domenica 19 luglio 2026

SUL CASO ROGGERO

 


Sono d’accordo con quanti sostengono che dal punto di vista legale, stante l’attuale legislazione, Roggero è colpevole. La legittima difesa può essere invocata quando ci si trovi di fronte a una minaccia attuale e questo, lo hanno ripetuto in molti, non è il caso di Roggero.
Detto questo resta però, il problema teorico, filosofico se vogliamo, principale: sono giuste le attuali norme sulla legittima difesa? Giusto e legale non sono sinonimi. Se tutto ciò che è legale fosse anche giusto dovremmo definire “giuste” le leggi naziste di Norimberga, quelle che vietavano il matrimonio fra “ariani” ed ebrei, o le leggi razziali del 1938.
Non addentriamoci in discussioni storiche o filosofiche, torniamo all’oggi. Il problema attuale della legislazione sulla legittima difesa può essere riassunto in una domanda: si ha legittima difesa solo quando ci si difende da una aggressione rivolta contro la propria persona (o quelle dei propri cari) o si ha diritto di difendere legalmente anche la nostra proprietà?
Se vedo un tale che sta dando fuoco alla mia casa ho diritto di fermarlo o non devo farlo perché a essere in pericolo non è la mia persona ma ”solo” la mia casa?
Se un criminale dopo avermi rapinato fugge con la refurtiva ho diritto di inseguirle o non devo farlo perché la mia persona non corre ormai rischio alcuno?
Per qualcuno il problema neppure si pone: le persone, dicono, valgono più delle cose, quindi non ho diritto di torcere un capello a un mascalzone che mi sta sfasciando la macchina o dando fuoco alla casa. Davvero nobili questi personaggi! Per loro contano solo le persone, non le miserabili “COSE” (specie se sono degli altri…).
Però… però tanta “nobiltà” sembra un po’ assurda. In primo luogo ad anteporre le cose alle persone sono i criminali, i rapinatori, non chi difende il suo. Sono i rapinatori che minaccia armi alla mano le persone oneste, sono loro a essere disposti anche a uccidere pur di impossessarsi del vile denaro, sono loro a mettere a repentaglio la propria stessa esistenza pur di impossessarsi delle tanto detestate “cose”.
In secondo luogo non esiste alcuna contrapposizione assoluta fra persone e cose. Chi mi sottrae certe cose mi colpisce IN QUANTO PERSONA. Chi si introduce nel mio ambiente viola la mia intimità, chi mi sottrae i frutti del mio lavoro arreca un danno grave, a volte gravissimo, alla mia persona. Lo ho scritto in un altro post: se davvero esistesse una contrapposizione tanto grande fra cose e persone non si dovrebbe mandare in galera un rapinatore. Il nobile che disprezza le cose (possibilmente altrui) potrebbe dire che la libertà di una persona vale più dei soldi di cui questa si è impossessata rapinando. Dal suo punto di vista avrebbe ragione. Ma si tratterebbe di un punto di vista ridicolo, se non folle.
La vita umana è sacra, dicono in molti e io sono d’accordo con loro. La vita umana è sacra, ma non lo è sempre e comunque la vita di ognuno di noi, qualsiasi cosa facciamo. La vita di chi compie crimini perde molto, a volte tutto il suo valore. Proprio perché la vita umana è sacra ognuno di noi ha l’obbligo morale di rispettare la vita degli altri e rispettare la vita degli altri non vuol dire solo evitare di ucciderli, ma anche rispettare ciò che è loro. Se io punto una pistola alla tempia di Tizio e lo costringo a darmi ciò che è suo svalorizzo la vita di Tizia e in questo modo svalorizzo la mia stessa vita.
Per quanto ovvio, al fine di evitare polemiche asfissianti, aggiungo che le modalità della difesa, sia della persona che delle cose, vanno valutate caso per caso, nelle concrete situazioni. Nessuno sostiene che si ha diritto di sparare al bambino che entra in un altrui giardino per recuperare un pallone o a chi ci colpisce un altro con uno spintone.
E tanto basta.

sabato 21 marzo 2026

UNA PREVISIONE

 

Provo a fare una previsione, nella maniera il più oggettiva possibile.
Per punti.
1) Il bacino elettorale del SI è più ampio di quello del NO. Il centro destra, stando sia ai risultati delle ultime politiche ed europee che ai sondaggi ha più voti del centro sinistra e dello stesso campo largo.
2) La propensione a votare SI fra gli elettori del centro destra è superiore anche se di poco a quella a votare NO fra quelli del centro sinistra.
3) Azione di Calenda, Più Europa della Bonino hanno dato indicazione per il SI. Italia viva ha lasciato “libertà di scelta”. Una fetta considerevole di chi vota abitualmente per questi partiti dovrebbe, si presume, votare SI. Inoltre molte persone vicine al PD, o comunque di sinistra, si sono schierate per il SI. Potranno non incidere molto ma di certo si tratta di una frattura che non ha riscontro nel campo opposto.
4) Sulla carta il SI dovrebbe quindi vincere abbastanza bene, Resta però l’incognita dell’affluenza al voto e si tratta di una incognita forse decisiva. Se l’affluenza sarà bassa e se, cosa probabile, a restare a casa saranno in maggioranza gli elettori del centro destra il NO dovrebbe prevalere. Se invece l’affluenza sarà alta, a meno di sorprese abbastanza clamorose dovrebbe prevalere il SI.
5) Sarà alta o bassa l’affluenza? Io penso che dovrebbe essere abbastanza alta. Per due motivi:
in primo luogo il tema della giustizia è al centro del dibattito politico in Italia da circa 40 anni, è stato l’oggetto di mille polemiche, infiniti dibattiti. Credo che tutto questo possa rendere alta l’affluenza al voto.
In secondo luogo la propaganda violentissima del fronte del NO, con gli insulti a chi vota SI, l’equiparazione dei sostenitori del SI a mafiosi, corrotti o servi sciocchi degli stessi, le strilla contro il “fascismo alle porte” sembrano fatte apposta indurre molti pigri ad alzare le natiche e a recarsi alle urne.
Conclusione: il SI dovrebbe vincere.
Ci tengo a sottolinearlo: la mia è solo una previsione, posso sbagliare. In ogni elezione, più che mai in un referendum, le sorprese sono sempre possibili.
Tuttavia penso che il SI vincerà.
Ovviamente lo spero oltre che pensarlo, Io voto SI e invito tutte le amiche e tutti gli amici ad andare domani a votare SI.

venerdì 20 marzo 2026

GOEBBELS E IL NO

 

