la libertà nell'accesso ai ruoli con l'inesistenza dei ruoli stessi e con l'assenza di ogni vincolo, di qualsiasi genere, a tale accesso. La mobilità relativa e controllata delle società libera si trasforma in una assoluta mobilità, meglio in una totale evanescenza.

Nella società gassosa non esistono i sessi, quanto meno, i sessi sono privi di qualsiasi spessore ontologico. Il sesso cessa di essere un elemento essenziale della identità personale, diventa qualcosa di secondario, non rilevante. Si stacca dal processo di riproduzione della specie e degrada a mero strumento di piacere, privo di rilevanza sociale. Da sempre la differenza sessuale è qualcosa di intimamente legato alla
natura di ognuno di noi, nella società gassosa invece il sesso diventa “costrutto sociale”, addirittura optional. Il sesso non è più un dato originario ma una scelta, una delle tante, come è una scelta comprare al supermercato carne o pesce, frutta o verdura. Non a caso non lo si chiama neppure col suo nome. “Sesso” si appresta a diventare una delle tante parole proibite della neolingua politicamente corretta. Non si parla più di sesso ma di “genere”. Meno che mai si parla di padri e di madri, sono stati sostituiti dai genitori uno e due (perché non tre, quattro o cinque? Mistero).
Tutto questo, dovrebbe essere chiaro, non ha nulla a che vedere con la tutela dei diritti degli omosessuali. Gli omosessuali hanno una identità sessuale esattamente come gli eterosessuali ed hanno diritto di viverla senza subire costrizioni. I teorici della società gassosa non intendono tutelare i diritti delle identità sessuali, negano l'esistenza di tali identità. Non difendono gli omosessuali, teorizzano che si può essere omosessuali e nel contempo padri e madri. Volatilizzano il sesso, cosa che non ha nulla a che vedere con la tutela di alcun diritto.

Per i teorici della società gassosa non esistono nazioni, culture, civiltà. Il mondo dovrebbe diventare gassoso a sua volta. Una enorme area grigia, priva di confini, in cui tutti possono muoversi a loro piacimento, senza vincoli o controlli. I parlamenti dei vari stati nazionali, eletti dai popoli, dovrebbero cedere il potere a grandi organizzazioni burocratiche sovranazionali, non elette da nessuno ma in grado di gestire la mistura planetaria. Il mondo gassoso che tanti sognano non sarebbe in effetti altro che un enorme cocktail culturale, indistinto impasto in cui tutti perdono le loro caratteristiche essenziali.
Val la pena di sottolineare che una simile mistura non ha nulla a che vedere con gli scambi interculturali, il dialogo ed il confronto fra nazioni, culture e civiltà. Ci si può confrontare, e nel confronto anche modificarsi ordinatamente a vicenda, se si conserva la propria unitarietà. Dialogare vuol dire relazionare identità diverse, non abolire le identità. Confrontare la morale kantiana con l'etica aristotelica non vuol dire trasformare la
critica della ragion pratica e l'etica nicomachea in un indistinto collage. Una simile operazione non farebbe altro che distruggere entrambe queste grandi opere, eliminare alla radice ogni possibilità di confronto. Per gustare la bellezza di una cattedrale gotica e di un tempio buddista devo inserire entrambi in un contesto armonioso. Si mettano l'uno accanto all'altra il tempio buddista e la cattedrale gotica, si aggiunga, per completare l'opera, un bel centro commerciale e si ha un solo risultato: la fine della bellezza.

