lunedì 15 giugno 2020

IL NICHILISMO CONTRO LA STORIA


George Floyd, i manifestanti distruggono la statua di Cristoforo ...

Numeri, buon senso e genocidi


 Dopo Churchill e Lincon è la volta di Cristoforo Colombo. Il grande navigatore genovese è accusato di essere il responsabile del genocidio dei “nativi americani” che, in 500 anni, avrebbe fatto dai 100 ai 140 milioni di vittime. Le sue statue vengono abbattute, decapitate o deturpate da folle di sedicenti “antirazzisti” ed “antifascisti” urlanti. Per loro Hitler e Stalin in effetti sono in dei poppanti se confrontati a Cristoforo Colombo. Cosa volete che siano i 5 o 6 milioni di vittime della Shoa, dell'holodomor o della “eliminazione dei kulaki in quanto classe” se paragonati ai 140 milioni di indios massacrati da Colombo? Sciocchezze, pinzillacchere. Giusto abbattere e sue statue perbacco!
Però, anche a naso, qualcosa non quadra in simili “ragionamenti”. Può seriamente un uomo essere accusato dei crimini avvenuti nel corso di cinque secoli? Sarebbe un po' come se Enea, il mitico fondatore di Roma, fosse ritenuto colpevole della repressione della rivolta di Spartaco o del vezzo di far divorare i cristiani dai leoni nel Colosseo (a proposito, mi aspetto che questo orribile monumento schiavista venga rapidamente abbattuto in nome della democrazia e dei diritti umani).
Inoltre, appare quanto meno azzardato attribuire a Colombo le violenze ed i massacri che hanno accompagnato sia la conquista del sud America che la colonizzazione del nord America. I primi europei sbarcarono in nord America nel 1607, circa 115 anni dopo la scoperta del continente americano fatta da Colombo. La penetrazione europea fu profondamente diversa nelle due Americhe. Si trattò di colonizzazione, un movimento migratorio in larga misura spontaneo dal vecchio al nuovo continente, nel caso del nord America, di conquista e distruzione da parte della Spagna dei grandi imperi precolombiani. Processi storici diversi, anche se caratterizzati entrambi da violenze e massacri. Ma gli “antirazzisti” non amano le distinzioni. Per loro tutto è uguale e tutto egualmente addebitabile ad un navigatore genovese. Punti di vista...

Lasciamo perdere il buon senso, è difficile scovarlo laddove manca, e veniamo ai numeri. Sono verosimili le cifre di 100 o addirittura 140 milioni di trucidati di cui alcuni parlano a proposito della conquista e colonizzazione delle Americhe? Francamente
NO.
Nel 1492 la popolazione mondiale ammontava a 416 milioni di esseri umani. Era in larga misura concentrata in Europa ed Asia. A quella data vivevano nel continente americano (nord e sud) non più di 15 o 16 milioni di persone. Allan Nevins ed Henry Steele Commanger (due storici importanti, politicamente vicini ai liberal) nella celebre “
Storia degli Stati Uniti” danno, a proposito del nord America, cifre ancora più basse: non più di 600.000 abitanti. In ogni caso, non si vede come sia stato possibile massacrare 100 o addirittura 140 milioni di persone su una popolazione di 15 o 16 milioni di abitanti. Si potrebbe obbiettare che il massacro è avvenuto nel corso di secoli, ma, di nuovo, il “ragionamento” non regge. Per massacrare nel corso dei secoli 100 o 140 milioni di persone su una popolazione iniziale di 16 occorre che questa popolazione aumenti o quanto meno non diminuisca nel corso del tempo, ma... come sarebbe stato possibile un  incremento o anche solo un mancato decremento di popolazione mentre era in corso un genocidio?
Perché mai sparare cifre tanto inattendibili? Sarebbe meno grave un massacro che si limitasse a 3 o 4 milioni di persone? Tra l'altro 3 o 4 su una popolazione di 16 vuol dire una percentuale mostruosa di morti, perché farla crescere a dismisura fino a renderla assurda? Solo per biechi fini propagandistici direi.
Val la pena, prima di chiudere su questo punto, fare un'altra considerazione. Molti “nativi americani” furono barbaramente trucidati, è indubbio, ma molti altri morirono perché contrassero infezioni portate dai nuovi venuti contro le quali non avevano sviluppato anticorpi. Una orribile tragedia certo, che non è però assimilabile ad una politica deliberatamente genocida. Molti indios morirono in guerra con conquistadores e coloni, ma i massacri che caratterizzano le guerre, anche le brutali guerre di conquista, non possono, a rigore, essere assimilati ai genocidi. E' genocidio la distruzione deliberatamente perseguita di una certa etnia. Si possono sicuramente considerare vittime di un genocidio i 5 o 6 milioni di ebrei massacrati nella Shoah. Non si possono invece considerare vittime di un genocidio i quasi 20 milioni di morti causati all'URSS dalla brutale aggressione hitleriana. Nessuno ha mai parlato di “genocidio dei sovietici”, non a caso.

Ci si può chiedere: perché tante distinzioni? La conquista e la colonizzazione delle Americhe hanno avuto costi umani elevatissimi, da condannare senza se e senza ma, e tanto dovrebbe bastare. Si, tanto dovrebbe bastare se non fosse in atto il tentativo di trasformare quella conquista e quella colonizzazione in una sorta di male assoluto, un peccato originale che non solo rende possibile la assimilazione di Cristoforo Colombo ad Adolf Hitler, ma che tende a delegittimare l'esistenza stessa degli Stati Uniti. Gli USA esistono ma non dovrebbero esistere perché sono nati dal più mostruoso genocidio della storia. E cose simili si possono dire della civiltà occidentale nel suo complesso e dell'uomo bianco.
Quella occidentale è la civiltà dei genocidi e dello schiavismo. L'uomo bianco deve il suo benessere a secoli, millenni di rapine e massacri. Stati Uniti, civiltà occidentale e uomo bianco devono d'ora in avanti vivere in uno stato di perenne contrizione, rinnegando tutti i giorni la loro civiltà ed il suo retaggio storico. Se non lo fanno sono “razzisti”, “suprematisti” e, ovviamente, “fascisti”. Personalmente trovo semplicemente demenziali simili pretese. 


Civiltà e violenza 

A sentire gli “antirazzisti” sembra che la violenza sia da sempre monopolio dell'occidente. Gli occidentali sono da sempre razzisti, schiavisti, imperialisti. Gli altri invece sono praticamente degli angioletti.
Ha un minimo di fondamento questa descrizione? NO!
Lo schiavismo è stato diffuso in medio oriente sino alla metà dello scorso secolo, era diffuso in Africa al tempo della tratta. Gli imperi (non solo gli europei fondavano imperi) Azteco e Maya erano schiavisti, e si caratterizzavano per i sacrifici umani. Le tribù degli originali “nativi americani” si facevano spesso guerra fra loro al fine di rubarsi a vicenda cibo, cavalli e
donne. Nell'India precoloniale i paria (gli ultimi) non potevano calpestare l'ombra di un bramino e la vedova di un nobile veniva bruciata viva assieme alla salma del marito. Furono i biechi colonialisti britannici a porre fine a questa discutibile usanza.
Quanti morti ha causato l'islamizzazione del nord Africa, di parte dell'Europa e dell'oriente fino all'India? Non lo si sa con precisione, ma di certo svariati milioni. E svariati milioni di cadaveri sono costati la formazione dell'impero cinese o le conquiste di Gengis Khan. Con questi esempi non intendo di certo sostenere che le civiltà extra europee fossero composte da barbari sanguinari, solo sottolineare ciò che qualsiasi persona dotata di un briciolo di cultura sa benissimo: la violenza non è mai stata monopolio dell'occidente,
tutti, ma proprio tutti, gli stati si sono formati nel corso di lunghi e tormentati processi storici caratterizzati da guerre, violenze, grandi migrazioni con la riduzione in soggezione o addirittura in schiavitù delle popolazioni sottomesse. L'occidente ha vinto gli scontri che ha avuto con altre civiltà, ha vinto per tutta una serie di motivi che non è possibile analizzare in questa sede, primo fra tutti la superiorità tecnologica. Ma il fatto di vincere non assegna al vincitore il monopolio della malvagità né al vinto quello della bontà. Questo i presunti “antirazzisti” proprio non arrivano a capirlo.

Non sono guerre, violenze e schiavismo le caratteristiche distintive della civiltà occidentale, in questo non differisce dalle altre. Sono invece caratteristiche della civiltà occidentale l'idea della pari dignità di tutti gli esseri umani, la valorizzazione della libertà individuale, il laicismo con la conseguente separazione fra stato e Chiesa, la democrazia politica. L'occidente è stato schiavistico ma in occidente e non altrove è sorto il movimento abolizionista. Ha conosciuto l'intolleranza ed il fanatismo religioso, ma anche la rivendicazione del libero pensiero, ha partorito i mostri del moderno totalitarismo, ma anche le forze che lo hanno combattuto ed alla fine sconfitto. Eppure è l'occidente e solo l'occidente ad essere costantemente messo sotto accusa dagli occidentali “progressisti”. Sempre pronti ad assolvere le altrui brutture questi non perdonano nulla alla loro civiltà. Questo non è sano spirito autocritico, è odio di se, vergogna della propria storia. Una malattia gravissima, un cancro che può portare alla fine di una civiltà millenaria.
 

Il bene, il male e la storia

L'atteggiamento degli occidentali “progressisti” nei confronti della storia della propria (
e solo della propria) civiltà si può riassumere in poche parole. Prendono un insieme di valori che oggi si sono affermati o che comunque rappresentano per loro degli assoluti, qualcosa di cui il solo discutere è blasfemo, confrontano questo tabernacolo di valori assoluti con la triste realtà della storia, constatano che esiste una abissale differenza fra il loro assoluto etico e gli eventi storici e... mandano al diavolo la storia (va la pena di ripeterlo, la LORO E SOLO LA LORO storia).