Joseph Goebbels era un criminale, ma anche un genio della propaganda. I suoi 11 principi sono davvero efficaci. In questa campagna elettorale sono stati seguiti con molto scrupolo da alcuni almeno dei propagandisti del n. Qui di seguito li enumero facendo seguire ognuno da un piccolo esempio di propaganda persuasiva messa in atto in questa orribile campagna elettorale.
Però Goebbels aveva un formidabile supporto per la sua propaganda: la violenza esercitata dalle SA prima e da tutto l’apparato repressivo dello stato totalitario nazista poi. Oggi non esiste nulla di simile, per fortuna, quindi le armi dei propagandisti sono in larga misura spuntate.
Domenica e lunedì vedremo se il popolo italiano è abbastanza maturo da rifiutare una propaganda che con il razionale dibattito democratico ha poco o nulla in comune.
1. Principio della semplificazione e del nemico unico
È necessario adottare una sola idea, un unico simbolo. E, soprattutto, identificare l’avversario in un nemico, nell’unico responsabile di tutti i mali.
Giorgia meloni, la “nana pescivendola”
2. Principio del metodo del contagio
Riunire diversi avversari in una sola categoria o in un solo individuo.
votano si i mafiosi, i collusi, gli indagati.
3. Principio della trasposizione
Caricare sull’avversario i propri errori e difetti, rispondendo all’attacco con l’attacco. Se non puoi negare le cattive notizie, inventane di nuove per distrarre.
Prima spalancano le porte all’immigrazione clandestina, poi strillano che manca la sicurezza
4. Principio dell’esagerazione e del travisamento
Trasformare qualunque aneddoto, per piccolo che sia, in minaccia grave.
Caso Del Mastro
5. Principio della volgarizzazione
Tutta la propaganda deve essere popolare, adattando il suo livello al meno intelligente degli individui ai quali va diretta. Quanto più è grande la massa da convincere, più piccolo deve essere lo sforzo mentale da realizzare. La capacità ricettiva delle masse è limitata e la loro comprensione media scarsa, così come la loro memoria.
Sono indagati e attaccano la magistratura
La Meloni non è laureata e pretende di riscrivere ciò che hanno stabilito i “padri costituenti”
6. Principio di orchestrazione
La propaganda deve limitarsi a un piccolo numero di idee e ripeterle instancabilmente, presentarle sempre sotto diverse prospettive, ma convergendo sempre sullo stesso concetto. Senza dubbi o incertezze. Da qui proviene anche la frase: “Una menzogna ripetuta all’infinito diventa la verità”.
Vogliono mettere i magistrati al servizio dei politici corrotti
7. Principio del continuo rinnovamento
Occorre emettere costantemente informazioni e argomenti nuovi (anche non strettamente pertinenti) a un tale ritmo che, quando l’avversario risponda, il pubblico sia già interessato ad altre cose. Le risposte dell’avversario non devono mai avere la possibilità di fermare il livello crescente delle accuse.
Votiamo NO contro la guerra, il caro benzina, la disoccupazione
8. Principio della verosimiglianza
Costruire argomenti fittizi a partire da fonti diverse, attraverso i cosiddetti palloni sonda, o attraverso informazioni frammentarie.
La Meloni vuole andare a Sanremo
9. Principio del silenziamento
Passare sotto silenzio le domande sulle quali non ci sono argomenti e dissimulare le notizie che favoriscono l’avversario.
Citate articoli della riforma che confermino ciò che voi dite… silenzio
10. Principio della trasfusione
Come regola generale, la propaganda opera sempre a partire da un substrato precedente, si tratti di una mitologia nazionale o un complesso di odi e pregiudizi tradizionali. Si tratta di diffondere argomenti che possano mettere le radici in atteggiamenti primitivi.
Siete tutti ladri
11. Principio dell’unanimità
Portare la gente a credere che le opinioni espresse siano condivise da tutti, creando una falsa impressione di unanimità.
Sondaggi taroccati o scelti e accostati fra loro in modo da dare una falsa sensazione di maggioranza.

mercoledì 18 marzo 2026

UNA CLASSIFICA

 

Così, un po’ sul serio, un po’ per gioco proviamo a fare la classifica dei leader del fronte del no.
Vediamo.
Il vero leader del fronte del “no”, il suo uomo di punta, non è un politico, è un magistrato in carica: il dottor Gratteri e questo la dice lunga sul contenuto della violentissima campagna elettorale dei nemici della riforma Nordio. Non mi stupirei se il dottor Gratteri fosse domani il leader dello schieramento di centro sinistra…
Altra punta di del fronte del “no” è Giuseppe Conte. Aggressivo, incurante di logica e verità, abilissimo nell’insultare, molto, molto meno nell’argomentare, ha condotto la campagna elettorale con in mente una idea fissa: diventare il leader dello schieramento di centro sinistra e proporsi di nuovo quale presidente del consiglio.
Vengono poi Bonelli e Fratoianni, il duo delle meraviglie. Sono stati i cuochi del mega minestrone. Ttttto va bene contro il SI: dal salario minimo alla guerra, dall’attacco alle forze dell’ordine alla difesa della legalità, dall’uso dell’immunità parlamentare per Ilaria Salis agli strilli contro la “casta”.
Solo nelle retrovie arriva Elly Schlein. Affannata, conscia che una parte del suo partito non è affatto contenta della deriva estremista che lei rappresenta. Preoccupata che qualcuno nel suo stesso partito vaglia rispedirla a casa.
Buon ultimo Matteo Renzi. Con incredibile faccia tosta è riuscito a non dire come voterà il 22 23 marzo. Il suo unico scopo: farsi accettare nel “campo largo”, a qualsiasi costo, anche al prezzo di contribuire alla bocciatura di una riforma che in fondo condivide. Un personaggio di infinito squallore, pronto a tutte le capriole pur di restare a galla.
Questi personaggi hanno un solo fine: bocciare la riforma Nordio per cercare di dare una spallata al governo, vincere le elezioni, possibilmente anticipate e governare il paese.
Vogliamo permettere o cercare di impedire che raggiungano il loro scopo?
Abbiamo davvero voglia di consegnare il paese a gente simile?
Basta fare la domanda per avere la risposta.
ANDIAMO A VOTARE E VOTIAMO SI

mercoledì 4 marzo 2026

UNA RISPOSTA

 

Uno dei pochissimi, forse l’unico argomento dei fautori del “no” che val la pena di prendere seriamente in considerazione suona, più o meno così:
Con la riforma i membri “laici” del CSM saranno estratti a sorte da una rosa votata dal parlamento. In questo modo avranno una forte colorazione politica. Quelli togati saranno invece estratti a sorte in maniera indifferenziata fra i magistrati. Avremo quindi dei “laici” politicamente qualificati contro dei togati non politicamente qualificati e questo porterà alla subordinazione della magistratura alla politica e al governo.
Cosa rispondere a un simile argomento?
1) I sostenitori del “no” continuano a confondere governo e parlamento, probabilmente questa confusione fa parte della loro cultura; in effetti nei paesi che loro amano il parlamento non esiste o non conta nulla.
2) Già ora il parlamento decide dei membri laici e lo fa direttamente, con la riforma lo fa indirettamente eleggendo a maggioranza qualificata una rosa da cui i laici saranno estratti. Con la riforma la politica fa semmai un passo indietro.
3) Attualmente i togati vengono eletti dai magistrati in base ad appartenenze politiche. Davvero questo sistema elimina le ingerenze della politica in magistratura? Poniamo che i “laici” eletti dal parlamento siano di colore politico simile a quello della maggioranza dei togati. Si formerebbe così nel CSM una maggioranza di un certo colore politico coinvolgente laici e togati. Questo sarebbe un sistema per ridurre il peso della politica in magistratura? Basta fare la domanda per avere la risposta. Del resto i fatti parlano chiaro, col sistema attuale esistono canali di comunicazione fra partiti e correnti della magistratura. Lo scandalo Palamara sta lì a dimostrarlo.
4) Il CSM NON E’, NON DEVE ESSERE un organo politico. I sostenitori del “no” continuano a considerarlo tale e discettano NON sul modo migliore per eliminare la politica dal CSM ma per evitare che una certa corrente politica sia più forte di un’altra. Questo nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore sono impegnati a far si che una certa corrente politica (chissà quale) possa conservare, grazie alla militanza dei suoi membri, la supremazia sulle altre. In ogni caso simili considerazioni sono del tutto estranee a una corretta logica istituzionale.
Basta così.

sabato 28 febbraio 2026

IL DIRITTO INTERNAZIONALE DEGLI IPOCRITI

 

Come era prevedibile un certo numero di esponenti politici occidentali hanno reagito all’attacco all’Iran e all’eliminazione di un tiranno sanguinario con strilli e lacrimuccie sulla “violazione del diritto internazionale”.
Sul concetto stesso di “diritto internazionale” ci sarebbe da discutere a lungo, ma… lasciamo perdere, do’ per scontato che ci sia e sia una cosa seria, mi limito a tre considerazioni.
1) L’Iran non riconosce Israele. Attenzione NON si tratta di un normale mancato riconoscimento diplomatico: l’Iran non si limita a non avere rapporti diplomatici con Israele, nega che questi abbia diritto di esistere. I teocrati iraniani non chiamano neppure Israele col suo nome, lo definiscono “entità sionista”, per la teocrazia iraniana Israele NON ESISTE in quanto stato. Se le cose stanno così, come può l’Iran sostenere che il diritto internazionale vincoli in qualche modo Israele? E’ possibile negare a uno stato il diritto di essere tale e pretendere nel contempo che questo non-sato sia vincolato dal diritto? E, dalla parte opposta, perché mai Israele dovrebbe rispettare uno stato che gli nega il diritto di esistere?
2) L’Iran è da moltissimo tempo fuori dal diritto internazionale. Organizza e arma gruppi terroristici impegnati in azioni contro Israele, gli USA, gli stessi paesi arabi che hanno rapporti non conflittuali con l’occidente. Hamas, Hezbollah, gli Houti sono tutti creazioni dell’Iran, è dell’Iran la responsabilità di continui episodi di terrore che insanguinano il medio oriente e non solo. Tanto basta a considerare l’Iran FUORI dal diritto internazionale.
3) Seguire il “diritto internazionale” vuol dire permettere che ognuno faccia in casa propria quello che vuole? In Iran esiste la “polizia morale” che imprigiona, stupra e a volte uccide giovani donne “ree” di non indossare correttamente il velo islamico. Nelle recenti manifestazioni popolari il regime iraniano ha massacrato migliaia di persone ree solo di aver protestato in piazza. Le cifre esatte non si conosceranno mai, ma le stesse fonti ufficiali parlano di oltre 3.000 morti, gli oppositori del regime affermano invece che i morti ammazzati sono oltre 30.000, il tutto non in anni di guerra ma in un mese circa di manifestazioni di piazza. Il diritto internazionale deve ignorare simili fatterelli? Se un mio vicino sta, in casa sua, stuprando e massacrando di botte una bambina io non devo intervenire perché obbligato a rispettare il diritto alla inviolabilità del domicilio?
Attendo risposte.