E' inutile continuare nelle esemplificazioni. La società gassosa non relaziona, mischia, non stimola cambiamenti positivi, giustappone disordinatamente tutto a tutto ed in questo modo tutto distrugge. E' una società nichilista;
la società gassosa altro non è che la forma specifica che assume oggi il nichilismo.
La caratteristica fondamentale di tale nichilismo è la
non differenza. Non differenza, lo abbiamo visto, fra i sessi, gli stati, le nazioni, le civiltà. Non differenza fra salute e malattia: la disabilità cessa di essere un dramma e diventa ipocritamente “diversa abilità”. Una ben strana “diversa abilità”, visto che chi può camminare con le proprie gambe non cambierebbe mai il suo stato con quello di chi è inchiodato su una sedia a rotelle. Non differenza fra i vari livelli di istruzione e competenza: l'opinione di tutti è sullo stesso piano, su qualsiasi argomento. Non differenza fra uomini ed animali: tutti abbiamo lo stesso status etico, dall'uomo al lombrico. Alcuni vanno ancora oltre e parlano di pari diritti fra tutti gli enti del pianeta. Uomini, ratti, abeti, mari e monti godono tutti degli stessi diritti fondamentali. Pura follia che nulla ha a che vedere con la cura dell'ambiente, l'ammirazione per il mondo animale e l'affetto che possiamo provare per alcuni animali. Pura follia, però, coerente con i presupposti di partenza. In effetti se si aboliscono le differenze, se tutto viene messo sullo stesso piano ontologico tutti abbiamo lo stesso status etico.
Non differenza infine fra vero e falso, passato e futuro. Se tutto è evanescenza, come possono esistere verità e menzogna? E possono avere un passato uomini privi di identità, radici, tradizioni? La società gassosa distrugge il passato, ma il passato di ieri è il futuro di domani. Distruggere il passato rende impossibile il futuro. La società gassosa vive in un eterno presente. Un presente eternamente evanescente che non viene da nulla e non tende che al nulla. Il nichilismo perfetto.

L'aporia della società gassosa

E' già stato detto: la società gassosa è impossibile. Si tratta di una impossibilità insieme empirica e logica. In natura i liquidi hanno bisogno di un recipiente solido per non disperdersi. A maggior ragione questo vale per i gas: senza una forza coesiva che ne tenga insieme le molecole queste si disperdono all'infinito. Società gassosa è in realtà un ossimoro: una società non può essere gassosa per il semplice motivo che se è davvero gassosa, priva di coesione, una società muore. Non a caso si è detto che la società gassosa è una forma di nichilismo, quello più diffuso ai nostri giorni. Per essere precisi, più che di società gassosa occorre parlare di deriva dell'occidente verso la società gassosa, cioè verso la non società, il nulla sociale. Deriva che purtroppo avanza rapidamente nei tempi tempestosi che stiamo vivendo.

Non è allora un caso se i sostenitori ed i teorici della società gassosa (che evitano accuratamente di usare questo nome) cadano nella loro azione e nelle loro teorizzazioni in continue contraddizioni.
I sostenitori della società gassosa amano presentarsi come persone sommamente tolleranti, aperte al dialogo ed al confronto, piene di comprensione verso tutto e tutti. Loro amano, non odiano, ed in effetti la loro capacità di amare è straordinaria. Mostrano comprensione addirittura nei confronti dei terroristi islamici. “Non avrete il nostro odio” strillano con dolce aria di sfida ogni volta che qualche fanatico assassino sgozza, in nome di Dio, qualche essere umano. Però le cose cambiano radicalmente non appena i politicamente corretti amici della assoluta fluidità sociale si trovano a misurarsi con chi politicamente corretto non è. I dolci angioletti si trasformano in questi casi in autentiche belve. Chi osa dubitare della loro melassa viene immediatamente etichettato come “razzista”, “fascista”, “omofobo”, “sessista”. Si cerca con tutti i mezzi di ridurre al silenzio il reprobo. L'uso di una parola proibita potrebbe costargli la perdita del posto di lavoro, addirittura il carcere. La comprensione, addirittura l'amore verso i tagliagole islamici si trasforma in condanna ed odio implacabile nei confronti di chi non prova simili sentimenti di amore e comprensione. La società gassosa diventa improvvisamente dura come l'acciaio. Coloro che negano la validità del concetto stesso di verità strillano contro le “fake news” dei supposti “sovranisti. Gli stessi che manifestano contro i muri vorrebbero sbattere tutti i reprobi entro le solide mura di un carcere. Qualcuno va anche oltre, e sogna le ghigliottine di Robespierre o i plotoni di esecuzione di Stalin. Gli angioletti a volte diventano cattivelli...

