domenica 13 ottobre 2013

IL PRINCIPIO DI REALTA', E I SUOI NEMICI



Si chiama “principio di realtà”, e dice una cosa molto semplice. Gli esseri umani sono limitati. Non possiamo fare ciò che più ci aggrada, o sperare che ogni nostro desiderio possa essere esaudito. Perché non possiamo farlo? Per il motivo semplicissimo che esiste qualcosa che è altro da noi e che condiziona, pesantemente, il nostro agire. Questo “qualcosa” che ci condiziona e ci limita è la realtà.
Il principio di realtà non ci dice cosa sia la realtà. La realtà è il mondo empirico  che esiste indipendentemente dal soggetto? Un insieme di fenomeni coordinati in base a principi a priori universalmente validi? L'insieme delle nostre percezioni? Un universo di pure essenze ideali posto al di là dei limiti dell'esperienza sensibile? Il principio di realtà non ci aiuta a risolvere tale profonde questioni filosofiche. Però ci ricorda che, qualsiasi cosa sia la realtà, questa non è da noi malleabile all'infinito; ci condiziona e ci limita. Dobbiamo tenerne conto, anche se non ci piace.
Il principio di realtà è eminentemente economico: ci spinge a a valutare, a calcolare le conseguenze delle nostre azioni, i loro costi ed i loro benefici, immediati e futuri. E' il principio della maturità degli esseri umani, quanto meno, della loro età adulta. I bambini sono mossi, lo ricorda Freud, dal principio del piacere, mirano al soddisfacimento immediato dei loro desideri slegato da ogni valutazione prospettica, da ogni comparazione fra costi e benefici; sono bambini, come potrebbero comportarsi diversamente?
Il principio di realtà in fondo coincide con la accettazione del dato. Esiste qualcosa di dato, che ci condiziona e ci impedisce di agire come vogliamo. Meglio, il dato non ci impedisce di agire come vogliamo, semplicemente fa si che le conseguenze delle nostre azioni che lo ignorano siano ben diverse da quelle che noi crediamo, e vorremmo, che fossero. Io posso credere di poter volare, e posso gettarmi dalla finestra. Però non volo, precipito a terra. La corposa realtà del dato rivela l'infantilismo insito in certi modi di pensare e di agire, e ci fa toccare con mano le loro conseguenze.

Il principio di realtà ha numerosi nemici. Uno è il relativismo scettico, filosofia estremamente di moda ai nostri giorni.
Il relativismo scettico distrugge la realtà, moltiplicandola a dismisura. Ogni soggetto ha la sua realtà, il mondo diventa malleabile all'infinito, si adatta a tutte le esigenze, aderisce a tutti i punti di vista. La mia realtà è diversa dalla tua, se io vedo il mondo così, il mondo è davvero così, per me. Siamo di fronte ad un pluralismo ontologico che può benissimo trasformarsi in sinistro, ed altrettanto ontologico, totalitarismo. Perché, se non esistono il mondo reale e la verità, qualsiasi verità può cercare di imporsi alle altre; se tutti i punti di vista sono validi è più che mai valido il punto di vista che riesce ad imporsi con la forza. Dissolta la realtà viene a mancare qualsiasi remora, qualsiasi limite alle pretese di chiunque. Il nichilismo ed il totalitarismo, ben lungi dall'eludersi, si richiamano a vicenda.
Ed infatti, per vie diverse, l'olismo totalizzante arriva agli stessi risultati del relativismo scettico. L'olismo di stampo marxiano ed hegeliano distrugge il principio di realtà perché pretende di fare entrare la realtà, con tutta la sua ricca, imprevedibile varietà, nel letto di Procuste di uno schema dialettico prestabilito. Esattamente come gli utopisti più radicali, gli olisti di stampo marxiano pretendono di imporre al reale il loro ideale. Solo, dichiarano che il loro ideale altro non è che la manifestazione dell'essenza “vera” del mondo, la realtà autentica da contrapporre alla misera, “alienata”, realtà con cui, giorno dopo giorno, noi comuni mortali abbiamo a che fare. E chi stabilisce quale sia questa più profonda, più “reale” realtà? Semplice, coloro nel cui pensiero e nella cui azione questa più profonda "realtà" si manifesta. I grandi uomini, gli "individui cosmico storici" nel cui pensiero parla "l'assoluto" o si rivela "l'autocoscienza della storia". Tutto ciò che fanno questi individui eccezionali diventa giusto perché la loro azione non fa che realizzare ciò che potenzialmente già esiste e chiede solo si attualizzarsi. Quando un individuo “cosmico storico” decide, per fare solo piccoli esempi, la eliminazione dei Kulaki, o lo sterminio degli ebrei, in lui e per suo tramite parla “la storia”. I grandi leader hanno sempre ragione perché le loro decisioni esplicitano ciò che il mondo è e deve essere. E se il mondo, quello vero, si oppone, resiste ad un simile delirio di onnipotenza? Si stabilisce che si tratta di un mondo “non autentico”, “alienato”, non reale. L'olismo totalitario dichiara “irreale” la realtà ed entra in guerra con lei, cerca di farla a pezzi. Ci riesce in effetti. Non certo ad eliminare la realtà, o a realizzare i suoi sogni allucinati; riesce a fare a pezzi, letteralmente, una parte della realtà: esseri umani, a milioni.

Lo scetticismo classico si basava su elaborazioni filosofiche quanto mai sottili e raffinate. Marx è stato un pensatore profondo ed in possesso di una cultura filosofica, e non solo, di prim'ordine. I più recenti nemici del principio di realtà non possono vantare basi teoriche altrettanto solide.
Ai contestatori del '68 non interessava molto basare l'attacco al reale su una analisi dello stesso che pretendesse di avere basi “scientifiche”, né dissolvere teoreticamente il mondo usando la lama affilata della ragione scettica. Per i contestatori sessantottini ad essere fondamentale non è la ragione teorica ma la volontà rivoluzionaria, la scelta di lottare contro la falsa oggettività dei “fatti”. La realtà è un nemico che ci soffoca con la sua pretesa oggettività. Ma non bisogna arrendersi alla oggettività del reale perché questa “oggettività” altro non è che una mistificazione del neocapitalismo. La natura che la scienza studia ed interpreta, ed inquadra in rigorose formule matematiche non è qualcosa di davvero oggettivo, è espressione alienata di un sistema che tutto reifica, tutto riduce a pura quantità e valore di scambio. Esattamente come oggettivizza e mercifica l'uomo, il sistema capitalistico reifica il mondo, trasforma la multicolore varietà della natura in un sistema di rigide formule matematiche, impone a tutto e a tutti una fredda, impersonale oggettività che è l'altra faccia della oggettività puramente quantitativa della produzione finalizzata al profitto.
La scienza degrada nelle analisi dei sessantottini a mera ideologia, strumento del “potere borghese”, il reale perde la sua oggettività extrasociale. La negazione del principio di realtà è, come si vede, totale: la realtà molto semplicemente non esiste, è un prodotto del “sistema”, e prodotto del “sistema” sono anche i desideri, le aspirazioni, gli impulsi e le pulsioni degli esseri umani. Qualsiasi “sistema” però nasce per far fronte ad oggettive esigenze umane, e si conserva solo finché riesce, in qualche modo, a soddisfarle; se queste esigenze sono un parto del “sistema” la nascita e il perpetuarsi di questo diventano un insolubile enigma. Il “sistema diventa una misteriosa divinità, qualcosa che si autogenera e si autoconserva in vita, una sorta di “causa sui” socio economica. Inspiegabile, come ogni ente che è causa di se stesso.

Uno dei maestri del '68: Herbert Marcuse individua nella lotta contro il lavoro, meglio, nel rifiuto del lavoro un momento centrale della lotta contro la falsa oggettività che il “sistema” ci impone. Nel lavoro l'uomo è schiavo del reale, accetta le sue leggi, si sottomette alle sue regole. In effetti Marcuse non ha torto: chi lavora deve rispettare il principio di realtà. Il lavoro è quella attività che più di ogni altra modifica la realtà, ma per modificarla deve tenerne conto, conoscere le sue leggi e rispettarle. Un simile atteggiamento è una resa, per Marcuse, una resa al sistema ed alla sua oggettività alienata ed alienante. “Lavorando” afferma Marcuse in cultura e società, “il lavoratore è presso la cosa, sia che stia dietro una macchina o che progetti piani tecnici o che prenda delle misure organizzative (…). Nel suo fare si lascia guidare dalla cosa, si assoggetta ed ubbidisce alle sue leggi (…). In ogni caso non è presso di se, non lascia accadere la propria esistenza, al contrario, si pone al servizio dell'altro da se, è presso l'altro da se” (1)
Assoggettarsi al lavoro significa alienarsi, uscire di se e diventar schiavi dell'altro da se: il sistema in forma di oggettività alienata. Al lavoro si deve, afferma Marcuse, contrapporre il gioco: “Il gioco sopprime i limiti del possibile, questo contenuto e regolarità “oggettivi” degli oggetti per mettere al loro posto una regolarità diversa, creata dall'uomo stesso, a cui chi gioca si lega liberamente per volontà propria. (…) Sicché l'”oggettività” degli oggetti e la materialità del mondo oggettivo, che nel lavoro impongono agli uomini le loro leggi, vengono quasi abrogate nel gioco (interessante quel “quasi” ndB) e l'uomo una volta tanto fa degli oggetti quel che gli pare, si pone al di sopra di essi, è, tra gli oggetti, libero da essi (…). Un singolo lancio di palla da parte di un giocatore rappresenta un trionfo della libertà umana sull'oggettività che è infinitamente maggiore della conquista più strepitosa del lavoro tecnico” (2)
Nel gioco siamo liberi, ci poniamo sopra gli oggetti e sconfiggiamo la alienata oggettività del mondo. Nessuno ha forse negato con altrettanto rigore e radicalità il principio di realtà. Un bel calcio ad un pallone è più importante delle più strepitose conquiste del lavoro, più importante di case e scuole, aerei ed ospedali, libri stampati ed interventi chirurgici. Interessante, però... chi ha costruito il pallone? Questo Marcuse non ce lo dice. Non a caso...

Ai giorni nostri il principio di realtà ha un nuovo, implacabile nemico: il politicamente corretto. Non è possibile darne qui una definizione minimamente esaustiva; si tratta di una mistura eclettica di spezzoni di pensiero dalle più diverse provenienze. Nel politicamente corretto si mischiano l'olismo totalitario ed il relativismo nichilista, l'utopismo della contestazione globale e il radicalismo ecologico, il femminismo radicale ed il terzomondismo filo islamico, il tutto condito con qualche concetto liberale malamente digerito ed una spruzzatina di economia di mercato. Sintetizzando al massimo il politicamente corretto teorizza un mondo da cui sia scomparsa ogni asprezza, ogni fattore di crisi e di lotta. Un mondo senza conflitti, in cui tutti i rapporti fra gli esseri umani, e fra le culture e le civiltà, ed anche i rapporti dell'uomo con la natura non umana si basino su un “vogliamoci bene” generalizzato. Un mondo in cui non esistano gerarchie di valori, in cui tutti si sia diversi ma non diseguali ed in cui i rapporti fra diversi siano sempre qualcosa che arricchisce tutti. Insomma, un mondo mondato dalla sofferenza e dal dolore, in cui la malattia sia solo una umana "convenzione", le disabilità diventino “diverse abilità”, i vecchi si trasformino in “anziani”e la stessa morte sia solo un sereno trapasso, privo di ogni dimensione drammatica.
L'imperativo etico ci dice che ogni essere umano, ha, in quanto tale, un valore infinito, una dignità che tutti siamo obbligati a rispettare. Ma da questo non deriva che tutti gli esseri umani seguano allo stesso modo questo imperativo, né che tutti siano uguali quanto ad intelligenza, abilità, capacità creative. Ancora meno segue che tutte le civiltà e le culture abbiano dato contributi equivalenti allo sviluppo del genere umano, o che la dignità che si riconosce alle persone possa essere estesa alla natura non umana. Cercare di obbedire all'imperativo etico non rende ciechi di fronte alla dimensione del dolore e della sofferenza ben presenti nel mondo.