C'è un particolare della violenza nichilista che scuote in questo periodo l'occidente che molti sembrano non avere notato. Obiettivo dei distruttori di statue non sono quei personaggi che fecero cose moralmente esecrabili anche nei tempi in cui vissero. Non si attaccano sovrani sanguinari o schiavisti particolarmente crudeli. No, l'obiettivo privilegiato della violenza sedicente “antirazzista” sono personaggi fino a ieri considerati positivamente quasi da tutti. Si attaccano Colombo, non Pizarro e Cortes, Churchill, non Hitler, Lincon, non i razzisti fanatici che lo uccisero. C'è una logica in simili atteggiamenti. Ad essere esecrabili sono personaggi il cui pensiero è aperto ma non si stacca troppo dal punto di vista medio dell'epoca in cui vissero. Colombo voleva raggiungere le Indie, ma approdò in America e questo diede il via alla conquista spagnola del continente sud americano, tanto basta per considerarlo un “genocida”. Lincon abolì lo schiavismo ma non immaginò mai un presidente di colore degli Stati Uniti, quindi è definito “razzista” al pari dei suoi assassini. Churchill fu il più strenuo oppositore di Hitler, ma anche un sostenitore dell'impero britannico. Per questo è un “colonialista” da ricoprire di improperi. Qualsiasi considerazione del quadro storico in cui vissero certi personaggi scompare perché è precisamente quel quadro ad essere sotto accusa. Non va studiato, analizzato, criticato. Va semplicemente rimosso, ridotto a letamaio razzista da rifiutare in toto. Non ha senso distinguere quanto in quel quadro c'è comunque di positivo, quanto di buono ci ha lasciato un passato in cui pure erano presenti molte cose che non ci è possibile oggi accettare. No, in quel passato ci sono l'imperialismo, lo schiavismo, il razzismo quindi, bruci pure tutto! Schiavismo, imperialismo razzismo fanno perdere valore alla filosofia di Aristotele come alla poesia di Dante, alla emancipazione degli schiavi firmata da Lincon come alla lotta di Churchill contro il nazismo. Poco importa che la scoperta di Colombo abbia contribuito ad unificare il mondo, con tutte le conseguenze positive di una simile unificazione. Senza quella unificazione i cretini che oggi abbattono le sue statue non sarebbero mai nati. Non conta. Colombo non era certamente immune da idee che oggi consideriamo razziste quindi è un nemico, un oppressore, le sue statue vanno decapitate, profanate, abbattute.

La storia è un processo molto più articolato e contorto di quanto non credano i fanatici ed i nichilisti. Ci sono nella storia personaggi su cui è possibile dare, in ogni tempo, giudizi fortemente ed unicamente negativi. Personaggi che hanno compiuto azioni moralmente inaccettabili anche nei tempi in cui vissero e che non hanno lasciato nulla di buono a chi venne dopo di loro. Torquemada era particolarmente fanatico anche per i tempi in cui visse e le conseguenze della sua azione sono state solo negative. Tommaso d'Aquino fu, come il Torquemada, fortemente ostile agli eretici, ma non può in alcun nodo esser considerato un fanatico, la sua filosofia e la sua teologia intrise di aristotelismo sono invece un monumento di razionalità. Hitler e Stalin hanno commesso crimini mai visti prima nella storia ed hanno lasciato ai posteri solo rovine fisiche e morali. Molti li combatterono sostenendo idee e valori che ci appaiono scarsamente accettabili, ma questo non annulla la distanza cosmica fra un Churchill ed un Hitler, un Truman ed uno Stalin.
Il male esiste nella storia e va chiamato col suo nome:
male e in quanto tale eticamente condannato. La concezione hegeliana e marxista del male ridotto a “momento dialettico” di uno svolgimento storico necessario, destinato per Marx a concludersi con la palingenesi rivoluzionaria, è inaccettabile. Tra l'altro tale concezione elimina il male dalla storia. Se il male è necessario alla realizzazione del bene il male di fatto si identifica col bene, cessa di esistere in quanto male.
Riconoscere che, malgrado le pretese hegeliane e marxiste, il male esiste nella storia non può però portarci al rifiuto moralistico della stessa. Proprio perché il male esiste occorre mantenere sempre la capacità di
operare distinzioni. Spesso il male è nella storia strettamente intrecciato al bene. L'azione di personaggi i cui valori non possiamo condividere ha avuto più di una volta conseguenze positive per il genere umano. La condanna degli eccidi messi in atto da Cortes e Pizarro non può farci ridurre l'unificazione del mondo operata dai grandi navigatori ad episodio unicamente “razzista” ed imperialista. Le condizioni misere degli operai nella Gran Bretagna agli albori del diciannovesimo secolo non possono farci scordare che la rivoluzione industriale ha avuto un colossale impatto liberatorio per il genere umano. Lincon è stato un grande presidente anche se ha tardato a firmare il decreto di emancipazione. Luigi sedicesimo è stato un cattivo re, ma la sua decapitazione è stata un crimine. Robespierre era un fanatico, ma questo non riduce la rivoluzione francese ad un episodio di fanatismo. Si elimini la capacità di operare distinzioni e si ha o la deificazione della storia e la venerazione in essa dei vincitori (spesso provvisori) oppure il rifiuto nichilistico della storia stessa, la sua riduzione a “razzismo”, “schiavismo”, “omofobia”, “sessismo” (cosa assai ridicola visto che termini come “sessismo” ed “omofobia” sono stati inventati solo di recente) con la conseguente, orribile, distruzione del patrimonio culturale che i nostri avi ci hanno lasciato. Una mostruosità, un incubo orwelliano. 

Palingenesi e rifiuto della storia 

Nella storia ogni mutamento positivo, per quanto radicale possa essere, non segna mai una rottura totale col passato. I mutamenti possono essere il risultato di riforme, di un lento processo evolutivo o, a volte, anche di rotture rivoluzionarie, ma, se hanno un qualsiasi contenuto positivo, non distruggono la continuità del corso storico. La rivoluzione americana è stata un evento di straordinaria importanza e non è stata di certo un evento pacifico. Ma non ha rotto la continuità del corso storico. Una volta separatesi dalla madre patria le colonie hanno dato vita ad uno stato come altri ed hanno sempre mantenuto buone relazioni col Regno Unito. Ogni novità si innesta in una tradizione, non esiste, non può esistere, assoluta discontinuità nel corso storico. Presente, passato e futuro sono collegati. Le nostre radici affondano nel passato e le nostre aspettative ci proiettano verso il futuro; vale per gli individui come per i popoli, nella la vita privata di ognuno di noi come nella la storia.
Qualcuno però non condivide questa visione dell'evoluzione storica. Sono i rivoluzionari radicali o i rinnovatori radicali del mondo. Loro non voglio cambiare alcune cose del mondo, dell'uomo e della società Vogliono un uomo, una società ed un mondo radicalmente, assolutamente nuovi, non contaminati dalle vestigia del passato.
Il passato per costoro è solo un insieme di mostruosità disumane. Oppressione e sfruttamento hanno trasformato la società in un fatiscente immondezzaio. L'uomo che vive in questa società è un mostro, un non-uomo con idee, interessi, aspirazioni, pulsioni che nulla hanno di umano. Una simile società, un simile uomo non possono essere cambiati, devono essere sostituiti da una società e da un uomo totalmente altri. Il mondo nuovo non è la risultante di una trasformazione del mondo vecchio, si
sostituisce a questo. L'assoluta novità segna una radicale rottura con la storia, tutta la storia, del genere umano. Del passato facciam piazza pulita. Questo slogan riassume molto bene il nichilismo utopico dei rinnovatori radicali del mondo.

Fra rinnovamento radicale del mondo e rifiuto della storia c'è un evidente legame logico. Se si vuole realizzare l'assolutamente altro il passato va integralmente rifiutato. Di fronte al nuovo radicale il vecchio appare solo come corruzione e nequizia, va rifiutato, in toto. Lo stesso Marx accetta una simile posizione. A prima vista questo sembra non essere vero. Marx in effetti adora la storia, ma la sua adorazione si basa sulla ferrea convinzione che sia lo stesso sviluppo storico a preparare e rendere necessario il suo rovesciamento radicale. Per Marx il comunismo rappresenta “l'enigma finalmente risolto della storia”, il passaggio dalla preistoria alla storia, dal regno della necessità a quello della libertà. Le formule variano ma la sostanza resta la stessa: il comunismo è il rovesciamento radicale, assoluto della totalità che la storia stessa rende necessario. Ma è proprio qui che il il marxismo entra in un autentico corto circuito logico. Perché la storia non può preparare il suo rovesciamento totale, non può, in forza di un suo impulso interno, uscire da se stessa.
In effetti, quando la storia reale smentirà le previsioni marxiane i marxisti rivoluzionari non esitarono a mettere in atto la più radicale rottura del corso storico che l'uomo avesse mai tentata. Il marxismo perse la sua pesante bardatura scientista e determinista per diventare sfrenato volontarismo. Ben lungi dall'essere imposto
dalla storia il comunismo venne imposto alla storia. Ed il passato iniziò ad essere fatto oggetto di attacchi sempre più devastanti. Questa tendenza raggiunse livelli parossistici nella rivoluzione culturale cinese e nella orribile esperienza cambogiana. In occidente fu oggetto di raffinate riflessioni filosofiche da parte della scuola di Francoforte e in questa di coloro che cercarono di conciliare Marx con Heiddegger, senza curarsi troppo della militanza di quest'ultimo nel partito nazional socialista dal 1933 al 1945. Nella sostanza però le sue radici risalgono allo stesso Marx anche se, va detto, la sua opera è aliena da ogni forma di nichilismo antistorico.

Ci siamo soffermati su Marx, ma il rifiuto della storia è presente in un po' tutte le filosofie del rovesciamento radicale del mondo, spesso accompagnato dal rimpianto per una mitica età dell'oro, una lontanissima epoca in cui tutto era perfetto e da cui il corso della storia ci ha progressivamente allontanato.
Dai movimenti ereticali del medioevo alle fosche previsioni di Gioacchino Fiore, dalla utopia del Campanella al rimpianto di Rousseau per il buon selvaggio fino al nichilismo iconoclasta dei giacobini il motivo di fondo è sempre lo stesso. Il mondo va rovesciato e il suo rovesciamento segna il ripudio di tutta la storia sinora conosciuta.
Né simili concezioni riguardano solo movimenti radicali “di sinistra”. Sono al contrario largamente presenti nel radicalismo di destra. Nel nazismo la vittoria della razza “superiore” segna una rottura definitiva n
el corso storico. Il terzo reich che di questa vittoria è l'artefice, ripristina la autentica struttura ontologica del mondo, segna il ritorno ad una lontanissima epoca di autenticità che era stata abbandonata e di cui quasi si era perso il ricordo. Ancora una volta la assolutà novità (che tale non è visto che tutta la storia è piena di rivendicazioni di superiorità razziali) si combina con la radicale svalorizzazione della storia, considerata alla stregua di un progressivo processo di imbastardimento razziale.