VOTIAMO SI

 

L’articolo 104 della Costituzione, nella attuale configurazione recita:
“La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere (1).
Il Consiglio superiore della magistratura è presieduto dal Presidente della Repubblica.
Gli altri componenti sono eletti per due terzi da tutti i magistrati ordinari tra gli appartenenti alle varie categorie, e per un terzo dal Parlamento in seduta comune tra professori ordinari di università in materie giuridiche ed avvocati dopo quindici anni di esercizio (2).
Il Consiglio elegge un vicepresidente fra i componenti designati dal Parlamento.
I membri elettivi del Consiglio durano in carica quattro anni e non sono immediatamente rieleggibili.
Non possono, finché sono in carica, essere iscritti negli albi professionali, né far parte del Parlamento [65] o di un Consiglio regionale.”
La riforma oggetto del referendum lascia inalterati il primo e il secondo comma dell’articolo, modifica il terzo stabilendo che ci saranno due consigli superiori della magistratura, uno per i giudici e uno per i PM. Entrambi saranno, come ora, composti per due terza da magistrati. Invece di essere eletti dai magistrati stessi i membri dei due CSM saranno estratti a sorte FRA MAGISTRATI.
Ora, si può legittimamente non essere d’accordo con la riforma, ma affermare che questa vuole mettere la magistratura sotto il controllo dell’esecutivo è solo una volgarissima menzogna.
Con la riforma la magistratura resta “un ordine autonomo e indipendente”. Per renderla dipendente dall’esecutivo ci vorrebbe una NUOVA legge costituzionale che, val la pena di ricordarlo, dovrebbe essere approvata DUE VOLTE da camera e senato e sottoposta a referendum popolare.
Molti fautori del NO però affermano che se passa la riforma domani sarebbe possibile che il governo presentasse delle leggi che di fatto renderebbero meno autonoma la magistratura.
Come si vede siamo al corto circuito logico. Si chiede di bocciare la legga A perché domani chi ha proposto A potrebbe proporre B. Non si discute della legge oggetto di referendum ma di un’altra possibile legge che domani potrebbe essere imposta al paese dai cattivissimi partiti del centro destra. L’analisi della legge oggetto di referendum viene sostituita dai processi a presunte intenzioni, non si discute più del reale ma del possibile, del presunto, del “potrebbe essere”. Con pari logica qualcuno potrebbe dire che se vince il SI rischiamo un a invasione aliena…
E’ ora di tornare a un minimo di razionalità.
Andiamo a votare e votiamo SI

domenica 22 febbraio 2026

COSTITUZIONALISTI ALL'AMATRICIANA

 


Leggo che la signora Rosi Bindi ha affermato che i governi non hanno poteri costituenti e che le modifiche alla costituzione dovrebbero essere “chirurgiche” e fatte al solo scopo di rendere più efficace la Costituzione stessa.
Vediamo un po’. Che i governi non abbiano poteri costituenti è ovviamente vero, infatti MAI, nessun governo si è attribuito simili poteri. La attuale proposta di revisione costituzionale è stata apprpovata dal PARLAMENTO, NON DAL GOVERNO, ma ovviamente la signora Bindi, come moltissimi sostenitori del “no” ignora la differenza fra governo e parlamento.
Quanto al resto, cioè sulla portata solo “chirurgica delle modifiche costituzionale, vediamo cosa dice in proposito la Costituzione.

Articolo 138:
“Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione [cfr. art. 72 c.4].
Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare [cfr. art. 87 c.6] quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata [cfr. artt. 73 c.1, 87 c.5 ], se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi.
Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.”
Articolo 139:
“ La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale.”

Come si vede la Costituzione non spende una sola parola sul contenuto “chirurgico” o meno delle leggi di revisione costituzionale, né sugli argomenti oggetto delle stesse. L’unico limite che la Costituzione pone alle modifiche costituzionali è la forma repubblicana di governo.
Sulla base del dettato costituzionale si può quindi con fondata ragione affermare che a essere INCOSTITUZIONALE è la pretesa di impedire le modifiche costituzionali o di porre alle stesse limiti del tipo di quelli che propone la signora Rosi Bindi e con lei moltissimi sostenitori del “no” al referendum.
Del resto, val la pena di ripeterlo sino alla noia, sono già state apportate modifiche importanti alla Costituzione, ma su quelle i costituzionalisti all'amatriciana come la signora Bindi hanno a suo tempo preferito tacere.

giovedì 19 febbraio 2026

IDIOZIE STELLARI

 

Una delle più colossali idiozie che si leggono in rete in questi giorni è la seguente: con la separazione delle carriere il PM non sarà più tenuto a cercare prove a discarico dell’indagato. Se il PM diventa accusatore sarà interessato ad accusare non a cercare la verità.Incredibile, “ragionando” (si fa oper dire) in questo modo in tutto l’occidente i magistrati inquirenti, e con loro i poliziotti, non esaminerebbero gli elementi di prova a discarico di un sospettato, sarebbero una sorta di pazzoidi sguinzagliati ad accusare questo e quello , così, a casaccio e a senso unico. Il PM attuale cerca la verità, con carriere divise diventa pubblico accusatore e pensa solo all’accusa, non alla verità: questa idiozie viene scritta e detta, spesso e volentieri.Il magistrato inquirente compie le indagini, esamina tutti gli elementi a carico e a discarico che riguardano i vari sospettati, alla fine ritiene che un certo sospettato sia colpevole e si va a processo. Nel processo sostiene le tesi della pubblica accusa, difende il valore delle prove a carico e cerca di dimostrare che quelle a discarico sono poco consistenti. Un giudice terzo e imparziale alla fine emetterà il verdetto. Nei paesi in cui il giudice è davvero terzo rispetto ad accusa e difesa un pubblico accusatore che dovesse omettere di considerare le prove a discarico dell’imputato rischierebbe molto grosso, potrebbe venire radiato o finire a sua volta sul banco degli imputati. Questo nei paesi civili in cui accusa e difesa sono davvero sullo stesso piano. In Italia le cose stanno un po’ diversamente. Il magistrato che ha fatto condannate Tortora è stato poi promosso, sono rarissimi i casi di magistrati che pagano per errori commessi con colpa grave. Se vincerà il SI sarà creata la corte di giustizia e le cose probabilmente miglioreranno.In ogni caso, il livello di menzogne e mistificazioni che si leggono in rete in questi giorni è davvero deprimente.


domenica 15 febbraio 2026

ESAMINIAMO...

 

Esaminiamo, uno per uno, i principali argomenti dei sostenitori del NO alla riforma della giustizia.

1) La divisione delle carriere tutto sommato è accettabile, ma già esiste.
NON è vero. Esiste già la divisione delle funzioni, ed esiste in maniera solo parziale, infatti la legge attuale consente al PM di diventare giudice e viceversa anche se una volta.
Ma separazione delle funzioni NON vuol dire separazione delle carriere. Giudici e PM entrano in magistratura facendo lo stesso concorso, sono sottoposti e controllati dagli stessi superiori. Un PM può decidere sulla promozione di un giudice e viceversa.

2) La riforma mette la magistratura sotto il controllo della politica.
E’ una PALLA. La riforma separa le carriere dei giudici da quelle dei PM ma a controllare entrambi saranno due diversi CSM entrambi composti per due terzi da magistrati, la stessa percentuale prevista dalle norme attuali.

3) La riforma prevede che i membri togati del CSM siano estratti a sorte. Questo permetterebbe che a decidere delle carriere dei magistrati siano persone incompetenti.
Altra PALLA. La riforma prevede che i membri togati dei due CSM siano sorteggiati FRA MAGISTRATI, quindi fra persone che si ritiene siano competenti.