Bastano le poche considerazioni che si sono fatte per comprendere fino a che punto il politicamente corretto e si contrapponga al principio di realtà. In effetti, se si analizza ciò che i fautori del politicamente corretto dicono, fanno o propongono ci si rende subito conto che questi non tengono in alcuna considerazione il reale. Le loro proposte potranno anche sembrare attraenti, potranno piacere ad alcuni, ma non sono mai accompagnate da una analisi della realtà, dall'esame impietoso delle sue caratteristiche autentiche. Per comprendere fino a che punto il politicamente corretto sia distante dal principio di realtà basta esaminare il modo in cui affronta un problema oggi fondamentale: quello della immigrazione clandestina.
Cosa dicono su questo tema scottante gli angioletti del politicamente corretto? Molto semplicemente ci prospettano un mondo meraviglioso. L'Italia e l'Europa occidentale sono quotidianamente prese d'assalto da masse crescenti di persone che fuggono da paesi in cui la vita diventa ogni giorno più difficile. Non possiamo respingere questi poveretti, affermano i politicamente corretti, abbiamo il dovere morale di aiutarli. Aiutarli come? Semplicissimo, accogliendoli da noi, accogliendone molti, moltissimi, praticamente tutti. Insomma, se Tizio è povero io ho il dovere non di cercare di dargli una mano, di indirizzarlo da chi forse può insegnarli a fare un lavoro produttivo, in prospettiva può assumerlo. No, ho il dovere di farlo vivere con me, a casa mia. Più che rigorismo etico questo sembra una giustificazione del parassitismo, ma continuiamo. Accogliere tutti non è solo eticamente doveroso, è anche possibile, addirittura vantaggioso. E' possibile inserire tutti gli immigrati nella nostra società, dar loro un buon lavoro e questo in prospettiva è un vantaggio per tutti. Gli immigrati (migranti nel gergo politicamente corretto) sono portatori di valori, concezioni del mondo e della vita, e dei rapporti fra gli esseri umani diversi dai nostri ma questo, ben lungi dall'essere un fatto negativo, è qualcosa di estremamente positivo. La diversità è un valore, è possibile convivere amabilmente con chi ha valori diversi dai nostri, ed è anche possibile predisporre tutti gli strumenti, affinché i “diversi” possano, anche qui da noi, orientare la loro vita in base ai propri valori. Si studi nelle scuole la storia e la cultura islamica, si costruiscano nuove moschee, si garantisca che alcuni usi e costumi che a noi non piacciono ma che sono molto diffusi fra i nostri fratelli mussulmani possono, anche da noi, essere esercitati legalmente, si eviti in ogni modo di offendere chi abbiamo accolto ed il gioco è fatto. Avremo una società multiculturale buona, variopinta e tollerante, il convivere con i diversi ci arricchirà, amplierà i nostri orizzonti culturali, ci renderà migliori.
Non ci vuole molto per comprendere come questo mieloso quadretto faccia letteralmente a pugni con la realtà. Economie in crisi come quelle dell'Europa occidentale e, a maggior ragione dell'Italia, non sono in grado di garantire posti di lavoro decenti a masse sempre più numerose di immigrati, tra l'altro molto spesso privi di qualsiasi qualificazione professionale, i nuovi venuti vanno in larga misura ad ingrandire l'esercito del lavoro irregolare e sottopagato, spesso controllato dalla malavita. Il flusso di masse crescenti di disperati cambia il volto delle nostre città, crea aree di di degrado sempre più ampie, autentiche terre di nessuno in cui prospera la delinquenza. Il riconoscimento di diritti collettivi che certe etnie, i mussulmani soprattutto, per niente disposte ad integrarsi, chiedono a gran voce, ben lungi dal favorire il dialogo, la reciproca comprensione e l'integrazione, divide la società in tanti gruppi non comunicanti fra loro, ognuno con i suoi usi e costumi, le sue gerarchie, le sue leggi. La società si disgrega lungo linee etniche e culturali, cessa di essere unita intorno ad alcuni valori fondamentali per diventare un aggregato informe di culture etniche. Tutto questo provoca reazioni xenofobe se non addirittura razziste cui le autorità cercano di far fronte con misure di patetica inefficacia (ne è un esempio la proibizione di cori razzisti negli stadi). La società riscopre odi e tensioni razziali che si credeva appartenessero al passato e che paesi come l'Italia non hanno mai conosciuto.
Chi rifiuta il principio di realtà compie azioni che hanno conseguenze del tutto diverse, quando non opposte rispetto alle intenzioni di partenza. Gli angioletti del politicamente corretto vogliono le porte aperte per avere una società multicolore, prospera, tollerante, culturalmente aperta. Tutti noi invece ci troviamo a vivere in società più povere, disgregate, violente, insicure, prive di vero confronto e scambio interculturale, scosse da rinnovate tensioni etniche e razziali. Che il quadro che ho telegraficamente cercato di delineare non sia affatto irrealistico lo può constatare chiunque. Non occorre fare grandi analisi sociologiche o approfondite dissertazioni filosofiche. Basta passeggiare in certi quartieri delle nostre città, ascoltare cosa dice la gente sull'autobus o in metropolitana. Da una parte sta il mondo del politicamente corretto, propagandato in maniera goebbelsiana da tutti i media, dall'altra il mondo reale. In mezzo gli “argomenti” dei politicamente corretti che tutto sono in realtà meno che argomenti. Si tratta infatti di un insieme di slogan e di banalità con le quali si cerca, molto semplicemente di esorcizzare il mondo. “Costruiamo ponti e non muri”, “occorre dialogare, confrontarsi” “la diversità è un valore”, “abbiamo il dovere di aiutarli” strillano continuamente gli angioletti. Sarebbe facile risponder loro che i muri sono utili quanto se non più dei ponti, e che la diversità non sempre è un valore, che il confronto fra culture può esserci solo a condizione che tutte le culture conservino la propria identità, e che aiutare non può significare accogliere tutti. Sarebbe facile ma anche inutile. Gli argomenti di chi accetta il principio di realtà sono bellamente ignorati da chi lo rifiuta.

Accettare il principio di realtà non vuol dire accettare la realtà così com'è, significa non ignorarla, non cercare di stravolgerla, di rovesciarla. Chi vuole davvero apportare cambiamenti positivi al mondo accetta il principio di realtà, perché rispettare le leggi che regolano il mondo è il presupposto indispensabile di ogni sua modifica. Soprattutto, chi accetta il principio di realtà non è un radicale. Non nel senso che non chieda, a volte, riforme profonde dell'ordinamento sociale. Non è radicale nel senso che sa che chi vuole riformare il mondo ne fa parte e che quindi ogni riforma, per quanto importante, parte sempre dal mondo ed ha bisogno, per attuarsi, che il mondo, e nel mondo l'economia, la società, le istituzioni continuino a funzionare.
Il radicale che nega il principio di realtà si trova nella condizione di Archimede che cerca fuori dal mondo un punto d'appoggio per poterlo sollevare. E visto che non può trovarlo, questo punto d'appoggio, fa ricorso a misteriose leggi dello sviluppo storico, ferree leggi dialettiche che impongono alla realtà un corso predeterminato che si concluderebbe, non si sa bene perché, con il suo totale rovesciamento. E quando anche la fiducia in tali, potentissime e misteriose, leggi viene meno, fa appello alla volontà, alla determinazione di non accettare la “dittatura dei fatti”, oppone il gioco al lavoro, l'abbandonarsi sensuale al piacere al duro fare i conti col reale. Ed è di nuovo sconfitto, ovviamente, perché anche il piacere fa parte del reale ed è da questo condizionato, perché il rifiuto del lavoro, il gioioso “lancio della palla” ha come presupposto il lavoro. E quando anche il gioioso richiamo al gioco evidenzia tutta la sua pochezza, il volontarista radicale che rifiuta il principio di realtà si rifugia nella banalità dei luoghi comuni politicamente corretti. E oppone al reale vaghe e zuccherose formulette, slogan banali che devono tutta la loro forza solo al fatto di essere ripetuti infinite volte, e fatti propri da menti troppo deboli per riuscire a pensare.
Ma mai, in nessun caso, il radicale raggiunge i propri obiettivi. Ciò non vuol dire che la sua azione non abbia conseguenze, al contrario. Ne ha, e di pesantissime. Non trasforma il mondo in un paradiso ma riesce spesso a trasformarlo in un inferno, non rovescia la realtà ma la deturpa, non elimina il dolore dal mondo, ma riesce a moltiplicarlo, di molte, moltissime volte.
L'utopia dei radicali che rifiutano il principio di realtà si trasforma spesso e volentieri in allucinante distopia. Per questo va combattuta, senza se e senza ma. Senza farsi affascinare dal vano luccichio di cui le teorie radicali sono sempre ammantate, dalla loro bellezza, dalle speranze, dalle emozioni che suscitano. Bisogna guardare alle loro conseguenze, reali, verificabili, che si possono toccare con mano. I lager, i gulag, il degrado sociale ed economico, la violenza generalizzata, il peso tragico di innumerevoli vite spezzate. Queste, sempre, le conseguenze della negazione del principio di realtà. Solo di questo occorre tenere conto, tutto il resto è ideologia, vana ideologia.







Note.
1) Citato in “Giuseppe Bedeschi: La scuola di Francoforte. Laterza 1987 pag, 87 88.
2) Ibidem pag. 88 89










sabato 5 ottobre 2013

VERITA' E LIBERTA'



Innanzitutto una premessa. Non mi dilungherò ad esaminare le distinzioni, pure importantissime, sui vari tipi di libertà (autonomia, mancanza di costrizione) né affronterò il problema di “cosa sia realmente” la libertà, né se l'uomo sia “davvero” libero. Davvero possiamo fare delle scelte? O le scelte che crediamo di fare in realtà non sono tali ma solo effetti di una serie di cause che determinano tutte le nostre azioni ed i nostri pensieri? Siamo esseri liberi o robot? Tutto in noi è determinato da una serie di reazioni chimiche, o dai condizionamenti sociali, o da pulsioni inconsce? La nostra libertà è insomma una realtà o una illusione? Non siamo in grado di dirlo, però ci sentiamo liberi ed agiamo, e pensiamo e parliamo come se lo fossimo. Non solo, se davvero fossimo dei robot o un insieme di reazioni chimiche, o di condizionamenti sociali molto se non tutto il nostro linguaggio perderebbe il suo senso e con questo diverrebbero insensate moltissime nostre azioni, comprese alcune fra le più banali. “Non so se uscire stasera”; “si è comportato bene, merita un premio”; “che mascalzone, spero sia punito”; “a mio parere tu sbagli”; “ho deciso di mettermi a dieta”. Si elimini la libertà e tutte queste frasi perdono il loro senso. Meriti, premi e punizioni, scelte ed esitazioni non significano nulla se la libertà non esiste, e non significa nulla nemmeno il dibattito razionale, gli sforzi che possiamo fare per convincere qualcuno che sta sbagliando: ha senso dire che Tizio sbaglia se il suo discorso è, come il mio, solo la risultante di un insieme di impulsi chimici? Se la libertà non esiste il termine libertà non ha senso ma allora non hanno senso neppure i termini “schiavitù” o “costrizione”: è' assurdo affermare che si tiene in schiavitù o si costringe a qualcosa un robot. Insomma, la libertà, in se indimostrabile, va presupposta se vogliamo che non solo i nostri concetti e le nostre azioni morali abbiano un senso ma che abbia un senso gran parte della nostra vita. Quindi diamo per scontato che la libertà esista, non sappiamo cosa potremmo dire e fare altrimenti. E cerchiamo di esaminare il rapporto fra questa libertà e la verità.