Non è il caso di dilungarci. Il radicalismo di destra o di sinistra, laico o religioso, universalista o particolarista che sia sfocia sempre nel rifiuto e nella svalorizzazione della storia.
La storia non va studiata, capita, criticata. Non si fanno in essa distinzioni, non si condanna ciò che c'è da condannare sforzandosi nel contempo di riconoscere quanto di positivo ci hanno lasciato epoche lontane, carattrizzate da idee, valori, modi di agire rofondamente diversi dai nostri. Il rinnovamento assoluto del mondo, la aspirazione al "totalmente altro" segnano la fine della storia ed il suo ripudio. Più radicale è il nuovo più netto il rifiuto del vecchio, la svalorizzazione di ogni tradizione, la negazione di ogni continuità.
L'assalto nichilista alle statue, l'invocazione della censura, l'attacco a grandi personaggi come Curchill e Lincon, la pretesa di espellere Dante dai corsi scolastici o qanto meno di sottoporlo a censura sono la logica conseguenza di simili concezioni. E ci mostrano con chiarezza quali sono, inevitabilmente, gli esiti del radicalismo antistorico. Non l'inizio di un'epoca nuova e felice ma la regressione nella barbarie. Perchè la barbarie, solo la barbarie, è l'esito obbligato di ogni forma di nichilismo.

giovedì 11 giugno 2020

I NUOVI TALEBANI


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La casa produttrice Hbo Max, ha tolto dal catalogo di streaming online il film “via col vento”, un classico del cinema mondiale. Il film è considerato “razzista” quindi nessuno deve vederlo. La produzione ha dichiarato che “"il film è un prodotto del suo tempo, ma descrive un contesto che era sbagliato allora come è sbagliato oggi".

Rivelatrici queste parole. “Via col vento” descrive un contesto che era sbagliato allora come oggi, quindi va cancellato dalla storia. Tutte le opere dell'umana creatività che descrivono contesti “sbagliati” o che noi oggi riteniamo tali devono essere bruciate, distrutte, censurate. Chissà, fra breve non sarà più possibile leggere un libro, o guardare un film, o ammirare un quadro che esprimano il punto di vista, i valori di contesti “sbagliati”. Siccome in una certa società esistevano istituzioni, usi e costumi che oggi noi riteniamo, a torto o a ragione, sbagliati l'arte, la filosofia, la letteratura di simili società devono essere eliminate dalla storia. Un film che ci mostri, ad esempio, il modo di vivere nell'antica Roma, va bruciato, a meno che quel film non faccia apparire i romani antichi come dei mostri malvagi, privi di valori, incapaci di idee e sentimenti autenticamente umani. Ridicole caricature di se stessi.

Sempre, in
tutte le civiltà sono esistite istituzioni, usi e costumi che con giusta ragione possiamo definire sbagliati, ma sarebbe cieco nichilismo distruggere per questo quanto queste civiltà ci hanno lasciato. Rapportarsi in questo modo alla storia vuol dire puramente e semplicemente distruggerla.
Ragionando come i censori di “via col vento” dovremmo censurare o distruggere l'opera di Aristotele, che come tutti sanno giustifica lo schiavismo, o quella di Tommaso D'Aquino, che ammette la punizione terrena degli eretici. Dante andrebbe censurato perché “islamofobo”, “sessista” ed “omofobo” (piazza all'inferno gli omosessuali) mentre Shakespeare potrebbe con qualche ragione essere accusato di antisemitismo, quindi censurato. La censura dovrebbe colpire senza pietà la Bibbia e gli stessi Vangeli cristiani potrebbero avere dei problemi. Cristo infatti afferma, è vero, che tutti gli uomini (solo gli uomini? E le donne? Questo non è maschilismo sessista?) sono uguali davanti a Dio, ma non condanna la schiavitù, non chiede che, su questa terra, gli schiavi vengano liberati. Coi criteri dei censori di “via col vento” questo sarebbe un atteggiamento “schiavista” da censurare senza pietà.
E che dire dell'arte figurativa? In quanti quadri compaiono uomini di colore che servono docilmente i loro padroni bianchi? Raffaello ha forse mai dipinto qualche madonna nera? E c'è qualche uomo di colore raffigurato sulla volta della Sistina? Che fare, la distruggiamo? O dipingiamo di nero Adamo ed Eva? Ritocchiamo le madonne di Raffaello? Diamo una coloratina scura a San Francesco dipinto da Giotto? E perché mai Cristo deve sempre essere rappresentato come bianco? Non potremmo farlo diventare nero? Basta con le discriminazioni!!!
E, attenzione, non si salvano neppure i grandi rivoluzionari. Ecco cosa scrive Marx nel “
Manifesto del partito comunista”:
“...la borghesia trascina nella civiltà tutte le nazioni, anche le più barbare. I bassi prezzi delle sue merci sono l'artiglieria pesante con la quale spiana tutte le muraglie cinesi, con la quale costringe alla capitolazione la più tenace xenofobia dei barbari.”
Si, abbiamo letto bene: Marx parla di nazioni “barbare” che devono essere portate nella “civiltà”. Altro che “Via col vento”! Questo è razzismo bello e buono! Si censuri anche Karl Marx!
E' inutile continuare. Con i criteri dei miserabili censori di “via col vento” tutta la produzione artistica, letteraria, filosofica del genere umano da Omero a Shakespeare, da Aristotele a Kant, andrebbe distrutta o radicalmente censurata.

La storia della nostra civiltà è piena di cose “sbagliate”, intrisa del sangue di una schiera enorme di esseri umani. Ma non solo a questo si riduce la nostra storia. Lo schiavismo, la servitù della gleba, l'intolleranza religiosa non annullano la grandezza della filosofia greca o della grande arte rinascimentale. L'occidente ha conosciuto lo schiavismo ma anche la dichiarazione dei diritti dell'uomo, l'intolleranza ma anche la teorizzazione della tolleranza e della laicità, il potere assoluto ma anche la democrazia. Il viaggio di Colombo ha avuto come conseguenza tragica la distruzione di antiche, e, non dimentichiamolo, crudelissime, civiltà, ma ha anche unificato il mondo e dato una spinta poderosa al progresso umano. Nulla è tanto nichilista quanto pretendere di spezzare la continuità del corso storico, rapportarsi in maniera moralistica e censoria a persone che vivendo in epoche diverse dalla nostra in qualche modo espressero nelle loro opere i valori in queste prevalenti. Una cosa è la critica, la condanna di quanto c'è da condannare, la corretta valutazione del bene e del male che ci vengono dal passato. Cosa completamente diversa il far piazza pulita del passato, giudicarlo come un peso di cui ci si deve liberare perché non conforme a valori che oggi si sono affermati.
Del resto, solo degli intolleranti fanatici possono essere convinti della assolutezza di certi valori oggi assai diffusi. Il contesto descritto in “Via col vento” era sbagliato allora come oggi”, dicono i censori di un grande film. Ma... sono davvero sicuri questi ridicoli censori che fra una cinquantina d'anni qualcuno non dica: “i valori dei film politicamente corretti del 2020 erano sbagliati allora come oggi”?
Se il contesto di “Via col vento” era sbagliato allora come oggi siamo certi che il contesto di tanti odierni filmacci politicamente corretti non sia sbagliato oggi come domani? I barbari che distruggono le statue e censurano i film credono che i loro valori (o presunti tali) segnino la fine della storia, l'approdo ultimo del genere umano. Ma la fine della storia non esiste. Ed il domani può sempre riservare delle sorprese, anche ai barbari di oggi.

Qualcuno a questo punto potrebbe però obbiettare: non rischiamo in questo modo di precluderci qualsiasi condanna nei confronti di chiunque? Se una corretta valutazione del quadro storico ci impedisce condanne moralistiche nei confronti, ad esempio, di un Cesare perché mai condannare un Hitler o uno Stalin?
E no, si tratta di cose ben diverse!
In primo luogo evitare condanne moralistiche nei confronti di un Cesare
non vuol dire ritenere che l'imperialismo schiavista di cui questi fu uno degli artefici non avesse aspetti moralmente ripugnanti. Inoltre, costruire grandi imperi e ridurre in soggezione, spesso in schiavitù, le popolazioni conquistate era considerato normale nell'antichità. In questo senso Cesare non si distacca dal normale modo di pensare di un'epoca in cui il concetto stesso di diritti umani non era neppure formulato.
Completamente diverso il discorso su un Hitler o su uno Stalin. Questi misero in atto forme di oppressione degli esserti umani assolutamente senza precedenti nella storia e lo fecero in un'epoca in cui le idee di libertà individuale, dignità di tutti, democrazia si erano già ampiamente affermate. Gli ebrei hanno dovuto subire innumerevoli persecuzioni nella storia, ma a nessuno era mai venuta in mente l'idea di massacrarli tutti. I grandi proprietari terrieri sfruttavano i contadini, ma solo Stalin mise in atto politiche che ne uccisero a milioni per fame. I totalitarismi del '900 spezzano la continuità del corso storico, mettono in atto forme di stragismo criminale che la storia non aveva mai conosciuto. Proprio per questo non lasciano nessuna eredità positiva al genere umano. L'antica Roma è schiavista, ma è anche il centro di una grande civiltà che lascia molto di positivo ai posteri. Il nazismo si è lasciato alle spalle solo un oceano di rovine, il comunismo società disfatte, economie al tracollo, campagne devastate. Entrambi montagne di cadaveri, e basta. E' tutta qui la differenza fra un Cesare ed un Hitler ed uno Stalin. E non è una differenza da poco.

