martedì 5 agosto 2014

LA PAROLA AD HAMMAS




E' una caratteristica di molti occidentali. Non leggono ciò che i loro nemici scrivono, non ascoltano le loro parole. O, quando leggono e ascoltano, non prendono sul serio. Non è un fenomeno nuovo. Molti anni fa un oscuro ex caporale coi baffetti scrisse un libro. Si chiamava “Mein kampf” ed esplicitava in maniera molto chiara le idee, i programmi, i valori in cui quell'ometto insignificante si riconosceva. Non fu preso molto sul serio. "Farneticazioni di un pazzoide, idiozie, idee confuse che non potranno mai tradursi in fatti", si diceva. E quando quell'ometto insignificante divenne il capo assoluto del più potente paese europeo molti occidentali, molti capi di stato occidentali, continuarono a non credere ai suoi discorsi deliranti. Spazio vitale, distruzione dell'ebraismo, che sciocchezze! Pura propaganda, nessun uomo politico oserebbe cercare di mettere in atto un simile programma. Abbiamo visto come sono andate le cose. Nulla è più irrazionale del credere che l'irrazionalità non esista.
Le reazioni di molti occidentali alle aggressioni del fondamentalismo islamico ricordano da vicino tale tragica cecità. Non vengono prese sul serio, anzi, molto spesso vengono completamente ignorate. Eppure ci sono moltissimi eventi che dovrebbero mettere in guardia anche il più scettico degli osservatori. Se qualcuno, il dieci settembre 2001, avesse detto che Al Qaeda intendeva distruggere le torri gemelle sarebbe stato preso per pazzo. Di nuovo, si è visto come sono andate le cose. E dopo l'attacco all'America sono arrivati gli attentati a Madrid e a Londra, ed in Turchia, in India, in Russia... ovunque. In Israele soprattutto, che è da sempre nel mirino dei terroristi. Ma, per i “progressisti” il terrorismo anti israeliano sarebbe solo una reazione, giustificabile in fondo, alla politica “imperialista” dello stato ebraico.
Date un po' di terra ai palestinesi, consentite loro di fondare uno stato e tutto sarà risolto, dicono.
Allora, val la pena di esaminare il programma, facilmente rinvenibile in rete, del più implacabile nemico di Israele, Hammas, per vedere quanto le speranze delle anime belle dell'occidente siano fondate. Servirà a poco, probabilmente perché non c'è peggior sordo di chi non vuole sentire. Però nessuno potrà dire: “non sapevo”.

“Il Movimento di Resistenza Islamico è un movimento palestinese unico. Offre la sua lealtà ad Allah, deriva dall’islam il suo stile di vita, e si sforza di innalzare la bandiera di Allah su ogni metro quadrato della terra di Palestina”. Così esordisce il documento. E prosegue: “All’ombra dell’islam, è possibile per i seguaci di tutte le religioni coesistere nella sicurezza: sicurezza per le loro vite, le loro proprietà e i loro diritti. È quando l’islam è assente che nasce il disordine, che l’oppressione e la distruzione si scatenano, e che infuriano guerre e battaglie”.

Sin dall'inizio Hammas teorizza la dhimmitudine. Di cosa si tratta? Semplicemente del diritto concesso agli “infedeli” di praticare la loro fede in cambio del pagamento di una tassa e della loro riduzione a cittadini di serie B, se non peggio. I non mussulmani dovrebbero vivere in società dominate dal fondamentalismo religioso, sottoposti, come tutti, alla sharia. Le donne non mussulmane dovrebbero uscire di casa velate, nella migliore delle ipotesi; sarebbe vietato, ovviamente, agli “infedeli” di propagandare il loro credo o di pubblicare opere critiche nei confronti dell'Islam. In cambio ci sarebbe “sicurezza per le loro vite, le loro proprietà ed i loro diritti”. Quali “diritti”? Quelli gentilmente concessi dai seguaci dell'islam. Davvero una fantastica prospettiva! Qualche anima bella occidentale vada a proporre a qualche islamico di vivere la sua fede “all'ombra del cristianesimo”, o dell'ebraismo o dell'induismo, e osservi la sua reazione...
Del resto, Hammas è molto chiaro sul tipo di società che intende edificare, diamogli di nuovo laparola:

“Il Movimento di Resistenza Islamico si è sviluppato in un tempo in cui l’islam si è allontanato dalla vita quotidiana. Così i giudizi sono stati rovesciati, i concetti sono diventati confusi e i valori sono stati trasformati; il male prevale, l’oppressione e l’oscurità infuriano, e i codardi si sono trasformati in tigri. (...) Lo stato di verità è sparito, sostituito da uno stato di malvagità. Nulla è rimasto al suo posto, perché quando l’islam è assente dalla scena, tutto cambia. (...)
Quanto agli obiettivi: combattere il male, schiacciarlo, e vincerlo cosicché la verità possa prevalere; le patrie ritornino ai loro legittimi proprietari; la chiamata alla preghiera si oda dalle moschee, proclamando l’istituzione di uno Stato islamico. Così il popolo e le cose torneranno ciascuno al suo posto legittimo. E l’aiuto si chiederà ad Allah. (…)
Quando la fede è perduta, non c’è più sicurezza. Non c’è vita per coloro che non hanno fede. E chiunque è soddisfatto di una vita senza religione, egli avrà la caduta nel nulla come compagna per la vita (…) Dio come scopo, il Profeta come capo, il Corano come costituzione, il jihad come metodo, e la morte per la gloria di Dio come più caro desiderio".

Più chiari di così non si potrebbe essere. Allontanarsi dall'Islam è il male, è invece il bene costruire uno stato islamico che abbia Dio come scopo ed il Corano come COSTITUZIONE. Le anime belle occidentali che teorizzano la costruzione, al posto di Israele, di uno stato palestinese democratico, liberale, tollerante, in cui a tutti gli individui e a tutti i credo religiosi siano garantiti uguali diritti sono servite.

Andiamo avanti. Molti occidentali scambiano il conflitto israelo-palestinese con un normale scontro per la terra, una disputa, magari violenta ma classica, per stabilire dei confini. Qualcuno lo assimila ad una lotta di liberazione simile a quelle che hanno visto il sorgere di molti stati nazionali. I palestinesi non vogliono vivere in Israele, anche se quello stato garantisce loro i fondamentali diritti civili e politici, oltre che il diritto di professare in piena libertà il proprio credo religioso. Si crei quindi, accanto e non al posto di Israele, uno stato palestinese ed un conflitto che dura da 66 anni sarà infine risolto.
La prospettiva di creare uno stato palestinese che conviva accanto a, e non al posto di, Israele è ragionevole ed, in astratto, condivisibile. Ma, per mettere in atto idee ragionevoli ci vuole l'accordo di tutti gli interessati. Ora, cosa pensa Hammas in proposito?

Il Movimento di Resistenza Islamico crede che la terra di Palestina sia un sacro deposito (waqf), terra islamica affidata alle generazioni dell’islam fino al giorno della resurrezione. Non è accettabile rinunciare ad alcuna parte di essa. Nessuno Stato arabo, né tutti gli Stati arabi nel loro insieme, nessun re o presidente, né tutti i re e presidenti messi insieme, nessuna organizzazione, né tutte le organizzazioni palestinesi o arabe unite hanno il diritto di disporre o di cedere anche un singolo pezzo di essa, perché la Palestina è terra islamica affidata alle generazioni dell’islam sino al giorno del giudizio. Chi, dopo tutto, potrebbe arrogarsi il diritto di agire per conto di tutte le generazioni dell’islam fino al giorno del giudizio?”

Altro che “due popoli due stati”! La Palestina, tutta la Palestina, è terra islamica e tale deve essere, fino al giorno del giudizio. Sarebbe inutile ricordare ai militanti di Hammas che non sono mai esistiti né uno stato né un movimento nazionale palestinesi o che gli ebrei si sono insidiati in Palestina comprando, non espropriando terre. Sarebbe inutile perché ad essere decisivo per Hammas è il carattere islamico della Palestina e nessun accordo, nessuna vendita, nessuna trattativa possono mettere in discussione tale carattere.
Ma, da cosa deriva la Palestina il suo carattere “islamico”? Di certo non è islamica da sempre, di certo un tempo gli ebrei vivevano in Palestina, anche se allora non aveva questo nome (e neppure dopo lo ebbe, a voler essere precisi). Di nuovo, la risposta di Hammas è di una cristallina chiarezza. La Palestina è islamica perché le terre di quella che è l'attuale Palestina, cioè le terre su cui sorge lo stato di Israele, sono un tempo state conquistate dagli islamici e le terre che gli islamici hanno conquistato devono restare islamiche, per sempre.

“Questa è la regola nella legge islamica (shari’a), e la stessa regola si applica a ogni terra che i musulmani abbiano conquistato con la forza, perché al tempo della conquista i musulmani la hanno consacrata per tutte le generazioni dell’islam fino al giorno del giudizio.”

Conquistare una terra vuol dire consacrarla all'Islam, per sempre. Quello che c'era prima e quello che è avvenuto dopo la conquista, non contano nulla.

“Così avvenne che quando i capi delle armate musulmane conquistarono la Siria e l’Iraq, si rivolsero al [secondo] califfo dei musulmani, ‘Omar ibn al-Khattab [591-644], chiedendo la sua opinione sulle terre conquistate: dovevano dividerle fra le loro truppe, lasciarla a chi se ne trovava in possesso, o agire diversamente? Dopo consultazioni e discussioni tra il califfo dei musulmani, ‘Omar ibn al-Khattab, e i compagni del Messaggero di Allah – possano le preghiere e la pace di Allah rimanere con lui – decisero che la terra dovesse rimanere a chi ne era in possesso affinché beneficiasse di essa e della sua ricchezza. Quanto alla titolarità ultima della terra, e alla terra stessa, occorreva considerarla come waqf, affidata alle generazioni dell’islam fino al giorno del giudizio.
La proprietà della terra da parte del singolo proprietario va solo a suo beneficio, ma il waqf durerà fino a quando dureranno i Cieli e la Terra. Ogni decisione presa con riferimento alla Palestina in violazione di questa legge islamica e nulla è senza effetto, e chi la prende dovrà un giorno ritrattarla".
Il singolo proprietario terriero potrà godere dei frutti della terra ma non potrà
mai, in nessun caso, metterne in discussione il carattere islamico. Che, partendo da simili premesse, Hammas neghi radicalmente il diritto all'esistenza dello stato di Israele è fin troppo ovvio. Hammas nega questo diritto in maniera tanto radicale da non chiamare mai col suo nome lo stato di Israele, sempre definito come “entità sionista”. Di nuovo, i fondamentalisti di Hammas non sbagliano: chiamare Israele col suo nome vuol dire concedergli una sorta di “riconoscimento linguistico” e questo è per loro assolutamente inaccettabile.
Ma, attenzione. Hammas nega in prospettiva il diritto di esistere non solo allo stato di Israele ma a tutti quegli stati che sorgono su terre un tempo islamiche perché conquistate, a suo tempo dagli islamici.
Tutte le terre che sono state islamiche devono tornare ad esserlo. E, va da se, le terre che islamiche non sono, e non sono mai state, in prospettiva devono diventarlo. Lo scontro è oggi con Israele perché Israele è li, in medio oriente, confinante con paesi mussulmani, uno stato che con la sua stessa esistenza costituisce per loro un intollerabile insulto. Ma lo scontro con Israele è la punta di diamante di uno scontro più vasto, volto a restituire all'Islam le terre che furono sue e a fargliene conquistare di nuove. Lo scontro insomma è fra il fondamentalismo islamico ed l'occidente, tutto l'occidente. Non a caso Hammas si dichiara amico di tutti i movimenti islamici:

“Il Movimento di Resistenza Islamico considera gli altri movimenti islamici con rispetto e ammirazione. Anche quando si trova in disaccordo con loro su un particolare aspetto o punto di vista, rimane d’accordo con loro su altri aspetti e punti di vista. Considera questi movimenti come compresi nella categoria dello
ijtihad [cioè dell’interpretabile], fin quando hanno buone intenzioni, rimangono devoti ad Allah, e la loro condotta rimane nei confini del circolo islamico. (...)
Il Movimento di Resistenza Islamico considera tutti questi movimenti come suoi, e chiede che Allah guidi e ispiri retta condotta a tutti. Non mancherà di continuare a innalzare la bandiera dell’unità, e a sforzarsi di realizzarla sulla base del Libro e dell’insegnamento del Profeta."

Inutile ricordare che Al Qaeda fa parte di questi movimenti islamici per i quali Hammas esprime “rispetto ed ammirazione”.

L'integralismo estremistico di hammas risulta ancora più chiaro nelle parti del suo statuto dedicate al delicato problema delle trattative di pace.

Le iniziative di pace, le cosiddette soluzioni pacifiche, le conferenze internazionali per risolvere il problema palestinese contraddicono tutte le credenze del Movimento di Resistenza Islamico. In verità, cedere qualunque parte della Palestina equivale a cedere una parte della religione. Il nazionalismo del Movimento di Resistenza Islamico è parte della sua religione, e insegna ai suoi membri ad aderire alla religione e innalzare la bandiera di Allah sulla loro patria mentre combattono il jihad.”