4) Col sorteggio il CSM perde il sua carattere rappresentativo.
Il CSM è un organismo tecnico, NON politico. Suo compito non è fornire la magistratura di una rappresentanza politica, ma di decidere su assegnazioni, promozioni, percorsi di carriera dei vari magistrati. Il sistema del sorteggio mette fine alla anomalia secondo cui i controllori vengono scelti dai controllati, un po’ come se i calciatori eleggessero gli arbitri.

5) Il sistema del sorteggio rende la magistratura più debole nei confronti della politica.
E’ vero esattamente il contrario. Attualmente i membri del CSM vengono eletti dai magistrati in base alle loro appartenenze politiche. In Italia, caso unico in tutto l’occidente, i magistrati si dividono in tanti partiti politici, esiste il “parlamentino” dei magistrati. Assegnazioni, promozioni, percorsi di carriera vengono attualmente stabiliti in base ad appartenenze di corrente e considerazioni politiche. Il sistema del sorteggio mette la parola fine a tutto questo, LIBERA la magistratura da influenze politiche.
 
6) La riforma prevede la formazione di una corte di giustizia che può punire i magistrati per errori commessi con dolo o colpa grave. Questo rende la magistratura serva della politica.
La corte di giustizia si compone di 15 membri: 3 eletti dal capo dello stato, tre estratti da una rosa decisa dal parlamento fra avvocati e professori universitari di diritto, nove estratti da una rosa di magistrati. Come tutto questo possa rendere la magistratura “serva della politica” resta un mistero. Si aggiunga che attualmente nessun magistrato paga mai per i suoi errori. Se un chirurgo asporta a un paziente il rene sano invece di quello malato finisce giustamente sotto processo, il magistrato che diede inizio al caso Tortora è stato poi promosso.

7) la riforma è fascista.
Il codice di procedura penale in vigore sotto il fascismo NON prevedeva alcuna separazione delle carriere fra giudici e PM. A essere vicina a norme fasciste è semmai la NON divisione delle carriere fra giudici e PM.

8) Bisogna votare NO perché la vittoria del SI favorirebbe Giorgia Meloni.
Ecco, questo è l’unico argomento serio che sta alla base di tutti gli inviti bocciare la riforma. Bisogna bocciarla non perché sia sbagliata ma perché è l’orribile governo Meloni a proporla. Siamo di fronte alla riproposizione dell’argomento orribile: una certa proposizione è vera o falsa a seconda di chi la pronuncia. Se Giorgia Meloni dice che due più due fa quattro allora bisogna dire che due più due fa cinque. Fantastico argomento: fornisce a tutte le persone capaci di pensare con la propri testa un ottimo motivo per votare SI!!!!!!!!

lunedì 9 febbraio 2026

SI NO E COSTITUZIONE

 

Una delle argomentazioni più ridicole di coloro che difendono il NO è la seguente: “votiamo NO perché vogliamo difendere la costituzione”.
Ora, il 22 23 marzo (salvo sorprese) si voterà su una legge di modifica costituzionale. . Chi non è d’accordo con tali modifiche può legittimamente motivare il suo NO, ma dire che le modifiche vanno respinte perché si deve “difendere la costituzione” equivale a dire che la Costituzione NON può MAI, in nessun caso essere modificata. Però l’articolo 138 della costituzione, primo e secondo comma, recita:
“Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione [cfr. art. 72 c.4].
Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare [cfr. art. 87 c.6] quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata [cfr. artt. 73 c.1, 87 c.5 ], se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi.”
Quindi la costituzione stessa prevede le procedure della propria modifica. Per inciso l’articolo 138 mostra chiaramente che la famosa raccolta di firme su cui si cerca di far leva per rinviare il voto è stata assolutamente inutile, un mero pretesto per perdere tempo, perché per convocare il referendum bastava la richiesta di un quinto dei membri di una camera.
Incisi polemici a parte, la costituzione NON è e NON si considera un testo sacro, può essere soggetta a modifiche, non ha senso alcuno quindi affermare che si è per il NO in nome della difesa della costituzione, a meno che non si ritenga “incostituzionale” l’articolo 138 della costituzione stessa.
Del resto sono già state apportate in passato numerose modifiche alla costituzione. In quei casi però gli attuali “difensori della costituzione” tacevano.
Non mi stancherò di ripeterlo, occorre ANDARE A VOTARE e votare SI.

IL RICHIAMO DELLA FORESTA

 

Le cifre vanno prese con le molle, ma pare che nei sondaggi relativi alla riforma della giustizia il SI, pur restando in vantaggio, abbia subito un calo.
A mio modesto parere questo parziale recupero dei NO ha una causa ben precisa: potremmo chiamarla “il richiamo della foresta”.
Fino a poco tempo fa, sempre secondo i sondaggi, il vantaggio dei SI era abissale: gli intervistati valutavano il merito della riforma e a larga maggioranza non potevano che essere d’accordo. In effetti, qualsiasi persona ragionevole, non importa se di destra, centro o sinistra, vede bene che è meglio che giudici e PM non siano colleghi, che le assegnazioni e gli avanzamenti di carriera dei magistrati non dipendano dalle correnti politiche di appartenenza o che anche i magistrati, come tutti i comuni mortali, rispondano dei loro errori, se commessi con dolo o colpa grave. Tutto normale, tutto regolare.
Poi però è scattato il “richiamo della foresta”. Votare SI vuol dire favorire Giorgia meloni, hanno cominciato a pensare alcuni. Qualcuno, come Niki Vendola, ha avuto addirittura il coraggio di dirlo: “sarei favorevole al SI ma voterò NO per non favorire politicamente Giorgia Meloni”.
Lo so, siamo di fronte a quello che si definisce “ragionamento horribilis”: una certa proposizione è vera o falsa a seconda di chi la pronuncia. Se io dico che due più due fa quattro tutti sono d’accordo, se lo dice Giorgia Meloni, allora due più due fa cinque. Orribile, mostruoso, ma purtroppo abbastanza diffuso in politica.
La propaganda a favore del NO si basa interamente su accuse che non trovano nel testo della riforma riscontro alcuno. Ad esempio non è possibile trovare nella riforma una sola parola che possa essere interpretata come tentativo di porre la magistratura sotto il controllo dell’esecutivo. Chiunque valuti le cose in maniera oggettiva, sulla base dei dati non può che convenire. Ma è qui che scatta il richiamo della foresta. L’importante non è confermare una buona riforma, l’importante è colpire il governo della cattivissima Giorgia, quindi… votiamo NO:
Lo dico chiaramente: questo è un motivo in più per votare SI. Lo è non solo per chi ha votato per il centro destra, lo è per tutte le persone che non rinunciano a usare il proprio cervello, che non intendono anteporre la propaganda più becera alla libera valutazione razionale.
Lo dico a tutti i “pigri”, a quelli che pensano sia inutile andare a votare tanto “il SI vince lo stesso”: Il risultato NON è scontato!
Chiunque non abbia nostalgia della “foresta” deve ANDARE A VOTARE e votare SI!!!

sabato 7 febbraio 2026

LA TECNICA DEL RINVIO

 

Vogliono a tutti i costi posticipare la data del referendum.
Prima hanno organizzato una raccolta di forme assolutamente inutile.
Poi, dopo che il governo ha fissato la data del 22 - 23 marzo hanno fatto ricorso al TAR per posticipare tale data. Il Tar ha dato loro torto. Allora hanno presentato ricorso in cassazione contro il testo del quesito, proponendone uno con minime modifiche formali. I giudici della cassazione, pare impegnati nel sostegno al NO, hanno dato loro ragione.
Il governo ha stabilito che il referendum, col quesito leggermente modificato si terrà comunque alla data stabilita.
Si prevede però un nuovo ricorso al TAR.
E’ una situazione mai vista in precedenza. I fautori del NO cercano in ogni modo di posticipare il voto. Lo fanno perché sperano in un recupero del NO, favorito da una campagna terroristica e fondata unicamente su menzogne.
Per loro una riforma che
Separa le carriere, NON le funzioni, le carriere (è OVVIO che le funzioni siano diverse) dei giudici da quelle dei PM
Stabilisce che sia data vita a due distinti CSM, uno per i giudici l’altro per i PM, entrambi come ora composti per due terzi da magistrati
Decide che i membri dei due CSM sino non eletti dagli interessati in base ad appartenenze politiche ma estratti a sorte da una lista di magistrati.
Istituisce una corte di giustizia composta per circa due terzi da magistrati e per il resto da avvocati e professori universitari di diritto, che dovrà esaminare le eventuali colpe di magistrati.
Ecco, per gli oppositori della riforma tutto questo vorrebbe dire politicizzare la magistratura, sottoporla al potere dei partiti.
Una menzogna, una palla colossale. Semmai una parte, minoritaria ma molto attiva, della magistratura, è politicizzata OGGI, è OGGI vicina a certi partiti (chissà a quali…)
Una menzogna, una palla che possono far presa solo se sostenute da una campagna martellante, possibilmente il più lunga possibile, fondata su slogan, in puro stile goebbelsiano.
Tutti motivi in più per ANDARE A VOTARE, quando sarà il momento, e votare SI!!!