Torniamo ai fatti di questi giorni. Quello che avviene oggi in occidente non è affatto nuovo, ha i suoi antecedenti storici, anche molto recenti. Le statue distrutte o imbrattate, i film rimossi sono stati preceduti dai roghi di libri nella Germania nazista, dal nichilismo iconoclasta delle guardie rosse durante la rivoluzione culturale in Cina, dalle statue del Budda fatte saltare dai Talebani, dalla devastazione di aree archeologiche operata dai militanti dell'ISIS. Non importa in nome di cosa siano stati compiti questi atti vandalici, quale fosse il “valore”, meglio, il disvalore, che li ispirava. Ad essere davvero importante per capirne il senso è l'intolleranza fanatica che li ha caratterizzati
TUTTI. L'arte, la scienza, la filosofia, la letteratura, tutto insomma, deve conformarsi ad una certa visione del mondo. Se non si conforma va distrutto. Non importa quando siano vissuti un artista o un filosofo, se le loro opere risentono del clima culturale del loro tempo e non si conformano con una certa visione del mondo oggi in auge vanno distrutte. Non discusse, non criticate, non sottoposte ad esame razionale. Distrutte, cancellate. In nome della purezza della cultura tedesca, o del pensiero del grande timoniere, o della unica vera religione, non conta. Le giustificazioni della furia nichilista sono irrilevanti. Si può scatenare in difesa della “purezza della razza ariana” come di un presunto “antirazzismo” assunto ad unico, assoluto valore. Il risultato è sempre lo stesso: la barbarie, la regressione intellettuale e morale, la fine della civiltà.
Con simili barbari non si può mostrare timidezza alcuna. E' vomitevole il tentativo di tanti presunti liberali occidentali di assecondare la loro furia. Rispondere alle devastazioni rimuovendo le statue di personaggi ritenuti “razzisti” vuol dire assecondare i fanatici. Continuare a definire “antirazziste” le esplosioni della loro rabbia iconoclasta vuol dire solo incoraggiarla. Oggi se la prendono con Colombo, Lincon e Churchill. Domai sarà la volta di Dante e Shakespeare, dopodomani di Kant, non c'è limite alla follia.
I nuovi barbari sono liberi di pensare, dire o scrivere ciò che vogliono.
NON sono liberi di distruggere e profanare. La loro violenza va fermata. Senza se e senza ma.

mercoledì 18 marzo 2020

VECCHIAIA ED IDEOLOGIA


La categoria più sotto attacco in questi tempi orribili è quella dei vecchi. Vecchi, uso volutamente questa parola al posto del consolatorio “anziani” perché detesto il vezzo politicamente corretto dell'eufemismo. Esistono i “vecchi”, coloro che sono avanti negli anni. Non c'è nessuna vergogna nell'essere vecchi, quindi non si capisce perché si debba evitare di usare la parola che definisce correttamente chi ha superato una certa età.
Rispettati nelle parole i vecchi non lo sono altrettanto nei fatti. Da tempo vecchi sono oggetto di roventi accuse: mettono in pericolo le pubbliche finanze, gravano sul sistema sanitario, non sono in grado di esprimere idee politiche sensate. Beppe Grillo, che troppo giovane non è, ha addirittura proposto di togliere ai vecchi (da lui definiti “anziani”) il diritto di voto... davvero bravo!
Con l'epidemia di coronavirus l'attacco ai vecchi ha raggiunto però vette in precedenza mai neppure sfiorate. L'epidemia non è grave, si tratta di una banale influenza, hanno detto in molti. E i morti, che ormai si contano a migliaia? Una banale influenza non fa trecento morti al giorno, per molti giorni, in progressione geometrica. Per i morti non ci si deve preoccupare rispondono: sono VECCHI! Inutili carcasse, improduttive bocche da sfamare, corpi indeboliti da curare, menti annebbiate incapaci di produrre nulla di buono. “Vite indegne della vita” per usare le parole di Adolf Hitler, oppure “vite leggere come piume”, per usare quelle del celeste presidente Mao Tze Tung.
Sarebbe sbagliato sottovalutare simili deliri. Si tratta al contrario di segnali di una decadenza culturale profonda, di una crisi del pensiero che potrebbe avere sbocchi catastrofici, se è vero, come è vero, che il pensiero conta, e tanto, nelle azioni degli esseri umani. Ed un pensiero malato conduce ad azioni aberranti.

Vecchi, liberalismo, mercato
Per i marxisti e, ancora di più, per i loro tardo epigoni cattocomunisti il liberalismo e l'economia di mercato sarebbero, nella loro essenza, nemici dei vecchi. Nelle democrazie liberali ad economia di mercato l'uomo conterebbe solo se e fino a quando è produttivo. Il vecchio che cessa di essere produttivo sarebbe quindi un inutile peso, un essere da mantenere gratuitamente che rallenta o addirittura inceppa i meccanismi del ciclo economico. Fine dell'economia di mercato sarebbe la “produzione per la produzione” e questa è incompatibile con la vecchiaia improduttiva.
Si tratta, val la pena di dirlo chiaro e tondo, di propaganda priva di serio retroterra teorico, smentita, se non altro, dal semplice fatto che i paesi a democrazia liberale ed economia di mercato sono quelli in cui è più alta la speranza di vita e maggiore la percentuale di vecchi sul totale della popolazione. E sono anche quelli in cui, tutto sommato, i vecchi stanno meglio, o meno peggio, che altrove. Si può giudicare come si vuole questo dato di fatto, ma non lo si può ignorare.
I fatti però solo molto raramente soddisfano i raffinati teorici cattocomunisti. Portiamoci quindi alle loro altezze e vediamo di affrontare il problema nell'aria pura ma un po', forse un po' troppo, rarefatta della teoria.

Nella filosofia politica liberale la libertà economica è parte della più generale libertà umana.
Libertà di pensiero e parola, di culto, libertà politica, diritto ad una sfera privata: in questo consiste la libertà liberale. Chi è libero deve, in una parola, poter organizzare come meglio crede la propria esistenza rispettando, ovviamente, la libertà degli altri e le esigenze della vita sociale. La libertà economica è parte e momento di questa più generale libertà. Se sono libero ho il diritto di cercare di migliorare il mio tenore di vita, di procurarmi i beni materiali che ritengo capaci di soddisfare bisogni che per me sono importanti, senza danneggiare né sfruttare gli altri.
Questa libertà è legata alla dignità ed alla responsabilità della persona umana, al suo essere un valore. Sono libero quindi ho un valore intrinseco, legato alle mie caratteristiche ontologiche di essere umano. Certo, può darsi che io non sia davvero libero, che tutto il mio agire e pensare siano solo l'effetto ultimo di una serie indefinita di cause. Il problema del libero arbitrio è uno di quelli che la speculazione filosofica si pone da sempre, senza riuscire a risolverlo. E la filosofi politica liberale non cerca neppure di risolverlo. In questa filosofia la libertà umana, intesa come autonomia dal determinismo naturale, è semplicemente presupposta. Sei libero, tutto parte da questa presupposizione. Sei libero quindi puoi scegliere, quindi sei responsabile per le scelte che compi, quindi sei un essere morale, capace di distinguere il bene dal male, quindi hai il diritto di essere rispettato ed il dovere di rispettare gli altri. La libertà economica è parte di tutto questo. Non è legata ad una presunta teorizzazione liberale della “produzione per la produzione” ma al suo concetto stesso di uomo.

Il discorso sul vecchio come peso per la società si rivela a questo punto del tutto estraneo all'idea liberale. Il vecchio non è un peso perché, in quanto persona umana, è un valore. E' tipico del liberalismo considerare gli esseri umani innanzitutto come individui, singole persone inserite certamente in una rete di relazioni sociali e culturali, ma che conservano in questo inserimento tutto il loro valore di singoli. Per il liberalismo esiste in primo luogo Tizio come persona, indipendentemente dalla sua la sua età o capacità di produrre. Il fatto che Tizio non sia più, o non sia ancora, produttivo non lede di un grammo il suo valore in quanto persona, al contrario, il diritto riconosciuto a Tizio di cercare di migliorare col lavoro la propria esistenza materiale deriva dal suo valore in quanto persona. In questo il liberalismo si accorda col pensiero giudaico cristiano.
Certo, il liberalismo non ama l'assistenzialismo sprecone e parassitario. Ogni essere umano ha il dovere di provvedere a se stesso, quindi anche di predisporre, sino a che è produttivo, i mezzi per poter vivere dignitosamente quando l'età lo avrà costretto ad abbandonare il lavoro. Questo però è un aspetto dell'insistenza liberale per la responsabilità. Chi è libero è responsabile anche del proprio futuro. Se per una serie di circostanze non è stato in grado di predisporre i mezzi che gli permettano di mantenersi da vecchio sarà la società, insieme a chi gli è più vicino, figli, nipoti, a farsene carico. Questa però è l'eccezione. La regola, l'idea guida della filosofia politica liberale è quella del singolo libero e responsabile, dotato di un valore intrinseco che si conserva nel corso di tutta la vita, dalla nascita alla morte. E che non riduce mai l'essere umano al ruolo di inutile peso o fardello.

Per completezza val la pena di aggiungere telegraficamente che l'economia di mercato non è affatto finalizzata alla produzione per la produzione. Semplificando al massimo le cose, l'economia di mercato è caratterizzata dal fatto che le scelte di investimento, di risparmio e di consumo sono fatte da soggetti autonomi, non da un pianificatore centrale. In una simile economia alcune imprese cercheranno di incrementare al massimo investimenti e dimensioni aziendali, altre opereranno su mercati più ristretti mantenendo dimensioni limitate. In certi periodi gli investimenti prevarranno sui consumi, in altri avverrà il contrario. Mai però si avrà una produzione fine a se stessa, per la fondamentale ragione che sempre la produzione, compresa quella di mezzi di produzione, è finalizzata alla vendita e, tramite questa, al consumo, quindi alle scelte di individui liberi. In questo, nel rapporto fra produzione e scelte individuali, si basa lo stretto legame fra liberalismo ed economia di mercato. Legame che riguarda gli individui in quanto tali, quali che siano le classi di età cui questi appartengono. Del resto non ci vuole troppa capacità di osservazione per comprendere che, se esiste un ampio mercato dedicato ai giovani, ne esiste anche uno dedicato agli anziani ed ai vecchi. Nel mercato a decidere tutto sono le scelte dei consumatori, e questi possono avere venti od ottanta anni.

Vecchi e “soggetti collettivi”
La filosofia politica liberale mette al centro il singolo, l'individuo. Non un individuo assolutizzato, ridotto ad atomo o, peggio, a monade senza finestre sul mondo; un individuo inserito in vari tipi di relazioni sociali e culturali che conserva tuttavia, in tutte queste relazioni, il proprio insopprimibile valore di singolo. In altre filosofie politiche questo valore del singolo viene invece ad essere completamente annullato. Il singolo vale, in queste concezioni, solo come parte subordinata del tutto. Ad avere valore non sono più le persone singole ma misteriosi soggetti collettivi personalizzati. La classe, la nazione, la razza diventano super persone di cui le singole persone sono solo componente subordinata. La “classe operaia” o la “nazione tedesca” diventano qualcosa di simile a Tizio e Caio: entità sostanziali con un loro pensiero, una loro volontà, loro obiettivi. Soprattutto, con un loro destino metafisico. Questo è l'aspetto più importante di simili ideologie. La classe operaia ad esempio non è più un aggregato di esseri umani collocati in un certo modo nella divisione del lavoro e con alcuni interessi comuni. Diventa un soggetto sostanziale cui è affidato un compito storico: la riunificazione di ciò che il capitalismo alienante ha diviso. La scoperta del destino sostituisce la determinazione empirica degli interessi comuni; la complessità dell'azione umana viene sostituita dalla attribuzione di comportamenti stereotipati. Considerazioni simili si possono fare a proposito di altri soggetti collettivi sostanzializzati: la razza, l'etnia, la nazione. Va da se che , visto che tali misteriosi soggetti collettivi sostanziali non esistono, la loro volontà altro non è che la volontà di alcuni singoli, meglio, di UN singolo individuo. Hitler rappresentava la nazione tedesca allo stesso modo in cui Stalin era la personificazione della “classe operaia internazionale”. La trasformazione di soggetti sovra individuali in soggetti collettivi sostanzializzati distrugge i singoli solo per trasformare alcuni singoli in super individui, super persone, super uomini.