E, per essere ancora più chiari:

“Di tanto in tanto, si sente un appello a organizzare una conferenza internazionale per cercare una soluzione al problema palestinese. Alcuni accettano l’idea, altri la rifiutano per una ragione o per un’altra, domandando il rispetto di una o più condizioni come requisito per organizzare la conferenza o per parteciparvi. Ma il Movimento di Resistenza Islamico – che conosce le parti che si presentano alle conferenze e il loro atteggiamento passato e presente rispetto ai veri problemi dei musulmani – non crede che queste conferenze siano capaci di rispondere alle domande, o restaurare i diritti o rendere giustizia agli oppressi. Queste conferenze non sono nulla di più che un mezzo per imporre il potere dei miscredenti sui territori dei musulmani. E quando mai i miscredenti hanno reso giustizia ai credenti? (...). Non c’è soluzione per il problema palestinese se non il jihad. Quanto alle iniziative e conferenze internazionali, sono perdite di tempo e giochi da bambini.”
 

Si potrebbe continuare ma si correrebbe il rischio di ripetersi. Di tutto si possono accusare i terroristi di Hammas meno che di non parlar chiaro. La soluzione del problema palestinese è nella Jihad, tutto il resto è, nella migliore delle ipotesi, una “perdita di tempo”. Le anime belle occidentali possono far finta di non vedere o di non sentire, le cose non cambiano.
Naturalmente le anime belle non si danno per vinte. Quelle fra loro che hanno letto il programma di Hammas belano che non è roba da prendere sul serio, che bisogna capire una rabbia legittima, far distinzioni, essere “razionali”. Altri dicono, che Hammas “non è simpatica” ma questo non giustifica la “politica genocida” di Israele, magari che i razzi di Hammas sono “giocattoli”. Gli occidentali “buoni” sono abilissimi nel crearsi un mondo fatto a loro immagine e somiglianza. Se la realtà non coincide con i propri sogni, vada al diavolo la realtà.
Qualcuno potrebbe dire che Hammas non si identifica con tutti i palestinesi, né li rappresenta tutti. Verissimo. Ci sono di certo molti, forse moltissimi, palestinesi che non ne possono più della retorica bellicista di Hammas che procura loro solo lutti a non finire, e che vorrebbero un loro stato, ma convivente, non in guerra con Israele. Voci critiche nei confronti di Hammas cominciano del resto a sentirsi anche nei paesi arabi, in Egitto soprattutto. Ma occorre che il dissenso, se c'è, cresca e si faccia sentire, e lo si può aiutare solo se si toglie qualsiasi appoggio ad Hammas, non gli si concede giustificazione alcuna, a nessun livello. Nulla ostacola una presa di coscienza critica fra i palestinesi quanto il giustificazionismo nei confronti dei terroristi che li guidano e pretendono di parlare a loro nome
E non hanno tutti i torti neppure coloro che sollecitano Israele a non rifugiarsi in ipotesi solo militari, a cercare, per quanto è possibile, soluzioni politiche. A patto però di aver ben chiaro che intanto gli israeliani
devono difendersi ed hanno tutto il diritto di farlo. Loro non possono permettersi di filtrare con il buonismo giustificatorio ed imbelle. Sono in prima fila, nell'occhio del ciclone. E combattono. Alla faccia di tutti i “buoni” del mondo.

giovedì 5 giugno 2014

I BREVIARI, DI IERI E DI OGGI




“Principi del leninismo” è, come si sa, una delle principali opere “teoriche” di Giuseppe Stalin. Intere generazioni di militanti del vecchio PCI si sono formate su questo libro, e questo spiega molte cose. Per capire di che tipo di opera “teorica” si tratti, basta una sola citazione. Cediamo la parola a Iosif Vissarionovic Dzugasvili.

“Dunque, che cosa è il leninismo?
Gli uni dicono che il leninismo è l’applicazione del marxismo alle condizioni originali della situazione russa. In questa definizione vi è una parte di verità, ma essa è ben lontana dal contenere tutta la verità. Lenin ha effettivamente applicato il marxismo alla situazione russa e l’ha applicato in modo magistrale. Ma se il leninismo non fosse che l’applicazione del marxismo alla situazione originale della Russia, sarebbe un fenomeno puramente nazionale (...) Invece noi sappiamo che il leninismo è un fenomeno internazionale, che ha le sue radici in tutta l’evoluzione internazionale e non soltanto un fenomeno russo. (...)
Altri dicono che il leninismo è la rinascita degli elementi rivoluzionari del marxismo del decennio 1840-1850, (...) bisogna riconoscere che anche questa definizione, (...) contiene una parte di verità. Questa parte di verità consiste nel fatto che Lenin ha effettivamente risuscitato il contenuto rivoluzionario del marxismo (…). Ma questa non è che una parte della verità. La verità intera è che il leninismo non solo ha risuscitato il marxismo, ma ha fatto ancora un passo avanti, sviluppando ulteriormente il marxismo nelle nuove condizioni del capitalismo e della lotta di classe del proletariato.
Che cosa è dunque, in ultima analisi, il leninismo?
Il leninismo è il marxismo dell’epoca dell’imperialismo e della rivoluzione proletaria..."

Non è mia intenzione entrare nel merito di quanto Stalin afferma, né, tanto meno, cercare di sottoporlo a critica. In realtà le affermazioni staliniane non sono criticabili.
Si possono criticare delle argomentazioni, o delle analisi dei dati di fatto, o le conclusioni che si traggono da queste analisi. Ma quelle di Stalin non sono né analisi del mondo empirico, né generalizzazioni tratte da queste analisi, né, ancora, argomentazioni, affermazioni inserite in catene deduttive che da alcune premesse traggono determinate conclusioni. Quelle di Stalin sono affermazioni apodittiche la cui verità non può che essere accettata. Alcuni dicono X, afferma Stalin, ma si tratta di una verità parziale, altri dicono Y, ma si tratta ancora di una verità parziale, la verità totale e Z. Quali siano le ragioni, logiche o di fatto, che fanno si che X ed Y siano verità “parziali” e Z la verità “intera”, Stalin non lo dice. “La verità intera è che il leninismo non solo ha risuscitato il marxismo, ma ha fatto ancora un passo avanti” afferma ad esempio Stalin, ma non si preoccupa minimamente di ribattere alle obiezioni dei molti, eminenti, socialisti che ritenevano il leninismo non un “passo avanti” ma uno indietro rispetto alla elaborazione teorica di Marx. Stalin del resto disponeva di strumenti di “persuasione” ben più efficaci dell'analisi teorica.
Stalin era stato seminarista, e nella prosa del dirigente bolscevico si rispecchia la formazione culturale del giovane educato in seminario. Lunghe serie di affermazioni apodittiche, domande a cui risponde con formule dichiarate vere a priori; oppure serie di esortazioni, di impegni a cui si giura di essere fedeli. Tipica a questo proposito l'orazione funebre tenuta da Stalin ai funerali di Lenin.

“Lasciandoci il compagno Lenin ci ha comandato di tener alto e serbar puro il grande appellativo di membro del partito. Ti giuriamo, compagno Lenin, che noi adempiremo con onore al tuo comandamento (…)
Lasciandoci il compagno Lenin ci ha comandato di salvaguardare, come la pupilla dei nostri occhi, l'unità del nostro partito. Ti giuriamo, compagno Lenin, che adempiremo con onore al tuo comandamento. (...)
Lasciandoci il compagno Lenin ci ha comandato di salvaguardare e rafforzare la dittatura del proletariato. Ti giuriamo, compagno Lenin, che non risparmieremo le nostre forze per adempire con onore a questo tuo comandamento...”

E così via, in una lunga serie di “comandamenti” e “giuramenti”.

E' stato detto che il leninismo è una semplificazione del marxismo e lo stalinismo una semplificazione del leninismo. C'è molto di vero in queste affermazioni. Marx, per quanto criticabili possano essere le sue conclusioni, analizza, studia, deduce. Lenin molto spesso sostituisce l'invettiva alla analisi. Gli basta dimostrare che il rivale, quasi sempre un esponente del movimento operaio, contraddice questa o quella affermazione di Marx o di Engels per bollarlo come “rinnegato”. A differenza che gli scritti di Marx, quelli di Lenin sono letteralmente traboccanti di citazioni, ed ogni citazione rappresenta “il verbo”, la verità di cui è empio anche solo dubitare. Stalin sostituisce l'invettiva leniniana con la affermazione apodittica, la formula sacramentale da recitare come si recitano le preghiere. Mao Tze Tung andrà, se possibile, ancora oltre. Le sue formulette, riunite nel libretto rosso, autentico breviario di preghiere, saranno recitate collettivamente da milioni di giovani cinesi. Nella prefazione al "libretto rosso" Lin Piao scriverà che le citazioni del presidente Mao devono essere lette di frequente da ogni buon comunista (e tutti i cinesi devono essere buoni comunisti) nel corso della giornata; meglio ancora è bene che vengano imparate a memoria. Per sua sfortuna Lin Piao diventerà anche lui, passata la fase calda della “rivoluzione culturale”, un ennesimo “traditore”. E sarà eliminato, come tanti altri. Il libretto rosso non lo aiuterà a salvare la pelle.

Parlare di Marx e di comunismo, di Lenin, Stalin e Mao sembra quasi, oggi, un vezzo di chi ama storia. Una distanza abissale sembra separare, ed in effetti separa, l'odierna sinistra italiana dall'esperienza comunista. Il comunismo è stato qualcosa di tragicamente unitario. Dietro alle formule da breviario di Stalin stavano grandi eventi storici, una concezione del mondo semplificata al massimo ma compatta, coerente; stavano soprattutto uno stato ed un paese immenso, indicato ai lavoratori di tutto il mondo come la “loro patria”.
Oggi tutto questo non esiste più. Il crollo del comunismo ha lasciato moltissime persone del tutto prive di punti di riferimento. Bramosi di assoluto molti militanti di sinistra si sono trovati, quasi dall'oggi al domani, ad esserne orfani. E sono andati alla ricerca di nuovi assoluti. E ne hanno trovati. Tanti piccoli assoluti in tono minore, frammenti di ideologie sono andati a sostituire il grande, compatto assoluto in cui per anni, addirittura per decenni, tanti militanti della sinistra avevano ciecamente creduto. Il femminismo radicale, con la donna che sostituisce la classe operaia quale “soggetto collettivo” capace di rifondare il mondo. L'ecologismo mistico, che predica l'integrazione armoniosa, senza alcun residuo o frizione, di uomo e ambiente. La retorica della moltiplicazione dei “diritti positivi”: diritto alla salute, alla casa, al lavoro, all'aria pulita ed al mare limpido, alla pratica sportiva, alla felicità, all'amore, al sesso, e chi più ne ha più ne metta. Più l'assoluto si dimostrava inaccessibile alla dimensione umana più si moltiplicavano gli assoluti fai da te. Salutismo, diete vegetariane, animalismo radicale, per finire con la teorizzazione, e l'invocazione, della assoluta onestà e la mitizzazione dei suoi supremi custodi. E, accanto agli assoluti positivi, quelli negativi. Il capitalismo quale fattore di crisi e sfruttamento è stato sostituito dai “capitalisti disonesti”, dai “magnati della finanza”, spesso “ebraica”, dai “politici papponi”, ed infine, da un solo uomo, un singolo essere umano incarnazione del male,  un mostro ributtante da combattere giorno e notte, con ogni mezzo. Qualcuno ne conosce il nome?
Se quanto appena detto ha anche solo un minimo di fondamento non deve stupire che spesso e volentieri gli odierni discorsi degli esponenti della italica sinistra ricalchino lo stile da breviario caro a Stalin e Mao. E, ad essere sinceri sino in fondo, lo stile da breviario non è appannaggio solo degli esponenti della sinistra. E' ben presente nei media, in tutti i media, anche in quelli “berlusconiani”, coinvolge spesso anche partiti e movimenti che di sinistra non sono. Segno dei tempi.
Certo, le formule sono ben diverse. Nessuno parla più di rivoluzione comunista, o di dittatura del proletariato, ma lo stile non è, in fondo, troppo diverso. Come nei breviari maoisti e staliniani l'analisi della realtà e la coerenza logica scompaiono, ed il loro posto è preso da affermazioni apodittiche, sulla cui verità non è consentito avanzare il minimo dubbio.