La non corrispondenza, di cui si è già parlato, fra la realtà e ciò che gli uomini pensano della realtà chiarifica anche il rapporto fra verità e libertà. Molti liberali hanno guardato e guardano con un certo sospetto alla nozione di verità perché temono che la verità possa essere imposta agli esseri umani. Tizio dice X, Caio invece afferma Y. Ora, se Tizio dice la verità può, in forza della verità che possiede, imporre a Caio le sue convinzioni. La verità dà un grande potere a chi è in grado di raggiungerla e questo potere diventa o può diventare un'arma formidabile contro la libertà. Per salvare la libertà ci si rifugia allora nello scetticismo, o nel relativismo. I più moderati affermano che l'uomo non può mai neppure avvicinarsi ad alcuna verità. Altri estremizzano queste concezioni e negano che esista qualcosa che possa definirsi verità, altri ancora affermano che esistono molte verità e che tutte hanno pari dignità. La verità diventa prima del tutto inavvicinabile, poi si moltiplica all'infinito, infine viene distrutta. Distrutta la verità, la libertà può così trionfare, messe sullo stesso piano tutte le opinioni non ci sarà più prevaricazione alcuna.
Ma, stanno davvero così le cose? Davvero il nichilismo scettico è l'unico baluardo per la libertà? E' proprio vero che solo considerando tutte egualmente vere le più svariate opinioni sia possibile evitare che chi è, o crede di essere, in possesso della verità possa opprimere i suoi simili?
Se la verità è corrispondenza fra pensiero ed essere esiste un inevitabile iato, una tensione fra essere e pensiero. La semplice affermazione di X non può mai, di per se, essere considerata vera a priori, almeno in linea di principio esiste sempre la possibilità che X sia falsa. A decidere della verità di X sarà quindi il confronto fra X e la realtà di cui X parla. Proprio perché non si identifica con l'opinione la verità può sempre essere diversa da ciò che gli uomini pensano sia vero. Tutto questo ha una conseguenza molto semplice: non si può imporre la verità. Non la si può imporre perché imponendola la si priva del suo elemento essenziale: il confronto fra pensiero e realtà, stati di cose e opinioni sugli stati di cose. Se io impongo armi alla mano a Tizio di credere che Roma sia la capitale d'Italia, l'imposizione non si basa sulla forza della verità ma su quella della pistola che tengo in pugno, con la stessa forza potrei imporgli di “credere” che la capitale d'Italia sia Parigi, le cose non cambierebbero di una virgola. Quando si usa la forza non si impone a qualcuno la verità, si impone la propria opinione sulla verità e si impedisce alla persona che subisce l'imposizione di poter verificare la correttezza di tale opinione. In questo processo il fatto che l'opinione imposta sia o meno vera è del tutto secondario. Un buon insegnante non impone la verità ai suoi allievi, fornisce loro le nozioni e gli strumenti per avvicinarsi, anche loro, al vero. Se poi, alla fine dell'anno, boccia alcuni di loro non lo fa per obbligarli ad accettare una verità che rifiutano, ma perché non sono stati in grado di far proprie quelle conoscenze e quegli strumenti di verifica e discussione razionale necessari ad apprendere. Uno studente che conoscesse benissimo la fisica newtoniana, ma dicesse: "a mio parere Newton sbaglia", e argomentasse le sue obiezioni, di certo non sarebbe bocciato. Detto per inciso, questo studente avrebbe anche alcune ragioni dalla sua...
La verità può affermarsi solo nella discussione razionale e nella verifica sperimentale delle ipotesi, volerla imporre è una contraddizione in termini, anche se non è affatto sbagliato non concedere una laurea in medicina a chi neppure sa dove sia situato il cuore; impedendo ad un tipo simile di fare il medico non si cerca in realtà di imporgli nessuna verità, si vuole semplicemente impedirgli di far danno.

Possiamo ora chiederci: è vera l'ipotesi contraria? Cioè, è vero che il rifiuto della verità garantisca la libertà? Che considerare tutte egualmente vere le varie opinioni costituisca un solido baluardo contro le prevaricazioni che qualcuno, in nome della verità, potrebbe mettere in atto contro la libertà?
Se esiste una realtà indipendente dalle opinioni degli esseri umani esiste anche, per così dire, un giudice che discrimina le opinioni vere da quelle false, ed esiste un criterio di verità valido per tutti e a di cui tutti debbono sottomettersi. Per il solo fatto di esistere la realtà limita le pretese degli esseri umani, li obbliga a verificare le proprie opinioni, ricorda loro che il pensare una cosa non significa automaticamente essere nel vero. Tutto questo continua a valere se la verità viene a coincidere con l'opinione, più o meno maggioritaria, o con la convenzione? Se la verità coincide con l'opinione, o con la convenzione, ogni opinione ed ogni convenzione possono pretendere di essere vere, come sarà allora possibile stabilire quale opinione o quale convenzione seguire? I casi sono due: o gli esseri umani vivono nel reciproco disinteresse seguendo ognuno la propria opinione o le convenzioni cui desiderano aderire, senza curarsi di quelle degli altri, oppure ognuno può cercare di imporre agli altri la propria opinione o la convenzione cui ha aderito. Se il solo fatto di pensare X rende vero X, perché mai non dovrei importelo? Se manca un criterio di verità vincolante per tutti perché non dovrei cercare di importi la mia verità? Essa è vera come le altre, quindi ha come le altre diritto ad affermarsi. E su cosa basare questo diritto se non esiste un criterio universalmente valido, un rapporto col reale che sia vincolante per tutti e permetta di distinguere il vero dal falso? Ogni opinione ed ogni convenzione devono basarsi sulla tolleranza, si potrebbe dire, non devono cercare di imporsi con la violenza, ma, con quale diritto possiamo chiedere una cosa simile, una volta che si sia rifiutato il concetto stesso di verità? Che si debba essere tolleranti, che la violenza debba essere evitata è in fondo una opinione come tutte le altre, è vera come l'opinione di chi afferma che il più forte ha diritto ad imporre con la forza il suo punto di vista. Eliminata la realtà si eliminano anche, a maggior ragione, gli imperativi morali universalmente validi, eguagliate tutte le opinioni viene a mancare qualsiasi criterio che renda possibile la scelta, più o meno provvisoria della opinione migliore. Si elimini la verità e vengono a mancare il confronto razionale, la verifica sperimentale delle ipotesi, l'analisi logica dei concetti, il richiamo a valori universalmente vincolanti. A regolare i rapporti fra gli esseri umani restano solo l'indifferenza o, assai più spesso, la violenza.

In “1984” Orwell mette molto bene in relazione il rapporto fra il rifiuto della verità ed il totalitarismo. Nel romanzo di Orwell il partito che detiene un potere assoluto sugli esseri umani considera suo principale nemico la verità. L'esistenza di un mondo reale, e di una verità intesa come adeguatezza fra questo mondo e ciò che su di esso pensano gli esseri umani, limita le pretese del partito, rende meno pervasiva la sua onnipotenza. Quindi questa verità oggettiva, vincolante per gli uomini, viene negata, esplicitamente. “Tu pensi” afferma O' Brien, l'inquisitore, rivolto al protagonista del romanzo “che la realtà sia qualcosa di oggettivo, di esterno, qualcosa che abbia una esistenza autonoma. Credi anche che la natura della realtà sia di per se stessa evidente. (…) presumi che tutti gli altri vedano quello che vedi tu. Ma io ti dico, Winston, che la realtà non è qualcosa di esterno, la realtà esiste solo nella mente, in nessun altro luogo. Non nella mente individuale, che è soggetta ad errore (…) ma in quella del partito che è collettiva e immortale. La verità è solo quello che il partito ritene vero” (1).
Winston, il protagonista del romanzo ritiene che esista un mondo reale e che la verità sia data dalla corrispondenza fra questo mondo e ciò che gli esseri umani ne pensano, pensa anche che esista una esperienza comunicabile, pensa che tutti vedano ciò che egli vede, pensa che esistano valori, leggi logiche e matematiche universalmente valide; all'inizio del romanzo afferma che libertà vuol dire poter affermare due più due fa quattro. Winston è insomma, senza saperlo, un aristotelico, forse anche, per certi aspetti, un kantiano. O' Brien, il sottile inquisitore, altissimo dirigente del partito al potere, la pensa ben diversamente. Non esiste alcuna realtà oggettiva, quindi non esiste alcuna verità intesa come corrispondenza fra essere e pensiero. E' vero ciò che è nella mente degli uomini, la verità coincide con l'opinione, o la convenzione. Perché allora, gli si potrebbe chiedere, deve essere vero ciò che è nella mente del partito e non in quella dei singoli esseri umani, nella mente collettiva ed imperitura del partito e non in quella di Winston? La risposta è semplicissima: Winston è prigioniero in una piccola cella senza finestre, legato ad un lettino e sta subendo crudeli torture. Winston crede che due più due faccia quattro ed è convinto che dire, urlare, che due più due fa quattro significhi affermare la propria libertà (che differenza fra Orwell e gli odierni teorici del pensiero debole!). O' Brien la pensa diversamente. Due più due “a volte” fa quattro ma “a volte fa cinque, a volte tre. A volte fa cinque, quattro e tre contemporaneamente”. (2) Winston non può che cedere, ovviamente. Alla fine si “convince” che due più due fa cinque. La macchina del dolore a cui è legato non gli lascia scampo.
“Tutta letteratura” si potrebbe dire. Beh, non proprio. Le grandi tirannidi totalitarie dello scorso secolo hanno, letteralmente, dichiarato guerra all'idea stessa di verità. I grandi dittatori totalitari hanno visto giustamente nella verità oggettiva un limite intollerabile ai loro deliri di onnipotenza. Per Hitler il popolo tedesco, graniticamente unito al suo “fhurer”, avrebbe potuto sconfiggere ogni nemico, quale che fosse la sua potenza; il Reich sarebbe durato millenni. Per Stalin era una bestemmia cercare di tener conto di un minimo di compatibilità economiche, ogni obiettivo produttivo, non importa quanto irrealistico, poteva essere raggiunto, bastava volerlo. Per Mao e Pol Pot la natura, umana e non umana, poteva essere rimodellata come cera per rendere il mondo e l'uomo degni del radioso avvenire che loro stavano costruendo. Altro che verità nemica della libertà! I grandi totalitarismi sono stati nemici sia della libertà che della verità. La distruzione della libertà umana è sempre, ovunque, stata accompagnata dalla menzogna eretta a sistema. La guerra totalitaria contro la libertà è stata, insieme, guerra contro la verità.