E' fin troppo chiaro perché simili concezioni non diano, non danno, troppa importanza ai vecchi. Se il singolo vale solo come parte del tutto e per il contributo che può dare alla realizzazione di quelli che si ritiene siano i fini del tutto ne segue necessariamente che la gran parte di vecchi ha un valore scarso o nullo. Persone avanti negli anni, improduttive, bisognose di assistenza possono contribuire poco alla realizzazione di determinati fini assoluti. Solo pochi vecchi sono davvero utili: scienziati, intellettuali o presunti tali, apologeti del regime, leader politici che, a dispetto degli anni, vengono presentati come sprizzanti energia da tutti i pori. Gli altri, i vecchi normali, sono considerati inutili fardelli, pesi improduttivi che ostacolano il glorioso cammino verso la perfezione. I vecchi, insieme a malati e disabili, sono il peso morto della società, non val troppo la pena di curarsi di loro. I regimi totalitari esaltano ed hanno esaltato, tutti, forme di giovanilismo fanatico, salvo reprime ferocemente i giovani non allineati, i ribelli o semplicemente gli anticonformisti. I “pionieri” nell'URSS staliniana, la “gioventù hitleriana” nella Germania nazista, le “guardie rosse” nella Cina di Mao, i “Balilla” nell'Italia fascista... tutte le dittature totalitarie hanno inquadrato militarmente la gioventù cercando di trasformare adolescenti e ragazzi in guardie pretoriane del regime. La gran maggioranza dei vecchi li hanno lasciti negli ospizi. Non è un caso.
Come non è un caso che in questo periodo terribile, caratterizzato dalla epidemia di covid 19, ci sia chi cerca di sminuirne la gravità con il vergognoso argomento che “a morire sono in maggioranza anziani con patologie pregresse”.
Nel momento stesso in cui si fa ai vecchi il grande favore di chiamarli “anziani” si stabilisce che una epidemia che ne fa strage non è qualcosa di troppo grave, perché il valore di un vecchio, magari diabetico, non è troppo elevato. Pesa sui conti INPS, ha bisogno di cure costose, spesso è un insopportabile brontolone, serve davvero mantenerlo in vita? In natura esiste la selezione: i più forti sopravvivono, gli altri muoiono, perché qualcosa di simile non potrebbe avvenire anche nella dolce civiltà multietnica e post moderna? Tanti deboli vecchi possono benissimo essere sostituii da migranti giovani e forti... nessuno propone le camere a gas, ovviamente; non ha il coraggio né la coerenza per avanzare simili proposte. E poi... c'è il Covid 19 che può servire da sostituto. Fra i teneri virgulti del post moderno ci sono tanti nipotini del vecchio Adolf.

Presente, passato e futuro 
Non esiste nella storia l'assolutamente nuovo. Il nuovo si innesta sempre sul vecchio, ogni modifica degli stati di cose presenti, quale che sia il modo per metterla in atto, parte da, e si appoggia su, ciò che già esiste. Non c'è discontinuità fra presente, passato e futuro. Il presente di oggi è il passato di domani, il presente di domani è il futuro di oggi. La stessa cosa avviene con i giovani ed i vecchi. I vecchi di oggi sono i giovani di ieri ed i giovani di oggi sono i vecchi di domani. Le generazioni si succedono costantemente, ognuna lascia qualcosa alla successiva e si appoggia su quella che la ha preceduta. E' la continuità del corso storico.
Ma tale continuità ha i suoi nemici: coloro che vogliono rinnovamenti radicali, assoluti, della società, dell'uomo e del mondo. Meglio, non rinnovamenti, trasfigurazioni, rovesciamenti radicali che rompano ogni continuità del corso storico. Un uomo, una società, un modo
assolutamente altri rispetto al mondo, alla società ed all'uomo “vecchi”. Non si tratta di dare risposta a desideri, aspirazioni, speranze degli esseri umani empirici, coloro che vivono qui ed ora nel mondo, di risolvere problemi sociali emergenti, modificare quanto sembra andare male nel mondo. Si tratta di creare un tipo umano del tutto nuovo, con desideri, speranze, aspirazioni del tutto nuove rispetto a quelle che caratterizzano gli esseri umani di oggi. E di creare una società ed un mondo che nulla hanno in comune col mondo e con le società in cui da millenni vivono uomini e donne. Questo vogliono i rinnovatori radicali, i rivoluzionari che del passato non intendono lasciar pietra su pietra.
Spesso la loro tensione all'assolutamente nuovo si combina col richiamo ad un passato mitico, una lontanissima età dell'oro da cui l'umanità si è colpevolmente allontanata, tanto, tanto tempo fa e che ora va ripristinata, in forma diversa e “più elevata”. La famosa società comunista primitiva di cui parla Engels, il buon selvaggio di Rousseau, i miti prenazisti di un'epoca in cui sangue e terra, simbioticamente uniti, davano vita a razze forti e fiere, che lentamente hanno perso l'originaria purezza.
In nome di questo richiamo ad epoche mitologiche si invoca la rottura radicale del corso storico reale, la trasfigurazione assoluta di tutto. Gli esiti di simili follie ideologiche sono scontati. La combinazione di assoluto futurismo e vagheggiamento di un passato mitizzato sfocia nel più brutale nichilismo. L'utopia dell'assolutamente nuovo si è realizzata nell'unico modo in cui si poteva realizzare: il sorgere di mostruose tirannie totalitarie che, in nome dell'uomo nuovo, hanno massacrato a decine di milioni gli uomini “vecchi”. E' quello che è successo: nel lager nazisti, nei gulag staliniani, nel laogai maoisti, nelle campagne cambogiane. Sempre, con la stessa terrificante regolarità.

Non è un caso che tutti i malati di ideologia provino una naturale, istintiva antipatia per i vecchi, con le notevoli eccezioni di alcuni “grandi vecchi”. Canuti, benefici vegliardi che hanno saputo resistere alle sirene della integrazione e della alienazione. I guru, i santoni, coloro che forti della loro saggezza e della loro autentica sapienza, ben diversa dalla bassa ed asservita cultura degli altri, illuminano la via che conduce alla perfezione. I Grillo, i Gino Strada, i Noam Chomsky, i Soros: intrepidi campioni del mondialismo, della accoglienza generalizzata, del misticismo ecologico questi vecchi sono da amare e seguire, con filiale venerazione.
Gli altri no. Gli altri sono solo vecchi, legami viventi con la tradizione, persone la cui stessa esistenza dimostra che il corso storico ha la sua continuità, che il nuovo è sempre legato al vecchio, il futuro al presente ed il presente al passato.
Sono insopportabili questi vecchiacci! Il vecchio Grillo vorrebbe toglier loro il diritto di voto. Con la loro misera, breve prospettiva di vita questi ruderi non hanno una qualsiasi visione di ampio respiro, pensano solo ai pochi anni che potranno ancora vivere, fregandosene di chi nel mondo vivrà ancora a lungo. Idiozia massima questa, che forse vale per Grillo e per alcuni come lui, non per la stragrande maggioranza dei vecchi. Perché nessuno come loro tiene al futuro, non il proprio, quello dei loro figli e nipoti. Proprio perché ha poco da vivere il vecchio pensa al mondo in cui vivranno gli altri, i giovani che ama e a cui si sente vicino.
E Grillo non è solo, ovviamente. In occasione della epidemia di covid 19 in tanti hanno cercato di rassicurare il popolo bue raccontando che non c'era troppo da preoccuparsi perché le vittime dell'epidemia erano “anziani con patologi pregresse”. Un settantenne diabetico può crepare, chi se ne frega? Una pseudo scrittrice è giunta a dire,commentando le misure restrittive messe in atto per fronteggiare l'epidemia, che stiamo sacrificando cultura, socialità ed economia alla salvaguardia degli over 75. La vita di una persona di 76 anni non vale una cena in pizzeria! Qualcuno dimentica che
TUTTI, prima o poi, diventiamo vecchi. 

I vecchi sono davvero solo un peso? 
Finora si è dato per scontato che i vecchi gravino, tutti e sempre, su chi vecchio non è, siano in qualche modo assimilabili ai bambini, con la fondamentale differenza che i bambini sono belli ed i vecchi no. Come i bambini i vecchi sono improduttivi e così come i genitori hanno il dovere di mantenere i figli questi hanno il dovere di mantenere i genitori quando non sono più in grado di accudire a se stessi. Tutto questo non trasforma nessuno in un inutile parassita: è il ciclo della vita che impone a tutti, a turno, diritti e doveri.
C'è una parte di verità in tutto questo, ma solo una parte.
La maggioranza dei vecchi in realtà non è mantenuta da nessuno ma si mantiene da sola e, se ha di certo bisogno di cure, si prende cura a sua volta di chi vecchio ancora non è. Ben lungi dal rappresentare un “inutile peso” in molti paesi occidentali la gran parte dei vecchi ha un fondamentale ruolo di stabilizzazione sociale. Vecchi genitori aiutano i figli, quando questi non riescono a trovar lavoro, cosa abbastanza frequente, purtroppo. Danno loro una mano nell'acquisto della prima casa, accudiscono i nipotini supplendo alle carenze dello stato sociale. Altro che “inutile peso”! Se in Italia, dall'oggi al domani, tutti i vecchi sparissero il bilancio dell'INPS di certo migliorerebbe, ma moltissimi giovani si troverebbero di fronte a problemi economici drammatici.