Nel 1971 Carla Lonzi, esponente del femminismo radicale scriveva “la donna clitoridea e la donna vaginale”, un breve pamphlet in sui si sosteneva che:
“ Il sesso femminile e' la clitoride, il sesso maschile e' il pene.
Nell'uomo il meccanismo del piacere e' strettamente connesso al meccanismo della riproduzione, nella donna meccanismo di piacere e meccanismo della riproduzione sono comunicanti, ma non coincidono.
Avere imposto alla donna una coincidenza che non esisteva come dato di fatto nella sua fisiologia e' stato un gesto di violenza culturale che non ha riscontro in nessun altro tipo di colonizzazione.
La cultura sessuale patriarcale, essendo rigorosamente procreativa, ha creato per la donna un modello di piacere vaginale”.
Nel 1971 il comunismo non era ancora crollato, e l'estrema sinistra comunista era molto forte in Italia. Il femminismo radicale stava però mettendone in crisi i presupposti ideologici. La contraddizione lavoro - capitale stava per essere sostituita da quella uomo – donna. Lo stile declamatorio, l'enunciazione di verità su cui ogni dubbio è ritenuto a priori impossibile però non cambiava. La Lonzi dimostrava forse che “nell'uomo il meccanismo del piacere e' strettamente connesso al meccanismo della riproduzione”, o che l'orgasmo vaginale è la risultante di una “colonizzazione” imposta alle donne? Le sue parole erano sostenute da una analisi dei dati di fatto? Non è forse vero che anche l'orgasmo maschile può essere non riproduttivo? E non è vero che le donne hanno un ciclo mestruale, un utero, delle mammelle, che possono restare in cinta eccetera? Inezie. Visto che la “contraddizione principale” è quella fra uomo e donna l'orgasmo vaginale, in cui la presenza dell'uomo è necessaria, o, quanto meno, importante, diventa la risultante di una “violenza”; e la donna a cui questo tipo di orgasmo piace diventa ipso facto “subalterna alla cultura del pene”, una povera alienata che non sa neppure distinguere il piacere “vero” da quello “imposto”. Molti esponenti del movimento gay faranno, tempo dopo, considerazioni simili. La prevalenza numerica dei rapporti eterosessuali non avrebbe alcuna base naturale, alcun legame con un fatterello secondario come la riproduzione della specie. Sarebbe, di nuovo, la risultante di una imposizione violenta. Però, come è stata possibile questa "imposizione" se non esisteva già una prevalenza della eterosessualità sulla omosessualità? Mistero.
Cambiamo argomento e veniamo a periodi più vicini ai nostri.
James Lovelock, un esponente dell'ecologismo radicale ebbe ad affermare: “Gli umani sulla terra si comportano per certi versi come un organismo patogeno, o come le cellule di un tumore o di una neoplasia (…) la specie umana è talmente numerosa da costituire una grave malattia planetaria: Gaia soffre di primatemaia disseminata, un’epidemia di genti”.
L'uomo è un "tumore" insomma, ma “la natura” può guarire da un simile tumore se l'uomo rinuncia alla sua “follia” e si integra armoniosamente nell'ecosistema. Però, se siamo un tumore perché non dovremmo comportarci da tumore? In natura ogni specie vivente,  ed ogni individuo, mirano alla propria sopravvivenza, a scapito di quella altrui.  Le cellule tumorali distruggono le cellule dell’organismo che le ospita, questa è la loro natura; è vero che così facendo finiscono per autodistruggersi, ma è anche vero che se facessero diversamente accelererebbero la loro fine. Ridurre l’uomo a componente subordinata di una totalità naturale e pretendere nel contempo che agisca diversamente da come la sua natura lo spinge ad agire significa cadere in una grossolana contraddizione. Ma questo non preoccupa gli esponenti dell'ecologismo radicale. L'importante è sostenere tesi scioccanti, la coerenza logica può andare a farsi benedire.

Si potrebbe continuare ma non sarebbe troppo utile. Del resto, ad ognuno di noi capita di sentire, credo,  frasi del tipo: “Le prostitute sono, tutte, povere schiave”, o “I “migranti” in realtà sono rifugiati politici”, oppure “ovunque le donne subiscono violenza. Non trasformiamo la lotta alla violenza sulle donne in occasione di scontro con i nostri fratelli mussulmani”. Affermazioni simili costituiscono l'A B C dei discorsi di moltissimi esponenti della sinistra italiana; e ce le ripetono giorno e notte i media, con ossessiva, goebbelsiana insistenza.
Nessuno, ovviamente, fornisce al popolo bue dati che confermino che “tutte le prostitute sono schiave”, o che tutti i “migranti” sono “rifugiati politici”. E nessuno cerca di chiarire la contraddizione insita nel dichiararsi, insieme, per l'emancipazione femminile e l'amicizia con chi lapida le dultere. La coerenza logica, la corrispondenza fra il mondo e ciò che si dice del mondo non interessano; sono state sostituite da brevi frasette, esortazioni, indicazioni di imperativi assoluti. Esattamente come nei breviari di Stalin e Mao.
Da un certo punto di vista la situazione attuale è addirittura peggiore di quella dei breviari mao staliniani. Oggi non ci si limita a sostituire verità e coerenza con formulette stereotipate, si cambiano addirittura le parole per farle meglio aderire al senso (o al non senso) di queste formulette. Anche i breviari staliniani e maoisti erano pieni di orribili neologismi: “socialfascista”, “gruppo antipartito”, “comintern”, “socialimperialismo”; questi sembrano però poca cosa di fronte all'orgia di parole costruite a tavolino che sta oggi letteralmente pervertendo la lingua parlata e scritta. I vecchi neologismi riguardavano prevalentemente la politica, quelli nuovi la vita nel suo complesso. L'attuale discorso politicamente corretto ha eliminato, quando le vittime sono donne, l'omicidio per sostituirlo col “femminicidio”. Ha eliminato termini come “immigrati” o “clandestini”, per sostituirli con “migranti”, ha reso “non vedenti” i ciechi e “verticalmente svantaggiati” coloro che non superano il metro e settanta di altezza. Il pensiero unico politicamente corretto, non contento di aver sfregiato logica e verità, prende d'assalto la bellezza e la musicalità della lingua, e con queste il semplice, vecchio buon senso.

Non voglio essere, e neppure apparire, esagerato, estremista. So benissimo che dietro alle litanie mao staliniane c'era qualcosa di più che non un pensiero unico intollerante e fanatico. C'erano i gulag e i laogai, e le deportazioni di massa, ed i plotoni d'esecuzione. Paragonare la dittatura politicamente corretta che sta cercando di imporsi in occidente con simili orrori non è solo ingiusto e profondamente stupido, è anche offensivo per le innumerevoli vittime del terrore maoista e staliniano.
Però, sarebbe sbagliato sottovalutare quanto il pensiero unico politicamente corretto sia pericoloso per la democrazia e, soprattutto, per la libertà. L'ideologia politicamente corretta, dietro all'apparente mitezza, alla ostentata, mielosa, “bontà”, persegue un obiettivo profondamente autoritario, meglio, totalitario: il controllo globale della vita sociale, l'imposizione a tutti di modelli di vita e di pensiero dichiarati a priori come gli unici buoni.
In occidente nessuno, per ora, rischia il carcere o i lavori forzati se parla di “clandestini” invece che di “migranti”. Però... però subito viene additato al pubblico disprezzo come “razzista xenofobo”. Se Tizio non usa il termine “femminicidio” viene guardato come se fosse un amico di chi usa violenza alle donne, se Caio è contrario ai matrimoni gay diventa immediatamente “omofobo”, e se Sempronio definisca “barbarie” la pena di morte per gli apostati è affetto da “islamofobia”. Chi non si integra nella ideologia politicamente corretta non è un individuo che sbaglia (ammesso che sbagli), o che ha idee, valori, interessi comunque legittimi. No, è un essere cattivo, intollerante, non rispettoso degli altri. Non è un criminale, per ora, ma potrebbe diventarlo presto.

Viviamo un brutto momento, a tutti i livelli, ed il pessimismo è d'obbligo. Ma, per fortuna, c'è qualcosa che ci consente di moderarlo. A livello di massa l'ideologia politicamente corretta è molto meno forte di quanto potrebbe sembrare a prima vista. Fortissimo, quasi invincibile, anche perché non contrastato praticamente da nessuno, sui media, il politicamente corretto è abbastanza estraneo alla maggioranza degli esseri umani. Nel linguaggio di tutti i giorni nessuno usa i neologismi che impazzano in TV, e, sotto sotto, sono in pochi a credere davvero alle formulette che i media presentano come verità indubitabili. Questo però non basta. Non basta la difesa passiva contro le litanie da oratorio progressista. Queste litanie si trasformano in leggi, regolamenti, obblighi, penetrano in profondità nella vita sociale fino a trasformarla del tutto. Possono pervertire le coscienze quando la resistenza viene sgretolata. Se questo avviene ci si ritrova, tutti, molto meno liberi, forse non più liberi. Forse (FORSE) siamo ancora in tempo per evitare una simile fine.

lunedì 10 marzo 2014

GUERRE ED ECONOMIA. CONSIDERAZIONI SU UN DIFFUSO LUOGO COMUNE





E' uno dei luoghi comuni che si sentono più spesso: “le guerre hanno cause economiche” e, come tutti i luoghi comuni, contiene un po' di verità. In effetti spesso le guerre hanno anche cause economiche e praticamente ogni guerra ha conseguenze economiche. Conquistare dei territori, smembrare uno stato o ridurlo al rango di protettorato, modificare dei confini sono tutte cose che hanno pesanti ripercussioni economiche, è innegabile. Ma, il fatto che una guerra abbia conseguenze economiche implica che anche le sue cause siano di tipo economico? Una guerra in fondo ha conseguenze che riguardano un po' tutti i settori della vita sociale: culturali, politiche, religiose; questo ci obbliga a dire che la guerra ha sempre e solo cause culturali, politiche, religiose? E, più in generale, cosa vuol dire, precisamente, che la guerra ha solo o prevalentemente cause economiche? Per cercare di uscire dai luoghi comuni occorre approfondire.

Un equivoco.
Molti hanno fatto notare che le guerre sono spesso dei formidabili volani dello sviluppo economico. La cosa non deve stupire, in fondo. La guerra porta con se immani distruzioni e dove ci sono distruzioni esiste la necessità di ricostruire. Se a questo si aggiunge che dopo un conflitto distruttivo il tenore di vita delle popolazioni è molto basso e che è di conseguenza basso il livello dei salari l'arcano sembra definitivamente svelato: la guerra è la miglior ricetta dello sviluppo. Una bella guerra assicura lavoro e produzione, occupazione e sviluppo. Facile no? Troppo facile! Chi ragiona in questo modo dimentica un piccolissimo particolare. La prosperità economica può essere valutata da due diversi punti di vista: come flusso o come stock. Dal punto di vista del flusso indubbiamente la guerra favorisce lo sviluppo, se però si esamina l'economia dal punto di vista dello stock di beni disponibili ci si rende subito conto che la guerra è quanto di economicamente (oltre che umanamente) più distruttivo si possa immaginare. Certo, se una città è distrutta ci saranno tanti omini che lavorano per ricostruirla, ma con tutto il loro lavoro questi omini, non faranno altro che ricostruire uno stock di beni che già esisteva. E, anche se occupati, questi industriosi omini saranno per molto tempo enormemente più poveri di altri omini che prima della guerra languivano nella disoccupazione. Per quanto tempo? Più o meno per tutto il tempo necessario a ricostituire l'originario stock di beni di produzione e di consumo.
Guardare all'economia tenendo conto solo dei flussi e non degli stock è quanto di più stupido si possa immaginare. Dal punto di vista dei flussi la Cina o l'India sono più ricche degli Stati uniti, ma tutti sanno che le cose stanno ben diversamente. I tassi di crescita vanno valutati tenendo conto dei livelli di partenza, cioè degli stock di beni accumulati. Crescere del 2% partendo da mille è ben diverso che crescere del 10% partendo da 100 o da 50. Del resto, se davvero le distruzioni belliche fossero la ricetta che garantisce lo sviluppo avremmo trovato un mezzo formidabile per superare ogni crisi: basterebbe ogni tanto distruggere quasi tutte le fabbriche e qualche città. Nessun imprenditore, oltre che nessun cittadino, sarebbe particolarmente entusiasta di una simile “ricetta”.

La posizione marxista.
Una premessa: fare una storia, anche brevissima, anche telegrafica delle posizioni marxiste sulla guerra non solo esula dagli obiettivi di questo scritto, ma costituisce un'impresa assolutamente superiore alle forze di chi scrive. Qui ci si limiterà quindi ad alcuni rapidissimi cenni sulle posizioni di Marx e di due importantissimi marxisti: Lenin e Rosa Luxemburg.

Che le guerre abbiano cause economiche è implicito nella concezione materialistica della storia. Sviluppo delle forze produttive sociali e conseguenti rapporti fra le classi costituiscono per Marx la struttura della società, struttura che determina, in maniera più o meno mediata, tutto il resto: la politica, le istituzioni giuridiche, le idee e la cultura, la religione, i rapporti fra gli stati, siano essi di pace o di guerra. Il rapporto fra guerra ed economia va ricondotto al rapporto fra i meccanismi che regolano l'economia capitalistica e la politica internazionale. Nell'era della borghesia alla radice delle guerre non sta, infatti, per Marx, una generica “economia”, sta il funzionamento di un preciso sistema economico sociale: il capitalismo. In particolare la guerra serve a contrastare gli effetti delle crisi economiche. Tramite le guerre il sistema ritrova, per qualche tempo, quell'equilibrio che le sue leggi immanenti tendono inesorabilmente a spezzare. Tuttavia non si trova in Marx una teoria esaustiva e chiaramente esposta del rapporto capitalismo – guerra; negli scritti politici che prendono in esame situazioni di guerra, come quelli sulla Comune di Parigi, Marx si dimostra anzi molto attento a non lasciarsi andare ad indebite generalizzazioni.