Il relativismo e lo scetticismo non costituiscono alcun baluardo per la libertà, al contrario sono stati usati molto spesso dai suoi nemici. Non esiste contrapposizione alcuna fra libertà e verità. La verità può essere avvicinata solo se esiste piena libertà di ricerca. L'immagine di una scienza fallibilista, sempre pronta e rimettere in discussione i propri risultati sarebbe priva di senso se si rifiutasse l'idea di una realtà autonoma dal pensiero e di una verità intesa come corrispondenza fra pensiero ed essere. Le varie teorie scientifiche possono essere falsificate dall'esperienza perché l'esperienza è altra cosa rispetto a queste teorie; l'approfondimento razionale, la pubblica verifica di teorie, ipotesi, congetture possono essere fatte solo se si accetta il concetto di verità. Si elimini il concetto di verità ed il libero dibattito diventa un girare a vuoto di discorsi insensati: su cosa dibattere se la verità non esiste?
Ma esiste un altro punto di contatto fra verità e libertà. Come la verità anche la libertà e figlia della umana limitatezza, ha un senso a noi accessibile solo nella dimensione del finito. Un essere assoluto è anche libero? Se per libero si intende che non deve subire altrui costrizioni la risposta non può che essere positiva, ovviamente: chi potrebbe costringere a qualcosa l'essere assoluto, Dio? Ma noi per “libero” intendiamo anche qualcosa di diverso: è libero chi fa delle scelte, chi decide di fare A e non B. Da questo punto di vista parlare della libertà nell'essere assoluto appare fuorviante. E' sensato parlare delle scelte di un essere che è tutta la realtà, ed è tutta la realtà nel suo massimo grado di perfezione? Non sembra. Io posso scegliere fra A e B che mi sono esterni, sono altro da me. Scelgo fra A e B perché scegliendo miglioro, o credo di migliorare, la mia situazione. Scelgo fra A e B perché non posso avere entrambi o non posso essere entrambi, o non posso fare entrambi, o non posso pensare entrambi. Insomma A e B si escludono a vicenda, anche se posso averli entrambi non lo posso nello stesso tempo o dallo stesso punto di vista. Tutto nella scelta si collega alla finitezza, alla limitazione. Scegliendo miglioro, o credo di migliorare, la mia situazione perché sono migliorabile, quindi finito, limitato. Quando scelgo A miglioro, ammettiamolo pure, la mia situazione ma se avessi avuto sia A che B la avrei migliorata in misura ancora maggiore: sono limitato quindi anche la migliore delle scelte mi lascia nell'imperfezione: ogni scelta, anche la scelta giusta, è una rinuncia.
Riferito ad un essere che racchiuda tutte le perfezioni tutto questo ci appare insensato. L'essere assoluto non deve migliorarsi perché è già il massimo della perfezione, non deve scegliere perché coincide con la totalità dell'essere, perché è assoluta unità priva di ogni molteplicità, perché ha fuori di se la dimensione del negativo. Quando si sceglie si fa una affermazione ed insieme una negazione: scelgo A e non B, ma se questo è per noi perfettamente sensato, appare incomprensibile se riferito ad un essere infinito, assoluto. L'assoluto, Dio, è al di sopra della libertà, esattamente come è al di sopra della verità. E' anche per questo che è al di sopra delle possibilità di comprensione dell'umana ragione.
Verità e libertà, almeno nel senso in cui noi in larga misura le intendiamo: verità come corrispondenza fra pensiero ed essere e libertà come possibilità di fare delle scelte, sono interne alla dimensione del finito. La libertà e la verità riferite all'assoluto hanno un senso che per noi resta misterioso. E non a caso, noi siamo esseri finiti.


Note

1) George Orwell: 1984. Mondadori 2007 pag. 256.
2) Ibidem pag. 258









giovedì 3 ottobre 2013

L'IMPRESCINDIBILITA' DELLA VERITA'



Il mondo in cui viviamo e che possiamo in qualche modo conoscere non può essere ridotto a sogno o illusione, resiste alla critica corrosiva dello scetticismo, non può essere considerato epifenomeno di una inconoscibile e misteriosa cosa in se. E non è neppure rappresentazione in “noi” perché noi stessi ne facciamo parte, e noi stessi saremmo rappresentazione (rappresentazione in chi, in una rappresentazione?) se tutto fosse rappresentazione. Il nostro mondo non è, forse, tutta la realtà ma è un livello della realtà. Livello secondario forse, forse di infima importanza, addirittura trascurabile per chi è riuscito ad aprire la porta che conduce alla contemplazione mistica dell'assoluto. Però è il mondo in cui noi viviamo, e questo, almeno per noi, ha una certa importanza.
E se questo mondo è reale, se quantomeno ha una sua realtà, allora è impossibile prescindere, nel nostro rapporto col mondo, dal concetto di verità.
La semplice affermazione dell'ignoranza o del dubbio non possono mai essere totali, pena la caduta nella auto contraddittorietà se non addirittura nel paradosso. E non basta escludere dal dubbio il fatto positivo del dubitare: anche solo per poter essere espresso il dubbio deve dare per scontate alcune altre verità che, anche loro, sono al riparo dalla sua azione corrosiva. Si elimini il linguaggio intersoggettivo, la costanza delle sue regole, dei significati dei suoi termini ed il dubbio diventa inesprimibile; si elimini il mondo o dal mondo un certo livello di regolarità spaziali e temporali e l'io che pensa e dubita letteralmente svanisce in una miriade multicolore di sensazioni sfuggenti. Il dubbio, e col dubbio l'ignoranza, il relativismo, ed ogni sorta di onesto riconoscimento della debolezza delle umane capacità cognitive, presuppongono alcune verità, e spesso analizzando le varie forme di scetticismo e di relativismo si scopre che queste verità sono molto più numerose di quanto si potrebbe pensare.
Si pensi al già accennato e notissimo argomento scettico secondo cui con la sensazione noi non vediamo le cose come sono in se stesse ma solo come i vari organi di senso ce le mostrano, quindi non sappiamo se davvero queste cose esistono indipendentemente da noi. Questa affermazione assume per vere molte più cose di quante lo scettico sarebbe probabilmente disposto ad ammettere: esistono organi di senso che permettono agli esseri umani di percepire le cose, il comportamento di questi organi di senso è più o meno simile in tutti gli esseri umani ed è più o meno uniforme nel corso del tempo. Senza fare queste ammissioni lo stesso argomento scettico sarebbe privo di ogni fondamento, però... però sono gli organi di senso che ci attestano l'esistenza di organi di senso e ci dicono quali sono le loro funzioni. Se il richiamo agli organi di senso vuole ricordarci che ciò che conosciamo ci è sempre dato nelle condizioni della nostra esperienza allora è del tutto condivisibile, se invece vuole svuotare di contenuti positivi la nostra conoscenza si avvolge in aporie inestricabili. L'io con la sua sensibilità ed i suoi organi di senso è dato nel sensibile, come il mondo, è parte del mondo. Il richiamo alla sensibilità se annulla il mondo annulla col mondo la stessa sensibilità.
Considerazioni molto simili possono essere fatte riguardo alla gran parte degli argomenti dei relativisti. In effetti si possono fare molte constatazioni di carattere empirico a sostegno della nota e rispettabile affermazione secondo cui l'uomo è la misura di tutte le cose. A Tizio lo zucchero appare dolce, ma a Caio, che è malato, lo stesso zucchero sembra amaro. Luisa non riesce a sollevare un certo peso che sembra leggerissimo a Mario, gli esempi potrebbero moltiplicarsi a dismisura. Però... però questi stessi esempi dimostrano che tutte le argomentazioni relativiste si basano su verità che relative non sono per niente. Lo zucchero appare dolce a Tizio ed amaro a Caio che è malato, è vero, però è vero che lo zucchero esiste ed è lo stesso per entrambi, se così non fosse non potremmo dire che appare a Tizio dolce e amaro a Caio: i due gusterebbero in realtà sostanze diverse. Ed ancora, è vero che Caio è malato, e che lo zucchero gli appare amaro, ed è vero che a coloro che hanno la malattia di Caio lo zucchero appare amaro mentre alla grande maggioranza degli esseri umani appare dolce.
Un certo oggetto viene sollevato senza fatica da Mario, mentre Luisa riesce appena a smuoverlo, ma, di nuovo, si può dire che gli sforzi di Mario e Luisa sono la misura del peso solo se entrambi sollevano lo stesso oggetto, se così non fosse la differenza di sforzo non sarebbe la misura del peso ma solo la conferma che i due pesi sono oggettivamente diversi. Ma che Mario e Luisa sollevino lo stesso peso, o che sollevino pesi diversi, può essere stabilito solo se esiste una unità di misura valida per entrambi. Insomma, la differenza nelle sensazioni fra gli esseri umani può essere colta e valorizzata solo su una base di unità. Si elimini l'esperienza comunicabile, si tolga dall'esperienza ogni regolarità spaziale e temporale e le innegabili differenze fra gli esseri umani neppure potrebbero essere riconosciute. Se davvero l'uomo fosse la misura di tutte le cose non ci sarebbero “cose”, e neppure, a ben pensarci, ci sarebbero “uomini”. Ognuno sarebbe solo e assolutamente se stesso e le “cose” sarebbero solo ed assolutamente le “sue” cose. Gli esseri umani si trasformerebbero in monadi incomunicabili e gli stessi termini “misura” o “scetticismo” o “relativismo” diventerebbero del tutto privi di senso.

Le considerazioni che abbiamo fatto sinora hanno una conseguenza estremamente semplice. Tutto ciò che possiamo fare, dire o pensare presuppone il concetto di verità. Se penso o dico X ritengo che X sia vero. Se so di mentire dicendo X, so che X è falso e questo presuppone che esista un criterio di verità che me lo fa ritenere falso. Se faccio X, so che è vero che sto facendo X, e se facendo X miro ad Y, penso sia vero che X sia adeguato a conseguire Y, ed ancora, penso sia vero che esistono nel mondo certi stati di cose che fanno si che facendo X si ottenga Y. Ovviamente posso sbagliare, ma lo stesso concetto di errore presuppone che una qualche verità esista. Si elimini il concetto di verità e su ogni cosa che pensiamo, diciamo o facciamo cade il non senso.
Quale che sia l'argomento che io sostengo lo presento come vero per il fatto solo di sostenerlo. Se dico: “il Cervino è un monte” mi trovo di fronte a tre casi: o ritengo vera questa mia affermazione e la sostengo mostrandone la coerenza interna e la corrispondenza con i fatti, oppure ritenga falsa la mia affermazione, mento sapendo di mentire, ma in questo modo ammetto implicitamente che esiste una verità diversa da quanto affermo, oppure ammetto di aver fatto la affermazione senza sapere se questa sia vera o no, ma anche in questo caso devo ammettere che esiste una verità che io non conosco: se la verità non esistesse anche la semplice affermazione di non conoscerla sarebbe insensata. Cosa significherebbe la proposizione “il Cervino è un monte” se la verità non esistesse? Se non esistesse nessuna differenza nel mondo nel caso che una simile proposizione fosse vera o falsa? Termini come “monte” e “Cervino” significherebbero ancora qualcosa? Non sto dicendo, dovrebbe essere chiaro, che solo le proposizioni riguardanti fatti empiricamente verificabili sono sensate, sto dicendo che se il concetto di verità non ha fondamento alcuno, allora qualsiasi tipo di proposizione perde il suo senso, sia essa “il Cervino è un monte” oppure: “due più due fa quattro” o : “Dio esiste”.