Andiamo oltre queste considerazioni puramente economiche e chiediamoci: è proprio vero che invecchiare significhi,
sempre e comunque, perdere o veder compromesse in maniera gravissima, le proprie capacità più specificamente, nobilmente, umane?
Che la vecchiaia significhi declino è scontato. Ma quanto è rapido questo declino? Quali parti di noi investe? Riguarda in egual misura il corpo e la mente? Soprattutto, è sempre vero che nel declino, anche mentale, l'uomo non sia capace di incredibile grandezza creativa? Detto ancora più provocatoriamente: è vero che gli ultimi anni di vita delle persone siano solo periodi di declino, uno spegnersi privo di sprazzi di luce? Basta fare la domanda giusta per avere la risposta. E la risposta è
NO.

Michelangelo Buonarotti morì a 89 anni. Fino a pochi giorni dalla morte lavorò alla “pietà Rondanini”, una delle sue opere più belle, forse
la più bella.
Ludwig Van Beethoven morì a 57 anni, per l'epoca si era quasi vecchi ad una simile età. Compose la nona sinfonia tre anni prima di morire. Lavorò sin quasi alla vigilia della morte ai suoi ultimi quartetti.
Immanuel Kant morì a 80 anni. Scrisse la “
critica del giudizio” a 66 anni, lavorò sin quasi alla morte agli scritti poi chiamati “opus postumum”.
Galileo Galilei morì a 78 anni. Scrisse i “
discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze”, forse la sua opera più importante dal punto di vista strettamente scientifico, nel 1638, quattro anni prima di morire.
Si potrebbe continuare ma credo possa bastare. Il periodo della vecchiaia a volte coincide con quello di massima creatività, di espansione massima di doti specificamente umane, in tutti i campi.
Se è vero che la vecchiaia è declino è falso che sia
solo declino. Spesso è declino ma anche creatività. Non è sempre così, ovviamente, ma la parte finale dell'umana esistenza può essere il periodo intellettualmente più ricco che un essere umano attraversa. Certo, poi c'è il gran salto nel nulla, nell'inesprimibile che tutto cancella. Ma questa è la condizione umana, triste, dura e che ci riguarda tutti. Inesorabilmente.

Tutti moriamo e tutti invecchiamo, tranne chi muore giovane. Il declino, il progressivo assottigliarsi delle aspettative future è componente basilare, ontologica, del nostro essere. Certamente la morte di un giovane è più tragica di quella di un vecchio. Il dolore dei genitori per la morte di un figlio è molto più intenso di quello dei figli per la morte dei genitori. Nel primo caso si tratta della distruzione del senso stesso della propria esistenza, nel secondo della dolorosa ma ineluttabile conclusione di un ciclo. Ma, appunto, di conclusione dolorosa si tratta. Un evento la cui naturalezza dimostra solo fino a che punto la natura sia intrisa di dolore, contenga un insopprimibile momento di tragicità. La inevitabilità della morte non riduce quindi di un grammo il valore della vita di chi alla morte è più vicino, non da a nessuno il diritto di classificare le vite, di considerarne alcune “leggere come piume” ed altre “pesanti come montagne”, per usare la cinica espressione diMao Tze Tung.
Un buon padre ottantenne, ed ancora di più una madre, in casi estremi sono disposti anche a morire per i propri figli, ma questa è una scelta
loro, che non dà ad alcun burocrate, ad alcun politico, ad alcun filosofastro il diritto di discettare sul valore di qualsiasi vita o di considerare “poco pericolosa” una epidemia solo perché colpisce in maggioranza persone “anziane” se non francamente vecchie.
Ognuno di noi ha il diritto di vivere
tutta la propria vita, dal primo all'ultimo giorno. Chi non capisce questo non capisce il senso profondo dei valori portanti della nostra civiltà.

mercoledì 29 gennaio 2020

CONSIDERAZIONI SULLO SCETTISCISMO

Tutti, ma proprio tutti, gli esseri umani danno per scontate alcune cose. Il mondo esisteva prima che io nascessi, e continuerà ad esistere anche dopo che io sarò morto. Esistono fuori di me oggetti che hanno una loro relativa consistenza, e che continuano ad esistere anche quando non li osservo. Il mondo è retto da leggi che gli conferiscono una certa regolarità in base alle quali possiamo fare previsioni sul futuro. Ci sono altri esseri umani oltre me ed altre menti oltre la mia. Constatare un fatto è cosa diversa dall'interpretarlo. Potremmo continuare.
Nessuno, dicevo, dubita realmente di cose simili. Soprattutto, nessuno ne dubita a livello pratico. Nella vita di tutti i giorni nessuno si sogna neppure di pensare che le pareti di casa sua esistano solo quando le vede o le tocca (a proposito, esistono nella stessa maniera quando le si vede ma non le si tocca e viceversa?). E nessuno pensa seriamente che la bistecca nel suo piatto esista solo quando ne gusta il sapore, o che sua moglie esista quando conversa con lui e si dilegui quando la conversazione termina. Vivendo siamo tutti realisti, questo è assodato. Ma vita e teoria non coincidono e, approfondendo, o credendo di approfondire, le cose il dubbio conquista una sua plausibilità. In fondo nella vita si danno per scontate tante cose che proprio scontate non sono, o si credono di conoscere cose che in realtà non si conoscono affatto. “Cosa è il tempo?” si chiedeva Agostino di Ippona, “se non ci penso son sicuro di saperlo, se ci penso non lo so più”. Si potrebbero fare considerazioni simili per tante altre cose: lo spazio, il movimento, la luce, la vita, il pensiero. Il dubbio non è sinonimo di follia, a volte ha una funzione positiva, come efficace antidoto del dogmatismo. Ma un dubbio generalizzato, invasivo, prepotente ha esiti nichilisti, distruttivi ed auto distruttivi. E diventa, a volte, esso stesso, dogma. E dogma distruttivo diventa assai spesso quel parente stretto del dubbio che potremmo chiamare “costruttivismo”, la pretesa cioè che la realtà non esista indipendentemente da “noi” (quel noi è fonte di enormi problemi, per questo lo ho virgolettato) e che tutto si riduca a “nostra” (idem come sopra) interpretazione.
Proprio perché non è follia e neppure, solo, volontà di stupire, o vagheggiamento sofistico, il dubbio va preso sul serio. Ogni discorso sul realismo non ne può prescindere. Vediamo di affrontarne, e cercare di criticarne, i principali argomenti.

Il soggettivismo scettico

Vedo un albero in giardino”. “C'è un gatto sulla sedia”. “Ti raggiungo in auto”.
Nella vita di tutti i giorni diciamo spesso cose di questo genere, e ne comprendiamo benissimo il significato. Se dico al mio amico Carlo che domani lo raggiungerò in auto, do per scontato che esistano fuori di me una persona di nome “Carlo” ed un oggetto che chiamiamo “auto”. A dire il vero do per scontate anche molte altre cose, ma per ora possiamo evitare di occuparcene.

Esistono quindi sia Carlo che l'auto che mi permetterà di raggiungerlo. Ma, obbietta lo scettico, questa esistenza ci è davvero data in maniera indubitabile? La sua risposta è netta: no, non ci è data.
Tu dici di vedere un albero in giardino”, afferma lo scettico, “ma cosa vedi realmente? Vedi forse l'albero come è in se? No, tu vedi l'albero come ti appare. Meglio, vedi la tua sensazione dell'albero. Non vedi l'albero ma una certa immagine riflessa sulla retina del tuo occhio, connessa ad una certa attività del tuo cervello e dei tuoi nervi. Questo e solo questo tu vedi, non l'albero. La “realtà” altro non è che l'insieme delle nostre sensazioni”. Qualcuno cambia il termine “sensazioni” con “rappresentazioni” o “impressioni” ma la sostanza della cosa resta immutata. Il mondo reale fuori di noi non esiste, esistono solo le apparenze del mondo in noi.
Il discorso, per quanto anti intuitivo sembra molto profondo ed in effetti ha affascinato molte teste pensanti. Si basa però su alcuni equivoci che ne riducono di molto la forza. Proviamo ad esaminarli.
“Tu non vedi l'albero
in se”, afferma lo scettico, “lo vedi solo come ti appare”. Questa distinzione fra l'albero in se e l'albero come appare, il fenomeno dell'albero, è un po' il punto di partenza di tutte le argomentazioni del soggettivismo scettico. Ma, cosa si intende di preciso quando si afferma che noi non vediamo le cose come sono in se stesse ma solo i loro fenomeni, le cose come ci appaiono?
Che io non veda nel mio giardino l'albero in se è, a veder bene le cose, una ovvietà. Se sono miope, presbite o daltonico, o porto occhiali scuri vedrò l'albero diversamente da chi non è né miope, né presbite né daltonico, né porta occhiali scuri. Indipendentemente da occhiali o difetti della vista io vedo sempre l'albero da un certo punto di vista, e basta questo ad impedire che lo possa vedere come è in se. Per vedere l'albero come è in se dovrei vederlo scisso da ogni mia facoltà conoscitiva e da ogni mio punto di vista. Dovrei gettare sull'albero uno sguardo che non viene da nessun luogo e non dipende da alcun occhio. Dio, forse, vede in questo modo l'albero, noi no di certo. Una facoltà simile è preclusa agli esseri umani.

Se chi nega che noi uomini possiamo conoscere le cose come sono in se stesse intende dire che non siamo Dio non si può che concordare con lui. Il punto controverso però non è questo. Il vero problema è: ciò che noi conosciamo a partire dalle nostre facoltà e dai nostri punti di vista, è qualcosa che esiste indipendentemente da noi, dalle nostre facoltà e dai nostri punti di vista o no? Se vedo l'albero da una certa angolazione ed indossando un paio di occhiali scuri, lo vedrò diversamente da Tizio che lo osserva da una diversa angolazione e senza occhiali; ma questo riduce l'albero alle sensazioni che io e Tizio ne abbiamo? Se io e Tizio ci scambiamo i punti di osservazione ed io do a lui gli occhiali che portavo, succederà o no che io veda (più o meno) l'albero come lui prima lo vedeva e viceversa? Basta porre la domanda giusta per avere la risposta.