Chi invece elabora una teoria compiuta e coerente del rapporto guerra – capitalismo è la marxista polacca Rosa Luxemburg. Per Rosa Luxemburg la causa fondamentale delle crisi economiche va cercata nel sottoconsumo che sarebbe intimamente connesso alla economia capitalistica. Il sistema capitalistico si basa sullo sfruttamento di masse sempre più numerose di esseri umani. Il capitalista deve estorcere quantità crescenti di plusvalore alla classe operaia per ampliare sempre più i propri profitti. In questo modo però atrofizza il mercato: a chi vendere le merci prodotte se il mercato è intasato da una massa sempre crescente di miserabili che vivono di bassi salari? Per non soffocare il sistema capitalistico può seguire una sola strada: conquistare nuovi mercati di sbocco per le sue merci, espandersi, allargare sempre più il mercato sino a farlo coincidere col mondo intero. Tutte le potenze capitaliste inseguono questo obiettivo, per questo sono inesorabilmente obbligate ad entrare in contrasto fra loro. Imperialismo e guerra sono la conseguenza inevitabile della contraddizione fondamentale del capitalismo: essere un sistema economico che fonda l'ampliamento della produzione sulla drastica riduzione del consumo. L'espansione coloniale ed imperialistica non possono però risolvere le contraddizioni del sistema. Imperialismo e guerra ampliano ed unificano il mercato riproponendo a livelli sempre più alti la contraddizione fondamentale che affligge il sistema. Il crollo del capitalismo è perciò per la Luxemburg una necessità storica, esattamente come sono necessità storiche l'imperialismo e le guerre imperialiste.
Però, ne “
l'accumulazione del capitale”, testo ponderoso che la Luxemburg dedica all'argomento, la marxista polacca è costretta a polemizzare nientemeno che col suo maestro. Nel secondo volume del “capitale” infatti Marx parla degli schemi di riproduzione allargata. L'intero sistema può schematicamente essere diviso in due settori: quello che produce beni di consumo e quello che produce mezzi di produzione. In estrema sintesi il sistema cresce quando ogni settore produce plusvalore in quantità tale da soddisfare la domanda aggiuntiva che sorge al suo interno e nell'altro. Rosa Luxemburg non accetta queste conclusioni di Marx, che le appaiono in contrasto con quanto il suo maestro afferma in altre parti della sua opera principale. Senza entrare nel merito di una polemica ormai vetusta è chiaro che la posizione luxemburghiana non regge, o regge poco, anche ad una critica del tutto interna al marxismo ed alle sue categorie.

La maggior parte dei marxisti suoi contemporanei non accettò le analisi di Rosa Luxemburg, tuttavia condivise con lei la teoria secondo cui il capitalismo andava incontro ad un crollo inevitabile e, col crollo, a guerre sempre più vaste e sanguinose. Anche questi critici avevano del resto sostanziosi appoggi nel testo marxiano. Anche in Marx è ravvisabile in effetti una teoria del crollo, solo, il filosofo di Treviri lega questo non tanto al sottoconsumo quanto alla
caduta tendenziale del saggio di profitto. In sintesi telegrafica, il saggio di profitto è dato dal rapporto fra il plusvalore estorto agli operai e l'intero capitale investito. Col tempo la parte del capitale globale investita in capitale variabile, cioè in lavoro umano, decresce rispetto a quella investita in capitale fisso (macchine, attrezzi). Solo il lavoro umano crea però, per Marx, plusvalore, quindi, col crescere della componente fissa del capitale globale il tasso di profitto tende inevitabilmente a calare. Senza approfondire troppo, è sin troppo evidente come questa teoria sia legata alla teoria del valore lavoro, oggi ormai quasi universalmente abbandonata. Ed è anche evidente che chi la sostiene non può rispondere ad una semplicissima domanda: perché mai i capitalisti aumenterebbero costantemente la componente fissa del capitale investito, a scapito della variabile, se solo dalla componente variabile estraggono plusvalore, ed il calo di questa componente contrae il saggio di profitto? La risposta che Marx da ad un quesito simile: solo il lavoro socialmente necessario, cioè il lavoro adeguato ad un certo livello di sviluppo tecnico, crea valore, non risolve i problemi: perché mai capitalisti lavorano nel senso di ridurre le ore di lavoro socialmente necessarie se questo fa calare il loro tasso di profitto?
Non è il caso di insistere su questo argomento, rimando quanti fossero interessati al mio scritto: “
La teoria marxiana dello sfruttamento” su questo stesso blog. A prescindere dalle critiche, la caduta tendenziale del saggio di profitto dimostra, per Marx, che è il capitale il limite immanente alla produzione capitalistica. Molti marxisti posteriori a Marx riprendono questa sua concezione. Il sistema capitalistico, nelle loro analisi, reagisce alla caduta dei profitti precisamente con la guerra. Colonialismo, imperialismo, guerre fra le potenze imperialiste servono ad assicurare al capitale mano d'opera e materie prime a basso costo. Saccheggiando ed impoverendo il mondo il capitalismo cerca di reagire alle sue crisi, preparandone però di nuove e più gravi. Lenin è il più radicale di questi critici. Tuttavia non è possibile trovare nella più importante opera di Lenin sull'argomento, “l'imperialismo, fase suprema del capitalismo”, alcuna teoria chiaramente esposta del rapporto fra imperialismo, guerra e meccanismi che presiedono al funzionamento della economia capitalistica. Lenin è un politico geniale ma non eccelle come teorico; per lui la teoria è un'arma di azione politica e la politica è per lui sempre finalizzata ad un unico fine: la conquista del potere da parte del partito rivoluzionario. “L'imperialismo” è più un pamphlet polemico che un libro di teoria economica marxista. Lenin vede che nel mondo ci sono il capitalismo, l'imperialismo e la guerra e fa dipendere gli ultimi due dal primo. Con questo però da per dimostrato ciò che è tutto da dimostrare. E quando Kautskij afferma che l'imperialismo è una politica del capitalismo, ma non l'unica possibile, Lenin reagisce coprendolo di insulti. Colui che lo stesso Lenin aveva definito come il “più eminente teorico marxista” diventa così il “rinnegato Kautskij”, lo ”sicofante al servizio della borghesia”.

Lenin scrisse “
l'imperialismo fase suprema del capitalismo” nel 1916. Sono passati 98 anni ed il capitalismo è ancora in piedi. E' crollato invece, quasi ovunque, il comunismo, lasciando in eredità al genere umano decine di milioni di cadaveri. La sinistra anticapitalista di oggi non cerca più di analizzare il rapporto fra guerra e capitalismo, non cerca neppure, a dire il vero, di analizzare criticamente il sistema capitalistico in quanto tale. Si limita ad additare al pubblico ludibrio le nefandezze di determinati gruppi di capitalisti ( i petrolieri, i finanzieri), o, spesso, di un solo capitalista (chissà chi sarà?). Non è possibile alcun paragone fra i marxisti classici ed i loro tardi epigoni. La prosa violenta e spesso elementare di Lenin appare un esempio di raffinatezza analitica se paragonata alle idiozie di personaggi come Vendola o Diliberto. Parlare di loro è solo tempo perso, quindi non ne parliamo.

Economia e politica di potenza
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Si può ritenere che le guerre abbiano sempre o quasi cause economiche anche se si rifiuta la connessione marxiana fra guerre, crisi economiche e meccanismi che sovraintendono al funzionamento dell'economia capitalistica. Ogni stato, indipendentemente dal suo regime sociale ed economico, ha bisogno di materie prime, accessi al mare, superfici coltivabile, territori, e la guerra può essere un ottimo strumento per procurarsi tutte queste cose. Può essere, certo, ma
deve esserlo? Deve esserlo sempre e comunque? Una guerra può scatenarsi, ad esempio, per il possesso di certe fonti di materie prime è vero, ma forse non è una cosa che capita troppo spesso. Le materie prime possono essere procurate tramite il commercio, e si può rinunciare ad un accesso al mare se gli stati confinanti concedono, a prezzi ragionevoli, il diritto di passaggio verso il mare, quanto alle superfici coltivabili, è discutibile se conquistarle armi in pugno sia economicamente più vantaggioso che non importare i frutti delle coltivazioni. La guerra è qualcosa di estremamente costoso ed è quanto meno dubbio che i suoi vantaggi economici superino i costi. Ciò è tanto più vero se si considera che i costi economici di una guerra non terminano col cessare dei combattimenti. Mantenere per anni una forza di occupazione in uno stato straniero ha costi economici di gran lunga superiori ai vantaggi derivanti dal “saccheggio” dei suoi beni naturali, e questo indipendentemente dai costi umani e politici che una simile avventura implica. Poniamo che gli stati uniti vogliano, ad esempio, invadere l'Iran per “rapinarlo del suo petrolio”. Tralasciamo i costi umani e politici di una simile avventura, davvero qualcuno può seriamente pensare che mandare in Iran un esercito d'invasione, battere le armate iraniane, mantenere per anni il paese occupato sia qualcosa di profittevole dal punto di vista economico? L'invasione dell'Irak è stata un buon affare per gli Stati uniti? Pensare che far la guerra sia economicamente più vantaggioso che commerciare è quasi sempre sbagliato.
Coloro che sostengono che le cause delle guerre siano sempre o quasi di tipo economico hanno inoltre una concezione assai discutibile di quello che è la ricchezza. Di solito identificano la ricchezza con le risorse naturali, il petrolio soprattutto. Ora, di certo le risorse naturali sono ricchezza, ma non sono l'unica ricchezza né, oggi, la più importante. Un certo bene esistente in natura è
risorsa, quindi ricchezza, solo se e esiste un certo livello di sviluppo tecnologico. Il petrolio ha iniziato a diventare una risorsa quando è stato utilizzato per il trasporto e poi per la produzione di energia elettrica, prima era solo un liquido maleodorante. Si possono fare considerazioni analoghe per la gran maggioranza delle materie prime. In realtà, specie nel mondo di oggi, la ricchezza è legata più alla ricerca, allo sviluppo tecnologico che non alle materie prime o alla terra, e lo sviluppo tecnologico è la risultante degli investimenti in ricerca e sviluppo, degli scambi culturali e commerciali, di buone scuole ed università; di certo non si conquista con la guerra.

Eppure le guerre si fanno. Ma, davvero si fanno perché è economicamente conveniente farle? E' davvero l'utile economico, sempre e comunque, il loro fine?
NO.
Uno stato non mira solo al benessere economico, mira ad avere un ruolo importante nella politica internazionale, ad essere potente, influente e militarmente temibile. Ogni stato ha la sua politica di potenza che è cosa ben diversa dalla mera ricerca del benessere economico.
L'importanza geo politica di uno stato non coincide affatto con la sua prosperità economica. La Svizzera è molto più prospera della Cina, ma ha una importanza geopolitica del tutto trascurabile, per non parlare della sua irrilevante potenza militare. Si fanno molte guerre non per motivi economici ma per motivi geo politici, anzi, molte volte quelle che appaiono a prima vista cause economiche di un conflitto sono in realtà cause accessorie legate alle, fondamentali, cause geo politiche. Uno stato, ad esempio, vuole conquistarne un altro per avere a disposizione le sue materie prime. Non lo fa per motivi prevalentemente economici, se questi determinassero la sua politica la soluzione migliore sarebbe, probabilmente, il commercio. Lo fa perché il controllo diretto di quelle materie prime aumenta la sua potenza, migliora la sua posizione geopolitica nello scacchiere internazionale. Spesso non viene dato il peso che merita a questo fattore, col risultato che si scambia per guerra causata prevalentemente da motivi economici un conflitto nato invece da contrasti geo politici fra potenze. 

Il denaro è tutto?

L'uomo è un essere limitato, finito. Dipende dal mondo esterno ed ha bisogno di modificarlo per organizzare le sue condizioni di vita. In un modo o nell'altro, qualsiasi cosa faccia, quali che siano le sue preferenze, l'uomo ha bisogno di beni materiali. Ne ha bisogno anche per le sue attività più squisitamente spirituali. Un musicista ha bisogno di beni materiali non solo per mangiare, ripararsi dal freddo e vestirsi, ne ha bisogno anche per comporre la sua musica.
In quanto limitati noi siamo sempre costretti al calcolo economico.
Fare A significa non fare B e si sceglie fra A e B in base al raffronto fra i vantaggi di A e quelli di B o fra la penosità di B ed il piacere che A ci procura, o fra la penosità di entrambi, per scegliere la minore. Tutto questo non è necessariamente legato al materialismo, non si tratta sempre di scegliere sempre fra beni materiali. Il mistico che passa la vita in preghiera ritiene che il vantaggio spirituale che gli deriva da una simile scelta sia enormemente superiore agli effimeri beni del mondo. Anche se non lo ammetterebbe mai, anche lui ha fatto un calcolo economico quando a deciso di dedicare l'esistenza alla ricerca dell'assoluto. In questo senso quindi ogni attività umana è economica. Però non è questo il senso in cui si usa normalmente il termine “economico”. Nel suo, ristretto, significato corrente l'attività economica dell'uomo è quella che mira alla massimizzazione dei suoi beni materiali e delle sue disponibilità finanziarie. Poniamo che Tizio ami sopra ogni cosa scalare le montagne. Tizio acquisterà i beni materiali che gli permettono di realizzare il suo sogno, dovrà possedere attrezzature, pagarsi viaggi e spostamenti, magari l'aiuto di guide esperte; e preferirà queste cose a tutte le altre, le riterrà maggiormente belle e gratificanti. In questo senso è possibile definire “economica” l'attività di Tizio. In senso più comune e ristretto però una simile conclusione sarebbe del tutto falsa. Tizio non ha interesse a massimizzare il suo stock di beni materiali o di disponibilità finanziarie. Non gli interessa diventare ricco, gli interessa solo raggiungere vette immacolate. E quello che vale per le montagne può valere per molte altre cose. Il denaro può essere un fine ma è molto spesso solo un mezzo. In senso ampio la attività di chi cerca di aiutare i bisognosi, e si procura fondi che gli servano a questo scopo, è attività economica, in senso più ristretto questo non è vero; in senso stretto è economica quella attività che vede nell'incremento di ricchezza un fine in se. E' solo il caso di aggiungere che vedere nell'incremento della ricchezza un fine in se non è per niente cosa gretta ed immorale. In fondo l'incremento della ricchezza globale è ciò che rende possibile il raggiungimento di una quantità sempre crescente e differenziata di fini. L'avversione per il benessere è un atteggiamento sciocco e snobistico, spesso caratteristico di chi di ricchezza ne ha accumulata molta.