Il concetto di verità permea il nostro discorso, tutto il nostro discorso. Ogni cosa che diciamo acquista senso precisamente dal modo in cui si rapporta con la verità.
Una proposizione di senso comune si rapporta alla verità come a qualcosa di facilmente accertabile nella esperienza di tutti i giorni.
La verità di una teoria scientifica dipende dalla sua coerenza interna, dal rapporto con altre teorie considerate provvisoriamente vere, dalla rispondenza o meno coi dati sperimentali, dalla capacità di spiegare un numero il più ampio possibile di fenomeni. Si tratta di un rapporto con la verità diverso e più complesso di quello delle proposizioni di senso comune, ma è sempre un rapporto con la verità.
Una teoria metafisica può aspirare ad essere considerata “vera” in maniera ancora differente; in questo caso è di importanza fondamentale la sua coerenza, la capacità di dare risposte ragionevoli a quesiti fondamentali, non passibili di alcun tipo di verifica empirica; tutto questo fa si che la verità metafisica sia di tipo molto particolare, qualcosa a cui si può aspirare ma a cui non si può, probabilmente, mai pervenire, neppure provvisoriamente. Eppure in ogni teoria metafisica, in ogni sistema c'è, sempre, una insopprimibile, fondamentale, tensione al vero. E' questa tensione ad un vero mai compiutamente raggiungibile a conferire alle proposizioni della metafisica il loro senso proprio; lo stesso scetticismo in fondo intende affermare la sua verità, per questo è destinato a cadere nel paradosso.
Ha un decisivo rapporto con la verità la religione, un rapporto forte con una verità che è posta al di la di ogni dubbio e che, appunto per questo, si fonda sulla fede prima che sull'indagine razionale.
Hanno un fondamentale rapporto con la verità anche le opere della umana creatività, gli stessi parti della nostra fantasia. Un romanzo, una poesia, un'opera di fantasia possono definirsi tali appunto perché si situano, esplicitamente, al di fuori di ciò che è definibile come vero, e ne riconoscono in questo modo l'esistenza. Ma una grande opera della umana creatività ha anche un altro rapporto col vero: intende dirci, in maniera del tutto peculiare, qualcosa di vero sul senso profondo del nostro essere nel mondo. Personaggi come Amleto, o l'innominato, o Ivan Karamazov ci parlano di qualcosa che ha un rapporto profondo col vero. Le loro vicende ci mettono di fronte a quesiti fondamentali ai quali cerchiamo di dare risposte vere. E' impossibile dare tali risposte a simili quesiti? Anche se fosse, questo non svaluterebbe neppure di un grammo il valore di quella ricerca del vero.
Non esiste campo dell'umano sapere che possa quindi prescindere dalla verità. Il rapporto col vero è una delle principali fonti di senso di ogni tipo di discorso. Si metta fra parentesi la verità e tutto si sfalda, cade nel non senso, degrada nel nichilismo.

Ma c'è una ragione ancora più di fondo che rende impossibile a chiunque, qualsiasi cosa dica, di prescindere dalla verità. Si tratta della finitezza umana. La verità, il concetto stesso di verità, è legata alla umana finitezza. L'uomo aspira alla verità, si riferisce sempre, qualsiasi cosa dica o pensi o faccia, al vero precisamente perché è un essere limitato, finito. A prima vista una simile affermazione può apparire infondata. E' diventato quasi un luogo comune definire “dogmatico” e “assolutista” chi afferma che una certa cosa sia “vera”. Il concetto stesso di verità è stato accostato a pretese totalizzanti, spesso lo si è spacciato per il parto di menti intolleranti. Il franco riconoscimento dei limiti dell'uomo e della sua ragione sarebbero incompatibili con qualsiasi discorso sulla verità. Inoltre affermare la verità di X equivarrebbe a coartare la libertà di chi nega che X sia vero. Il nichilismo scettico o relativista sarebbero l'unico baluardo della libertà e della tolleranza, oltre che del realistico riconoscimento dei nostri limiti. Sarebbe fin troppo facile mostrare ai teorici del pensiero debole che con tanto vigore contestano la categoria della verità, che essi stessi in realtà la usano, questa categoria. Si è già parlato dei gorghi del paradosso e della auto contraddittorietà in cui sono inevitabilmente destinati a precipitare i contestatori del vero.

Il rapporto fra la finitezza umana e la verità è molto semplice L'uomo e la sua ragione sono solo parte, piccolissima parte, del mondo. L'uomo ha il mondo fuori di se, può osservare da molteplici punti di vista il mondo, ma non si identifica col mondo; è un soggetto diverso dall'oggetto, ha una ragione che cerca di organizzare e di comprendere dei dati che però, appunto, sono e rimangono dati, qualcosa che ha una propria irriducibile autonomia, distinto dalla ragione. Qualsiasi cosa faccia, dica, o pensi del mondo l'uomo deve tener conto della verità perché non si identifica col mondo. Se, con Aristotele e, forse, Tarsky, oltre che con altri filosofi e la quasi totalità del genere umano, riteniamo che la verità sia concordanza fra pensiero ed essere allora dobbiamo ammettere che ogni cosa noi si possa dire del mondo deve necessariamente essere vera o falsa. Una certa proposizione può essere vera, o falsa precisamente perché la proposizione è altra cosa rispetto al mondo di cui parla. E' la limitatezza della ragione umana a far si che questa debba sempre fare i conti con la verità. Il pensiero assoluto, la ragione che non ha nulla fuori di se, non sono, a stretto rigor di logica, veri. Se il pensiero si identifica con la totalità dell'essere non ha senso parlare di concordanza fra pensiero ed essere. L'assoluto è posto al disopra della verità. Dio non dice il vero, Dio è il vero, ed è il vero non nel senso che il suo pensiero è adeguato all'essere, è il vero nel senso che è l'essere. La proposizione “Dio è il vero” significa che Dio è, è assolutamente, necessariamente, prima ed oltre la verità. La verità, e la falsità, si hanno invece in una dimensione che non è quella dell'assoluto, nella dimensione del finito, della non identità fra essere e pensiero. La verità esiste dove esiste dualismo, differenza, limitazione. Dove c'è verità possono esserci anche falsità, errore, dove può esserci concordanza può parimenti esserci discordanza fra pensiero ed essere. Dove c'è la verità c'è insomma la finitezza. Dio, l'assoluto sono oltre la verità, dove può esistere la verità, e con la verità l'errore, c'è l'uomo.

Il concetto di verità è collegato a quello di realtà. L'uomo ed il suo pensiero non sono tutto, devono fare i conti con qualcosa che è relazionato con loro ma è da loro indipendente. Sono essenziali queste due caratteristiche: “relazionato con “ e “indipendente”. Il mondo non è qualcosa di totalmente altro rispetto all'uomo ed al pensiero, se così fosse sarebbe del tutto inconoscibile ed ogni discorso sulla verità, e sui limiti e le possibilità dell'umana ragione, sarebbero privi di ogni senso. Il mondo quindi è relazionato all'uomo che ne è parte, sia pure infinitesima. Ma il mondo ha anche una sua essenziale autonomia rispetto all'uomo, esiste indipendentemente da questo. Il mondo esisteva prima che comparisse l'uomo e continuerà ad esistere quando l'uomo non ci sarà più. Non è mia intenzione approfondire ora il problema del realismo filosofico. Cosa sia la realtà, cosa il pensiero, come possa il pensiero rapportarsi alla realtà sono problemi molto importanti da cui ora si intende prescindere. Quello che mi preme sottolineare è il legame fra realismo e verità. Si può, forse, accettare il concetto di verità senza abbracciare il realismo filosofico, ma non è possibile essere realisti e ritenere vuoto il concetto di verità, o ridurlo a coerenza, o convenzione, o opinione, magari maggioritaria. Se esiste una realtà con una sua autonomia dal pensiero ciò che si pensa della realtà sarà vero o falso e a decidere sarà il confronto fra pensiero e realtà: la proposizione “la neve è bianca” è vera se e solo se effettivamente la neve e bianca, qualsiasi cosa siano il bianco e la neve.
La verità non può essere assimilata alla coerenza logica. Se verità e coerenza logica coincidessero allora tutto ciò che non è contraddittorio sarebbe vero. Il sillogismo: “tutti gli uomini sono immortali, Socrate è un uomo quindi Socrate è immortale” è perfettamente coerente ma la prima premessa è evidentemente falsa ed è falsa anche la conclusione. “Le avventure di Pinocchio” non contiene incongruenze logiche ma questo non trasforma il burattino di legno un personaggio realmente vissuto. Inoltre fare della coerenza logica l'equivalente della verità porta dritti in un circolo vizioso, visto che nella logica contemporanea la coerenza si definisce tramite la verità. Una regola fondamentale della logica dice infatti che una deduzione è coerente quando non può mai darsi che da da premesse vere seguano conseguenze false.
E la verità non può neppure essere assimilata all'opinione maggioritaria o alla convenzione. In primo luogo chi assimila la verità alla convenzione, o all'opinione maggioritaria, si caccia in una situazione paradossale. Che sia vero che la verità è una convenzione, o una opinione maggioritaria, può essere stabilito solo da una ulteriore convenzione o essere oggetto di altra opinione maggioritaria, e così via, all'infinito. Valgono inoltre contro l'assimilazione della verità a convenzione o opinione alcune delle obiezioni che si sono fatte riguardo allo scetticismo. Convenzione ed opinione hanno delle precondizioni. Per poter stipulare una convenzione occorre che esistano degli esseri umani, che questi possano comprendersi fra loro, cioè che esista un comune linguaggio, occorre inoltre che questi esseri umani abbiano alcune caratteristiche comuni, ad esempio che siano almeno in minima parte socievoli: nessuna convenzione è possibile fra esseri che sentono l'impulso irresistibile di massacrarsi a vicenda. Considerazioni simili possono farsi riguardo alla opinione maggioritaria. Alcune verità precedono, devono precedere, ogni convenzione ed ogni opinione.
Ma, soprattutto, la verità non può essere assimilata all'opinione maggioritaria o dalla convenzione perché una delle caratteristiche della verità è di poter essere diversa da ciò che gli esseri umani credono sia vero. Se esiste una realtà autonoma dal pensiero questa realtà può divergere dall'opinione che su essa si fanno gli esseri umani; la stessa cosa può dirsi della convenzione. Gli esseri umani possono stipulare tutte le convenzioni che vogliono e stabilire ciò che credono su come sia la realtà, questo non cambia la realtà, non la adegua alle conclusioni degli uomini. Se venisse stipulata una convenzione che stabilisse che a partire dal primo gennaio 2025 gli uomini diventeranno immortali e se questa conclusione fosse ritenuta vera da masse sterminate di esseri umani, questo non renderebbe davvero immortali gli uomini. Se dopo il primo gennaio 2015 gli esseri umani continuassero a morire, come è avvenuto per millenni, la convenzione e la convinzione di massa sarebbe smentite dai fatti, inesorabilmente.

La categoria della verità è legata alla significanza del discorso: ogni discorso deve avere un rapporto con la verità e da questo dipende il suo poter dire qualcosa di sensato; è legata alla finitezza umana: possiamo dire il vero, o cercare di dirlo, o sperare di dirlo precisamente perché siamo finiti, perché possiamo dire il falso; infine la verità è legata all'esistenza di una realtà che non si identifica con l'uomo, che ha da questo una sua essenziale autonomia; questo legame è tanto forte che chi lo nega si avvicina pericolosamente al solipsismo.





venerdì 27 settembre 2013

LA SOCIETA' UNISEX



Facciamo un po' di chiarezza, così, alla buona.

Una cosa è avere il diritto di vivere come si vuole la propria sessualità, cosa del tutto diversa è considerare tutte socialmente di egual rilevanza le varie forme di sessualità. Tutte le forme di sessualità che non arrechino danno ad altri, che non siano basate sulla violenza e sulla prevaricazione e non abbiano carattere pedofilo, sono lecite. Ma non tutte le varie forme di sessualità sono socialmente sullo stesso piano. Si possono fare le stesse considerazioni per le varie forme di convivenza fra esseri umani, sia o non sia questa convivenza legata alla sessualità.

Tizio riesce a provare piacere sessuale solo masturbandosi; non lo si può certo considerare per questo un criminale. Tizio ha tutto il diritto di non sposarsi, di non avere rapporti sessuali con nessuno e di soddisfarsi solo con la masturbazione e le connesse fantasie erotiche.
Ma, è sensato dire che Tizio forma una famiglia di una sola persona? E' sensato estendere a Tizio eventuali misure prese a sostegno della famiglia? La sessualità di Tizio, libera, liberissima, ha, per il fatto di essere libera, la stessa rilevanza sociale di altre forme di sessualità, collegate alla riproduzione della specie? Basta porre correttamente la domanda per avere la risposta.