La contraddizione cui abbiamo fatto cenno non è tuttavia la principale in cui incorrono i teorici della società gassosa. Si tratta di qualcosa che riguarda il loro rapporto con gli “altri”, quelli che la società gassosa non la vogliono. Esiste però un'altra contraddizione con cui gli angioletti devono fare i conti, una contraddizione più radicale perché interna alla loro stessa dottrina.
Chi teorizza, senza nominarla, la società gassosa da un lato vuole la fine di ogni differenza, quindi, prima di ogni altra cosa, la fine di culture e civiltà, l'universale mistura di tutto e tutti. D'altro lato questa stessa teorizzazione è parte e prodotto di una civiltà, sia pure in crisi.
Ogni azione umana, teorica o pratica, è sempre interna a qualche tipo di società, cultura o civiltà. La società libera, democratica e pluralista è, appunto, una società. La tolleranza e l'apertura verso l'altro sono caratteristiche di certe civiltà e non di certe altre. Esistono valori che travalicano i limiti della civiltà in cui sono nati e acquisiscono respiro universale, ma, anche in questo travalicare, restano figli di quella civiltà. La filosofia di Aristotele, le tragedie di Shakespeare, le sinfonie di Beethoven hanno una portata universale ma sono interne alla civiltà occidentale.
Chi teorizza la fine di culture e civiltà, processi di migrazione senza limiti, società di individui sradicati non fa altro che teorizzare l'adesione di tutti gli esseri umani, quale che sia la loro cultura di origine, ad un certo modello di civiltà. La teorizzazione della fine delle civiltà non si pone fuori dalle civiltà, non è un punto d'appoggio archimedeo posto fuori dal mondo. E' parte di una civiltà in crisi. Chi la teorizza invita tutti ad aderire a questa crisi, ad unirsi alla deriva verso il nulla dell'occidente malato.

Naturalmente quasi nessuno di coloro che migrano in occidente accetta una simile prospettiva. I migranti hanno la loro identità culturale e non sono affatto disposti a rinunciarvi per far felici i teorici del politicamente corretto. Questi stessi teorici del resto si guardano bene dal chiedere ai nuovi venuti simili rinunce. La società di individui sradicati è qualcosa di “occidentale” (le virgolette non sono casuali) e sarebbe “non inclusivo” chiedere a chi viene dall'Africa o dal medio oriente di aderire a qualcosa che sa di occidente.
Un islamico non accetterà di certo, se e finché resta islamico, il matrimonio gay o il diritto alla blasfemia né sarà disposto a rinunciare alla poligamia e sarebbe “poco inclusivo” pretendere che lo faccia. Come uscire da questo angoscioso dilemma che, attenzione, si pone in paesi come la Francia o la Germania,
dentro l'occidente? Semplice: si accetterà che dentro alle comunità islamiche francesi, o tedesche o italiane valga la sharia. Con somma contraddizione Il teorico della società gassosa diventa propagandista del separatismo. Col risultato che la società di individui sradicati si trasforma in un aggregato di tribù etniche. Nella comunità “occidentale” i sessi non esistono, in quella islamica l'adulterio è un gravissimo reato penale. L'”occidentale” accetta tutti, gli altri possono non accettare nessuno. Nella tribù “occidentale” politicamente corretta ci si potrà prendere gioco del cattolicesimo (non dell'Islam ovviamente), in quella islamica ogni parola men che rispettosa nei confronti del profeta potrà essere punita con la morte. Burka e minigonne, poligamia e coppia aperta, fondamentalismo religioso e irrisione della fede, assoluta fluidità dei ruoli e ruoli ermeticamente chiusi si trovano in questo modo a convivere fianco a fianco. La legge perde la sua universalità, vale solo nei confini di determinate tribù. Oltre quei confini, in altri quartieri della stessa città valgono altre leggi, vigono, spesso obbligatori, altri costumi. L'uomo piuma dell'occidente malato vive a stretto contatto di gomito col fanatico di una religione intollerante. In prospettiva tutto questo non può portare ad altro che a sanguinosi scontri inter etnici. Al nulla della società gassosa si somma il nulla della rinascita del tribalismo. E l'occidente malato entra in coma.