Ciò che vale per gli individui vale spesso anche per gli stati, Poniamo che un certo stato sia governato da una teocrazia fondamentalista, poniamo che sia i governanti che la maggioranza della popolazione di questo stato ritengano che il più nobile obiettivo che ci si possa porre sia quello di distruggere gli infedeli e conquistare il mondo intero alla “vera religione”. Un simile stato avrà bisogno di ricchezza, ovviamente, ne avrà bisogno anche per realizzare il grande fine che unisce la maggior parte dei suoi abitanti ed i suoi governanti. Però, sarebbe del tutto sbagliato affermare che la politica di questo stato sia mossa da motivazioni economiche; è mossa da motivazioni religiose, e la ricerca di beni materiali e disponibilità finanziarie altro non è che un mezzo per realizzare queste motivazioni. Poniamo che questo stato possieda grandi disponibilità di petrolio e che venda la sua ricchezza solo a quegli stati che prendono certe misure in campo religioso, ad esempio, aprano numerosi centri islamici e scuole coraniche, o impongano alle donne l'uso del burka. E poniamo che un altro stato rifiuti simili imposizioni ma pretenda che gli sia venduto comunque il petrolio, a prezzi di mercato. Molto probabilmente fra i due stati sorgerà un contenzioso molto grave, forse scoppierà una guerra. Molti “pacifisti” scenderanno in piazza strillando che la guerra che potrebbe scoppiare sarebbe causata dalla brama di petrolio dei cattivissimi capitalisti. Ma, starebbero così le cose? No, ovviamente. Se il petrolio viene usato come un'arma a fini integralisti è questo uso improprio la causa prima dei conflitti che inevitabilmente seguiranno. 

Guerre religiose, ideologiche, e di altri tipi
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Spesso gli occidentali, non solo quelli affetti dal politicamente corretto, non vogliono neppur sentir parlare di guerre religiose o ideologiche. Tutto ciò che non rientra nell'economia intesa nel senso stretto di cui si parlava, non ha per loro rilevanza alcuna. Certo, la storia è piena di guerre di religione, di crociate e contro crociate, è un dato di fatto difficile da negare. Ma questo non scoraggia troppo l'occidentale politicamente corretto o sedicente “realista”. La religione sarebbe solo un pretesto, si dice. Si scavi dietro le motivazioni religiose ed emergono quelle economiche. Procedimento troppo facile, e facilmente reversibile. Ogni guerra ha conseguenze in tutti i capi della vita umana, lo si è già detto. Si guardi meglio, si vada oltre le motivazioni economiche e si scopriranno le motivazione vere, quelle religiose, o ideologiche, o culturali, si potrebbe dire; e ci saranno sempre degli eventi che “confermeranno” simili tesi. In realtà gli esseri umani si sono massacrati spesso e volentieri per motivi religiosi. Anche ammettendo che le motivazioni religiose fossero solo “coperture” di altri, più materiali interessi, resta sempre la domanda:
perché solo in presenza di quelle “coperture” le guerre sono scoppiate? Se due popoli si odiano e si fanno a pezzi per il possesso di una città santa si può davvero dire che la causa “vera” della mattanza sia la mancata attuazione di certi contratti commerciali? Contratti commerciali se ne fanno ovunque ed ovunque danno a volte luogo a controversie, ma quasi mai causano guerre, questo avviene solo in certi luoghi ed in certe circostanze storiche. E' difficile ipotizzare che un disputa commerciale fra Svezia ed Olanda possa causare una guerra mentre è facile pensare che potrebbe causarla, ad esempio, fra Israele ed Egitto. E' casuale questo? Non credo.
A proposito di Israele, le terre su cui sorge questo stato, ed in particolare la città di Gerusalemme, sono oggi le più contese del mondo. Eppure si tratta di terre di dimensioni molto ridotte, più o meno quelle della Lombardia, e prive di ricchezze naturali. In Israele non c'è petrolio, né gran quantità di materie prime, né sbocchi al mare privilegiati, né grandi terreni da coltivare; gli israeliani hanno reso fertile la loro terra, ma ce ne sarebbe moltissima altra da dissodare e coltivare, volendo. Eppure Israele è in guerra dal momento in cui è nato, nel 1948. Solo astraendo del tutto dalla realtà si possono cercare cause economiche in un conflitto che dura ininterrotto da oltre 66 anni.

Ovviamente la religione non è sempre causa di guerre né è l'unica causa di guerra, ci mancherebbe. Quasi sempre è invece causa di guerra
l'ideologia.
Per Marx l'ideologia è
falsa coscienza. L'ideologia è una visione del mondo che viene considerata, insieme, vera e buona a priori, indipendentemente da ogni analisi razionale ed ogni verifica empirica; e, in quanto vera e buona, l'ideologia va messa in atto, a tutti i costi. Se il mondo la accetta bene, se non la accetta essa va imposta al mondo. In questo senso, malgrado le polemiche di Marx contro la “falsa coscienza ideologica” il marxismo è senza dubbio una ideologia.
Solo astraendo completamente dalla realtà si può minimizzare il peso dell'ideologia nella storia ed in particolare in quei tragici eventi della storia che sono le guerre.
Cosa era più ideologico del concetto hitleriano di “spazio vitale”? Hitler voleva conquistare un ampio spazio ad est della Germania, da trasformare in colonia agricola, popolata da forti e biondi agricoltori “ariani”. Le popolazioni locali dovevano essere trasferite altrove, quelle “inferiori” come gli slavi, deportate, gli ebrei massacrati. Esiste un minimo di razionalità economica in tutto questo? L'hitleriano “spazio vitale poteva diventare un mercato di sbocco per le merci tedesche da esportare? E' ridicolo il solo pensarlo. Lo “spazio vitale” del capitalismo è il mercato globale, le sue “armate invincibili” sono le merci di buona qualità a prezzi convenienti. Ed era “razionale“ dal punto di vista geopolitico la allucinata visione hitleriana? Costruire, nel pieno del ventesimo secolo, un enorme impero coloniale e razzista in Europa era il modo migliore per dare alla Germania il ruolo di potenza egemone? No, ovviamente, e la storia lo ha confermato. Tutta la politica tesa a conquistare per la Germania uno “spazio vitale” aveva un senso solo ideologico, era “razionale” solo se rapportata ad una ideologia malata.
Esaminiamo un'altra grande tragedia dello scorso secolo. In Cambogia, appena conquistato il potere, i Kmer rossi svuotano le città, covi di corruzione capitalista. Le popolazioni vengono mandate a lavorare i campi e devono farlo senza usare nessuna delle mostruose invenzioni della scienza e della tecnologia “borghesi”: si dissoda il terreno, si scavano canali e si coltiva il riso a mani nude. La cultura è “borghese”, quindi gli “intellettuali”, spesso chi solo sa leggere e scrivere, vengono fucilati. La religione è “oppressiva”, quindi chi prega finisce all'altro mondo, la famiglia è ancora più oppressiva, quindi i figli vengono strappati ai genitori, se qualcuno vuole sposarsi deve avere la autorizzazione del partito. Nella “Campucea rossa” risorge il cannibalismo, in pieno ventesimo secolo. Esiste un minimo di razionalità economica in tutto questo? O esiste in questa follia una razionalità geopolitica? Non scherziamo. Si elimini l'ideologia e la tragedia cambogiana diventa del tutto incomprensibile. Gli esempi potrebbero continuare. La staliniana collettivizzazione forzata dell'agricoltura o o il gran balzo in avanti di Mao, o, sempre di Mao, la “grande rivoluzione culturale proletaria”. Tutte politiche sanguinose che possono trovare una spiegazione esauriente solo se si fa ricorso al concetto di ideologia.
Le guerre di religione ed ideologiche non solo esistono, ma sono anche particolarmente difficili da risolversi, e non a caso. Un ragionevole compromesso che permetta a due stati di spartirsi i proventi dell'estrazione del petrolio è sempre possibile, come è possibile dividersi un territorio conteso, ma una città santa non può essere divisa. Certo, ci si può accordare per garantire ai pellegrini di tutte le fedi interessate l'accesso a quella città, nel rispetto di tutti i luoghi di culto, ma questo è possibile solo se tutti gli interessati sono tolleranti, cosa che non sempre capita quandoci sono di mezzo dei credi fondamentalisti. Ed, allo stesso modo, se interi popoli, ed i loro governanti, considerano la stessa esistenza di un certo stato cosa empia, la guerra che li oppone a quello stato tenderà ad incancrenirsi; la storia del conflitto arabo israeliano è, di nuovo, molto eloquente a riguardo. Nessun interesse economico, nessuna disputa territoriale possono spiegare una guerra che dura dal 1948 contro uno stato di dimensioni ridottissime, in una zona del mondo in cui tutto manca meno che la terra.
Le guerre ideologiche e di religione sono in fondo espressioni di scontri ancora più generali che, molto più che le guerre legate all'economia o a ragioni geopolitiche, toccano i sentimenti profondi di intere popolazioni: mi riferisco agli scontri fra nazionalismi e a quelli di civiltà.
I nazionalismi hanno avuto un tal peso nello scoppio di conflitti distruttivi che è difficile sopravalutarne l'importanza. Tra l'altro sono stati legati al fenomeno del colonialismo assia più dei tanto enfatizzati motivi economici. Quanto alle civiltà... le civiltà sono diverse, per certi aspetti molto diverse. E le differenze fra civiltà coinvolgono direttamente la vita delle persone, il modo in cui gli esseri umani si rapportano fra loro, le cose in cui credono, i valori in cui si identificano. Così come possono convivere le civiltà possono scontrarsi e quando questo accade il conflitto che le oppone è sempre particolarmente duro. Lo è perché suscita negli esseri umani amore ed odio reali, intimamente sentiti e vissuti. Negare questa componente, queste cause del fenomeno “guerra” non è prova di sano realismo, è un atteggiamento del tutto irrealistico, potremmo dire... ideologico.

Cerchiamo di concludere.
Le guerre hanno a volte cause economiche, altre volte cause geopolitiche, altre ancora religiose o ideologiche, nazionali o culturali. Spesso hanno non una ma numerose cause interconnesse. Una guerra con motivazioni geopolitiche può avere aspetti ideologici, economici e religiosi. Malgrado i molti sorrisini di sufficienza con cui la cosa è accolta, a volte le guerra possono avere addirittura cause umanitarie. Nei paesi democratici la pubblica opinione ha un peso a volte determinante, e se la pubblica opinione è scossa, ad esempio, dalle notizie di massacri che avvengono in un certo paese, e preme per un intervento i governi possono essere indotti all'intervento, anche se dal punto di vista economico o geopolitico questo non sarebbe raccomandabile.
In definitiva, la notissima teoria secondo cui le guerre hanno sempre e comunque cause economiche è, molto semplicemente, sbagliata. Deriva da una inammissibile semplificazione analitica, e dalla tendenza, tutta occidentale, di ridurre tutto al mero calcolo economico, inteso nel senso stretto, monetario del termine. Il mondo però è molto più ampio e complicato di quanto lo intendano alcuni suoi improvvisati semplificatori.

sabato 1 marzo 2014

IL CANALE




Arcipelago gulag” di Aleksandr Solzenicyn. Qualcuno lo può trovare un’opera confusa: né saggio, né romanzo, né autobiografia, una sorta di "mistura" senza il rigore del saggio nè la bellezza estetica del romanzo.  Anche io leggendolo, tempo fa, ho avuto, sulle prime questa impressione. Ma si trattava, appunto, di una impressione, ed alquanto superficiale La grandezza di quest’opera sta proprio nel suo carattere anomalo. Quel continuo alternare ricordi della propria esperienza e narrazioni di esperienze altrui, prosa carica di umana partecipazione ed esposizione minuziosa, quasi fredda, di fatti, date, cifre fanno di “Arcipelago gulag” un capolavoro della letteratura di tutti i tempi, il gigantesco affresco di una esperienza fra le più tragiche della storia.