sabato 3 gennaio 2026

MADURO

 

Lo dico subito, chiaro e tondo: a mio avviso un mondo senza Maduro è un mondo migliore.
Per essere ancora più chiaro penso valga la pena di esaminare e rispondere alle varie idiozie che circolano in rete sulla destituzione del dittatore venezuelano.
Per punti:
1) L’attacco degli USA al Venezuela viola le norme del diritto internazionale, nessuno ha diritto di interferire negli affari interni di uno stato sovrano.
A parte il fatto che il Venezuela organizzava il narcotraffico verso gli USA, a parte che Maduro aveva fior di contatti con gruppi terroristi che intervengono, eccome, negli “affari interni” di altri stati, a parte tutto questo, il diritto alla non ingerenza esiste ed è importante, ma NON è un diritto assoluto.
Esiste ed è importante il diritto alla inviolabilità della propria abitazione, ma se io mi accorgo che nella casa accanto un marito sta uccidendo di botte la moglie ho il dovere oltre che il diritto di intervenire. L’idea che ognuno in casa sua può fare tutto quello che vuole senza che nessuno intervenga non è solo stupida, è immorale.
2) I popoli si devono liberare da soli dei dittatori, senza delegare ad altri il compito.
In astratto l’idea sembra giusta, ma è del tutto irrealistica. In realtà è quasi impossibile per popoli che vivono sotto il giogo di ferree tirannidi riuscire a liberarsi da soli e nei rari casi in qui questo sia possibile richiede costi e sofferenze enormemente superiori a quelli richiesti da un intervento esterno.
In Cina il “gran balzo in avanti” di Mao provocò, dal 1958 al 1961, dai 15 ai 20 MILIONI di morti. Se un intervento esterno lo avesse reso impossibile i Conte e le Albanese dell’epoca avrebbero strillato in difesa del “diritto internazionale”. I contadini cinesi però avrebbero saltato di gioia. A me questo basta e avanza.
3) La maggioranza del popolo venezuelano è con Maduro.
Questo è semplicemente falso, ma, anche ammettendo, per pura comodità di ragionamento, che sia vero… e allora? Una maggioranza ha diritto di votare chi vuole, ma non di togliere alla minoranza il diritto di voto. Elementare Watson.
4) Agli USA non interessa un bel niente di libertà e democrazia, difendono solo i loro interessi.
Diamolo pure per scontato, e allora? Non c’è nulla di male nel difendere i propri interessi, la domanda da porsi è un’altra: la difesa degli interessi USA è compatibile con la difesa dei valori di libertà e democrazia, o, quanto meno, gli interessi degli USA di Trump sono più o meno compatibili con la tutela di libertà e democrazia che gli interessi del Venezuela di Maduro? Basta fare la domanda per avere la risposta.
5) Perché si interviene in Venezuela e non, ad esempio, in Cina? Forse che la Cina è “democratica”?
La risposta è molto semplice: Intervenire in Venezuela è stato semplice e, a quanto pare, non ha comportato rischi e costi eccessivi. Con la Cina il discorso sarebbe ben diverso. Ritenere che una certa azione sia moralmente e politicamente giustificata non implica che sia replicabile in situazioni impossibili. Di nuovo… elementare Watson.
E tanto basta, Aggiungo solo che è uno spettacolo triste vedere tanti politici italiani, soprattutto ma non solo di sinistra, che sempre, in tutte le occasioni si schierano con teocrati, dittatori e tiranni. Dall’Iran alla Russia, dalla Corea del nord al Venezuela, sempre contro le democrazie, sempre contro l’occidente.
E’ triste, ma forse non casuale.

lunedì 24 novembre 2025

sesso e consenso

 

Chiunque compie o fa compiere o subire atti sessuali ad un’altra persona senza il consenso libero e attuale di quest’ultima è punito con la reclusione da sei a dodici anni.

Questo dico il primo comma dell’articolo 609 del codice penale dopo la riforma approvata all’unanimità dalla camera.
A livello di valutazione di principio non c’è nulla da eccepire: è evidente, addirittura banale, che l’atto sessuale deve basarsi sul consenso libero e attuale delle parti. Il problema vero relativo alla nuova formulazione della legge riguarda non lo stupro, reato odioso da punire con la massima severità, ma il modo in cui questo può essere provato. Se c’è violenza, o ci sono minacce, o se un brutto abusa di una donna in stato di incoscienza perché sotto l’effetto di sostanze stupefacenti è evidente che il consenso manca e l’atto sessuale può ragionevolmente essere definito stupro, con tutte le conseguenze del caso. Ma… in altri casi? In che modo il mancato consenso può essere provato? Questo è il punto, importantissimo.

Proviamo a immaginare una situazione. Tizio e Tizia entrano in un albergo. Affittano una stanza, cenano insieme, poi si ritirano nel loro alloggio. La mattina dopo fanno colazione, sono puliti, ordinati e sorridenti, si scambiano dolci parole. Pagano il conto e si allontano mano nella mano. Una settimana dopo Tizia denuncia Tizio affermando di non aver dato il consenso all’atto sessuale consumato durante la notte. Nulla nel comportamento della coppia può far pensare a uno stupro, con tutta evidenza non c’è stata violenza alcuna, né minacce, non sono state consumate bevande alcooliche, Tizia non era drogata. Eppure, stando alla formulazione della legge tutto questo non conta, l’unica cosa che conta è il consenso che Tizia avrebbe negato. E’ possibile provare questo mancato consenso? Con tutta evidenza no, eppure la dichiarazione di Tizia può bastare per fare incriminare, forse addirittura condannare Tizio. Emerge qui un aspetto particolarmente pericoloso della nuova formulazione della legge: l’inversione dell’onere della prova. In tutti i paesi civili esiste la presunzione di innocenza: è l’accusa a dover provare la colpevolezza del sospettato, non lui la sua innocenza. La presunzione di innocenza è alla base della civiltà giuridica, è prevista dall’articolo 27 della costituzione e dall’articolo 48 della carta europea dei diritti.
La nuova formulazione della legge rischia di entrare in rotta di collisione con questo fondamentale principio: basta che Tizia affermi di non aver dato il consenso perché Tizio possa vedersi costretto a cercare le prove della sua innocenza. E’ un aspetto molto grave della nuova formulazione, stupisce che in molti sembrano non rendersene conto.

Qualcuno potrebbe dire che la nuova formulazione della legge consente di perseguire i casi di violenza psicologica. Questo in effetti è un buon argomento a favore della legge: la violenza psicologica a volte può essere altrettanto grave di quella fisica, ma anche in questo caso sorge una difficoltà, molto grave.
La legge penale sancisce, o dovrebbe sancire, i comportamenti chiaramente definibili, identificabili, capaci di essere verificati con testimonianze, prove materiali, documenti. La stessa violenza psicologica, per essere oggetto di sanzione penale dovrebbe tradursi in atti controllabili intersoggettivamente, in caso contrario tutto resta nel vago e può avere conseguenze aberranti. Se Tizio afferma che io voglio ucciderlo perché lo odio ma non è in grado di produrre alcuna prova materiale o testimonianza che confermi il mio odio e la mia intenzione omicida, posso essere non dico condannato ma anche solo seriamente indagato? Direi proprio di no. La nuova formulazione della legge sullo stupro lascia invece tutto nel vago. E’ estremamente vago lo stesso concetto di “consenso”. Cosa vuol dire in concreto dare il consenso all’atto amoroso? Il consenso all’atto amoroso è nella quasi totalità dei casi implicito, non esplicito, la legge però non dice nulla a questo riguardo. Tizio e Tizia passeggiano al chiaro di luna, a un tratto si fermano e si baciano. Esiste in questo caso il consenso? A parere di ogni persona normale si, ma se si segue alla lettera il testo della legge sembra che il consenso non ci sia. Qualcuno ha mai chiesto al o alla partner il permesso di baciare? E se dal bacio si passa a qualcosa di piu’ piacevole, occorre a ogni passo avanti chiedere il consenso? “Posso toccarti il seno, accarezzarti una gamba... Non vado oltre. Nessuno credo si è mai comportato in questo modo. La legge sembra pretenderlo, sia dai maschi che dalle femmine.