La affermazione secondo cui noi non conosciamo mai le cose in se stesse, se intesa in maniera debole è del tutto condivisibile: noi possiamo conoscere sempre meglio le cose esaminandole a partire da numerosi punti di vista e utilizzando diversi strumenti conoscitivi.
Intesa in maniera forte però questa affermazione porta ad insuperabili difficoltà ed aporie.
“Tu non vedi l'albero”, dice lo scettico, “vedi solo la sensazione dell'albero”. Ma in questo caso ha senso continuare a parlare
dell'albero? Se l'albero corrisponde alla mia sensazione dell'albero, quanti alberi ci sono? L'albero che io vedo è diverso da quello che vede Tizio e questo è diverso da quelli che vedono Caio e Sempronio. Non solo, l'albero che io vedo ora è altra cosa da quello che vedevo un attimo fa ed altra cosa ancora da quello che vedrò fra un attimo. La sensazione è qualcosa che vale solo per chi la esperisce nel momento in cui la esperisce. Si riducano le cose a sensazioni, o impressioni, o rappresentazioni in noi ed il mondo si frantuma in una miriade multicolore di stati soggettivi su cui non è possibile fondare alcuna esperienza condivisibile né alcun discorso sensato.
Né questa è l'unica difficoltà in cui incorre il soggettivista scettico. Il mondo è solo sensazione o rappresentazione nel soggetto, afferma questi, ma il soggetto stesso è dato attraverso le rappresentazioni e le sensazioni. Chi ci ricorda che noi non vediamo l'albero ma la l'immagine dell'albero nella nostra retina dimentica, molto semplicemente, che la stessa retina ci è data da impressioni e sensazioni. Se non esiste nulla di esterno al soggetto
il primo a non esistere è proprio il soggetto che si vede continuamente come “esterno” a se stesso. Con gli occhi vedo le mie mani, con la mano destra tocco quella sinistra, e col piede sinistro mi gratto il polpaccio della gamba destra. Ha un qualche senso dire che il mio polpaccio destro esiste solo come sensazione nel mio piede sinistro e viceversa? Né io conosco il mio corpo solo percependone una parte tramite un'altra. Io mi conosco come soggetto corporeo anche, per fare solo un esempio, guardandomi allo specchio. Ma se lo specchio è solo sensazione in me cosa sono i miei occhi che vedo riflessi nello specchio? I miei occhi, come lo specchio, esistono solo... come immagine nei miei occhi e così via, in rimando infinito che ricorda quel tale che sognava di sognare, di sognare, di sognare...
Considerazioni analoghe si possono fare riguardo ad un altro dei punti chiave del soggettivismo scettico. Questi esalta, come si è visto, l'importanza del punto di vista da cui il soggetto osserva il mondo e fa di questo un'arma per contestarne l'oggettività. Una montagna vista dalla vetta è ben diversa dalla stessa montagna vista da valle, si dice. Ed è perfettamente vero, ma non trasforma la montagna in una impressione soggettiva; non lo può fare perché anche valle e cima sono qualcosa di oggettivo, come la montagna. Render questa una impressione soggettiva solo perché la si può osservare solo da un certo punto di vista degrada ad “impressione soggettiva” lo stesso punto di vista. Il punto di vista non esiste, dovrebbe dire il soggettivista scettico, perché lo si può definire tale solo a partire da un altro punto di vista, e così via, all'infinito. Se le cose stanno così che valore potrà mai avere la affermazione secondo cui tutto dipende dal punto di vista?

Il rimando all'infinito è un po' una caratteristica distintiva del soggettivismo scettico. Esaminiamo di nuovo la affermazione secondo cui noi non vediamo l'albero ma la nostra sensazione dell'albero. Cosa significa una cosa simile? Io non vedo, dovrebbe dire un soggettivista scettico coerente, la “sensazione in se” ma la mia
sensazione della sensazione. Dire che vedo l'immagine dell'albero impressa sulla mia retina significa usare un modo di esprimersi realista: l'immagine dell'albero che io vedo sulla mia retina è esterna a “me” vedente esattamente quanto l'albero. Se ha ragione il soggettivista scettico, per vederla ho bisogno di un'altra immagine, impressa in un'altra retina e così via, all'infinito.
Qualcuno potrebbe cercare di aggirare al difficoltà sostituendo l’enunciato: “vedo la mia sensazione dell’albero”, che innesca con tutta evidenza un rimando all’infinito con l’altro: “io ho la mia sensazione dell’albero”: Ma la sostituzione di una parola con l’altra non risolve di solito alcun problema e di certo non lo risolve in questo vaso.
Il verbo
avere rimanda ad altro da noi esattamente come il verbo vedere o sentire. Io ho una casa, un abito, un’automobile, un debito o un credito. Case, abiti e debiti sono qualcosa di diverso da me, con cui instauro un rapporto da soggetto ad oggetto, lo stesso che instauro col gatto quando dico: “vedo un gatto sulla poltrona”. Inoltre, cosa significa di preciso avere, ad esempio, la sensazione di un albero, come si manifesta questo “avere”? Si manifesta nel vedere, toccare, sentire l’albero, si torna al punto di partenza.
E non basta: dicendo “ho la sensazione di un albero” io esprimo una consapevolezza, ma, ancora una volta, mi trovo di fronte ad una oggettività: ho una consapevolezza, qualcosa di diverso da me, per lo meno, dal me pensante, ora alla consapevolezza. Ma il soggettivismo scettico rifiuta una tale oggettività: tutte è dentro la mente, tutto è autocoscienza. Avere una consapevolezza diventa avere consapevolezza di una consapevolezza, e così via, di nuovo, all’infinito.
Si può sfuggire dal regresso all’infinito in un solo modo: riducendo tutto a sensazione, sensazione molto strana però, sensazione priva del soggetto senziente. Se sono “io” a vedere, sentire, udire, avere il rimando all’oggetto è inevitabile e questo porta alla sensazione di sensazione, percezione di percezione, consapevolezza di consapevolezza. Ma si elimini il soggetto e tutto sembra quadrare. Restano le sensazioni, nude, incontaminate, oggettive. Però in questo modo le sensazioni cessano di essere tali: diventano sensazioni non “sentite” da nessuno. Il soggettivismo scettico si trasforma in assoluto oggettivismo. E’ la situazione di cui parla Wittgenstein nel tractatus quando dice che una sola cosa non si incontra mai nel mondo: il soggetto senziente, un po’ come nel campo visivo non si vede mai l’occhio che vede. E ciò che è visto è l’oggetto nella sua assoluta oggettività, l’oggetto in se.

Il filosofo americano Jhon Searle
recide di netto il groviglio di contraddizioni in cui si avvolge il soggettivismo scettico. In “vedere le cose come sonoSearle contesta radicalmente, definendola “il cattivo argomento” la concezione secondo cui noi vediamo, o percepiamo, o abbiamo esperienza non delle cose ma delle nostre immagini delle cose. Termini come “vedere”, percepire” o “esperire” rimandano immediatamente a qualcosa che è oggetto della visione, della percezione o dell'esperienza. Non si vede la visione, esattamente come non si percepisce la percezione né si ha esperienza dell'esperienza. Io vedo, sento, percepisco il mondo nella mia esperienza, ma non ho esperienza della esperienza del vedere e del percepire. Non vediamo le nostre immagini mentali del mondo ma il mondo tramite le nostre immagini mentali. Vedo l'albero, non la mia sensazione dell'albero.
Aristotele ha anticipato il filosofo americano dicendo che non si può avere “sensazione della sensazione”.
Qualcuno però potrebbe trovare tutto questo difficilmente comprensibile. Cosa vuol dire, esattamente, “vedere il mondo tramite una immagine mentale”? E come la mettiamo con le allucinazioni, immagini mentali cui nulla corrisponde nella realtà?
Un esempio può, forse, chiarire la questione. Immaginiamo una macchina fotografica non digitale che fotografa il mondo impressionando una pellicola. Possiamo paragonare il fotografare impressionando una pellicola al vedere impressionando la retina. La macchina fotografica non fotografa la pellicola, fotografa il mondo impressionando la pellicola, esattamente come l'occhio non vede la retina ma il mondo tramite questa. In entrambi il caso il rapporto è
col mondo tramite un qualcosa (la retina, la pellicola), non è un rapporto con questo “qualcosa”. Dire che noi non vediamo il mondo ma la “nostra rappresentazione del mondo” è come dire che la macchina fotografica fotografa la pellicola o che l'occhio vede la retina, un evidente non senso.
Immaginiamo ora che sulla pellicola della nostra macchina fotografica ci sia una macchia nera. Nella foto che scatteremo, ad esempio del mare, comparirà una macchia nera che nella realtà non esiste. Un difetto della macchina fotografica fa si che il mondo venga fotografato come in realtà
non è. Anche in questo caso tuttavia il rapporto è sempre macchina fotografica – mondo, non macchina fotografica - pellicola. Considerazioni del tutto analoghe possono essere fatte sostituendo alla macchina fotografica la retina o, meglio ancora, il soggetto vedente. Una alterazione del soggetto vedente, ad esempio, un certo impulso neurologico, fa si che egli non veda il mondo tramite una immagine mentale. Nel caso della allucinazione in realtà il soggetto vedente non vede nulla, meno che mai vede l'immagine sulla retina o l'impulso neurologico, ha solo una immagine mentale cui nulla corrisponde nel mondo.
Noi vediamo il mondo tramite immagini mentali, non le nostre immagini mentali del mondo. Da questo ovviamente
non deriva che alle immagini corrisponda sempre qualcosa di reale. Non sempre noi vediamo ciò che realmente esiste, il che non vuol dire che nulla esiste al di fuori dalla visione. Trasformare la possibilità di allucinazioni in un argomento contro il realismo empirico è del tutto scorretto. Basta considerare, per convincersene, al fatto che il concetto stesso di allucinazione è logicamente collegato a quello di realtà. Posso dire che X è una allucinazione proprio perché sono in grado di distinguere X dal mondo, la allucinazione dalla realtà. Dire che il mondo reale non esiste e tutto è allucinazione è come dire che tutte le banconote sono false. Una sciocchezza perché ha senso parlare di banconote false solo se esistono banconote “buone”

Il soggettivista scettico può opporre a tutte queste argomentazioni un discorso più o meno di questo tipo: ”Quando si parla di sensazioni o impressioni soggettive non ci si riferisce al soggetto corporeo. Questo fa parte del mondo esterno esattamente come le sedie e gli alberi. Ci si riferisce al soggetto mentale, ad un sostrato immateriale in cui le sensazioni si imprimono”.
Con un simile discorso il soggettivista scettico sfugge alcune difficoltà solo per imbattersi in altre, ancora più gravi.
Inizialmente il soggettivista scettico ammonisce tutti ad attenersi ai dati dell'esperienza sensibile. Non sono consentiti passaggi dalle sensazioni agli oggetti, dai fenomeni alle cose in se. Poi, posto di fronte alle contraddizioni in cui si trova invischiato, fa ricorso ad una entità del tutto estranea ad ogni tipo di esperienza sensibile: il soggetto mentale, o immateriale, astuti giri di parole per non pronunciare una parola: “
anima” che sa troppo di vecchia metafisica. Eppure proprio di questa si tratta. Le sensazioni sono impresse nell'anima e non ci rimandano a nulla che non sia impresso nell'anima. Prima mi si vieta di passare dall'immagine dell'albero impressa nella mia retina all'albero che sorge nel giardino di casa mia. Poi, con noncuranza assoluta, si passa dalla retina all'anima. Si tratta però di un passaggio, questo si, del tutto infondato e privo di riferimenti empirici. In ogni momento della mia vita ho coscienza dell'unità della mia esperienza, ho coscienza cioè del fatto che tutte le esperienze che vivo sono mie e che mi riconosco come me stesso appunto vivendole, ma non ho mai l'esperienza di questa unità, cioè del sostrato immateriale, unitario, inesteso, di impressioni e sensazioni. Questo non mi è mai dato in alcuna esperienza, non può quindi essere usato da chi prescrive a tutti di attenersi in maniera rigorosissima ai dati dell'esperienza sensibile.