Vorrei ricordare uno fra i tanti eventi che Solzenicyn descrive con la sua prosa piana, colloquiale ed efficacissima. Nel 1931 Stalin ebbe una splendida idea: bisognava costruire un canale che collegasse il mar Bianco col mar Baltico e bisognava costruirlo alla svelta, molto alla svelta!
“Il canale deve essere costruito in un termine breve e costare poco! Questa è l’indicazione del compagno Stalin (..) Venti mesi! Questo fu il tempo dato dal grande duce (..): dal settembre 1931 all’aprile 1933. Non potè dar loro neppure due anni completi, tanta fretta aveva. Duecentoventisei chilometri. Terreno roccioso, pianure ingombre di massi; paludi, sette chiuse nella scala di Povenec, dodici sulla discesa verso il mar baltico”(1)
Sicuramente doveva trattarsi di un’opera di enorme importanza se c’era tanta fretta di costruirla potrebbe pensare un lettore un po’ ingenuo, ma le cose stavano diversamente. Il canale era tanto importante che non fu stanziato per la sua costruzione neppure un copeco! Come è possibile una cosa simile? E le macchine? Non costano forse le scavatrici, i treni che devono portare materiale ai cantieri, le gru? Non costa la mano d’opera? Non costano gli operai, i tecnici, gli ingegneri? Beata ingenuità! “Fate lavorare contemporaneamente centomila detenuti, quale capitale vi può rendere di più? (..) C’era davvero da inferocirsi contro gli ingegneri sabotatori. Faremo strutture di cemento armato dicono. I cekisti rispondono: non c’è tempo. Gli ingegneri dicono: occorre molto ferro. I cekisti: sostituitelo col legno. Gli ingegneri dicono: occorrono trattori, gru, macchine! I cekisti: non ci sarà nulla di tutto questo, non un copeco, fate tutto a braccia” (2). Un canale di duecentoventisei chilometri in un territorio gelato per oltre metà dell’anno costruito senza l’ausilio di macchine moderne, a braccia, usando picconi, pale e carriole. Costruito da quegli schiavi che erano i detenuti nei gulag: questo era il piano di Stalin, piano che venne puntualmente realizzato. “I detenuti arrivano, continuano ad arrivare nel luogo del canale” continua Solzenicyn "e non vi sono ancora baracche, vettovaglie, arnesi e nemmeno un piano preciso: che cosa si deve fare? (non ci sono baracche ma in compenso c’è un precoce autunno nordico) (..) abbiamo tanta fretta che gli ingegneri finalmente giunti sul posto non posseggono carta millimetrata, righelli, puntine da disegno (!) e neanche c’è luce nella baracca di lavoro” (3).

Le condizioni di lavoro sono atroci, ovviamente: “la norma è: spaccare due metri di roccia granitica e trasportarli con una carriola a distanza di cento metri, nevica, tutto viene ricoperto (..) Le carriole sbandavano sulle assi bagnate, si rovesciavano (..) una carriola richiede un’ora per essere caricata non diciamo di pietre ma anche solo di terra ghiacciata. (..) gli uomini si aggiravano inciampando nei sassi . A due, a tre si chinavano, abbracciavano un masso, tentavano di sollevarlo. Il masso non si muoveva, allora chiamavano un quarto, un quinto. Ma a questo punto interviene la tecnica del nostro secolo glorioso, i massi vengono tirati fuori dalla depressione in una rete attaccata ad una fune a sua volta azionata da un tamburo fatto ruotare da un cavallo” (4). Non ci sono neppure asce e seghe per abbattere gli alberi e procurarsi il legname che serve per il lavoro. Che fare? A tutto c’è rimedio: “Anche a questo riesce la nostra ingegnosità: si legano funi agli alberi e le brigate tirano alternativamente in direzioni opposte” (5).
In terre ghiacciate, con temperature polari decine di migliaia di "controrivoluzionari" si "redimono" contribuendo alla costruzione del socialismo! “Sta proprio in ciò la grandiosità della costruzione: si compie senza l’intervento della tecnica moderna e senza forniture dal paese! Non è il ritmo del decadente capitalismo europeo e americano. Sono ritmi socialisti” (6) tutto ciò che occorre viene fatto sul posto, dai detenuti che lavorano allegramente, in spirito di emulazione socialista. “No, non sarebbe giusto” prosegue Solzenicyn “confrontare questa pazzesca costruzione del XX secolo, un canale sul continente costruito con la piccozza ed il piccone, con le piramidi egiziane: Infatti per quelle si usò la tecnica del tempo. La nostra tecnica era infatti arretrata di quaranta secoli rispetto al tempo in cui vivevamo. Erano queste le nostre camere della morte. Ci mancava il gas per fare le camere a gas” (7).
"Ci mancava il gas per fare le camere a gas"! Stragismo tecnologicamente arretrato quello di Stalin, stragismo ecologico, a chilometro zero! Niente gas, niente macchine, niente attrezzi e inquinamento; solo gelo e sudore umano!
E come costringere tanta gente a lavorare in una simile  maniera? Con la più dura repressione contro gli “sfaticati sabotatori”, l’uso dei delinquenti comuni contro i “politici” e gli incitamenti all’emulazione socialista. Piccoli “privilegi” (ad esempio potersi riscaldare accanto ad un falò) come premio per il raggiungimento di obiettivi sempre più folli ed irrealistici. L’impresa ha costi umani atroci, ovviamente: “Dicono che nel primo inverno, dal 1931 al 1932, morirono in centomila” (8), afferma Solzenicyn, che valuta in un quarto di milione di vittime il costo umano complessivo di quest’opera folle. “Alla fine della giornata lavorativa sul cantiere rimangono dei cadaveri. La neve ricopre le loro facce. Qualcuno si è rannicchiato sotto una carriola capovolta, ha nascosto le mani in tasca ed è morto così. Là sono congelati in due, appoggiati uno alla schiena dell’altro (…) Di notte parte una slitta per raccattarli (..) d’estate si trovano le ossa dei cadaveri non raccolti per tempo.” (9)

Costi umani altissimi certo, ma, ma alla fine sarà pur rimasto qualcosa, una grande opera pubblica, un canale di enorme utilità per la patria del socialismo! No, neppure questo. Solgenicyn racconta di aver visitato il canale, tanti anni dopo, nell’era della cosiddetta destalinizzazione, e di averlo trovato incredibilmente deserto. “Quel giorno passai sul canale circa otto ore. Durante quel tempo un barcone navigò da Povenek a Soroka e un altro dello stesso tipo da Soroka a Povenek. (..) il carico era identico: tronchi di pino ammuffiti buoni solo come legna da ardere” (10)
Il canale era troppo poco profondo, non più di cinque metri e costruito malissimo, neppure i sommergibili, che pescano pochissimo potevano attraversarlo, insomma: un’opera praticamente inutile, costata però circa duecentocinquantamila vite umane!
“A Stalin occorreva” afferma Solzenicyn “in un posto qualunque una grande impresa realizzata da detenuti che assorbisse molta mano d’opera e molte vite umane (l’eccedenza di uomini dovuta al piano di eliminazione dei kulaki), efficace come una camera della morte ma più a buon mercato di questa, lasciando al tempo stesso un grande monumento, sul tipo delle piramidi, del suo regno” (11). La cosa può apparire folle, e lo è, ma si tratta della follia tipica dei totalitarismi, una follia che ha in fondo una sua sinistra razionalità. I kulaki (cioè i contadini considerati “ricchi” ) erano per il tiranno georgiano degli implacabili nemici, eliminarli (ed eliminare con loro moltissimi altri) facendoli sfiancare di lavoro poteva in fondo essere "razionale" , dal suo punto di vista, ovviamente.
Questo del resto è solo un evento, uno solo fra i tantissimi che Solgenicyn racconta. Quel quarto di milione di vittime sono solo una piccola parte del totale delle vittime sacrificate sull’altare della nuova società.

Noi occidentali siamo spesso straordinariamente miopi. Vediamo molto bene le brutture che ci sono vicine ma riusciamo a non vedere brutture ben più gravi se solo vengono perpetrate un po’ lontano da noi. Quanti sapevano del canale? Quanti ne sanno qualcosa oggi? Pochi, molto pochi.  Democratici, progressisti, difensori dei diritti umani, associazioni umanitarie sono riusciti solo a tacere mentre nella Russia staliniana veniva perpetrata una delle più formidabili mattanze della storia, anzi, molti "intellettuali impegnati", poeti, scrittori, registi hanno firmato appelli, petizioni, manifesti in difesa.. di chi? Delle vittime del padre dei popoli? No, in difesa dell’Unione sovietica minacciata dall’"imperialismo americano"! Altri si giustificano: "non si sapeva" dicono, "non si poteva sapere". E lo stesso avviene oggi. Oggi non sappiamo cosa avviene in Corea del nord, come ieri non sapevamo quel che avveniva in Cina o in Cambogia, come avremmo potuto, come potremmo condannare? Si, l’altro ieri non si sapeva cosa avveniva in URSS, ieri non si sapeva della Cambogia, oggi della Corea de Nord. Ma si sapeva, si sa, che quei paesi erano (e sono) protetti da una formidabile cortina che impedisce ogni testimonianza. Si trattava, e si tratta, di paesi in cui non si poteva né entrare né uscire se non guardati a vista da funzionari governativi, paesi da cui non escono notizie, testimonianze, scritti che non siano filtrati e controllati. Quando un silenzio impenetrabile circonda un paese si può star certi che entro i suoi confini stanno avvenendo cose mostruose, non ci vuol molto a capirlo, basta volerlo capire. Solzenicyn ci ha sbattuto in faccia la verità, ci ha detto chiaramente cosa avveniva dietro la cortina del silenzio, delle frasi fatte, delle visite guidate, ci mostra un panorama infernale che deve farci riflettere, che ci obbliga a fare i conti con la nostra coscienza.
Certo, essere grati a Solzenicyn non significa condividerne tutto il pensiero, non vuol dire accettare senza riserve la sua filosofia. Il grande scrittore è un rivale della modernità, è uno dei tanti convinti che il comunismo sia il risultato velenoso ma in fondo coerente del processo di secolarizzazione: la via che conduce ai gulag inizierebbe con l’illuminismo. In questo il suo pensiero (del resto assai complesso e poco riducibile a formule) è in qualche modo simile a quello di Dostoevskji e di papa Wojtila; personalmente, ed umilmente, mi permetto di non essere d’accordo con questa impostazione. Ma, quali che possano essere i distinguo forse nessuno scrittore contemporaneo merita come lui il titolo di grande.


Note

1) A. Solzenicyn: Arcipelago Gulag, Mondatori. Volume 2° pag. 90-91
2) Ibidem pag. 91
3) Ibidem pag. 92
4) Ibidem pag. 94
5) Ibidem pag. 94
6) Ibidem 95-96
7) Ibidem pag. 96
8) Ibidem pag 103
9) Ibidem pag. 103
10) Ibidem pag. 106
11) Ibidem pag. 90

venerdì 7 febbraio 2014

SUL MATRIMONIO GAY





Per i liberali contano gli individui prima dei gruppi. Tizio è prima di tutto appartenente al genere umano e solo subordinatamente maschio o femmina, bianco o nero, etero od omosessuale. E in quanto individui tutti noi abbiamo certi diritti che nessuno ci può, ne ci deve, togliere. Nessuno ci può privare della vita e della libertà, può espropriare arbitrariamente i nostri beni, attentare alla nostra incolumità. Chi lo fa si pone al di fuori della morale e del diritto. Su queste cose un liberale non può che concordare, ovviamente. Molti partono da queste premesse abbastanza condivise per affrontare la questione dei diritti degli omosessuali, in particolare il diritto a contrarre matrimonio e ad adottare figli. Se tutti in quanto persone abbiamo certi inalienabili diritti perché mai, affermano, un omosessuale non deve avere il diritto di sposarsi con una persona dello stesso sesso? Non si avalla in questo modo una nuova, grave, forma di discriminazione? Francamente penso di no, Perché?

Una precisazione, innanzitutto. Il diritto a fare X non significa diritto di determinare cosa sia X.
Vediamo di precisare. Io ho il diritto di partecipare ad un certo concorso, ma non di determinare la materia del concorso, né i requisiti per potervi partecipare; ho il diritto di voto, ma non di determinare i contenuti della legge elettorale o i programmi dei vari partiti. Un gay ha il diritto di sposarsi, ma non di stabilire cosa sia il matrimonio. Per la legge di molti stati, ad esempio, il matrimonio è l'unione giuridicamente regolamentata fra un uomo ed una donna. Chiedendo il diritto di potersi sposare con persone dello stesso sesso i gay non chiedono di potersi sposare, possono già farlo, se se la sentono di sposare una persona di sesso diverso, chiedono in realtà di modificare la natura del matrimonio, il che è una cosa del tutto diversa. E' giusto farlo? Se ne può discutere, ovviamente, ma non si cerchi di presentare la proposta di modifica dell'istituto matrimoniale come la rivendicazione di un diritto di cui si sarebbe privati.

Ma, andiamo avanti. Noi tutti abbiamo gli stessi diritti fondamentali, ma da ciò non segue che tutti abbiamo gli stessi diritti riguardanti tutti gli aspetti della vita. Certi diritti sono subordinati alla presenza negli individui di certe caratteristiche fisiche. Se voglio fare il pugile, devo superare certi controlli medici, se non li supero non potrò fare a botte sul ring. Ed ancora, se sono un uomo non potrò pretendere di partecipare come indossatore ad una sfilata di moda femminile. Potrò sfilare in passerella solo se la casa di moda a cui mi rivolgo produce anche abiti per uomini. Ed un uomo non potrà rivendicare il diritto al congedo per maternità di cui godono le donne in stato interessante, né pretendere di fare la balia. E' “discriminatorio” tutto questo? NO, ovviamente, è solo sensato. L'uguaglianza fondamentale che ci deriva dal fatto di essere tutti membri del genere umano non annulla le nostre particolarità, né le conseguenze che queste anno su molti aspetti della nostra esistenza.