Genesi del mostro

Le società democratiche e pluraliste dell'occidente hanno saputo affrontare e vincere nemici potenti. Hanno sconfitto il nazifascismo ed hanno retto alla sfida del totalitarismo comunista che alla fine è imploso su se stesso. Pluralismo, democrazia, diritti civili, economia di mercato non hanno trasformato l'occidente in un aggregato di società gassose, non hanno distrutto la sua solidità interna. Oggi invece assistiamo in occidente al pauroso tracollo di ogni collante sociale. Come è possibile un fatto simile, il cui unico precedente può essere forse considerato, fatti tutti gli innumerevoli distinguo, la caduta dell'impero romano? E' impossibile fornire in questa sede una risposta soddisfacente ad una simile domanda. I fattori che stanno alla base della crisi dell'odierno occidente sono molti e complessi. Fattori economici, politici, sociali, culturali.
E' fin troppo chiaro che a livello economico la mondializzazione, aspetto fondamentale della società gassosa, è perseguita dai grandi gruppi economici e finanziari più legati alla globalizzazione senza regole, i giganti del web in primo luogo. A livello politico puntano sulla mondializzazione partiti e movimenti che vedono decrescere l'area del consenso e tentano di modificare la base sociale dei propri paesi a puri fini elettorali. Una analisi approfondita di simili fattori va altre i fini di questo lavoro. Non la tento neppure e mi limito ad alcune brevi considerazioni sui fattori culturali della deriva “gassosa” della civiltà occidentale.

Prefigurazioni della società gassosa sono presenti in un po' tutte le fantasie utopiche che hanno percorso la storia del pensiero occidentale. Famosa quella che Marx descrive nella “
ideologia tedesca”:
“Nella società comunista, in cui ciascuno di noi non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così, come mi vien voglia, senza diventare né cacciatore, né pescatore, né allevatore né critico” (2).
Com'è noto Marx pretende di fondare la società perfetta comunista sul solido terreno dello sviluppo delle forze produttive sociali. Questo però non diminuisce di un grammo il carattere utopico del suo discorso, dimostra solo che il pensatore di Treviri aveva una visione quasi magica delle forze produttive. Pensava che la pianificazione centralizzata dell'economia avrebbe assicurato l'illimitata abbondanza e che questa sarebbe stata in grado di risolvere tutti i problemi degli esseri umani. Non a caso la storia gli ha dato torto.
Il comunismo ispirato a Marx si è affermato in mezzo mondo. Durante la guerra fredda una parte importante della pubblica opinione dei paesi occidentali si è fatta sedurre dal mito del comunismo realizzato. Ma questo fatto di enorme importanza storica non ha dato origine alla deriva dell'occidente verso la società gassosa. Al contrario, proprio la presenza di un nemico agguerrito ha rafforzato la coesione della maggioranza degli occidentali attorno ai valori fondanti della propria civiltà.