Più in generale mi sembra che dietro alla legge ci sia una concezione “filosofica”, per usare una parola grossa, assolutamente non condivisibile. Si tratta della pretesa, oggi abbastanza diffusa, di formalizzare ogni rapporto umano, di sottoporre tutto alla legge togliendo sempre più spazio ai comportamenti spontanei, non formalizzati.
Nessuno di noi chiede consensi e permessi per fare una serie enorme di atti, né si comporta in un certo modo perché questo gli viene imposto dalla legge. Non chiedo a Tizio che incontro per strada il permesso di salutarlo, non so quale sia né cosa dica con precisione l’articolo del codice che punisce il furto, posso addirittura ignorare che un articolo simile esista, ma quando vado in un super mercato NON rubo, so che non devo farlo e mi vergognerei da morire se qualcuno mi scoprisse a rubare anche solo una mela. Non occorre chiedere a una ragazza, o a un ragazzo, il permesso di fare l’amore, questo è implicito nella situazione che si sta vivendo. Esiste una differenza abissale fra un atto sessuale che si compie insieme, volontariamente, senza chiedere consenso alcuno, e uno imposto con la forza o anche solo con minacce o ricatti. Pretendere che tutto sia esplicito, formalizzato vuol dire distruggere l’umana spontaneità, trasformare gli esseri umani in ridicole caricature di loro stessi.

Mi permetto di concludere con una considerazione polemica. Alcuni di coloro che con più determinazione sostengono la nuova formulazione della legge sono gli stessi, e le stesse, che hanno spalancato le porte del paese all’immigrazione clandestina, quella che ha fatto entrare illegalmente in Italia moltissime persone che considerano più o meno una prostituta degna di essere stuprata qualsiasi donna che indossi una minigonna o un vestito anche solo vagamente sexy. Sembra incredibile ma ci sono esponenti della nostra classe politica che considerano il burka compatibile con la richiesta di espliciti consensi per ogni sorta di atto amoroso. Miracoli della sottocultura woke.

lunedì 9 gennaio 2023

LA FOLLIA DELLA "DISCRIMINAZIONE POSITIVA"

E’ una delle tante follie dell’occidente in crisi, e di certo non la meno grave.
Si chiama “azione positiva” e si presenta come tentativo di “riparare” le ingiustizie di cui l’occidente si è reso responsabile nel corso della sua storia. I gruppi etnici, razziali, sessuali o di altro tipo che in passato hanno dovuto subire o ancora subiscono ingiustizie e discriminazioni andrebbero compensati con discriminazioni positive a loro favore. Un certo numero di posti nelle università, nelle istituzioni, nelle assunzioni andrebbe riservato ai membri di tali gruppi, indipendentemente da ogni valutazione su professionalità e merito. In questo modo non solo si consentirebbe di rimediare, in ritardo, a vecchie ingiustizie, ma si ristabilirebbe, oggi, una certa uguaglianza fra i membri della società.
Ma la filosofia dei teorici dell’azione, meglio, della discriminazione positiva va oltre. Alle richieste di “azioni positive” si affiancano richieste di risarcimenti che andrebbero riconosciuti ai lontani discendenti di chi decenni o secoli fa ha dovuto subire ingiuste discriminazioni. Si assiste oggi alla continua richiesta di “scuse” avanzate da rappresentanti di popoli e gruppi etnici che in passato hanno dovuto subire l’egemonia occidentale. E, va da se, l’occidente in crisi risponde spesso in maniera affermativa a tali richieste, Per farla breve: scuse, risarcimenti e, soprattutto, discriminazioni positive messe in atto oggi dovrebbero compensare discriminazioni ingiuste di decenni o secoli fa. Solo così l’equilibrio potrebbe essere ricostituito. Ha un senso, un senso positivo, una simile politica? La risposta è NO.
Dovrebbe essere intuitivo, addirittura scontato, che, se ci sono state, o, peggio, ci sono ingiuste discriminazioni ai danni di singoli e gruppi la via maestra per uscirne è una sola: cercare di costruire società il più giuste ed il meno discriminatorie possibile. Non si tratta di punire i lontani discendenti dei mercanti di schiavi, ma di porre a base della società il rispetto per la dignità che spetta incondizionatamente ad ogni essere umano. Un simile approccio al problema appare però troppo “semplice” ai sostenitori della “discriminazione positiva”. Val la pena quindi di sottoporre a critica il più possibile esaustiva la loro dottrina.

Anche limitando l’analisi al solo loro aspetto utilitaristico le varie teorie della “discriminazione positiva” appaiono insostenibili. E’ intuitivo che simili teorie sono quanto di più lontano si possa immaginare dal concetto di merito. I posti di responsabilità andrebbero assegnati non in base alle competenze che i singoli dimostrano di avere, ma al loro sesso, al colore della loro pelle o ad altre loro caratteristiche accidentali. Se devo farmi operare al cuore in base a quale criterio scelgo il chirurgo? Mi interessa la sua professionalità o il suo sesso, o il colore della sua pelle? Mi sento sicuro se volo su un aereo il cui pilota è stato scelto non perché ha superato brillantemente difficili esami ma perché ha determinati gusti sessuali? Basta fare queste domande per avere la risposta. Anche prescindendo da ogni considerazione sulla palese ingiustizia che deve subire chi in un pubblico concorso si vede superato da persone che hanno meno metriti di lui ma che appartengono a categorie protette, anche prescindendo da questo e limitando l’analisi a puri concetti utilitaristici, appare del tutto evidente che se applicate con un minimo di coerenza ed ampiezza le teorie della discriminazione positiva contribuiscono a creare qualcosa di inaccettabile: società in cui il merito è negletto, con conseguente abbassamento del tenore di vita e della sicurezza di tutti, indipendentemente da sesso, colore della pelle o credo religioso.