L'argomento del sogno


Il filosofo cinese Lao Tze un giorno di primavera si addormentò sotto ad un albero e sognò di essere una farfalla. Quando si svegliò si chiese: era Lao Tze a sognare di essere una farfalla o la farfalla a sognare di essere Lao Tze?
L'argomento del sogno è da sempre uno dei preferiti dai filosofi scettici. Lo usa anche Cartesio nelle “
meditazioni metafisiche”, apportandovi sapienti variazioni. Una è quella del genietto cattivo, l'antipatico personaggio che ci inganna costantemente facendoci credere che esista intorno a noi un mondo oggettivo di cose stabili, mentre nulla di tutto questo esiste. In tempi più recenti sogno e genietto sono stati resi più tecnologici. Invece del sogno si parla di realtà virtuale, di elettrodi piantati nel cervello che ci fanno credere che stiamo vivendo una vita che in realtà è solo una illusione. Il film “Matrix” è una reinterpretazione del sogno di Lao Tze o del genietto di Cartesio. Tutto ciò che ci circonda è illusione, non siamo uomini ma programmi informatici, e non viviamo nel mondo ma in un software.
Sono tutti argomenti piuttosto affascinanti, è difficile negarlo. Quando sogniamo siamo convinti che le esperienze che stiamo vivendo siano perfettamente reali. Come possiamo allora distinguere realmente il sogno dalla veglia? E stabilire che le esperienze che viviamo nella seconda siano reali mentre quelle del primo siano semplice “illusione”?

L'argomento del sogno, malgrado il suo fascino, si basa per intero su equivoci. Innanzitutto noi siamo perfettamente in grado di distinguere il sogno dalla veglia: se questo non fosse vero le stesse parole ”veglia” e “sogno” sarebbero prive di senso. Gli eventi che viviamo da svegli hanno una coerenza, una regolarità ed una prevedibilità che i sogni sono ben lungi dal possedere. Si potrebbe obiettare: “e se così non fosse? Se l'esperienza del sogno avesse la stessa nitidezza e la stessa regolarità di quella della veglia? Un po' come nel film “Matrix”, dove la vita “finta” dei protagonisti non si differenzia quanto a realismo da quella “vera”? Se così fosse non avrebbe senso parlare di sogno e veglia. Io sarei Tizio per un certo numero di ore e Caio per il restante numero. Non ci sarebbero sogno e realtà ma
due realtà, del tutto scisse fra loro. Una simile situazione dissolverebbe il sogno, non la realtà.
Se l'argomento del sogno si limitasse a sostenere che noi non siamo in grado di distinguere il sogno dalla veglia sarebbe stato da subito confutato in maniera definitiva. Ed infatti tale argomento è più complesso e profondo. Tutta la nostra vita potrebbe essere un sogno, dicono i suoi sostenitori,
TUTTA, compreso l'atto di svegliarci e di riaddormentarci e di discutere sul sonno, la veglia e la loro differenza. Esposto in questi termini l'argomento diventa ipso facto inconfutabile, ma, come molte argomentazioni inconfutabili, si fonda su un equivoco. Ammettiamolo pure, tutta la nostra vita potrebbe essere, anzi, è un sogno, ed allora? L'essere sogno riduce la vita ad illusione se il sogno è in qualche modo diverso dalla vita, la realtà dall'illusione. Ma se tutto è sogno questa distinzione scompare: è sogno anche la differenza fra sogno e realtà, è illusione anche la diversità fra realtà ed illusione. Se la realtà è sogno il sogno è realtà, nulla cambia, tutto rimane esattamente come prima. Sostenere che tutta la vita è un sogno è come affermare che tutte le banconote sono false, una evidente assurdità perché il concetto di “banconota falsa” ha un senso solo se accanto alle banconote false ne circolano altre, vere.
La trasformazione della realtà in sogno, o in illusione, o in realtà virtuale, o in inganno del genietto maligno di Cartesio o di uno scienziato pazzo che ci ha infilato degli elettrodi nel cervello, la trasformazione della realtà in sogno, dicevo, non fa altro che riproporre, in maniera emotivamente coinvolgente, una vecchia illusione essenzialista. Quale è la vera essenza del mondo? Il suo fondamento ontologico ultimo? Spesso gli uomini si sono posti una simile domanda, che non a caso attende ancora risposta. Lo scettico che trasforma la realtà in un sogno la da, questa risposta: il fondamento ultimo di tutto il reale è un uomo che dorme. Un uomo molto strano, non identificabile con nessuno degli esseri umani empirici che incontriamo nella vita di tutti i giorni, questi fanno parte del sogno; un uomo molto strano che dorme un sonno molto strano, un sonno di cui nessuno ha esperienza, e che fa sogni molto strani, sogni che nessuno riesce mai ad identificare come tali, e che è scorretto, a ben vedere le cose, definire sogni perché lo stesso significato del termine “sogno” è... un sogno. E' impossibile, ovviamente, confutare una simile tesi: nessuno potrà mai provare che l'uomo che sogna non esiste, per il semplice motivo che anche questa prova sarebbe parte del suo sogno, ma... ha una qualche importanza confutarla?

Trasformare la realtà in sogno lascia le cose esattamente come stanno. Ma un sostenitore di questa trasformazione potrebbe obiettare che non è proprio così. “Se la realtà è sogno”, potrebbe dire, “si tratta di un
mio sogno. Io dormo e sogno, quindi gli oggetti e le persone che vedo in sogno non sono reali, esistono solo in me che sto dormendo, e questa è una differenza importante fra la presunta “vera” realtà e la realtà trasformata in sogno. Non è quindi privo di importanza non riuscire a confutare la tesi che eguaglia sogno e realtà”.
Molto interessante, ma, ancora una volta, tutto si basa su un equivoco. La realtà tutta è, si dice, un
mio sogno, sono io che la sto sognando. Ma... che valore hanno quell”'io” e quel “mio”?
Poniamo che stanotte io abbia sognato di essere un generale che guida il suo esercito alla battaglia, parla coi suoi ufficiali ed incita la truppa. Come posso dire che sono
io ad avere avuto questo sogno, che si tratta di un sogno mio?
Posso dirlo semplicemente perché dispongo di criteri che mi permettono di distinguere i miei stati di veglia da quelli di sonno. Ricordo di essermi messo a letto ieri sera e di essermi svegliato stamattina, e ricordo di aver sognato di essere un generale che incitava i suoi soldati. Quando dico che il sogno era “
MIO” non mi riferisco al generale che parla ai soldati, ma alla persona che si è coricata, addormentata e risvegliata. E' quella persona che dice: “il sogno era mio”. Ma se il sogno è onnicomprensivo, se riguarda tutta la vita, che senso ha parlare di un mio sogno? Mio di chi? Di me che dormo, mi risveglio e parlo dei miei sogni? No, tutto questo è sogno, come il generale e gli ufficiali. Se il sogno riguarda tutto non posso dire: “IO ho sognato” per il semplicissimo motivo che anche IO sono parte del sogno.
Si possono fare analoghe considerazioni riguardo alle cose che ho sognato e che sarebbero solo interne a me, prive di autonoma realtà. Io ho sognato stanotte di essere un generale che parlava con i suoi ufficiali, incitava la truppa ed esaminava i cannoni. Ufficiali, truppa e cannoni non esistono realmente, esistono solo in me che le sogno, si può dire. Tutto vero, ma, a quale “
me” ci si riferisce? Al “me” generale che parla, incita, esamina? No ovviamente, sono interne al me dormiente, alla persona che ieri sera si è addormentata e stamattina si è svegliata. Per far diventare irreali ufficiali, soldati e cannoni occorre passare da un livello di realtà ad un altro, dal sogno al risveglio. E' questo passaggio che fa diventare irreali non solo gli ufficiali, i soldati ed i cannoni, ma anche il generale che io sarei stato. Fin che si resta nel sogno ufficiali, soldati e cannoni sono reali come il generale. E così siamo di nuovo al punto di prima: un sogno onnicomprensivo impedisce precisamente quel passaggio ad un livello di realtà che ci permette di giudicare irreali, presenti solo in me dormiente, le figure del sogno. Se tutto è sogno non ha senso alcuno giudicare esistente solo in me dormiente ciò che si sogna. Non lo ha perché il “me dormiente” è precisamente ciò che non appare mai, è il non sogno. Ma il non sogno non può esistere in una realtà integralmente trasformata in sogno.

L'argomento del sogno, e con lui i suoi equivalenti classici o tecnologici: il genietto, il cervello nella vasca, la realtà virtuale, si scontrano tutti nella medesima difficoltà: riducendo tutto ad illusione cancellano ogni differenza fra illusione e realtà. Ripristinano in questo modo, e per intero, quella realtà che intendevano cancellare. Il vecchio Lao tze si chiedeva: “è Lao Tze a sognare di essere una farfalla o è la farfalla a sognare di essere Lao Tze?”. Se intendeva riferirsi ai sogni di cui noi abbiamo esperienza, e che sappiamo essere distinti dalla veglia, il vecchio taoista conosceva, probabilmente, la risposta: è Lao Tze a sognare di essere una farfalla. Se invece si riferiva ad un sogno che coincide con la totalità della vita allora la sua stessa domanda risultava essere priva di senso: tutto è sogno, anche Lao Tze che sogna di essere farfalla e la farfalla che sogna di essere Lao tze. E' probabile che anche questa risposta non sfuggisse ad una mente acuta come quella del grande filosofo cinese.