La deriva verso la società gassosa inizia paradossalmente, ma non troppo, con la fine del comunismo. Affamati di assoluto gli orfani della ideologia marxista leninista si mettono alla ricerca di nuove certezze. E sostituiscono alla compatta ideologia di un tempo un cocktail di ideologie in formato ridotto. Mondialismo, terzomondismo, misticismo ecologico, femminismo radicale, ideologia gender... nuovi assoluti si miscelano ed attirano anche quei liberali poco seri che confondono la libertà con la mancanza di qualsiasi idea forte. Ma la cosa più grave, ed importante di tutte è un'altra. Questa mistura di assoluti si fonde alla perfezione con la critica nichilista che il movimento del 68 aveva fatto di ogni valore consolidato e di ogni istituzione. Etica, amor di patria, famiglia, scuola, stato, istituzioni sanitarie, razionalità scientifica erano state fatte oggetto di una critica devastante da parte dei contestatori sessantottini. Ogni valore, ogni istituzione erano stati ridotti ad armi che le “classi dominanti” usavano per conservare il potere.
Questa critica affondava le sue radici nel marxismo ma andava oltre le stesse conclusioni di Marx ed investiva con furia nichilista tutti gli aspetti della civiltà occidentale. Condannava , insieme, il presente ed il passato della nostra civiltà. La nostra storia, e solo quella, era in toto assimilata all'oppressione schiavista, razzista ed imperialista. La stessa condanna riguardava il presente, la politica dei vari stati occidentali, ridotta in toto a mero strumento di dominio, estranea ad ogni considerazione sul bene comune. Non si trattava di sottoporre a critica questo o quell'aspetto della nostra storia e della nostra politica o un uso distorto della scienza, o le inefficienze della scuola. La critica era globale, totalizzante, investiva tutto e nulla salvava.
Non restò confinata entro ristrette elites intellettuali, influenzò settori importanti della pubblica opinione, penetrò largamente nei media ed alimentò un sentimento nuovo, via via sempre più forte:
l'odio dell'occidente verso se stesso. Si tratta di qualcosa probabilmente senza precedenti: nella storia ci sono state civiltà che si sono sfaldate ed entrate in crisi, ma è difficile trovare civiltà che odiano se stesse, rinnegano il proprio passato, si vergognano delle proprie tradizioni. Quest'odio tuttavia è il logico risultato della critica nichilista che ha devastato per anni la cultura occidentale.
L'ondata nichilista non distrusse i valori dell'occidente ma li indebolì radicalmente. E quando, venuto a mancare il nemico, venne meno uno dei fattori di coesione delle società occidentali l'indebolimento del collante sociale causato dall'ondata nichilista, combinato con l'emergere degli assoluti in formato ridotto, iniziò a far sentire i suoi effetti su larga scala. Ed iniziò la deriva verso la società gassosa.
Che dura ancora, e si aggrava. Ogni giorno di più.

Per concludere

Ci tengo a sottolinearlo: non ho nessuna simpatia per le società monolitiche, prive di fluidità. Il monolitismo è la forma specifica del totalitarismo, cioè di quanto di peggio ha prodotto la parte peggiore della civiltà occidentale. Una sciagura che è costata decine e decine di milioni di cadaveri al genere umano.
Le società libere, democratiche e pluraliste sono sempre caratterizzate da una notevole dose di fluidità. Se esistono diversi valori, idee, interessi esiste fluidità, non può essere altrimenti ed è un gran bene che sia così. Ed esiste anche una buona dose di relativismo. In una società libera ognuno vedrà le cose dal suo punto di vista e questo non sempre coincide con quello degli altri. Tanto basta perché il relativismo, un relativismo sano, esista nel corpo sociale. Ed anche di questo ci si deve solo rallegrare.
Il problema quindi non è costituito dalla fluidità o dal relativismo. Si tratta di caratteristiche essenziali delle società pluraliste che sarebbe deleterio cercare di eliminare. Il problema è costituito dalla mancanza o dall'indebolimento grave del collante sociale che impedisce alla fluidità ed al relativismo di diventare disgregazione. La fluidità può esistere, ed è bene che esista, solo in una società non disgregata. Il relativismo può essere riconosciuto come tale solo se non tutto è relativo. Senza alcuni concetti comuni, un linguaggio comprensibile da tutti lo stesso termine “relativismo” non può neppure essere inteso. Senza alcuni valori condivisi ogni discorso sul bene e sul male di ogni cosa, società liquida, solida o gassosa comprese, diventa impossibile. E tutto degrada nel non senso.