Quello utilitaristico è però solo uno degli aspetti negativi della “discriminazione positiva”.
Questa teoria si caratterizza per la costante ricerca di “risarcimenti” che spetterebbero ai membri di determinasti gruppi per le discriminazioni ed ingiustizie, spesso assai lontane nel tempo, che questi hanno dovuto subire. Però anche ad un esame superficiale emerge chiaramente una cosa: coloro che dovrebbero risarcire appartengono tutti ad una determinata civiltà o sesso, o credo religioso, i risarciti invece appartengono ad altre civiltà, sesso, credo religiosi. Chi deve risarcire è di norma maschio, bianco, occidentale, eterosessuale, cristiano. I risarciti sono non occidentali, non bianchi, non cristiani, femmine od omosessuali. Ma, ha un minimo di senso una simile ripartizione? I colonialisti occidentali hanno ridotto a protettorati molti stati islamici, è vero, ma in precedenza l’Islam aveva conquistato mezza Europa. Se l’occidente deve “risarcire” l’Islam questo deve a sua volta “risarcire” l’occidente. E che dire delle donne o degli omosessuali che di certo non se la passano troppo bene in paesi come l’Iran? Sono alleati di chi impone loro il velo, li tortura o li impicca contro il maschio bianco occidentale ed eterosessuale?
La logica “risarcitoria”, se non vuole essere una mera forma di odio dell’occidente nei confronti di se stesso, dovrebbe riguardare tutti: gli imperialisti occidentali come quelli orientali o medio orientali, i maschi come le femmine, gli omo come gli eterosessuali. E non dovrebbe essere limitata nel tempo. Se ha senso chiedere “discriminazioni positive” per riparare ingiustizie di un paio di secoli fa dovrebbe aver senso chiederne per riparare altre ingiustizie, probabilmente più gravi, di un paio di millenni fa. I discendenti degli antichi Galli e Britanni, conquistati armi alla mano dalle legioni romane, dovrebbero chiedere “discriminazioni positive” ai danni degli italiani, questi le dovrebbero chiedere ai tedeschi per le invasioni del Barbarossa, i polacchi dovrebbero chiederle ai russi, questi ai mongoli; gli ebrei dovrebbero chiedere risarcimenti a mezzo mondo però anche loro, millenni fa, qualche ingiustizia nei confronti di altri popoli la hanno commessa. Tutti nella storia hanno commesso o subito ingiustizie, non esistono singoli o gruppi senza peccato. La logica della “discriminazione positiva”, se applicata in maniera non faziosa, aprirebbe la via ad un rimando infinito di “discriminazioni positive” e richieste di scuse e risarcimenti.
E questo rimando all’infinito non riguarda solo il passato, si proietta nel futuro. Per “riparare” ad ingiustizie di 20 o 200 anni fa bisognerebbe discriminare i discendenti di coloro che hanno commesso in passato tali ingiustizie, solo così si potrebbe creare una situazione giusta, si dice. Però in questo modo non si fa altro che aggiungere ingiustizia ad ingiustizia: nulla è infatti tanto palesemente ingiusto quanto far pagare a figli, nipoti e pronipoti le colpe dei padri, nonni e bisnonni. Né l’ingiustizia di oggi serve a ricostituire una situazione più giusta od equa. Il danno che deve subire chi è vittima oggi della “discriminazione positiva” è infatti molto maggiore delle conseguenze negative che sempre oggi devono subire i discendenti di coloro che hanno subito ingiustizie due o tre secoli fa. Seguendo la logica dei teorici della “discriminazione positiva” queste nuove ingiustizie andrebbero riparate con nuove “discriminazioni positive” e così via, di nuovo all’infinito. La ricerca di sempre nuove ingiustizie passate cui occorre metter riparo si combina in questo modo col continuo ricrearsi nel futuro di situazioni ingiuste cui occorre metter riparo. Una follia.
C’è però anche un altro aspetto di queste tematiche che occorre approfondire.
Certi usi e costumi, certe istituzioni dei nostro antenati ci appaiono oggi ripugnanti. E sono davvero tali. Lo schiavismo era moralmente orripilante ai tempi dell’antica Roma come lo è oggi. E’ del tutto inaccettabile il relativismo di chi ritiene che lo schiavismo fosse “giusto” un tempo o che l’oppressione della donna sia “giusta “ oggi in certe situazioni socio culturali mentre l’uno e l’altra sarebbero state ingiuste in altri tempi e lo sono in altre situazioni culturali. Da questo però non segue che chi visse in tempi in cui certe pratiche erano ritenute “normali” sia assimilabile ad un criminale; in realtà si trattava solo di persone che condividevano usi, costumi e norme etiche dei loro tempi e delle loro civiltà. Il fatto che si trattasse di usi, costumi e norme inaccettabili non trasforma in mostri chi le seguiva, meno che mai trasforma i loro discendenti in mostri o criminali da punire. E’ proprio questa invece la logica profonda, anche se non sempre chiaramente espressa, di chi teorizza la “discriminazione positiva”. L’occidentale bianco, discretamente benestante, di oggi sarebbe in qualche modo responsabile del comportamento di persone vissute spesso molto tempo fa e che si comportavano conformemente a quelli che erano gli usi ed i costumi del loro tempo. L’economista austriaco Von Mises, parlando dell’origine della proprietà privata ammette senza esitazioni che l’acquisizione delle prime proprietà è stata in molti casi violenta ed illegale. La cosa non deve stupire, aggiunge, perché tale acquisizione è stata in moltissimi casi anteriore allo stabilirsi della legge. Pretendere di riparare a tali violenze originarie è quanto mai stupido non solo per l’impossibilità empirica di tale riparazione, ma anche perché non si può pretendere una legalità anteriore alla legge. Oggi i teorici della “discriminazione positiva” sembrano voler incolpare chi discende da persone che ai loro tempi agivano in maniera conforme ad usi, costumi e norme condivise. Io sarei da discriminare perché il mio tris nonno non si comportava come una persona che vive nel ventunesimo secolo. Si tratta di qualcosa ancora peggiore della pretesa illiberale di incolpare i figli per le colpe dei padri. Di nuovo, una follia.

Finora abbiamo dato per scontato che i discendenti di coloro che hanno subito ingiuste discriminazioni siano oggi danneggiati per ciò che è successo ai loro avi, ma stanno davvero, sempre e comunque, così le cose? Per i teorici della “discriminazione positiva” non ci sono dubbi in proposito, la loro risposta è sempre SI. Ma sbagliano. Il loro errore deriva da una sorta di illusione ottica: esaminano la situazione, ad esempio, dei neri americani, vedono che spesso, anche se ormai molto meno che in passato, questa è peggiore di quella di molti bianchi e concludono che la causa di una tale situazione deriva dalle orribili ingiustizie che i neri hanno dovuto subire quando altro non erano che schiavi. Ma un simile modo di affrontare il problema è sbagliato per il semplice motivo che i discendenti di coloro che furono schiavi usufruiscono anch’essi, sia pure in misura minore e grazie anche alle loro lotte, dei benefici della società che rese schiavi i loro avi. Chi venne ridotto in schiavitù ha subito una orribile ingiustizia, un nero campione di basket che guadagna milioni di dollari all’anno, o un musicista jazz che guadagna altrettanto, o un nero che diventa presidente degli Stati Uniti godono anch’essi di quanto ha saputo edificare di positivo una società che pure si è macchiata del crimine dello schiavismo. La storia è davvero complessa, una volta tanto val la pena di usare questa parola. Nella storia ci sono crimini ed ingiustizie ma anche miglioramenti economici, conquiste democratiche, affermazioni della libertà. L’antichità ci lascia grandi conquiste culturali, anche se è stata caratterizzata dallo schiavismo, e di tali conquiste oggi godono tutti, compresi i discendenti di chi è stato schiavo. Con questo non si vuol dire, dovrebbe essere ovvio, che non si debba oggi lottare per migliorare la situazione di singoli o gruppi sociali ancora svantaggiati, si vuol dire però che questa lotta non può essere vista come “risarcimento” per quanto hanno dovuto subire di ingiusto gli antenati di chi oggi è socialmente svantaggiato. La gran maggioranza dei poveri statunitensi è “ricca” se paragonata ai poveri dell’Uganda o dell’Angola. I benefici di società opulente e democratiche hanno interessato, sia pure non a sufficienza, i loro membri meno fortunati. Quando cercano, giustamente, di migliorare le loro condizioni questi si rapportano ai problemi del presente, non alle ingiustizie del passato per cui loro dovrebbero essere “risarciti”. Gli unici che avrebbero diritto di avanzare richieste di “risarcimento” non sono più fra noi. Da molto, moltissimo tempo.

Val la pena a questo punto di fare una breve precisazione. Sinora si è spesso usata la parola “risarcimento” per descrivere le proposte dei sostenitori dell’azione, o della discriminazione “positive”. Questa parola però può indurre in inganno. In effetti, se io mio padre mi lascia in eredità una abitazione e in un secondo momento si scopre che la stessa è stata acquisita illegalmente dal mio genitore, io sono tenuto a restituire la casa al legittimo proprietario o a risarcirlo adeguatamente. La figura giuridica del risarcimento non contrasta con la giustizia ed è riconosciuta dalla legge, a condizione che le azioni illegali per riparare alle quali il risarcimento è richiesto non siano troppo lontane nel tempo. In fin dei conti la acquisizione legale non è il criterio assolutamente unico per stabilire a chi spetti una certa proprietà. E’ importante anche stabilire chi ha curato una certa proprietà, per quanto tempo lo ha fatto, se la ha fatta crescere e valorizzare. Non a caso quasi tutti gli ordinamenti giuridici prevedono l’istituto dell’usucapione. Il risarcimento in ogni caso è spesso del tutto giusto e legittimo, ma le pretese dei sostenitori della “discriminazione positiva” vanno ben oltre la rivendicazione di questo tipo di risarcimento. Vanno addirittura oltre il concetto stesso di risarcimento. Ad essere intaccati dalle pretese di “discriminazione positiva” sono i diritti fondamentali di certi soggetti prima che la loro proprietà. Se Tizio partecipa ad un concorso, dimostra di essere il migliore ma si vede superato da Caio solo perché questi appartiene ad un determinato gruppo protetto, ad essere menomati sono i diritti fondamentali di Tizio, non la sua proprietà. La “discriminazione positiva” lede il principio fondamentale di ogni società libera: quello della pari dignità di tutti gli esseri umani indipendentemente da colore della pelle, sesso, convinzioni politiche o religiose. Nessuna richiesta di risarcimento, giusta o sbagliata che sia, riguardi fatti vicini o lontani nel tempo, può essere soddisfatta riducendo i diritti fondamentali di determinati esseri umani. Se devo risarcire Tizio dovrò dargli del denaro, non perdere i miei fondamentali diritti di cittadino. La discriminazione positiva fa invece proprio questo: in nome di ingiustizie a volte vecchie di secoli subite da persone ormai scomparse da tempo pretende che vengano intaccati, spesso più che intaccati, fondamentali diritti dei cittadini. Un certo numero di posti in parlamento deve essere riservato ai maschi, o alle femmine, ai bianchi o ai neri, agli etero o agli omosessuali. Tutto questo lede profondamente il diritto di voto: puoi votare ma devi votare candidati di un certo sesso, con la pelle di un certo colore, con determinati gusti sessuali, ed il discorso non si ferma al diritto di voto. E’ dubbio che la democrazia possa sopravvivere a simili follie.