Ma la considerazione più importante è un'altra. Dal fatto che tutti gli esseri umani siano persone libere, cui devono essere garantiti alcuni diritti fondamentali, non deriva che tutte le relazioni fra gli esseri umani abbiano la stessa rilevanza sociale e debbano essere giuridicamente regolamentate e tutelate nello stesso modo. Esistono, per fortuna, moltissime relazioni fra gli esseri umani che la legge non regolamenta in alcun modo e che sono lasciate alla libera ed autonoma iniziativa di ognuno di noi. Non solo questo è un bene, ma sarebbe bene che l'area di queste relazioni libere si ampliasse sempre di più. La pretesa di regolamentare tutto per legge, di sottoporre ogni tipo di rapporto fra le persone a vincoli e norme è quanto di più autoritario e di meno liberale si possa immaginare. Due amici possono volersi un gran bene e la loro relazione può essere molto più bella e profonda che non quella che intercorre fra molti mariti e molte mogli, eppure nessuna legge la regola. E' un gran bene che sia così.
Esistono poi relazioni, poche in verità, che, anche se non basate sulla violenza (quelle sono
crimini in una democrazia liberale) sono comunque vietate, o sottoposte a limiti di varia natura, perché le si ritiene, a torto o a ragione, degradanti o dannose per la società, ad esempio, le relazioni incestuose o quelle fra prostitute e loro clienti.
Ed esistono infine relazioni cui viene riconosciuta una importante funzione sociale, che vengono regolamentate dalla legge e da cui sorgono particolari diritti e doveri. Il matrimonio è una di queste, la più importante di tutte, probabilmente. Si potrà discutere su quali relazioni regolamentare e quali no, ed in che modo regolamentarle, ma che
non tutte le relazioni fra gli esseri umani siano giuridicamente sullo stesso piano è un fatto che non può ragionevolmente essere messo in discussione.

Il matrimonio è una relazione regolamentata dalla legge, che da vita a precisi diritti e doveri. Il punto è: perché si deve considerare matrimonio solo l'unione di un uomo e di una donna? Perché questo privilegio riservato alle unioni fra persone di sesso diverso? La risposta è piuttosto semplice:
le relazioni fra uomo e donna sono strettamente legate a quel fatto di enorme importanza sociale che è la riproduzione della specie umana, ed alla connessa educazione dei figli. Per questo non sono, non possono essere, assimilate giuridicamente a diversi tipi di relazioni che pure non devono in alcun modo essere criminalizzate.Non intendo dire, sia ben chiaro, che le sessualità sia sempre e comunque legata alla procreazione, questa sarebbe una sciocchezza. Intendo dire una cosa del tutto diversa, e cioè che ha senso sottoporre a regole, con relativi diritti e di doveri, solo quel tipo di sessualità che è legato, almeno potenzialmente, alla procreazione; ha molto meno senso invece sottoporre a regole, istituire diritti e doveri per altre, diverse forme di sessualità. Tutto qui. Molto poco, è vero, ma molto, molto importante.

A questo punto è possibile una obiezione. Il legame fra sesso e riproduzione della specie ormai è estremamente allentato, si potrebbe dire. Una coppia può prendere un figlio in adozione, o ottenerlo con tecniche di riproduzione assistita, addirittura potrebbe essere possibile, in un futuro abbastanza prossimo,
produrre i figli in provetta, con caratteristiche conformi a quanto i genitori, o, perché no, le pubbliche autorità auspicano. In questo modo l'obiezione contro i matrimoni gay verrebbe a cadere. Personalmente ritengo invece che siano proprio obiezioni di questo tipo a dare ancora più ragione chi avanza molti dubbi sulla desiderabilità di un simile tipo di matrimoni.
Cominciamo con la “produzione” dei figli in provetta. Pensare che un simile tipo di “produzione” sia applicabile a livello di massa è una ipotesi abbastanza fantascientifica, ma, ammettiamo pure che una cosa simile sia possibile, sarebbe per questo anche
desiderabile? O eticamente accettabile? Penso di NO. Non intendo qui entrare nel dibattito sulla natura dell'embrione o di quali possano essere i suoi diritti. Mi limito a prendere in considerazione le persone già nate, addirittura adulte.
Ognuno di noi è dato, non si è fatto da solo; non ha deciso di nascere né ha stabilito quali debbano essere le sue caratteristiche. Posso essere venuto al mondo perché vincente alla spietata lotteria della natura o perché un altro essere umano ha deciso di “costruirmi” in provetta, la mia datità non cambia di un grammo. Però, per me, per me persona adulta e pensante, non è la stessa cosa esserci ed essere come sono perché così ha stabilito la lotteria della natura o perché Tizio mi ha costruito quando e come
lui ha creduto valesse la pena di farlo. Io ho diritto alla mia datità, non voglio che un altro possa aver deciso della mia nascita e delle mie caratteristiche. Il giusto, sacrosanto diritto che l'uomo ha di modificare l'ambiente circostante trova qui un limite insuperabile. Io non sono una semplice parte di quell'ambiente, nessuno mi può togliere il mio essere dato. Si superi questo limite e si apre la strada alle peggiori derive totalitarie.
Il discorso sulla adozione e sul ricorso a pratiche di riproduzione assistita è diverso, ovviamente. Però, è fin troppo evidente che simili pratiche sono possibili ed auspicabili finché rappresentano delle
eccezioni. La tal coppia vorrebbe un figlio, non può averlo e ne adotta uno, o ricorre all'aiuto della scienza, nulla da obiettare, ovviamente. Ma, che succederebbe se ad adottare bambini fosse la maggioranza, o anche solo una consistente minoranza degli esseri umani? Molto semplicemente, il mondo si dividerebbe fra chi adotta dei figli e chi fornisce loro i figli da adottare. Da un lato padri e madri che non vogliono i loro figli, dall'altro persone che vogliono bambini senza però volerli generare, o donne che affittano l'utero o uomini che donano lo sperma. Una situazione non troppo auspicabile.

Il matrimonio cosiddetto “tradizionale” si basa sul legame fra amore, sesso e, per chi vuole avere figli, riproduzione. La riproduzione a sua volta è legata ad un desiderio atavico degli esseri umani: lasciare nel mondo qualcosa di se, una traccia vivente della loro esistenza. Un figlio è qualcosa di noi che continua anche quando il nulla ci ha assorbiti, e dà, forse, un senso all'esistere. Ora, sono precisamente questi legami che si spezzano nel matrimonio gay. Tizio ama Caio a fa sesso con lui ma nessuno di loro può avere un figlio, però hanno “desiderio di paternità” quindi, inseriscono il loro sperma (quello di Tizio o quello di Caio?) nell'utero di Anna e diventano “padri”. Che conseguenze sociali può avere un simile tipo di “genitorialità”? Quali ne avrà sulla educazione di fanciulli, sul loro sviluppo psicologico? Non sono uno psicologo e non sono in grado di commentare le posizioni dei vari psicologi su simili argomenti. Alcuni dicono una cosa, altri un'altra. E' vero che in una coppia omosessuale può regnare un clima molto migliore di quello che regna in molte coppie eterosessuali, però, i sessi sono diversi, e non solo dal punto di vista fisico, ed avere come riferimento nella crescita sia una figura maschile che una femminile è meglio che essere privi di una delle due. Tutte le dotte, e a volte leggermente sofistiche, argomentazioni del mondo non potranno confutare una verità tanto elementare.

Ognuno ha diritto a vivere la propria sessualità come meglio crede, tranne che in rapporti fondati sulla violenza o che coinvolgano i minori. Ed ognuno ha diritto di convivere con chi gli pare. Personalmente non mi sogno neppure di contestare questi
sacrosanti diritti. Ma avere il diritto di soddisfare come meglio si crede le proprie pulsioni sessuali, e di convivere con chi si desidera, non implica che ogni tipo di rapporto sessuale possa essere regolamentato dal matrimonio, o che ogni tipo di convivenza sia assimilabile alla famiglia. Sono gli stessi teorici dei matrimoni gay a confermare questa verità. Nel momento stesso in cui cercano di rendere socialmente equivalenti tutte le forme di sessualità ed i tipi di convivenza, questi teorici parlano esplicitamente di matrimonio gay come di un istituto giuridico che da valore legale all'unione di due persone dello stesso sesso. La domanda che sorge spontanea è: “perché due?” Se tutti i tipi di convivenza sono assimilabili alla famiglia e tutte le forme di sessualità non violenta sono meritevoli dello stesso riconoscimento giuridico perché non si dovrebbero unire in matrimonio tre uomini o quattro donne? O due donne e tre uomini? Perché chi ama il sesso collettivo deve essere discriminato rispetto a chi preferisce il rapporto di coppia, sia questa omo ed eterosessuale? Ed ancora, se per un bambino è la stessa cosa avere due padri, o due madri, invece che un padre ed una madre perché non dovrebbe essere per lui la stessa cosa avere tre padri, o quattro madri? Perché, in nome della lotta alla “discriminazione”, si deve parlare di genitori uno e due e non di genitori tre, quattro, cinque? In realtà nessuno può seriamente equiparare alla famiglia tutte le diverse, e lecite, forme di convivenza, né può seriamente pensare di equiparare il peso sociale di tutte le diverse, ed altrettanto lecite, forme di sessualità. Chi cerca di farlo non riesce ad essere davvero coerente con se stesso, e si avvolge, non a caso, in inestricabili contraddizioni.

La richiesta sempre più pressante del matrimonio gay, con conseguente diritto di adottare figli, fa parte di una tendenza culturale assai diffusa ai nostri giorni che mira alla svalutazione radicale della differenza sessuale. A contare sono gli individui, si afferma a ragione, “quindi” le varie differenze fra gli individui, quella sessuale soprattutto, sono prive di rilevanza. I ragionamenti dei “politicamente corretti” che reclamano il matrimonio omosessuale possono essere riassunti in un sillogismo di questo tipo: “
a contare sono gli individui, alcuni individui non sono maschi (o femmine) quindi essere maschi o femmine non conta”. Si tratta però di un sillogismo che avrebbe fatti fremere di indignazione Aristotele. E' vero, a contare sono gli individui, ma ogni individuo è tale nell'insieme delle sue particolarità. Sono le particolarità di Tizio a fare di lui l'individuo che egli concretamente è. Tizio ha una dignità, un valore, dei diritti fondamentali ed inalienabili indipendentemente dal fatto di essere sano o malato, ma da ciò non segue per niente che l'essere sano o malato sia privo di valore per Tizio, non influisca in maniera pesantissima sulla sua esistenza. Considerazioni analoghe possono farsi sul sesso. Il sesso è forse la caratteristica prima di ogni individuo, determina molto del suo aspetto fisico e della sua psicologia, influisce sulla sua vita. Eppure oggi questa caratteristica viene sempre più svalutata. Il sesso viene visto solo nel suo aspetto ludico, non più caratteristica essenziale degli individui ma sorta di “macchina del piacere” che conta solo quando ognuno di noi effettua qualche gioco erotico. Evidentemente, se il sesso è solo questo tutte le forme di sessualità sono davvero sullo stesso piano. Il rapporto di coppia è solo un gioco sessuale che può piacere o non piacere, come piacere o non piacere possono il sesso solitario, quello di gruppo, quello fra uomo ed uomo, donna e donna. Nel momento stesso in cui non si fa che parlare di sesso, il sesso di fatto scompare: il suo rapporto con la riproduzione viene negato, la sua stessa rilevanza fisica e psicologica radicalmente svalutata. Anche il sesso viene coinvolto nel vortice del relativismo: si crede che  possa diventare la conseguenza di una scelta, una scelta molto pesso legata all'effimero. Nel lungo periodo le conseguenze di questa radicale svalutazione del dato della sessualità non possono essere che che una disgregazione sociale molto accentuata.
Vorrei sbagliare ma l'occidente sembra diventare sempre più il regno del banale, del leggero, una civiltà incapace di discutere dei grandi temi, delle opzioni fondamentali che ci stanno di fronte ed impegnata invece di continuo in un chiacchericcio privo di senso. Una civiltà corrosa dal relativismo, in cui ci si indigna a volte per delle sciocchezze e si resta indifferenti di fronte ad eventi che dovrebbero scuotere ogni coscienza. Putin ha promulgato una legge, discutibile, che vieta la propaganza omosessuale in presenza di minori, e c'è chi ha fatto appello al mondo perché "insorga" contro tale obbrobrio. Nei paesi islamici invece i gay rischiano la forca, le donne la lapidazione e la fustigazione, gli apostati la pena di morte e nessuno dice nulla, in nome del relativismo culturale. Sarebbe una tragedia storica di immane portata se questa insostenibile leggerezza dell'occidente fosse il preludio di una crisi verticale della nostra grande, gloriosa civiltà.

martedì 17 dicembre 2013

IL SISTEMA DELLE QUOTE




Un pericolosissimo nemico di tutte libertà e della democrazia avanza in Italia e nell'intero occidente. E' un nemico subdolo, come i tumori maligni. Cerca di presentarsi come qualcosa di molto liberale e di molto democratico e riscuote consensi trasversali; la sinistra ne è il portavoce più entusiasta, le forze di centro e di destra ammiccano, culturalmente subalterne; dicono “
NI”, oppure “SI, MA”, belano insomma. Di cosa si tratta? Del sistema delle quote.
Detto in estrema sintesi il sistema della quote teorizza che in tutte le istituzioni o comunque in tutti i posti di un certo rilievo sociale devono essere rappresentati i sessi, o le varie etnie, culture, razze presenti nella società. Le donne ad esempio rappresentano la metà circa della popolazione, ebbene, occorre che la meta dei parlamentari sia donna, e la metà dei consiglieri di amministrazione delle imprese deve essere parimenti costituita da donne, e lo stesso dicasi per tutte le altre cariche di rilievo. Certo, i sostenitori delle quote non fanno proposte tanto “avanzate”, si accontentano di un terzo invece che della metà, e non pretendono che tutte le imprese siano gestite paritariamente fra i sessi, ma si tratta, com'è fin troppo chiaro, di pura tattica. La loro filosofia è chiarissima: la composizione di tutte le istituzioni deve rispecchiare la articolazione del corpo sociale, se questo non avviene ad essere minate sono la democrazia e la libertà. I sostenitori delle quote si presentano come i nemici della discriminazione razziale e sessista, quindi i garanti e difensori della libertà e della democrazia. Ne sono invece implacabili nemici.