Certo, le società libere sono sempre in equilibrio instabile, o non abbastanza stabile. Nelle società libere esistono i collanti ma anche la fluidità, il relativismo ed alcuni valori che sono, o mirano ad essere, universali. L'equilibrio di tutto questo non è mai dato una volta per tutte, si tratta di una conquista da rinnovare giorno dopo giorno, con pazienza. Il grande problema dell'occidente di oggi è che questa conquista diventa ogni giorno più difficile. L'equilibrio sembra sempre più precario. Si tratta di una situazione estremamente pericolosa. Perché se l'equilibrio viene perso non può più essere riconquistato, almeno per molti, drammatici anni.
Nello scorso secolo l'occidente democratico ha perso in più di una occasione il suo equilibrio. E grandi paesi sono caduti negli orrori del totalitarismo, di destra o di sinistra. Oggi viviamo in una situazione di estremo pericolo. La degenerazione gassosa della civiltà occidentale non porterà alla dolce società arcobaleno di cui spesso parlano i media di regime.
Di questo si può essere certi. Potrebbe portare ad una frantumazione tribale senza ritorno delle società libere, o alla affermazione del fondamentalismo islamico, o alla riduzione dei grandi paesi occidentali a satelliti della super potenza cinese. O ancora a guerre, civili o fra stati.

Qualcuno potrebbe dire che il presente scritto pecca di eccessivo pessimismo. Può essere. Personalmente sarei ben felice se la situazione reale dell'occidente fosse meno grigia di quanto può apparire ad un vecchio brontolone. Il dibattito fra ottimisti e pessimisti del resto non può quasi mai arrivare a conclusioni definitive, il futuro è sempre aperto, almeno in una certa misura, difficilmente le situazioni sono senza uscita. Una cosa però è certa: una società priva di coesione non può sopravvivere. Meno che mai può sopravvivere una società che odia se stessa e di se stessa si vergogna. Allora, guardiamo alla situazione dei più importanti paesi dell'occidente e chiediamoci: si tratta di società caratterizzate da un grado appena soddisfacente di coesione interna? E' da pessimisti affermare che paesi come gli Stati Uniti d'America, la Francia, il Belgio, la stessa Italia sono caratterizzati da divisioni interne che poco hanno a che vedere con la normale disputa politica che dovrebbe caratterizzare le democrazie liberali? Si può considerare “americano” un movimento come il BLM che prende esplicitamente di mira tutta la storia degli USA, comprese le lotte del movimento per i diritti civili dei neri? Non credo. E' “normale” la situazione di paesi come la Francia o il Belgio, dove disegnare una vignetta di discutibile gusto può costare la decapitazione? E dove i terroristi vengono ben protetti in certi quartieri delle grandi città? E dove tanti occidentali sono prontissimi a snocciolare per ore argomentazioni pseudo filosofiche per giustificare il terrore?
No. Forse chi scrive esagera portata e dimensioni di simili fenomeni, ma in tutto questo non c'è assolutamente nulla di normale.
L'occidente è malato. Può guarire, certamente. Esistono nelle nostre società le possibilità di una ripresa. Hitler e Stalin sono stati sconfitti, alla fine. Possono esserlo anche gli stupidi adoratori del politicamente corretto, i teorici della società gassosa. Ma per guarire occorre riconoscere la gravità della malattia. Le facilonerie non servono a nulla. Se un po' di pessimismo razionale serve a meglio identificare il male, ben venga questo pessimismo.
E tanto basta.


note

1) Aristotele, Metafisica. Laterza 1988 pag. 97 98.
2) K. Marx F . Engels: L’ideologia tedesca. Editori riuniti 1972 pag. 24.