Val la pena di affrontare, per concludere, il punto fondamentale. Quale è la filosofia, la visione dell’uomo che sta dietro e sostiene le varie politiche di azione o discriminazione positiva? Ogni proposta politica importante si basa, ne siano consapevoli o meno i suoi sostenitori, su determinate teorizzazioni che con giusta ragione possono definirsi filosofiche; quali sono quelle che sostengono la discriminazione positiva? Per cercare di comprenderle appieno va la pena di allargare un po’ il discorso.
Ognuno di noi ha sentito qualche volta, penso, affermazioni di questo tipo: “il tale non ha meriti né colpe per esser nato bello o brutto simpatico od antipatico, intelligente o stupido”. E’ facile partire da simili ovvie banalità per arrivare a conclusioni che da un punto di vista astrattamente logico sono coerenti. La “società”, si conclude, avrebbe il compito di riparare le “ingiustizie” che madre natura ha commesso nel distribuire ad ognuno di noi i suoi “doni”. Ad essere degne di critica sono, come al solito, le premesse. Chi fa simili ragionamenti pensa che si possano separare gli esseri umani dalle loro caratteristiche. Ritiene che gli esseri umani siano pure essenze disincarnate, enti asettici, privi di qualità e particolarità che dovrebbero esser attribuite loro, in maniera “equa” da una non meglio specificata “società” (come se la “società non fosse composta da esseri umani). E se, per evidenti motivi empirici, la “società” non è in grado di mettere in atto questa “equa distribuzione”, dovrebbe far si che le differenze fra tali caratteristiche fossero in qualche modo compensate. Tizio, non troppo intelligente dovrebbe esser “risarcito” e reso più o meno uguale a Caio cui la “natura” ha regalato una intelligenza fuori dal comune. Eguaglianza e pari dignità non riguardano più gli esseri umani empiricamente dati, insiemi sostanziali unitari di qualità e caratteristiche. No, eguaglianza e dignità riguardano esseri disincarnati, entità assolutamente astratte beneficiarie dei processi di azione e discriminazione positiva. Tali teorie, se applicate coerentemente, porterebbero a risultati mostruosi. Un individuo sano, per fare solo un esempio, dovrebbe esser obbligato a donare un rene ad uno malato per compensarlo del fatto che “la natura” è stata “ingiusta” con lui. Forse non a caso nessuno sostiene simili posizioni fino in fondo, questa però è la logica che che sta dietro a tutte.
I sostenitori della azione o discriminazione positiva allargano il discorso dalle caratteristiche naturali degli esseri umani a quelle economiche e socio culturali. Ognuno di noi è dato, si trova nel mondo. Nasce in una certa epoca storica, dentro una certa classe sociale, famiglia, nazione, cultura, civiltà. Ognuno di noi è l’insieme unitario delle sue caratteristiche naturali e socio culturali. Io sono io perché ho un certo aspetto fisico, un certo carattere, parlo una certa lingua, vivo in un certo periodo storico dentro determinati rapporti sociali e culturali. Visto che le caratteristiche socio culturali degli esseri umani non sono, come quelle naturali, “distribuite” equamente fra loro i sostenitori delle varie azioni o discriminazioni positive vorrebbero annullarle mettendo in atto varie politiche “compensatrici”. Teorizzano persone separate dalla propria datità socio culturale oltre che naturale. Io sarei io indipendentemente dal periodo storico, dalla cultura e dalla società in cui sono nato e vivo e, visto che non posso esser separato da queste mie caratteristiche essenziali, i generosi riformatori del mondo vorrebbero mettere in atto politiche “compensatrici”. Ad essere preso di mira è, come al solito, il dato del nostro esistere: si vorrebbero ricostruire gli esseri umani mettendo riparo a quanto nel loro esser dati sembra non essere sufficientemente equo o giusto.
L’uguaglianza democratica e liberale è di tipo radicalmente diverso. Riguarda non esseri umani disincarnati, ma le persone in carne ed ossa con tutte le loro caratteristiche naturali e storico sociali. Sono queste persone ad essere titolari dei fondamentali diritti umani, a queste viene riconosciuta la pari dignità.
Certo, è giusto, è sacrosanto lavorare per società in cui questi diritti e questa dignità siano goduti da tutti, ma questa è cosa radicalmente diversa dal tentativo di annullare la datità naturale e socio culturale di ognuno di noi. Io ho certi diritti e la mia dignità, pari a quella di ogni essere umano, in quanto sono IO, con le mie caratteristiche naturali, la mia cultura, il dato del mio vivere in una certa epoca storica, entro determinate coordinate culturali. Non ho diritto ad alcun “compenso” né dovere di “compensare” qualcuno perché sono ciò che sono, al contrario, ho il diritto al rispetto per ciò che sono ed ho il dovere di rispettare gli altri per quello che gli altri sono.
Qualcuno potrebbe obbiettare che tutto questo non ci rende davvero uguali. Avrebbe ragione, il vivere in società in cui i nostri diritti fondamentali e la nostra dignità vengano tutelati ed in cui ognuno abbia possibilità economiche reali per cercar di realizzare i propri progetti non ci rende uguali, e con questo? Gli esseri umani non possono essere uguali perché hanno ognuno caratteristiche naturali e socio culturali diverse e diseguali. Cercare di superare questa situazione per realizzare una radicale uguaglianza sostanziale distrugge la libertà, da vita a sempre nuove ingiustizie e a forme di disuguaglianza queste si assolutamente intollerabili. La storia ha dato a questo proposito lezioni che solo i fanatici o gli sciocchi possono ignorare.

La politica della azione o discriminazione positiva non fa altro, in fondo che riproporre il vecchio mito marxista dell’uomo nuovo, con la differenza che in Marx l’uomo nuovo sarebbe il prodotto spontaneo della affermazione su scala planetaria della società perfetta comunista, per i politicamente corretti di oggi sarebbe invece la risultante di accorte politiche “riparatrici”.
C’è un’ultima considerazione da fare. Tutte le varie politiche “compensatrici” sono rivolte contro l’occidente. Lo si è già detto: il nemico è l’uomo bianco, occidentale eterosessuale, discretamente benestante, spesso cristiano. E’ lui che sarebbe obbligato a vivere scusandosi con mezzo mondo ed a compensare mezzo mondo per i crimini, veri o presunti, commessi in passato dalla sua civiltà (le altre invece sono generosamente assolte da ogni addebito). Se analizzate da questo punto di vista le politiche della azione o discriminazione positiva altro non sono che una forma particolare che assume la più generale politica della cancel culture. L’occidente è responsabile di tutti i mali del mondo. La sua storia è riducibile ad un insieme di abomini, anche se in quella storia ci sono Platone ed Aristotele, Newton e Kant, Dante e Shakespeare, Leonardo e Michelangelo, Mozart e Beethoven ed insieme a questi la scoperta dei diritti umani, l’abolizione dello schiavismo, la democrazia, la laicità dello stato, il principio di tolleranza, la razionalità scientifica, l’economia di mercato ed il benessere che questa ha assicurato a masse sterminate di esseri umani, di tutte le civiltà.
Ai teorici delle azioni e delle discriminazioni positive tutto questo interessa a poco. Sono i nuovi nemici della nostra civiltà. E’ bene rendersene conto, senza pericolose illusioni.