La filosofia delle quote è radicalmente sbagliata nel suo punto di partenza.
NON E' VERO che nelle istituzioni deve essere rappresentata la società in tutte le sue divisioni e in tutte le sue articolazioni. Questa pretesa non è liberale, non è democratica, è antimeritocratica e, nella sua essenza profonda, nichilista. Per la filosofia politica liberale, ed anche per il pensiero democratico, socialdemocratico e cristiano, la persona umana è il fondamento di tutto. Ad essere essenziale è l'individuo genericamente umano, colui che appartiene alla specie degli uomini. L'uomo ha una dignità ed un valore perché uomo, non perché maschio o femmina, nero o bianco, operaio o imprenditore. Certo, le particolarità degli esseri umani contano, e molto. Maschi e femmine hanno una funzione ben diversa nella riproduzione della specie, e nulla è più sciocco che il voler ignorare questo fatto, o sminuirne le conseguenze sociali; a volte operai ed imprenditori hanno, o possono avere, interessi contrastanti e questo influenza in maniera importante la vita sociale e politica di un paese; non è da queste particolarità però che nascono il diritto al rispetto che ognuno di noi ha ed il pari dovere di rispettare i propri simili a cui ognuno di noi è obbligato. Insomma, si è persone umane prima di essere maschi o femmine, neri o bianchi, operai o contadini o imprenditori, cristiani, buddisti o mussulmani. Tutta la nostra civiltà si basa su questa concezione.
E questa concezione ha una conseguenza ben precisa: il patto sociale nei paesi liberi dell'occidente è stipulato fondamentalmente in termini individuali. Quando si deve stabilire chi entra in certe istituzioni o chi è chiamato a coprire certi ruoli, lo si deve fare tenendo conto esclusivamente della attitudine che una certa persona ha di coprire quel ruolo, o di ben lavorare in quella istituzione, prescindendo dal fatto che questa persona sia maschio o femmina, nera o bianca eccetera.
In parlamento devono sedere coloro che riscuotono il consenso popolare, che sono votati da elettori ed elettrici. La cosa importanze è che non ci siano discriminazioni nel voto, che tutti abbiano libertà di elettorato attivo e passivo, poi, gli eletti possono anche essere tutti maschi, o tutte femmine, la cosa ha una importanza secondaria. Allo stesso modo, devono sedere nei consigli di amministrazione delle aziende persone capaci e competenti, e persone capaci e competenti devono coprire i ruoli socialmente rilevanti; quale sia il sesso, o il colore, o l'etnia di queste persone conta davvero poco.
Si tratta, come si vede bene, di ovvietà, che derivano tutte da un unico, fondamentale ed assolutamente ovvio, principio: si batte la discriminazione consentendo a tutti di poter occupare certi posti, essere presenti nelle istituzioni, non prefigurandone a priori la composizione. Si tratta, lo ripeto, di qualcosa di assolutamente banale, di una semplice questione di buon senso, eppure è necessari ribadire, urlare questa sensata banalità di fronte alle idiozie che i sostenitori del sistema delle quote gettano dai media, quotidianamente, in pasto pubblica opinione.
La insensatezza profonda delle pretese dei sostenitori delle quote salta intuitivamente agli occhi se solo allunghiamo lo sguardo da istituzioni come il parlamento o i consigli regionali ad altre istituzioni. Per i sostenitori delle quote dovrebbero esserci quote “rosa” (mi limito per ora a quelle) nelle varie istituzioni. “Le donne sono metà della popolazione, è inammissibile che non superino il dieci per cento in parlamento”, dicono. Benissimo, diamo un attimo per scontato che la composizione delle istituzioni debba rispecchiare la composizione sessuale della società. Però, anche il
carcere è una istituzione e di certo in carcere la maggioranza dei detenuti è di sesso maschile. Sarebbe sensato dire che siccome le donne sono la metà della popolazione devono essere la metà anche della popolazione carceraria? NO, ovviamente, si tratterebbe di una colossale stronzata. Si va in carcere se si sono commessi dei reati, su questo tutti, o quasi, concordano, nessuno, o quasi, pretende che la composizione della popolazione carceraria “rispecchi” la composizione della società. Però, esattamente come si va in carcere se si sono commessi dei reati, si va in parlamento se si viene votati, e si è nominati primari di un reparto ospedaliero se si possiede la necessaria professionalità. Non sta scritto da nessuna parte che la composizione delle istituzioni debba rispecchiare quella della società: una cosa simile non è giusta, né “liberale” né “socialmente progressista”, né “democratica”, è solo ideologica.

Il sistema delle quote
contrario al principio della uguaglianza davanti alla legge
Poniamo che Tizia partecipi ad un concorso. Tizia è brava, preparata, potrebbe far parte dei vincitori. Però, per il posto cui Tizia mira vale il sistema delle quote: la metà dei nuovi assunti deve essere di sesso maschile, l'altra metà di sesso femminile. I posti occupati dalle donne sono stati tutti assegnati quindi Tizia non passa. Al suo posto entra un concorrente maschio che si era dimostrato nelle prove meno preparato di lei. L'uguaglianza legale di Tizia è violata, è violato il suo diritto di poter competere alla pari con gli altri.

Il sistema delle quote è
contrario alla meritocrazia.
Un sistema che pretenda di assegnare gli incarichi socialmente rilevanti in base al sesso delle persone, o al colore della loro pelle o ad altre caratteristiche che non siano le loro competenze professionali distrugge qualsiasi
meritocrazia, e mina in questo modo l'efficienza e l'efficacia delle istituzioni.

Il sistema delle quote è
antidemocratico ed illiberale.
Il partito X non candida donne, e, malgrado ciò, ottiene moltissimi voti, di uomini e di donne. Che si deve fare? Togliere a quel partito una parte dei suffragi conquistati? Sempre lo stesso partito candida invece un gran numero di donne (o uomini, non conta), ma, nessuno vota queste donne (o questi uomini). Di nuovo, che bisogna fare? Obligare gli elettori del partito X a votare certi candidati e non altri?  E se quel partito
non riesce, a trovare un numero di donne da candidare pari a quello degli uomini, o viceversa? Se un buon numero di donne (o uomini) politicamente vicini a X preferisce occuparsi non di politica ma di altre cose, che si fa? Si invalidano le elezioni? O magari si obbligano un certo numero di donne, o uomini, a candidarsi comunque per far si che le quote siano rispettate? Il sistema delle quote si dimostra nemico della democrazia e della libertà. Per far si che il sistema delle quote venga rispettato occorre calpestare la volontà popolare liberamente espressa col voto ed imporre ai singoli intollerabili restrizioni della loro libertà personale. Non si tratta di un caso, a ben vedere le cose. Se è davvero fondamentale che i sessi siano paritariamente rappresentati in parlamento, se valiamo come maschi o femmine prima che come esseri umani, allora è del tutto naturale che le nostre libertà politiche e civili vengano sacrificate al principio delle “quote”.

Il sistema delle quote è
nichilista.
Si parla di quote e ci si riferisce di solito alle “quote rosa”, cioè al numero di esseri umani di sesso femminile che è obbligatorio siano rappresentati in certe istituzioni. Però, chi dice che la differenza di genere sia l'unica ad essere rilevante? Per qualcuno potrebbe essere fondamentale la differenza di razza, per qualcun altro quella di religione. In parlamento non dovrebbero esserci solo quote rosa, ma anche quote nere o gialle, o quote mussulmane o buddiste o ebraiche, oltre che cristiane. Un settentrionale potrebbe rivendicare quote di padani, un meridionale quote di meridionali, un gay potrebbe a pieno titolo pretendere le sue brave quote gay, mentre un operaio metalmeccanico potrebbe chiedere adeguate quote che lo rappresentino. Un simile sistema non solo distrugge democrazia, libertà e merito, frantuma la società, la trasforma in un insieme caotico di corporazioni prive di ogni cemento unitario, di qualsivoglia visione comune dei problemi sociali. Se non contiamo in quanto esseri umani ma solo in quanto membri di certi collettivi la società in quanto insieme di esseri umani cessa di esistere. Al suo posto subentra un aggregato informe di collettivi ognuno dei quali ha in se stesso la propria ragion d'essere. Maschi, femmine, cristiani, mussulmani, bianchi, neri, gialli: ognuno rivendica la sua quota, magari anche la sua quota di fondi pubblici, ognuno porta avanti le sue rivendicazioni, ognuno parla il suo linguaggio. Il più audace dei nichilisti non avrebbe potuto immaginare un quadro peggiore (o migliore, dipende dai punti di vista).

Il sistema delle quote è
offensivo per le donne e in genere per coloro che dice di voler tutelare.
Alle donne deve essere garantito un certo numero di posti nelle istituzioni, si dice. Ma, cosa rivela questa pretesa se non la convinzione che senza questo “aiuto” le donne non possono farcela? Nessuno voterebbe una donna, quindi, garantiamo alle donne le quote rosa. Insomma, le donne specie protetta, come i panda, o tutelate, come gli handicappati a cui sono garantiti un certo numero dei posti auto nei parcheggi.
Se fossi una donna mi sentirei profondamente offesa da simili “attenzioni”. Lo stesso discorso vale, ovviamente per tutti coloro per i quali si chiedono quote garantite.

Un sostenitore del sistema delle quote potrebbe a questo punto fare la seguente obiezione: “le considerazioni fin qui svolte sono, astrattamente considerate, corrette, però bisogna tener conto della realtà; e la realtà ci dice che da secoli certe parti della società sono escluse dal potere e dalla rappresentanza. Il sistema delle quote non pretende di fondare una filosofia politica, si tratta solo un espediente temporaneo per sanare una storica situazione di ineguaglianza. Sarà superato ma oggi è necessario”. Che rispondere ad una simile obiezione? Solo che
nulla tende a diventare tanto definitivo quanto ciò che si presenta come provvisorio. Il sistema delle quote si è via via espanso in questi ultimi anni. Riservato inizialmente, negli Stati uniti, ai neri si è ampliato prima alle donne poi a strati sociali sempre nuovi. Con l'esplodere del fenomeno della immigrazione clandestina questo sistema si è sposato con la tendenza a differenziare la legislazione per accordare ai vari gruppi etnici stati giuridici particolari, che tengano conto della loro “cultura d'origine”. In nome di questa spezzettamento della legalità nei paesi occidentali, specie in Europa, si accettano misure e pratiche che sono in totale contrasto con la nostra concezione dei diritti umani e della dignità della persona. Avanza e si consolida sempre più in occidente la tendenza a sostituire i gruppi agli individui quali referenti della attività legislativa; il contratto sociale individualista tende ad essere riscritto in termino collettivistico-corporativi. Ben lungi dal considerare il sistema delle quote un “espediente temporaneo” i suoi sostenitori lo propagandano come attuazione della vera democrazia. Le situazioni di discriminazione, è bene ribadirlo, si combattono rendendo davvero uguali per tutti i diritti ed i doveri, vigilando che nessuno violi questa uguaglianza, predisponendo misure in campo sociale ed economico tali da agevolare l'effettivo godimento di tali diritti ed il rispetto di tali doveri. Creare nuove forme di discriminazione e di diseguaglianza, nuovi ghetti e nuove ghettizzazioni non migliora in nulla le cose, e non le migliora frammentare la società lungo confini razziali, etnici o sessuali.
Il sistema delle quote è in realtà una spia della crisi di valori sempre più grave in cui si dibatte l'occidente, il sintomo di una malattia: la vergogna, spesso combinata ad odio, che molti occidentali provano per la loro civiltà. Si tratta di una malattia molto grave, addirittura mortale se non curata adeguatamente. Purtroppo in giro non si vedono molti medici, semmai numerosi stregoni, che giocano col fuoco.