Caio vive con tre amici. Non esistono fra loro rapporti sessuali, sono “solo” buoni amici e vivono bene insieme. liberissimi di farlo, ovviamente. Ma, Caio e i suoi tre amici sono una “famiglia”? Possono adottare figli che avranno non due ma quattro genitori, tutti dello stesso sesso? Di nuovo, la risposta sembra piuttosto ovvia.

Sempronio è gay e vive con Paolo. libero farlo, ovviamente. Sempronio e Paolo vogliono soddisfare il loro “desiderio di paternità” e, che fanno? Sempronio fa iniettare il suo seme nell'utero di Laura, una volta che Laura avrà partorito consegnerà il bimbo a Paolo e Sempronio che diventeranno “genitori”. Considerazioni analoghe possono farsi per Maria che è gay e vive con Luisa. Maria si farà iniettare nell'utero il seme di Ubaldo e diventerà madre. Queste situazioni sono “normali”? Con tutta la buona volontà, e senza essere assolutamente un “bacchettone”, non credo.

La grande mistificazione che sta dietro al dibattito sulla “omofobia” è che si cerca di spacciarla come una difesa dei diritti e delle libertà. NON E' COSI'. Ciò che si cerca di far passare non è la difesa di certi diritti, che nessuno, o pochissimi, contestano. La verità è che si vuole imporre a tutti un certo modello di società, dei rapporti fra i sessi e più in generale fra le persone. Chi non è d'accordo con questo modello viene subito bollato come omofobo, additato al pubblico disprezzo come un intollerante, una persona che non rispetta gli altrui diritti, addirittura lo si vorrebbe perseguire legalmente. Questo è l'attentato ai diritti ed alle libertà che si cela dietro la campagne strumentali sulla “omofobia”.
E, quale sarebbe il modello di società che gli inquisitori politicamente corretti vorrebbero imporci? Lo si può definire in due parole: SOCIETA' UNISEX. Una società in cui la differenza sessuale non abbia più alcuna rilevanza ed in cui i rapporti fra gli esseri umani possano in toto prescindere da questa differenza. Non ci si limita a ribadire, cosa assolutamente giusta, che tutti gli esseri umani, maschi, femmine o gay che siano, hanno gli stessi diritti e la stessa dignità. No, si vuole stabilire che le particolarità sono prive di importanza, che, siccome siamo tutti persone, le differenze fra persone, e nessuna differenza è tanto basilare come quella sessuale, sono prive di rilevanza sociale.

Le donne partoriscono, hanno utero e mammelle; gran parte, se non tutte, le differenze fisiche e, probabilmente, anche psicologiche fra uomo e donna dipendono dal diverso ruolo che questi hanno nella riproduzione della specie. Tutte sciocchezze, sentenziano i Torquemada del politicamente corretto. Maschi e femmine sono interscambiabili nei ruoli di padre e madre. Paternità e maternità cessano di essere qualcosa di diverso e complementare per venire ad identificarsi, meglio, annullarsi nell'universo unisex.
Ed ancora. Di solito (lo sottolineo, non sempre, di solito) i maschi hanno maggior potenza muscolare delle femmine. Questo non piace, sembra “discriminatorio”, ai sacerdoti della nuova religione politicamente corretta. Maschi e femmine hanno la stessa dignità e gli stessi diritti “quindi” devono (DEVONO) avere la stessa forza fisica. Dando mostra di una idiozia degna di miglior causa coloro che propagandano sui media il politicamente corretto identificano il valore di una persona con la potenza dei suoi muscoli, col risultato che in ogni film d'azione, specie se americano, vediamo all'opera smilze ragazzine che riempiono di botte enormi e super muscolati maschiacci. Se le cose stessero davvero così non mi dispiacerebbe: non sarebbe male che chi ha sempre subito violenza rendesse pan per focaccia. Però il tutto mi sembra leggermente ideologico.
Si potrebbe continuare. L'immagine che viene costantemente propagandata dai media è quella di una società in cui la differenza maschio-femmina diventa ogni giorno più marginale. Un tempo, per fare solo un esempio, si rivendicavano strutture che aiutassero le madri a conciliare maternità e lavoro, oggi si guarda con sospetto a simili politiche perché sarebbero “discriminatorie”. Perché aiutare le madri? Un simile atteggiamento non sancisce in fondo una differenza inaccettabile? Il vero obiettivo è eliminare la differenza, non fare in modo che questa non diventi fattore di emarginazione sociale. Senza neppure rendersene conto molte femministe politicamente corrette distruggono in questo modo proprio l'identità femminile, trasformano la donna in una brutta copia, o in una ridicola caricatura, dell'uomo.

Il ruolo sociale della famiglia composta da un uomo ed una donna è legato, dovrebbe essere ovvio, a quella cosetta di scarsa rilevanza sociale che è la riproduzione della specie umana. Sottolineare questo fatto non significa sostenere l'idiozia secondo cui si fa sesso  solo pensando ai figli che, forse, arriveranno. Di solito quando si fa sesso si pensa alla riproduzione più o meno nella stessa misura in cui si pensa al metabolismo quando si mangia. Però, così come l'atto del mangiare è legato alla conservazione della vita, l'atto sessuale è legato alla sua riproduzione, e questo un minimo di rilevanza sociale la ha, piaccia o non piaccia la cosa. Nella famiglia cosiddetta “tradizionale” dovrebbe realizzarsi l'unione di amore, sesso e riproduzione. Spesso queste strade divergono e non c'è da scandalizzarsene: ci può essere sesso senza riproduzione, sesso senza amore ed anche amore senza sesso; si possono amare persone diverse, sia in momenti diversi della vita che nello stesso momento, è sempre accaduto e continuerà ad accadere. Ma i teorici della società unisex non si limitano a constatare questo stato di cose. Negano che si debba anche solo cercare di realizzare questa unità, lo negano perché questa non conterrebbe nulla di socialmente rilevante. L'unità di sesso, amore e riproduzione sarebbe solo una delle numerosissime combinazioni possibili nel gioco erotico ed affettivo, socialmente sullo stesso piano di tutte le altre. Si può far l'amore da soli, fra uomo e donna, donna e donna, uomo e uomo. Lo si può fare da soli, in due, tre, quattro o trentaquattro. Il rapporto fra uomo e donna che viene comunemente definito “di coppia” sarebbe solo una possibilità fra tante altre, la differenza sessuale la base per certi giochi erotici, esattamente come la non differenza è la base di altri. La famiglia si spezzetta in una miriade multicolore di forme di convivenza, i figli cessano di essere momento essenziale del rapporto affettivo ed erotico, un ponte fra presente e futuro, qualcosa di noi che resterà, quando non ci saremo più, per diventare un optional. Si vuole un figlio perché si vuol soddisfare il “proprio desiderio di paternità”, o maternità. E se il figlio non lo si può avere dal partner, che è dello stesso sesso, si affitta un utero. Non so quanto tutto questo sia morale o  immorale, di certo è profondamente superficiale, banalizzante.

Lo ripeto, per non essere frainteso. Non esiste nulla di immorale nel far sesso senza amore, o nella convivenza senza riproduzione. Se Tizio fa l'amore insieme ad altre dodici persone non è un pervertito, è solo una persona a cui piace il sesso di gruppo. Ad essere inaccettabile è la pretesa che questo sia “normale”, non si differenzi in nulla dalle normali relazioni affettive e sessuali fra gli esseri umani. Il concetto stesso di “normalità” è in effetti al centro delle polemiche e degli attacchi dei sostenitori del politicamente corretto. Chi ha detto, si sostiene, che essere “sani” sia “normale” ed essere “malati” sia “anormale”? E, chi ha detto che avere la temperatura corporea a 36,5 gradi sia da “sani” mentre averla a 38,5 sia da “malati”? Salute e malattia, normalità ed anormalità sono convenzioni, nomi che gli uomini appiccicano a certi stati di cose e a certi eventi, nulla che abbia alle spalle qualcosa di oggettivo, universalmente valido. Tutto è convenzione, interpretazione, decisione soggettiva; cercare il “vero” e la “normalità” è, in questo senso, fatica sprecata, peggio, indice di mentalità dogmatica, autoritaria.
Tralasciamo i paradossi e le contraddizioni logiche cui concezioni di questo tipo inevitabilmente conducono (se tutto è convenzione è convenzionale la affermazione secondo cui “tutto è convenzione”) e dedichiamo un attimo di attenzione alla loro tesi di fondo.
In effetti è convenzionale definire sano chi ha certe caratteristiche e malato chi ne ha altre. Però, dietro a questa convenzione sta il fatto oggettivo che Tizio, sano, ha certe caratteristiche e che grazie a queste può fare certe cose, ad esempio, partecipare ad una gara di atletica, mentre Caio, malato, ha caratteristiche diverse ed è obbligato a fare altre cose, stare a letto ad esempio, invece che fare pratica sportiva. Ed ancora, è convenzione definire “normali” i rapporti eterosessuali: volendo si potrebbero definire “normali” i rapporti omosessuali, è vero. Però, è grazie ai rapporti eterosessuali che il genere umano ha potuto e può riprodursi: se la gran maggioranza degli esseri umani avessero preferito i rapporti omosessuali il genere umano si sarebbe estinto da millenni, e questo è un fatto oggettivo, non convenzionale.
L'oggettività, il dato, sono questi i nemici dei politicamente corretti. Nemici che si cerca di battere in ogni modo. Però, gli stessi tentativi con cui si cerca di battere il dato della “normalità” ne confermano il carattere oggettivo. Una coppia gay vuole un figlio? Adotta un bambino che un'altra coppia non gay ha avuto grazie a rapporti sessuali normali, oppure cerca di avere un figlio generato in provetta, ma cosa significa generare un figlio in provetta se non copiare quanto avviene naturalmente in seguito ad un  rapporto eterosessuale? Come i teorici della neolingua politicamente corretta, gli inquisitori della società unisex vorrebbero rompere la continuità della storia. Il loro sogno (o incubo?) è ripartire da zero, eliminare il dato della differenza sessuale e creare nuovi soggetti sessuali, liberi infine dall'infamia originaria di avere un sesso, essere maschi o femmine. Ma l'essere dati è elemento essenziale di noi esseri umani. Non si può sfuggire al dato, non ci si può fare da se; la pretesa di rifarsi dalle radici ci fa intravedere una grandezza che non è tale,  è qualcosa di solo distruttivo, ed auto distruttivo. Una libertà che pretenda di imporsi al dato, di costruire da zero una nuova “normalità” degenera in nichilismo totalitario, sempre.

martedì 24 settembre 2013

PARADOSSO, DUBBIO E RELATIVISMO. UN BREVE EXCURSUS




Cadono nell'auto contraddizione e rischiano di cadere nel paradosso del mentitore tutte quelle filosofie che fanno affermazioni riguardanti la totalità del mondo evidenziando nel contempo l'impossibilità della umana ragione ad avvicinarsi almeno un po' al vero. In misura ancora più accentuata rischiano di cadere nel paradosso tutte le filosofie che non solo negano la possibilità dell'uomo di conoscere qualcosa di vero me rifiutano il concetto stesso di verità. La stessa, notissima affermazione socratica: “so di non sapere” si avvicina pericolosamente al paradosso del mentitore: se so di non sapere qualcosa so. L'ignoranza socratica sfugge tuttavia al paradosso perché non è, esplicitamente, una ignoranza assoluta, totale, non comprende nell'ignoranza la affermazione positiva del non sapere. Almeno qualcosa io la conosco: la mia ignoranza, e, a considerare bene le cose, non si tratta di una conoscenza da poco. Conoscere il fatto che si è ignoranti significa conoscere qualcosa del mondo e dell'uomo e questo è un importantissimo punto di partenza per la ricerca del vero. Ed in effetti tutta la vita di Socrate è stata una costante, tenace, ricerca della verità. Nel momento stesso in cui ammette la sua ignoranza Socrate cerca il vero, di tutto chiede: “cosa è?” e sottopone ad accuratissima analisi razionale le varie riposte alla sua terribile domanda. “Cosa è il coraggio? Cosa sono la virtù, la santità, l'amore?” chiede Socrate e non si accontenta di nessuna risposta, analizza, approfondisce, cerca la verità, anche se non riesce a trovarla. La tensione al vero salva l'ignoranza socratica dalle sabbie mobili del paradosso e dello scetticismo.

Le varie forme di relativismo si avvicinano tutte al paradosso del mentitore. Naturalmente ci stiamo riferendo al relativismo inteso in senso “forte”, non a quel relativismo innocuo e del tutto accettabile che sottolinea il carattere sempre limitato, correggibile e falsificabile delle umane conoscenze e che si identifica in ultima analisi col pluralismo.
La prima e forse ancora la migliore forma di relativismo “forte” resta a mio avviso quella di Protagora secondo cui “l'uomo è la misura di tutte le cose”.
Platone conduce nel “Teeteto” una critica serrata del relativismo di Protagora. Val la pena di seguirla attentamente.
Per Protagora l'uomo, lo si è già detto, è la misura di tutte le cose. A Tizio lo zucchero appare dolce, ma Caio sente un sapore amaro toccando lo zucchero con la lingua; un certo oggetto sembra leggero a Carlo e pesantissimo ad Anna. Gli esseri umani hanno sensazioni diverse e non esiste un criterio universale per determinare a quale sensazione corrisponda la verità. La verità quindi non esiste, varia da uomo a uomo e, nello stesso uomo, da momento a momento, da luogo a luogo. Quello che, visto da una certa prospettiva, mi appariva celeste mi appare ora, da una diversa angolazione, verde, quello che per me è oggi un suono rilassante potrebbe risultarmi irritante domani, si potrebbe continuare.
Ma se le cose stanno così, se cioè è la sensazione soggettiva del momento ad essere la misura del vero, perché mai dovrebbe essere
l'uomo la misura di tutte le cose?
“Come mai” si chiede Socrate “principiando quel suo libro su
la verità (Protagora) non abbia detto così che di tutte le cose è principio il porco o il cinocefalo o qualunque altro anche più strano essere capace di sensazione. In codesto modo fin dal principio egli ci avrebbe parlato con un magnifico e grandioso dispregio, mostrandoci che mentre noi lo ammiravamo per il suo sapere come un dio, in realtà egli non valeva per intelligenza niente di meglio non dico di altr'uomo qualsiasi, ma nemmeno di un girino o di una ranocchia” (1)
Il discorso del Socrate platonico in effetti non fa una grinza. Se la verità coincide con la sensazione soggettiva allora non si capisce perché Protagora debba essere considerato più sapiente di qualsiasi altro né perché debba essere
l'uomo la misura di tutte le cose. Anche i maiali hanno sensazioni, quindi si potrebbe dire che è il maiale la misura di tutte le cose...
In questa fase del dialogo Platone evidenzia le conseguenze nichiliste del relativismo di Protagora: “Se per ognuno sarà vera quella opinione ch'egli si forma da ciò che sente, né quel che capita ad uno sarà capace un altro di giudicarlo meglio di quello, né mai alcuno avrà maggiore autorità di valutare l'opinione di un altro se è vera o se è falsa, bensì, come si è detto più volte, ciascuno potrà avere opinioni di ciò che direttamente lo tocchi, e queste opinioni tutte quante saranno giuste e vere; perché mai, o amico, Protagora soltanto aveva da esser sapiente?” (2)
Non siamo ancora al paradosso ma ci stiamo avvicinando ad esso. Che senso ha che qualcuno insegni qualcosa ad altri se tutte le opinioni sono vere? E' nel proseguo del dialogo tuttavia che il Socrate platonico evidenzia le contraddizioni logiche in cui si avviluppa il relativismo di Protagora.
“Se nemmeno Protagora avesse mai pensato che l'uomo è misura, né lo avesse pensato, come difatti non lo pensa, la maggioranza degli uomini, necessariamente questa verità che Protagora ha così definita e predicata non esisterebbe per nessuno; se invece fu, si, pensiero di Protagora, ma la maggioranza non vi consente, tu capisci, anzi tutto, che quanto maggiore è il numero di coloro a cui questa verità non pare di quelli a cui pare, tanto di più essa non è di quello che è (…). Protagora relativamente alla propria opinione (che l'uomo è la misura) in quanto riconosce che tutte le opinioni degli uomini sono vere viene ad ammettere che sia vera anche la opinione di coloro che alla sua si oppongono e per la quale essi ritengono che egli abbia opinione falsa.” (3)
Se la verità coincide con l'opinione soggettiva allora è vera anche l'opinione di chi nega che l'opinione coincida con la verità: il relativismo di Protagora è auto contraddittorio, anche se non da vita alla forma perfetta del paradosso del mentitore. La proposizione: “tutte le opinioni sono vere” non può essere vera, infatti, come ben argomenta Platone, se sono vere tutte le opinioni, risultano vere anche quelle che dichiarano falsa la proposizione “tutte le opinioni sono vere”. Questa proposizione però può essere falsa: il suo essere falsa non la rende vera. Infatti è una proposizione che può essere falsificata dal semplice fatto che esistono alcune opinioni false e questo ovviamente non la rende vera.
Pur non dando vita ad una situazione paradossale identica a quella rappresentata dal paradosso del mentitore il relativismo di Protagora resta comunque auto contraddittorio; anzi, non dando vita ad una situazione identica a quella del paradosso del mentitore il relativismo di Protagora è in una posizione forse anche peggiore rispetto a questo: la verità del relativismo implica necessariamente la sua falsità ma la sua falsità non implica altrettanto necessariamente la sua verità.




I grandi problemi logici e filosofici sono gli stessi, o quanto meno, sono molto simili, sotto tutti i cieli, anche se, ovviamente, a latitudini diverse esistono interessi e sensibilità diverse e le soluzioni ai problemi logici e filosofici possono divergere nettamente (questo del resto accade molto spesso anche alla stessa latitudine...).
Nell'antica Cina i seguaci di Mo Tze, oppositore e insieme grande ammiratore di Confucio, sottopongono a critica alcune teorie della scuola dei nomi e dei taoisti con argomenti che ricordano la confutazione platonica del relativismo di Protagora.
“Apprendere è utile” affermano i tardo mohisti in polemica contro la negazione taoista della necessità dell'apprendimento, “la prova è data da quelli stessi che vi si oppongono (…) affermare che gli uomini non sanno che l'apprendere è inutile, è informarli che l'apprendere è inutile; questo è insegnare. Ritenere che l'apprendere è inutile e nello stesso tempo insegnare, questo è incongruente”(4)
Ed ancora: “Ritenere che ogni parlare sia incoerente è incoerente (…) se il parlare di di quest'uomo (colui che sostiene la tesi) è ammesso, allora questo suo parlare non è incoerente e quindi non ogni parlare è incoerente, se il parlare di quest'uomo non è ammesso, allora non si può ritenere esatto il suo parlare” (5).
Le critiche dei tardo mohisti non hanno scosso le convinzioni i taoisti per i quali la contraddizione non costituisce un pericolo, al contrario. E' comunque stupefacente vedere come il problema del paradosso, in una forma molto simile a quella classica del paradosso del mentitore, sia presente in una cultura lontanissima dalla nostra ed affiori nella discussione di tesi filosofiche assai diverse da quelle in cui era impegnato Platone. Affiora in termini quasi identici... con buona pace di quanti sostengono che le culture sono entità del tutto diverse l'una dall'altra, una sorta di monadi incomunicabili. Platone e Protagora, Lao Tze e Mo tze ci dicono che questo, molto semplicemente, non è vero.

Il pericolo di cadere nell'auto contraddizione o addirittura nel paradosso è una sorta di costante nel pensiero filosofico, colpisce non solo il relativismo ma lo scetticismo in generale, quanto meno nella sua versione forte.
Torniamo in occidente e facciamo un salto di alcuni secoli. Il quadro storico, culturale, politico è radicalmente cambiato dai tempi di Socrate e Protagora, però, il rischio del vecchio paradosso è sempre presente. Nelle “Meditazioni metafisiche” Cartesio spinge fino alle conseguenze estreme il dubbio. La gran maggioranza delle cose che sappiamo ci sono date dai sensi, ma spesso i sensi ci ingannano, perché mai non potrebbero allora, si chiede Cartesio, ingannarci sempre? Ed ancora, a volte sogno ed i miei sogni sono talmente nitidi che è impossibile distinguerli dalla realtà. Non potrebbe darsi allora che tutto sia un sogno e che la vita, apparentemente tanto reale, sia tutta una illusione? Le stesse verità matematiche non sono esenti dal dubbio. Può essere che Dio mi inganni, afferma Cartesio, “tutte le volte che fo l'addizione di due e di tre, o che enumero i lati di un quadrato, o che giudico di qualche altra cosa ancora più facile” (6) e, se non è possibile pensare che Dio, infinitamente buono, ponga in essere un simile inganno è ben possibile immaginare che questo venga posto in essere da un demone maligno che si diverte a ingannarmi. “Io supporrò che vi sia (…) un cattivo genio, non meno astuto e ingannatore che possente, che abbia impiegato tutta la sua industria ad ingannarmi. Io penserò che il cielo, l'aria, la terra, i colori, le figure, i suoni e tutte le cose esterne che vediamo non siano che illusioni e inganni, di cui egli si serve per sorprendere la mia credulità” (7). Io non so nulla perché tutto ciò che credo di sapere è, o può essere, il risultato del perfido inganno di un genio malefico. Un dubbio talmente esteso cade inevitabilmente nella auto contraddittorietà: come posso dire che dubito se non so nulla? Per dire che dubito non devo almeno sapere che sto dubitando? Siamo in una situazione che si avvicina pericolosamente a quella del paradosso del mentitore. Se la proposizione “dubito di tutto” è vera allora non dubito di tutto: non dubito di dubitare; se è falsa allora io dubito anche del mio dubitare. In effetti il dubbio cartesiano non investe tutto. Qualcosa la so, scopre Cartesio, qualcosa che sfugge alle stesse arti malefiche del genio ingannatore: “io esisto se egli (il genio) mi inganna; e mi inganni fin che vorrà, egli non saprà mai fare che io non sia nulla, fino a che penserò di essere qualche cosa. Di modo che, dopo avervi ben pensato , ed avere accuratamente esaminato tutto, bisogna infine concludere, e tener fermo, che questa proposizione: io sono, io esisto, è necessariamente vera tutte le volte che la pronuncio, o che la concepisco nel mio spirito” (8)
Penso, dunque sono, questa verità è certa, assolutamente certa, e sfugge alle arti malefiche del genio ingannatore. Il dubbio che mi circonda non è dunque universale, qualcosa la so. Cartesio parte, come si sa, dal “cogito” per costruire una conoscenza “a prova di genio malefico”. In nessun momento della sua speculazione Cartesio intende arrendersi al dubbio, questo, nella sua estensione e nella sua radicalità, gli serve per dare un fondamento di indubitabile certezza all'umana conoscenza. Affidandosi al “cogito” quale basilare ed indubitabile conoscenza Cartesio sfugge alle trappole dell'auto riferimento e del paradosso, viene a trovarsi in una situazione simile a quella di Socrate e del suo “sapere di non sapere”, entrambi sfuggono l'auto contraddizione ed il paradosso non generalizzando l'ignoranza o il dubbio. A proposito di Cartesio è però possibile porsi una domanda: era davvero necessario spingersi fino al “cogito” per dare una risposta ragionevole al dubbio? Non è questo stesso dubbio viziato da una irragionevolezza di fondo?
Il procedimento cartesiano che fa del cogito la certezza primaria ed indubitabile, base di ogni passo avanti del sapere, è stato in effetti sottoposto a molte critiche. Ai fini del nostro discorso due appaiono particolarmente importanti perché investono, specie la seconda, le radici stesse del dubbio cartesiano e della sua sostenibilità logica. La prima è quella che Kant fa nella celebre “confutazione dell'idealismo” contenuta nella seconda edizione della “Critica della ragion pura”. La seconda è contenuta nella critica di Wittgenstein al linguaggio privato.



“Io ho coscienza della mia esistenza come determinata nel tempo” afferma Kant, ma “ogni determinazione temporale presuppone qualcosa di permanente nella percezione. Ma questo qualcosa di permanente non può essere qualcosa in me, perché appunto la mia esistenza nel tempo non può essere determinata se non da questo qualche cosa di permanente. Dunque la percezione di questo permanente non è possibile se non mediante una cosa fuori di me, e non mediante la semplice rappresentazione di una cosa fuori di me” (9)
Cartesio immagina un essere pensante totalmente avulso dal mondo esterno, un cogito ridotto ad unica realtà fluttuante in un mondo di fuggevoli sensazioni. Me se il mondo fosse un insieme fuggente di sensazioni sarebbe impossibile la stessa coscienza di se da parte del soggetto e con questa la formulazione del pensiero. Il cogito cartesiano, ben lungi dall'essere l'unica realtà, la base apoditticamente certa di ogni conoscenza, dipende dal mondo, dall'esistenza di un mondo che abbia almeno un certo livello di stabilità e permanenza spaziale e temporale. Questo il succo della critica kantiana all'idealismo cartesiano, critica che viene ripresa, da un punto di vista del tutto diverso da Wittgenstein.



“Immaginiamo una tabella che esista solo nella nostra immaginazione, per esempio un vocabolario”scrive Wittgenstein, “mediante un vocabolario possiamo giustificare la traduzione di una parola X con una parola Y. Ma sarà il caso di parlare di giustificazione anche quando questa tabella venga consultata solo nell'immaginazione? (…) La giustificazione consiste nell'appellarsi ad un ufficio indipendente . Però posso anche appellarmi da un ricordo ad un altro. Per esempio, non so se mi sono impresso esattamente nella memoria l'ora di partenza del treno e, per controllarlo, (…) richiamo alla memoria l'immagine dei fogli dell'orario delle ferrovie. Non ci troviamo qui di fronte allo stesso caso? No, perché questo procedimento deve effettivamente evocare il ricordo esatto. Se non fosse dato controllare l'esattezza dell'immagine mentale dell'orario ferroviario, come potrebbe, questa, confermare l'esattezza del ricordo precedente? (Sarebbe come acquistare più copie dello stesso giornale per assicurarsi che le notizie in esso contenute siano vere).” (10)
Wittgenstein qui polemizza con i sostenitori del linguaggio privato, cioè con quanti sostengono che il linguaggio è qualcosa di solo “mio” che mette in relazione parole e sensazioni. Il linguaggio non è e non può essere, sostiene Wittgenstein, qualcosa di solo mio perché, se così fosse, il senso delle parole potrebbe continuamente cambiare senza che io neppure me ne renda conto (e in questo modo la stessa affermazione del linguaggio privato perderebbe ogni senso). Un linguaggio ha bisogno di regole, di significati e questi non possono che essere intersoggettivi, pubblicamente controllabili, un linguaggio è, insomma, qualcosa di oggettivo. Un linguaggio affidato unicamente alla memoria ed alle sensazioni lascerebbe la memoria priva di strumenti di controllo e verifica. Il “cogito” di Cartesio è solo in apparenza assolutamente soggettivo, privo di legami col mondo e di controlli e verifiche nel mondo. In realtà si può dire “penso, dunque esisto” perché esiste un linguaggio con le sue regole, i suoi significati, perché esistono, indipendentemente da me, altri esseri parlanti e pensanti. Per Cartesio il “cogito” costituisce il punto di partenza, la base incrollabile della conoscenza del mondo. In realtà è il mondo a rendere possibile il “cogito”, non viceversa. Percorrendo una via molto diversa Wittgenstein giunge a conclusioni simili a quelle di Kant.
Il dubbio universale di Cartesio si avvicinava, lo si è visto, al paradosso. Da questo lo salva la scoperta di una conoscenza, a suo parere, assolutamente certa e originaria, il “cogito”. In realtà però il dubbio devastante delle “meditazioni” cartesiane non distrugge solo, se non bloccato, se stesso cadendo nel paradosso. Distrugge anche, e di questo Cartesio non si accorge, i presupposti che lo rendono esprimibile. Il dubbio è comunque una affermazione (affermo di dubitare) ed una forma di conoscenza (so di dubitare). La sue generalizzazione è quindi paradossale ed autodistruttiva. Ma, in quanto affermazione, in quanto forma di conoscenza, il dubbio ha dei presupposti. Per dubitare devo conoscere un linguaggio, per dubitare del mondo devo essere in rapporto con qualcosa che viene chiamato mondo, per poter dire “la realtà non esiste” devo riferirmi a qualcosa che viene chiamato “realtà”. Pensare che tutte queste cose possano essere messe in qualche modo tra parentesi in attesa che io possa raggiungere una conoscenza di base assolutamente certa è fuorviante e contraddittorio: ciò che dovrebbe essere messo fra parentesi è in realtà ciò che rende possibile la mia stessa ricerca. Il sapere non può essere fondato da una meditazione che sospenda il giudizio sul mondo e lasci il soggetto pensante assolutamente solo con se stesso. In quella sospensione di giudizio sarebbe proprio il soggetto pensante ad annullarsi.



Il dubbio come auto distruzione quindi, e mancato riconoscimento dei presupposti che permettono la sua stessa espressione. Da un diverso punto di vista invece il dubbio non fa altro che lasciare completamente immutata quella realtà che vorrebbe corrodere, ed in questo modo finisce di nuovo per mostrare la propria irragionevolezza di fondo.
L'argomento del sogno e quello del genio malefico sono ricorrenti nella storia delle filosofia e sono stati più volte riproposti in termini scientificamente aggiornati. Il sogno o il genio malefico sono stati sostituiti da elettrodi piantati nel cervello del soggetto senziente da uno scienziato che si diverte a farci credere che stiamo vivendo esperienze in realtà fittizie, da varie forme di realtà virtuale e così via, ne è un esempio divertente il film “Matrix”. Non è forse possibile, si argomenta, che l'esperienza che sto vivendo altro non sia che un sogno, o il frutto di un inganno messo in atto da qualcuno enormemente potente? Non potrebbe tutta la mia vita essere un sogno, o una illusione? Come si vede qui il dubbio abbandona, sembra, il suo carattere eminentemente distruttivo, non ci conduce nel nulla, si limita ad avanzare l'ipotesi che possa esistere un livello di realtà diverso da quello in cui noi siamo convinti di vivere. La nostra realtà è solo una illusione, la realtà “vera” è un'altra ed è nascosta, inaccessibile, assolutamente inaccessibile alla nostra conoscenza.
Si può rispondere una sola cosa a simili ipotesi: “si, tutto questo è possibile... e allora?”.
La distinzione fra realtà e illusione, veglia e sogno ha senso solo se esistono dei criteri di verità in grado di rendere insieme sensata e possibile tale distinzione. Nella vita di tutti i giorni io posso distinguere il sogno dalla veglia, la realtà dall'illusione. Se vado a vedere lo spettacolo di un illusionista che d'improvviso si mette a volare sopra la mia testa posso ben dire: “il volo del mago è solo una illusione, il mago in realtà non vola, un trucco me lo fa credere”. Parimenti se un incubo mi sveglia nel cuore della notte posso ben dire: “per fortuna era solo un sogno”. Ma una volta che il sogno o l'illusione vengono a coincidere con tutta la realtà che senso ha distinguerli dalla realtà? Se tutto è sogno allora è un sogno anche la distinzione fra sogno e veglia, se tutto è illusione il volo del “mago” è illusorio quanto il trucco che lo rende possibile. Definire “illusorio” un certo evento, ad esempio il volo apparente del “mago”, significa negarne il carattere reale, ma questo ha senso solo se è possibile distinguere il reale dall'illusorio. Se tutto è illusione però è illusoria anche la distinzione fra illusione e realtà, e parimenti illusoria risulta la convinzione che definire “illusorio” un evento significhi depotenziarne la realtà. Considerazioni simili possono farsi sul genio malefico di Cartesio o sulla affermazione, sempre di Cartesio, che se le sensazioni ci ingannano qualche volta possono ingannarci sempre. Se tutta la mia vita è un inganno del genio malefico (o dello scienziato che ha ficcato degli elettrodi nel mio cervello) allora è inganno anche l'ipotesi del genio malefico o degli elettrodi. E posso dire che i sensi mi ingannano a volte solo perché so che non mi ingannano sempre. Se i sensi mi ingannassero sempre io non avrei alcun criterio per distinguere la verità dall'errore e dovrei affermare che i sensi non mi ingannano mai. Partito con l'intenzione di dissolvere la realtà, ridurla a sogno o illusione, errore o inganno lo scettico non fa altro che far coincidere illusione (o sogno, o inganno, o errore) e realtà. La realtà non viene modificata di un millimetro dalla critica scettica. Affermare che tutto è illusione è un po' come dire che tutte le banconote sono false: una simile affermazione non modifica di una virgola l'economia e la finanza.
L'argomento dello scettico si riduce a questo: forse alla base del nostro mondo e della nostra vita sta una realtà nascosta e misteriosa, in linea di principio sottratta ad ogni possibilità di controllo. E questa realtà misteriosa è un uomo che dorme e sogna, o i cui sensi lo ingannano e che vive in una totale illusione... e noi saremmo la sua illusione. Si tratterebbe di un ben strano essere umano, bisogna dire, di un essere umano che non ha mai coscienza di se, che mai si può conoscere, che mai può pensare, parlare sentire, perché noi siamo i suoi pensieri e le sue sensazioni. Ed ancora, sarebbe un essere umano che ha sogni ben strani, sogni i cui personaggi vivono l'uno fuori dall'altro, ritengono a loro volta di sognare, hanno una coscienza che lui non ha. E sarebbero molto strani gli “errori” e le “illusioni” in cui cadrebbe questo misterioso essere umano, errori ed illusioni che noi non siamo assolutamente in grado di distinguere da ciò che errore ed illusione non è, e che nemmeno lui è in grado di distinguere da ciò che errore ed illusione non è, perché, di nuovo, noi, che siamo illusione ed errore, siamo tutto ciò che questa persona misteriosa può pensare e sentire.
Forse le cose stanno davvero così, o forse no. L'ipotesi dello scettico è inconfutabile, ovviamente. Ma, ha una qualche importanza confutarla?





Note

1) Platone Teeteto in Opere complete, vol. secondo Laterza 1982 pag.107.
2) Ibidem.
3) Ibidem pag. 119 120
4) Citato in Fung Yu Lan: Storia della filosofia Cinese, Mondadori 2004, pag. 101.
5) Ibidem.
6) Cartesio: Meditazioni metafisiche, la nuova Italia 1982 pag 21.
7) Ibidem pag. 22
8) Ibidem pag. 27
9) Kant: Critica della ragion pura. Laterza 1983. Primo volume pag. 230.
10) L. Wittgenstein: Ricerche filosofiche. In “I grandi filosofi – Wittgenstein. ed. Il sole 24 ore 2006 pag. 398.